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Rivoluzione russa e sua mitologia

di Michele Castaldo

Ottobre2Il peggior servizio che si possa prestare a un grande evento sociale, di portata storica, come quello in Russia nei primi anni del XX secolo è di renderlo un mito. I miti la storia li disvela per quel che sono, crollano evidenziando l’imponenza del grande evento.

La rivoluzione russa non comincia nel 1917, ma nel 1861, con la cosiddetta abolizione della servitù della gleba. Si trattava di un’abolizione formale – nel senso che il bracciante agricolo non era più vincolato al diritto di proprietà del padrone del fondo feudale. Sul piano sostanziale però i servi avevano avuto la possibilità di acquistare pezzi di terra – i peggiori ovviamente – e a condizioni capestro sia dallo Stato che dagli ex proprietari. In questo modo i servi divenuti formalmente titolari di un lotto di terra erano costretti a pagare la quota per l’acquisto o allo Stato, o all’ex proprietario, o alle banche che avevano finanziato l’acquisto. Il povero contadino non potendo pagare in moneta era costretto a pagare in natura e dunque lavorava il proprio pezzo di terra il cui raccolto doveva servire per pagare una parte dei debiti; e per pagare l’altra parte dei debiti era costretto – unitamente ai propri familiari a lavorare la tenuta del pomescik, cioè l’ex proprietario. Nel corso degli anni accadde che la gran parte degli ex servi della gleba furono costretti a vendere la terra agli aristocratici o ai contadini ricchi come i kulaki e a essere di nuovo sottomessi al lavoro dei campi come braccianti piuttosto che come servi, questa era l’unica differenza tra la vecchia servitù della gleba e la nuova che si era andata sviluppando.

Contemporaneamente il moto-modo di produzione capitalistico, partito dall’Occidente, aggrediva anche la Russia che indebitata era costretta a stabilire contratti con gli industriali europei i quali potevano sfruttare la mano d’opera a bassissimo costo che la campagna espelleva. Proprio il miraggio del posto di lavoro in fabbrica piuttosto che la miseria della paga servile nelle campagne andava a infoltire il famoso esercito industriale di riserva e tenere così ricattato tutto il giovane e vergine proletariato.

Il primo grande risvolto di questo processo economico-sociale fu la famosa domenica di sangue del gennaio 1905, dove decine di migliaia di operai marciarono in corteo diretti sotto il palazzo reale per consegnare una petizione allo zar. Una sorta di supplica, come dire: caro zar ci stanno massacrando con il lavoro in fabbrica con paghe così misere che non riusciamo a sfamare i nostri figli. Alla testa del corteo c’era un pope (un prete ortodosso). Non siamo in grado di stabilire in che percentuale la fabbrica Putilov, da dove partì la protesta contro i licenziamenti, fosse a capitale straniero, ma l’atteggiamento operaio nei confronti dello zar lascia pensare che si trattasse di capitali a maggioranza stranieri.

In quella domenica di sangue, nella piazza antistante il palazzo imperiale di San Pietroburgo gli operai furono falcidiati come bestie. Non si è mai saputo il numero esatto delle vittime, che differenza si vuole che faccia. Comunque si è sempre parlato di migliaia.

Eppure, nonostante tante vittime ripartì una protesta operaia più forte di prima e con essa si costituirono i primi soviet, cioè consigli operai per gestire la lotta contro i licenziamenti e per migliorare la condizione operaia in fabbrica e fuori. I primi a sostenere la lotta operaia furono i bolscevichi, una pattuglia di giovani per lo più studenti universitari, che si erano formati alla scuola della socialdemocrazia tedesca. Fra essi il più rappresentativo era Lenin che era nato nel 1870. La dura repressione della polizia e l’isolamento a cui furono costretti i lavoratori fece rifluire la lotta.

In autunno ripresero con maggior vigore gli scioperi operai che però si arenarono di fronte alla promessa dello zar di libere elezioni della Duma, il parlamento russo; oltre che dalla dura repressione poliziesca. Seguirono alcune elezioni della Duma ma privilegiando sempre le caste dell’aristocrazia escludendo il suffragio universale che ormai si andava diffondendo un po’ in tutta l’Europa.

