Print Friendly, PDF & Email

sinistra

Nove volte Stalin

di Eros Barone

Stalin 16«La radio al buio e sette operai / sette bicchieri che brindano a Lenin / e Stalingrado arriva nella cascina e nel fienile / vola un berretto un uomo ride e prepara il suo fucile / Sulla sua strada gelata la croce uncinata lo sa / D’ora in poi troverà Stalingrado in ogni città.»

Stalingrado, Stormy Six.

La ricorrenza del centoquarantesimo anniversario della nascita di Iosif Vissarionovic Giugasvili, detto Stalin (1879-1953), costituisce un’occasione per interrogarsi sul ruolo di una personalità che, dopo aver dominato la scena della politica interna del suo paese e la scena della politica internazionale del mondo intero nella prima metà del ventesimo secolo, ha continuato a proiettare una lunga ombra sugli sviluppi politico-ideologici dei decenni successivi sino ai nostri giorni.

Può allora essere utile ricordare il significato di questo soprannome, gridando il quale (“Sa Stalina!”, ossia “Per Stalin!”) milioni di soldati sovietici combatterono nella Grande Guerra Patriottica, sacrificando la loro vita per difendere il primo Stato socialista del mondo: Stalin, cioè ‘acciaio’, un soprannome che indica due qualità essenziali di questo metallo, la durezza e la flessibilità, e la loro incarnazione in un leader bolscevico che lo stesso Lenin ebbe a qualificare come “quel meraviglioso georgiano” (definizione etnica che compare nel sottotitolo di una bella biografia di Stalin scritta da Gianni Rocca 1 ). Poiché una figura come quella di Stalin non permette di operare un taglio netto fra la leggenda (sia eulogica sia demonizzante), che ben presto si è formata attorno a tale figura, 2 e la concreta funzione storica che questa personalità ha svolto nel “secolo degli estremi”, proverò ad accendere su questo soggetto ad alta tensione interpretativa alcuni ‘flash’ che ne fissano quelli che, secondo il mio giudizio, sono i tratti salienti.

 

  1. Il 17 brumaio

Il primo ‘flash’ permette di cogliere, attraverso un episodio avvenuto nel 1927, tanto la dimensione, per così dire, ideal-tipica del conflitto fra due personalità, quali quelle di Trotzky e di Stalin, che rappresentano (non solo) due concezioni (ma anche due vie e due linee) contrastanti della rivoluzione socialista, quanto la solidarietà, per così dire, antitetico-polare che le accomuna nell’àmbito di un periodo drammatico della storia del movimento operaio e comunista. Si tratta della riunione plenaria del comitato centrale del partito comunista bolscevico in cui Trotzky, chiamato a rispondere dell’accusa di essere un controrivoluzionario, gridò a un certo punto del suo discorso, volgendosi a Stalin: «Che cosa aspetti, dunque, a farmi arrestare? Quando mi farai arrestare?». «Non abbiamo fretta – rispose Stalin – ti faremo arrestare il 17 brumaio» [ossia un giorno prima di quel 18 brumaio 1799 in cui Napoleone Bonaparte, attuando un colpo di stato militare, dètte vita ad un modello di azione politica che, nel linguaggio marxista, sarebbe divenuto sinònimo della volontà, da parte di un ‘salvatore della patria’, di impadronirsi di tutto il potere per esercitare, con il sostegno dell’esercito, una dittatura personale]. 3

Se poi qualcuno fra i lettori più giovani di questo articolo si domandasse che razza di animale politico sia il trotzkismo, potrebbe essere opportuno fornire le informazioni essenziali per soddisfare questa curiosità. Lev Davidovic Bronstein, detto Trotzky, è stato un esponente di primo piano del movimento rivoluzionario russo e ha svolto una funzione importante dapprima nella rivoluzione del 1917 e poi nel corso della guerra civile organizzando l’Armata Rossa. Il resto della sua attività politica e teorica è inseparabile dallo scontro con Stalin, che lo vide sconfitto: in un primo momento espulso dal partito comunista (1927), poi esiliato dalla neonata Unione Sovietica (1929) e infine ucciso in Messico da un agente staliniano (1940). A Trotzky e alla sua ideologia si ispira la cosiddetta Quarta Internazionale, dissidenza storica dal movimento comunista bolscevico, le cui molteplici (e contrastanti) ramificazioni si protendono sino ai nostri giorni e godono di un particolare rigoglio in alcuni paesi europei, come la vicina Francia.

