Print Friendly, PDF & Email

senso comune

Il consumatore perfetto: l’operazione è riuscita, il paziente è morto

di Michele Berti

sordiFrancia 2018. Il fenomeno dei gilet gialli, ormai, sta facendo discutere mezzo mondo e lo farà dibattere ancora per molto tempo. Si possono assumere numerosi punti di vista su queste manifestazioni popolari, intersecando inevitabilmente i più disparati livelli di elaborazione. Una prima considerazione da sottolineare è che il movimento dei gilet gialli conferma le potenzialità del momento populista, ovvero il momento in cui si forma realmente una catena equivalenziale, il momento in cui una rivendicazione vera e presente nella società, legata a una singola domanda inevasa, riesce a unire molte altre istanze in un fragoroso noi/voi che non è ancora politico, ma ha la potenza giusta per diventare un cantiere di trasformazione con sedimentazioni importanti e significative nella società.

Ogni grande risultato “populista” a cui abbiamo assistito negli ultimi anni ha le proprie radici nella mobilitazione. Podemos, il Movimiento 15-M; la stessa France Insoumise deve alle Nuits Debout del 2016 il risultato elettorale sorprendente alle presidenziali. In linea con quanto affermato da Mélenchon, nella mobilitazione l’esperienza politica si fa pratica e genera nuove figure e nuovi modi per rivendicare ciò che una ricomposta coscienza collettiva desidera ottenere. Tutto questo funziona! Lo vediamo in Francia nuovamente in questi giorni.

La traduzione politica di questi slanci e la gestione poi del consenso e del potere, quando arriva, molte volte però porta a cocenti delusioni in chi aveva sperato in un rapido cambiamento radicale.

Il soggetto che riesce a cavalcare il momento populista, fino ad ora, si è trovato impreparato a gestire la transizione dalla piazza alle istituzioni, dall’opposizione al governo, dalla macchina elettorale alla lotta per occupare gli spazi del potere. Il cambio di tattica e strategia necessario quando dai SI/NO si passa ai “forse” agli “anche”, porta inevitabilmente ai compromessi della navigazione politica in cui non sempre il vento gonfia le vele giuste e non si può procedere verso la meta in linea retta. Il momento populista quindi esiste, mette in circolo grandi energie; come declinarlo in modo progressista e duraturo pare non sia ancora ben chiaro, soprattutto in Italia dove stiamo assistendo ad un inedito e controverso esperimento di populismo al governo.

In nessuna delle analisi sugli scontri francesi emerge, tuttavia, un elemento fondamentale per comprendere la cornice in cui stanno avvenendo questi fenomeni di conflitto sociale che ne è il comburente: la potenza del desiderio e il suo tradimento. Non la scintilla, non la benzina, ma l’ossigeno necessario alla combustione. Da quasi cinquant’anni è in atto una trasformazione importante dell’uomo, del cittadino e del lavoratore. Il cittadino, l’operaio del terzo millennio, è il prodotto di un processo di sintesi in vitro del consumatore perfetto. Nel 1975, a Sabaudia, Pasolini denunciava con forza quanto omologante fosse già allora la società dei consumi e il suo a-culturalismo. Scrive Andrea Zhok in un suo ultimo contributo:

come il sistema sociale di produzione tipico del capitalismo liberista sia latore di un’intrinseca tendenza al disfacimento di ogni cultura. Infatti ogni sistema sociale di produzione è anche un sistema di riproduzione delle relazioni sociali, e il modello liberista induce due processi distinti e convergenti che sterilizzano la cellula generatrice di qualsivoglia cultura.[…] riduce ai minimi termini tutte le relazioni interumane di natura non strumentale, obliterando l’otium, cancellando le forme di trasmissione interpersonale e lo stesso interesse per tale trasmissione: esso incentiva l’isolamento assiologico dell’individuo, che non ricerca un codice espressivo comune, ma piuttosto si dispone a mero fruitore passivo di prodotti culturali già pronti. In questo senso il capitalismo liberista è uno sterminato consumatore di cultura nel doppio senso che ne fruisce passivamente (consumisticamente) e nel senso che ne consuma le fonti, inaridendole.[…] In secondo luogo, il modello relazionale liberista esige mobilità e accelerazione dei fattori di produzione, esseri umani innanzitutto. Esso riduce tutti i tempi morti, minimizza tutte le fasi di permanenza e continuità sia nei rapporti territoriali che interpersonali, frammenta le continuità temporali e promuove fruizioni a breve termine invece che costrutti destinati a durare.