Nei nove anni successivi al 1905 si susseguirono una serie di rivolte sia di operai che di contadini poveri, di questi ultimi con incendi e devastazioni delle case coloniche e delle ville dei pomesciki, ma sempre in modo sporadico e senza un minimo di collegamento fra loro. Questi due tronconi – cioè la massa d’urto, la forza vera della rivoluzione - non si incontrarono mai fino all’autunno del 1917.

Allo scoppio della guerra, 4 agosto 1914, una guerra di aggressione all’orso eurasiatico ricco di materie prime, il governo zarista addirittura fece costituire una commissione paritetica fra industriali delle fabbriche d’armi e gli operai del settore. Lenin criticò la decisione suicida degli operai, perché li predisponeva a un abbraccio mortale con l’aristocrazia e con gli apparati militari dell’esercito zarista. Più tardi, nel 1916, il gruppo bolscevico del Posdr si dichiarava disponibile a entrare in un futuro governo rivoluzionario provvisorio insieme a altre forze politiche.

L’8 marzo del 1917 (secondo il nostro calendario) – giornata internazionale della donna lavoratrice – si sviluppò una spontanea manifestazione a san Pietroburgo con i cartelli che chiedevano « Aumento delle razioni alimentari per le famiglie dei soldati che difendono la libertà e la pace della nazione! » e « Sfamare i bambini! Futuri difensori della patria!». I bolscevichi furono presi d’assalto dalle donne che li invitavano a organizzare gli scioperi operai, in modo particolare delle categorie di metallurgici e siderurgici che erano state l’avanguardia delle lotte del 1905.

Ma – ecco un punto qualificante sul piano del materialismo storico – le prime categorie a scendere in sciopero e unirsi ai manifestanti furono le fabbriche tessili, cioè le categorie più arretrate, secondo una certa impostazione marxista. Dunque siamo in presenza di una clamorosa smentita di una teoria che poggia sui settori trainanti della lotta di classe la costruzione del partito rivoluzionario, per un verso, e sul ruolo dell’avanguardia di una parte del proletariato sull’insieme dello stesso, per l’altro verso. Le ragioni della tiepidezza dei settori che nel 1905 avevano subito la “domenica di sangue” sono presto spiegate: a) gli operai delle grandi industrie avevano ottenuto, seppure dopo essere stati sconfitti, lievi aumenti salariali e la possibilità, tollerata a dire il vero, di organizzarsi in soviet, cioè consigli di fabbrica; b) proprio la sconfitta del 1905 consigliava prudenza, nel 1917, a quei settori che erano stati le avanguardia.

Arriviamo così al grande equivoco storico: i soviet.

Allo scoppio delle mobilitazioni dell’8 marzo si riunirono immediatamente alcuni dirigenti dei partiti dell’opposizione fra cui menscevichi, bolscevichi e del partito Socialista Rivoluzionario e diedero vita a un Soviet che avrebbe dovuto intavolare le trattative con il futuro governo provvisorio e in modo particolare per accordare la giornata lavorativa di dieci ore e la possibilità di organizzarsi in consigli di fabbrica. Dunque i Soviet del marzo 1917 sono diversi per modalità e composizione. Lo zar fu messo in fuga e si costituì il primo governo provvisorio a cui presero parte liberali, socialisti rivoluzionari e alcuni menscevichi. I bolscevichi erano disposti a entrare nel governo provvisorio, secondo le indicazioni di un anno prima. Ma in aprile, Lenin, all’arrivo alla stazione di San Pietroburgo col famoso vagone blindato, smentisce sé stesso fra lo stupore di tutto il suo partito che era andato ad accoglierlo in modo trionfante. Da quel momento comincia una sorta di duopolio di potere tra il governo provvisorio e il Soviet generale. Questa specie di dicotomia si protrasse fino a luglio, rinviando continuamente l’indizione dell’Assemblea costituente con nuove elezioni a suffragio universale e la formazione di un governo democratico. Da maggio in poi la mobilitazione operaia comincia a raffreddarsi, anche perché una lotta ha un proprio ciclo naturale: nascita, sviluppo e riflusso. Difatti Trockij dirà che, dopo l’accordo con la Confindustria sull’orario di lavoro e l’elezione dei delegati, gli operai si rammollirono.