 

  1. Breve parentesi sul trotzkismo

Orbene, a parte la famosa battuta di Thorez, segretario del partito comunista francese, che la conosceva assai bene, sulla vocazione scissionista di tale dissidenza - “i trotzkisti, quando sono in due, formano un partito e, quando sono in tre, si dividono” -, il carattere essenziale del trozkismo è la sua somiglianza/differenza rispetto al leninismo, che emerge in particolare dalla teoria della ‘rivoluzione permanente’. Questa teoria pone l’accento sull’unità del mercato capitalistico mondiale e afferma la continuità del processo rivoluzionario, non distinguendo tra le sue differenti fasi e obliterando perciò le particolarità nazionali, le condizioni specifiche della lotta fra le classi quali risùltano in ciascun paese dalla storia e dalla tradizione nazionale, in una parola la necessità di individuare le leggi specifiche della rivoluzione in ogni paese. È tipico di Trotzki sopravvalutare il ruolo delle influenze esterne e non cogliere il ruolo delle forze interne, che mèdiano quelle influenze nella formazione sociale specifica. Lo strabismo ‘internazionale’, congiunto alla miopia ‘nazionale’, lo ha così condotto a spiegare tutte le sconfitte subìte dai partiti comunisti nel periodo tra le due guerre mondiali con l’influenza, a suo giudizio nefasta, di Stalin e della Terza Internazionale. È tipica, inoltre, l’incomprensione della dialettica marxista che non permette a Trotzki di capire che la legge dello sviluppo ineguale del capitalismo determina la legge dello sviluppo ineguale della rivoluzione. L’ineguale sviluppo dei diversi paesi capitalisti, ma anche l’ineguale sviluppo, in ogni formazione sociale, rispettivamente, della base economica e delle sovrastrutture politiche e ideologiche circoscrivono, di regola, la rivoluzione ad un solo paese, mentre una rivoluzione che si verifichi in un certo numero di paesi è un caso eccezionale. A causa dell’evidente schematismo che caratterizza il suo metodo (degenerato con i suoi seguaci o in un aperto revisionismo o in uno schematico dogmatismo) Trotzki individua nella società una struttura semplice, tale per cui la contraddizione principale in linea teorica (quella fra proletariato e borghesia) lo è anche in via di fatto, sempre e dappertutto, durante l’intero periodo della transizione dal capitalismo al comunismo. Parimenti schematica e sostanzialmente meccanica è la concezione trotzkista del rapporto fra la teoria (che prevede la pratica) e la pratica (che applica la teoria). Un’altra concezione tipicamente trotzkista è quella che afferma come verità assiomatica l’egemonia della città nella rivoluzione borghese e quindi, per simmetria, l’egemonia del proletariato nella rivoluzione proletaria (egemonia di cui, per tralasciare altri contro-esempi, la rivoluzione cinese, che ha avuto la sua forza motrice principale nelle masse contadine, costituisce una chiara smentita). Né miglior fortuna è toccata alle teorie sullo ‘Stato operaio degenerato’, sulla ‘casta burocratica’, sul ‘bonapartismo’ e sul ‘Termidoro’, con cui Trotzki, dopo la sua sconfitta, cercò di definire la natura sociale dell’URSS.

 

  1. Una seconda gigantesca ondata rivoluzionaria

Il secondo ‘flash’ riguarda la svolta decisiva segnata nel corso della seconda guerra mondiale dalla battaglia di Stalingrado (1943): un evento di cui il filosofo tedesco Ernst Cassirer colse il significato epocale non solo in termini storici, ma anche in termini teoretici, effigiandolo come lo scontro decisivo fra la destra e la sinistra hegeliane, rappresentate rispettivamente dalla Germania nazista e dalla Russia sovietica. A questo proposito, è utile sottolineare quanto sia importante riflettere sulla storia del movimento comunista internazionale per superare una debolezza di fondo, teorica e politica, della sinistra, che Domenico Losurdo ha opportunamente criticato: la tendenza a fare appello all’analogia piuttosto che all’analisi concreta della situazione concreta. 5