Oltre all’effetto in termini culturali è anche interessante capire come i desideri interagiscono. Fredric Lordon ha teorizzato il progetto “Alfa zero” ovvero la modalità con cui i desideri “padroni” riescono ad allineare i desideri e li mettono in movimento per i propri obiettivi, rendendo i dominati “felici” di essere parte del processo desiderato da altri. Oggi possiamo dire con certezza che quell’enorme sforzo di sradicamento e di educazione al consumo compulsivo, di allineamento del desiderio portato avanti con miliardi di dollari attraverso media, pubblicità e industria culturale ha avuto successo. Il consumatore perfetto, quello che soddisfa compulsivamente e irrazionalmente ogni suo desiderio di merce, quello che ha la tendenza a mercificare tutto, quello che riconduce all’avere del “mio io” ogni valore, oggi è ormai formato. Operazione riuscita. Tolta la responsabilità, la coscienza collettiva e la consapevolezza ai lavoratori e ai cittadini rimane il consumatore puro come soggetto neutro e trasversale utile alla macchina del profitto e alla sovrapproduzione.

La crisi economica che dura da ormai dieci anni ha però inceppato il meccanismo, togliendo a milioni di persone l’accesso ai livelli di consumo che prima erano garantiti, incentivati dal veleno del credito al consumo o dalla presenza certa di un reddito dignitoso e andando a mettere in discussione molto spesso anche bisogni primari. Il risultato è una grossa incazzatura di massa, un desiderio di protezione diffuso e perché no, il desiderio nostalgico di tornare ad un “prima” in cui si stava meglio. In questa richiesta, soprattutto nel caso in cui, come i dati ci dicono, le soglie di povertà vengono attraversate in discesa da milioni di persone inghiottite dall’insicurezza, dalla paura del domani, dalla miseria, non c’è nulla di “conservatore” e “reazionario” se non una domanda legittima di dignità.

Si può lavorare o meno ma i conti non tornano mai, il consumatore si trova smarrito ed arrabbiato, come il drogato a cui viene negata la dose quotidiana e finisce in una brutta crisi di astinenza caratterizzata da violenza e aggressività. Un paragone forse ardito, ma calzante. La violenza con cui si è gestita l’ultima fase di accumulazione del capitale, con i milioni di persone lasciati senza lavoro e reddito, senza servizi pubblici, senza una comunità solidale, senza una politica attenta, abbandonati alla precarietà e all’insicurezza, rientra obbligatoriamente dalla finestra. Nella società esiste una specie di legge di conservazione dell’energia, ha i suoi tempi e le sue trasformazioni, ma esiste. Così le strade d’Europa, tranne quelle italiane, si riempiono, i politici impallidiscono, i premier promettono, la consapevolezza della gente aumenta.

Purtroppo una conseguenza di questo arretramento in termini di uguaglianza e dignità, porta anche all’ennesimo capolavoro del “dividi et impera” del ceto dominante:

Si genera la frattura tra il consumatore a secco ed il consumatore garantito ovvero colui che ancora può accedere senza ansia a beni e consumi, chiuso nel proprio microcosmo e che vede in questi moti sociali la fine del mondo o meglio, la paura della fine del proprio mondo e dei propri piccoli privilegi.

In un mondo consumistico individualista e conformista, la solidarietà verso le persone che soffrono ha assunto la forma del “potere dei più buoni”, una continua beneficenza a costo zero e a chilometri infiniti accompagnata da una miopia cronica sul vicino di casa, sul proprio quartiere, sul disagio delle persone che si incontrano sul sedile vicino in metrò. Nella divisione tra consumatori in rosso e consumatori garantiti la questione generazionale pur non essendo netta è molto evidente.

Persone che hanno avuto la fortuna di lavorare una vita, di non aver mai sperimentato la disoccupazione e la precarietà oggi si trovano a prendere le distanze dalle vittime di questi crimini, scegliendo il rigore dell’austerità alle politiche espansive anticicliche necessarie da anni in molti paesi d’Europa, invocando lo spread come giusto angelo castigatore di un popolo incapace e spendaccione. Non è più tempo per loro ma, affetti da una assurda sindrome di Stoccolma, ancora sorreggono i ceti dominanti. Sono le barricate.