La lotta riprende con caratteristiche diverse, cioè in modo più ideologico, più politico se si vuole, verso la fine di giugno per convogliarsi a palazzo di Tauride, dov’era riunito il Soviet generale per prendere decisioni drastiche sul prosieguo della guerra. A quella manifestazione degli operai aderirono anche alcune migliaia di soldati, che insieme chiedevano “Tutto il potere ai soviet”. A quel punto i menscevichi e i socialisti rivoluzionari sabotarono la manifestazione e addirittura protessero alcuni delegati governativi che rischiavano di essere linciati dalla massa. Trockij, ancora menscevico, in prima fila a fare da pompiere. I bolscevichi anche. Fu Lenin a quel punto che definì inservibili i soviet centralizzati con il Soviet generale. Siamo così al secondo dissenso tra Lenin e buona parte del suo partito. Due dissensi che segnano una linea di demarcazione tra la linea rivoluzionaria che punta direttamente sulla mobilitazione di massa e quella di gran parte del partito che ritiene di dover dialogare ancora sia con il Soviet generale che con lo stesso governo Kerenskij.

Di lì a qualche giorno, il governo diede ordine di scatenare l’offensiva al fronte sia per conquistare posizioni sul campo di battaglia che per orientare l’opinione pubblica contro il nemico esterno e obbligare in questo modo il Soviet generale a schierarsi in modo incondizionato a suo sostegno. Intanto Kornilov preparava il colpo di Stato, contro cui Lenin chiamò allo sciopero generale – siamo ancora a luglio -, ma lo sciopero non riuscì. Ciononostante Kornilov fu sconfitto e arrestato.

Tra la fine di luglio e i primi di agosto iniziano le grandi mobilitazioni dei contadini che, stufi di aspettare l’indizione delle elezioni per l’Assemblea costituente, cominciano ad occupare le terre per chiederne la requisizione e l’assegnazione. Vengono colti di sorpresa tutti i partiti, e in modo particolare i socialisti rivoluzionari, i menscevichi e gli stessi bolscevichi. E siamo al dunque perché mentre i cadetti chiedevano il pugno duro nei confronti delle occupazione delle terre, i socialisti rivoluzionari si divisero tra chi sosteneva il governo e chi il Soviet generale, senza però dare la propria adesione alle azioni ritenute violente dei contadini. I campi a quel punto si divaricarono tra chi sosteneva il governo contro i contadini e chi era chiamato a sostenere le mobilitazioni dei contadini dalla parte opposta. Lenin e buona parte dei bolscevichi appoggiarono incondizionatamente la lotta dei contadini la quale attrasse dal fronte di guerra milioni di soldati che si diedero alle occupazioni delle terre e al saccheggio delle case coloniche, delle abitazioni dell’aristocrazia e dei pomesciki. Il fuoco dell’apocalisse per le campagne non poteva essere più contenuto e gli operai a quel punto ripresero gli scioperi. Le mobilitazioni coinvolgevano soldati e marinai che in armi abbandonavano il fronte e si rivoltavano contro gli ufficiali, gran parte dei quali erano figli dell’aristocrazia, dei pomesciki e dei kulaki. Lo scopo di chi disertava il fronte di guerra era di occupare in armi le terre e arrivare così a imporre l’esproprio e l’assegnazione una volta eletta l’Assemblea costituente.

Si costituirono a quel punto – ma solo a quel punto – soviet composti di soldati, contadini e operai, dove però gli operai erano estremamente minoritari. Lo stesso Trockij riferisce che nei soviet che si andavano costituendo a fronte di un operaio c’erano tre contadini e tre professionisti di vario genere più qualche impiegato statale. Siamo così alla quarta costituzione di soviet che rinnegano quelli costituitisi a marzo del 1917 da vari personalità dei partiti politici preesistenti all’insurrezione di marzo; ma sono anche diversi da quelli che si erano costituiti nella primavera del 1905 dopo la domenica di sangue, che erano composti quasi esclusivamente da operai delle fabbriche metallurgiche e siderurgiche.

Col procedere delle occupazioni delle terre, i delegati dei professionisti e del ceto medio impiegatizio, impauriti dalla violenza dei contadini, si dileguarono dai soviet. In questo modo i delegati degli operai, dei soldati-contadini e dei contadini diedero credito ai bolscevichi che sostenevano incondizionatamente le occupazione delle terre e la fuga dei soldati dal fronte. Fu così che i bolscevichi divennero maggioranza nei soviet. Allo stesso modo si erano comportati settori di artigiani e ceto medio durante la Comune di Parigi, abbandonando così gli operai e i disoccupati al proprio isolamento e al massacro da parte delle truppe di Versailles. Ma la rivoluzione russa aveva tutt’altre caratteristiche sociali.

Entriamo così nel vivo della fase che si concluderà con l’insurrezione e la presa del palazzo d’Inverno, cioè l’ex residenza dello zar divenuta poi sede del governo provvisorio.

Il governo Kerenskij sempre più ricattato dagli industriali e dai feudatari, cioè il blocco di forze economiche e sociali, rinviava continuamente la data per l’indizione dell’Assemblea costituente, mentre per tutta la Russia, sia nelle campagne e nei villaggi che nelle grandi città dilagava la rivolta di tre categorie: contadini, soldati e marinai – contadini anch’essi – e operai; questi ultimi estremamente minoritari ma molto organizzati per il semplice fatto che la fabbrica è di per sé strutturata e organizzata, e San Pietroburgo contava già alcune centinaia di migliaia di operai. A differenza della campagna che è dispersiva. Mentre soldati e marinai divenuti disertori non erano più centralizzati nelle strutture militari e si organizzarono in soviet con l’insieme degli altri soviet. Fu in questo periodo che il partito bolscevico decuplicò, almeno, i suoi iscritti, proprio per l’appoggio alla lotta dei contadini, come sopra si diceva, oltre che per aver sostenuto da sempre la lotta operaia.

A questo punto mancava l’atto finale e formale: la presa del Palazzo d’inverno che era divenuta la sede del governo provvisorio. Con un esercito in frantumi, la polizia zarista scoraggiata e dispersa, uno Stato complessivamente indebolito per l’incapacità dell’aristocrazia, l’indeterminatezza del Soviet generale, lo sbandamento del governo Kerenskij che si vedeva mancare il terreno da sotto i piedi, fu compiuto l’assalto decisivo, la presa del palazzo governativo, la dichiarazione della caduta del governo Kerenskij e la formazione di un governo rivoluzionario provvisorio composto da membri dei soviet che si erano costituiti negli ultimi tre mesi, oramai ampiamente influenzati dai bolscevichi.

Dopo la fuga dello zar i partiti politici – sia quelli preesistenti che quelli di nuova formazione – avevano predisposto le liste dei candidati per l’elezione dell’Assemblea costituente. Questo fatto è di estremo interesse dal punto di vista storico perché pochi giorni dopo l’insurrezione furono indette le elezioni a suffragio universale per il nuovo parlamento che avrebbe dovuto convocare l’Assemblea costituente e in quella sede sancire definitivamente la requisizione della terra al clero, all’aristocrazia e ai pomesciki e l’assegnazione agli ex servi della gleba e ai braccianti agricoli o contadini poveri che dir si voglia.

A pochi giorni dall’insurrezione il partito dei socialisti rivoluzionari aveva operato un vero e proprio voltafaccia, circa la proposta di riforma agraria del governo Kerenskj scrivendo : “Il partito dei socialisti-rivoluzionari ha dichiarato solennemente e pubblicamente nel suo giornale, il Dielo Naroda, del 18 e 19 ottobre, che il nuovo progetto di legge agraria del ministro dell’agricoltura «è un gran passo verso la realizzazione del programma agrario del partito», che «Il comitato centrale del partito raccomanda vivamente a tutte le organizzazioni del partito di svolgere una energica propaganda a favore del progetto di legge e di popolarizzarlo fra le masse» . Tale voltafaccia avveniva mentre la polizia continuava nella sua opera di repressione delle occupazioni delle terre.