Un soggetto programmato per consumare che non può più consumare, bombardato da modelli insostenibili, costretto a continue gare in cui ha già perso, obbligato a muti sacrifici per stare a galla è una bestia ferita, se incrocia lo sguardo del suo vicino e nasce la consapevolezza collettiva dell’essere “many” e di volere le stesse cose, nulla potranno fare autoblindo e proiettili di gomma.

Ora, per il momento sono un fiume eterogeneo, contraddittorio ma anche un tentativo frammentato di ricomposizione di identità collettive perdute. Nella mischia, in piazza, siamo tutti cittadini, lavoratori, padri, madri, figli. Siamo uomini e donne che vogliono più uguaglianza e dignità, che vogliono tornare a pensare al domani come un’opportunità e non come un incubo. Poi passano le immagini degli studenti inginocchiati per terra con le mani sulla nuca e fanno fare un ulteriore scatto nella riflessione. Oggi il potere ha la necessità ormai evidente di mettere in campo metodi di coercizione che sopperiscano all’incapacità di generare consenso nella società civile, quell’egemonia che per molto tempo ha permesso di coprire ogni tipo di squilibrio.

In profondità è evidente che siamo in presenza di una crisi della politica: un momento in cui viene meno da parte della classe dominante la capacità di garantire una direzione politica ideologica e morale (ce n’è sempre una prevalente) che esca dagli interessi corporativi e abbracci una visione più articolata. Gramsci parlava di crisi di egemonia e credo che sia il concetto esatto per individuare questo momento in cui si concatenano due fattori scatenanti. Il primo è il fallimento di una grande impresa politica su cui la classe dominante aveva chiesto e imposto il consenso delle masse. Leggasi fallimento dell’UE. Il secondo è l’emergere dal limbo di nuovi gruppi di cittadini prima passivi che ora rivendicano istanze a volte definite, a volte vaghe ma capaci di mobilitare migliaia di persone.

E’ una crisi organica in cui le sovrastrutture più elevate si appiattiscono sulle strutture riportando indietro ad uno stato economico caratterizzato dall’immediatezza degli interessi corporativi e la vittoria di un approccio burocratico e coercitivo percepito ormai come nemico da larghe porzioni della popolazione. Lo stato integrale pensato da Gramsci, ci ricorda Loris Caruso in un bel contributo del 2014, inteso come dialettica dei distinti tra società civile, luogo del consenso, e Stato, luogo della coercizione, non trova più un equilibrio stabile e cerca, in assenza di consenso e capacità egemonica, di ristabilire un ordine attraverso la forza. Lo abbiamo visto nelle piazze greche, in quelle francesi e lo vedremo ancora.

È possibile oggi su scala europea una “rivoluzione passiva” in cui l’antitesi sia inglobata nella tesi per attenuare il dissenso, cercando di sgonfiare la rabbia dei dominati attraverso la soddisfazione di qualche loro richiesta? Il discorso di Macron con le concessioni fatte potrebbe essere interpretato come un tentativo di mediazione che va in questa direzione Il contesto europeo è però troppo fragile, rigido e vincolato per riuscire a sostenere questo tipo di strategia senza creare fratture e forze centripete incontrollabili.

Il nostro obiettivo deve essere il superamento di questa crisi organica diffusa, con la riattivazione dello stato integrale e la nascita di forze egemoniche nella società civile capaci di ricontrattare con la forza necessaria un patto sociale nuovo, realisticamente prima su scala nazionale e poi su scala europea. Un nuovo progetto di paese tutto da costruire.

Per fare questo dobbiamo tornare ad essere cittadini/e attivi e lavoratori, consumatori abortiti, uomini e donne che ogni giorno resistono in ogni piega della società contrapponendo socialità, impegno politico e condivisione alla brutalità del profitto ad ogni costo. Uomini e donne che conoscono l’intollerabile e lo combattono quotidianamente, anche scendendo nelle piazze se serve, per realizzare il progetto di un paese diverso, di cui si sente un dannato bisogno.

Demercificare, Democratizzare, Deglobalizzare

Pin It

Add comment

Saranno eliminati tutti i commenti contenenti insulti o accuse non motivate verso chiunque.


Security code
Refresh