Quale fu il paradosso dei paradossi? La notte tra il 7 e l’8 novembre fu preso il Palazzo d’inverno e istituito il governo rivoluzionario e il 25 Novembre si svolsero le elezioni per l’Assemblea costituente. I bolscevichi, pur vincendo nelle due capitali, ottennero complessivamente solo il 24% mentre i socialisti rivoluzionari il 41% dei voti; e questo nonostante che si fossero schierati incondizionatamente a sostegno dei contadini e dei loro metodi di lotta. Non solo, e come primo atto avessero approvato il Decreto sulla terra che letteralmente recitava:

1. La grande proprietà fondiaria è abolita immediatamente senza alcun indennizzo.

2. Le tenute dei grandi proprietari fondiari, come tutte le terre demaniali, dei monasteri, della Chiesa, con tutte le loro scorte vive e morte, gli stabili delle ville, castelli e tutte le suppellettili sono messi a disposizione dei comitati agricoli di volost e dei soviet distrettuali dei deputati contadini fino alla convocazione dell’Assemblea costituente.

3. […] sia osservato l’ordine più severo, per decidere quali appezzamenti, esattamente, e in quale misura, sono soggetti a confisca, e per la più rigorosa difesa rivoluzionaria di tutte le terre che divengono proprietà del popolo, con tutti gli stabili, gli attrezzi, il bestiame, le scorte dei prodotti, ecc.

4. Nell’attuazione delle grandi trasformazioni agrarie, finché l’Assemblea costituente non avrà preso una decisione definitiva in proposito, deve dovunque servire di guida […] il seguente mandato contadino [...].

5. Le terre dei semplici contadini e dei cosacchi non vengono confiscate.

Vien da chiedersi: come mai, perché il voltafaccia dei contadini? Semplice la risposta: i contadini hanno la memoria lunga, ritennero strumentale l’appoggio alla loro lotta e si riversarono verso il partito dei socialisti rivoluzionari che da sempre li aveva sostenuti, addirittura fin dalla riforma del 1861.

Si arriva così all’Assemblea costituente con i bolscevichi ultra minoritari nel parlamento ma maggioritari nei soviet molto ben organizzati per la massiccia presenza operaia dei suoi iscritti. Dunque con una capacità mobilitativa maggiore rispetto ai socialisti rivoluzionari che rappresentavano sì i contadini ma questi erano dispersi per le campagne e i villaggi. Questo fatto provocò una rottura nei socialisti rivoluzionari tra la destra che si affidava all’Assemblea costituente, e la sinistra che fu attratta dalla posizione dei bolscevichi per un governo dei Soviet di operai e contadini. Occorre dire che i bolscevichi, proprio perché avevano vinto nelle due capitali e perso per il resto della Russia, più a composizione contadina, ebbero buon gioco a imporre, insieme ai socialisti rivoluzionari di sinistra, la loro linea di tacito accordo: a voi la terra a noi il potere politico, attraverso i soviet che rappresentavano non i partiti ma i delegati del movimento degli ultimi mesi, quelli della rivolta e l’insurrezione.

Su queste basi i bolscevichi procedettero a una distribuzione per bocche della terra, un criterio molto egualitario per cui i contadini, specie i più poveri, si potevano sentire appagati, visto che da generazioni avevano tanto desiderato un pezzo di terra . Ma i problemi erano dietro l’angolo e quella che appariva una misura che avrebbe dovuto avviare a una civile convivenza doveva dimostrarsi il vero tallone di Achille, perché nascondeva moltissime insidie e fece piombare la Russia in una guerra civile fornendo l’alibi alle potenze occidentali per una nuova aggressione. Da cosa era rappresentato il tallone di Achille? Dalla divaricazione tra l’aspettativa dei contadini di possedere la terra e disporne a proprio piacimento, come avveniva già da qualche tempo in molti paesi europei, e la volontà del governo dei soviet, a egemonia bolscevica, espressa nella direttiva del II Congresso. Il principio guida dei bolscevichi era la cooperazione, mentre i contadini pensavano all’azienda familiare. Detto in maniera brutale: per Lenin i contadini dovevano costituire delle comunità fra di loro, ma questo non corrispondeva alla loro volontà. Tutto il groviglio di questa contraddizione era racchiuso nel bozzolo di infervorate parole del comunicato finale del “Mandato contadino sulla terra” di cui citiamo le parti salienti:

«Noi dobbiamo seguire la vita, dobbiamo concedere piena libertà alla forza creativa delle masse popolari. […] I contadini hanno imparato qualche cosa durante gli otto mesi della nostra rivoluzione. Essi stessi vogliono risolvere tutte le questioni della terra. […] Abbiamo fiducia che i contadini sapranno risolvere meglio di noi, in senso giusto, la questione. La risolvano essi secondo il nostro programma o secondo quello dei socialisti-rivoluzionari: non è questo l’essenziale. L’essenziale è che i contadini abbiano la ferma convinzione che i grandi proprietari fondiari non esistono più nelle campagne, che i contadini risolvano essi stessi tutti i loro problemi, che essi stessi organizzino la loro vita.»

Fu su queste basi che i soviet dopo due mesi sciolsero l’Assemblea costituente. Nella notte tra il 6 e il 7 gennaio il Comitato Esecutivo centrale panrusso (VCIK), il cui presidente era Sverdlov, decretò a maggioranza lo scioglimento dell'Assemblea costituente, e come alternativa ad essa furono convocati, il 10 gennaio, a Pietrogrado, il III Congresso panrusso dei deputati operai e soldati (delegati di 370 soviet e di 116 comitati militari) e, il 13 gennaio, il III Congresso panrusso dei deputati contadini (delegati di 340 soviet provinciali, distrettuali e di 129 comitati militari). Questi due Congressi, unificati, approvarono il pieno scioglimento dell'Assemblea costituente e la Dichiarazione dei diritti dei lavoratori (che costituì il fondamento della prima Costituzione sovietica), nonché la relazione di Lenin sull’attività del governo sovietico e la relazione del presidente Sverdlov, e anche la risoluzione di Stalin sulle istituzioni federative della Repubblica russa.

Alcune brevi note di chiusura.

  1. Il potere politico scaturito dalla formazione dei soviet degli ultimi mesi del 1917 non era e non poteva essere borghese perché non esisteva una potente borghesia che si sarebbe dovuta costituire durante uno sviluppo dell’accumulazione capitalistica che in Russia non c’era stato ancora.

  2. Lo Stato formatosi a seguito dello scioglimento dell’Assemblea costituente fu un corpo ibrido, cioè non traeva da una sola classe la forza dominante nello sviluppo capitalistico della Russia, ma si proponeva di far finire la guerra, di assegnare la terra ai contadini, di decretare la giornata lavorativa a 8 ore per gli operai dell’industria, di nazionalizzare le attività produttive.

  3. Detto Stato dei Soviet proprio perché ibrido, conteneva alcune contraddizioni esplosive: a) la volontà dei contadini di disporre a proprio piacimento della terra contro la volontà tutta ideologica dello Stato di rendere comune la terra su basi diverse dalle obscine del periodo antecedente la rivoluzione; b) un paese distrutto dalla lunga guerra e in ritardo rispetto ai livelli di sviluppo dell’accumulazione capitalistica non avrebbe potuto garantire agli operai quello che aveva promesso; c) la nazionalizzazione dell’industria se pur attuata non avrebbe potuto evitare la privatizzazione di ampi settori dell’economia; d) il funzionamento dello Stato, dell’industria e innanzitutto dell’esercito non avrebbe potuto evitare di richiamare in servizio impiegati, tecnici e ufficiali dell’epoca zarista.

  4. Stanti queste contraddizioni lo Stato dei Soviet non poteva che accartocciarsi su sé stesso e diventare quello che diventò: un potente mezzo centralizzato al servizio dell’accumulazione capitalistica per sviluppare l’industria pesante, mentre doveva far fronte alla guerra civile che le potenze occidentali cercarono di sfruttare a proprio favore senza riuscirvi.

  5. Su quelle basi lo Stato fu costretto a costituire le squadre annonarie per requisire i raccolti agricoli per sfamare le grandi città. Una iniziativa cui fu dato il nome di “ Comunismo di guerra”, per un verso, e si dovettero militarizzare le fabbriche e proibire gli scioperi, per l’altro verso

  6. A distanza di soli 3 anni quello Stato, prigioniero di quelle necessità dell’accumulazione capitalistica e della guerra civile interna, si macchiò di una dura repressione nei confronti dei marinai di Kronstadt che si ribellarono in nome di migliori condizioni di vita ma innanzitutto – trattandosi di giovani contadini e figli di contadini - contro la requisizioni delle squadre annonarie dei raccolti agricoli.

Fin qui i nudi fatti.

La storiografia – o per meglio dire l’agiografia - di fonte bolscevica e non solo ci ha consegnato: a) una rivoluzione russa mitizzata, di tipo socialista, dove gli operai sarebbero stati la colonna portante della rivoluzione e i contadini loro alleati, quando il rapporto fra di loro era di uno cinque, uno a sei; b) un proletariato russo all’avanguardia della rivoluzione mondiale proprio mentre subiva un intenso sfruttamento per la necessità di accumulazione e di sviluppo del capitalismo in Russia; c) un partito bolscevico come soggetto trascinatore della rivoluzione quando invece seppe cavalcare la tigre dell’apocalittica ribellione dei contadini e dei soldati-contadini; d) lo scioglimento dell’Assemblea costituente come atto democratico nei confronti dei Soviet organizzati negli ultimi mesi, quando invece si trattò di raccogliere e centralizzare le forze per uno sviluppo autoctono dell’economia capitalistica e sottrarsi alle grinfie fameliche dell’Occidente.

Il ‘900 ci ha fatto vivere una tremenda illusione: quella di ritenere il capitalismo un modello politico-sociale causato dalla proprietà privata dei mezzi di produzione, piuttosto che uno straordinario moto-modo di produzione coinvolgente cui la specie umana è arrivata attraverso continui sviluppi proprio con i mezzi di produzione. Il comunismo non è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti, non è antagonista del capitalismo in quanto la classe su cui poggia è complementare finché permane tale moto-modo di produzione. Il comunismo può nascere solo sulle ceneri del moto-modo di produzione capitalistico che ha leggi proprie cui l’uomo ubbidisce piuttosto che governarle, proprio come scriveva Marx nel Capitale.

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Comments   

#2 Mario Galati 2017-11-06 20:01
Si favoleggia, non si galleggia. Modifiche del t9.
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#1 Mario Galati 2017-11-06 19:58
Quella evidenziata nell'articolo mi sembra la mitologia accumulata negli anni dalle forze ostili alla stato sovietico. Si galleggia di mitici capitalismi "moti-modi" di produzione metafisici, sia che esistano concretamente i capitalisti, sia che non esistano. Nel caso che non esistano si ricorre alla categoria del capitalismo di stato, usata del tutto impropriamente, molto oltre il settore di imprese di proprietà statali gestite privatisticamente con criteri di mercato.
Altro rilievo: non ci sarebbe stata una direzione proletaria della rivoluzione, perché la massa contadina era di gran lunga più numerosa della massa operaia. Ma lo stesso autore ammette che la massa contadina era dispersa e disgregata, incapace di esprimere organizzazione, direzione ed egemonia. È evidente che la compattezza operaia prevalse sul numero. E non mi sembra che il partito bolscevico e la classe operaia, nel corso della rivoluzione e della costruzione dell'URSS, si siano limitati a subire la massa contadina o a gestire e mantenere il capitalismo sotto forma di capitalismo di stato.
Se l'autore pensa che il comunismo non sia il movimento che abolisce lo stato di cose presenti, ma che entri in scena soltanto a cose fatte, sulle ceneri di un moto-modo di produzione capitalistico che si esaurisce da se stesso, magari per sfinimento, in assenza di dialettica e di mediazioni storiche, può stare fresco.
Questo non è un articolo che vuole sfatare una mitologia, ma è un articolo che vuole contribuire a rinfocolare un'altra mitologia, che, a differenza della prima, induce alla denigrazione storica e alla passività.
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