La rivoluzione d’Ottobre scoppia, come è noto, a partire dalla trasformazione della guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria: Lenin smaschera il carattere mistificatorio della parola d’ordine della difesa della patria e rivolge un appello affinché, in ogni realtà nazionale, i comunisti si impegnino in primo luogo per la disfatta del proprio paese e del proprio governo. È dalla spinta di questo possente movimento che scaturisce, come è noto, la Terza Internazionale. Se è vero che innegabili ed enormi sono i meriti storici della Terza Internazionale, è altrettanto vero che a lungo essa ha oscillato e stentato prima di elaborare una strategia all’altezza della situazione radicalmente nuova che si era venuta a creare. Ritardi e incertezze nascevano in effetti dalla tendenza a pensare la nuova ondata rivoluzionaria che stava montando sul modello di quella che aveva dato vita alla Russia sovietica: si scrutava il “movimento reale” alla ricerca della nuova guerra imperialista da trasformare, ancora una volta e secondo il modello ritenuto canonico, in guerra civile rivoluzionaria. Non ci si rendeva conto di quella particolare struttura riflessiva all’opera nelle vicende storiche per cui, proprio in virtù della loro vittoria, i bolscevichi avevano reso improbabile o impossibile la ripetizione meccanica della precedente esperienza. Del mutamento intervenuto nella realtà storica fu invece consapevole Lenin: «…dall’ottobre 1917 siamo divenuti tutti difensisti, fautori della difesa della patria». L’esistenza stessa della Russia sovietica, risultato della rivoluzione vittoriosa, introduceva nel quadro internazionale un elemento del tutto assente nel primo conflitto mondiale, un elemento del quale in ogni paese i comunisti dovevano tenere conto, se volevano procedere ad un’analisi concreta della situazione concreta. Ma non era solo l’esistenza di un paese impegnato nella costruzione del socialismo a conferire una natura e un significato nuovi agli urti bellici fra le grandi potenze che si andavano moltiplicando. Non bisogna infatti dimenticare che, insieme con l’appello alla trasformazione della guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria, i bolscevichi lanciano anche l’appello agli schiavi delle colonie affinché spezzino le loro catene e conducano guerre di liberazione nazionale contro il dominio imperialista delle grandi potenze. Il nazifascismo si presenta come un movimento di reazione estrema anche a questo secondo appello. Alla vigilia della seconda guerra mondiale, prima ancora di aggredire Polonia e URSS, la Germania nazista disgrega la Cecoslovacchia e dichiara in modo esplicito che la Boemia-Moravia è un “protettorato” del Terzo Reich: il linguaggio e le istituzioni della tradizione coloniale sono chiaramente rivendicati e il loro àmbito di applicazione esteso anche all’Europa orientale.

Ciò significa che sin dall’inizio il secondo conflitto mondiale presenta caratteristiche radicalmente diverse rispetto al primo. Non si tratta più di trasformare la guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria; la lotta contro l’imperialismo si intreccia ora strettamente all’appoggio alle guerre di liberazione nazionale dei popoli investiti dall’espansione coloniale e alla guerra per la difesa dell’Unione Sovietica. Di queste radicali novità il movimento comunista si rende conto a partire soprattutto dal settimo Congresso dell’Internazionale (1935). Accade così che la nuova ondata rivoluzionaria comincia a svilupparsi quando, messo da parte il gioco delle analogie, il movimento comunista procede ad un’analisi concreta della situazione concreta. Quei pochi (Bordiga, Trotzki ecc.) che continuano ad agitare meccanicamente la parola d’ordine della trasformazione della guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria si rivelano in realtà prigionieri di una "frase" e finiscono col separarsi dal corpo del movimento comunista. La nuova strategia troverà la sua espressione più alta in due eventi grandiosi: la Lunga Marcia dei comunisti cinesi che, guidati da Mao Zedong, percorrono migliaia di chilometri, in condizioni assai difficili, per porsi alla testa della guerra di difesa nazionale contro l’imperialismo giapponese; l’appello di Stalin ai popoli dell’Unione Sovietica perché si uniscano nella Grande Guerra Patriottica contro le orde hitleriane. È così che si sviluppa, dopo la rivoluzione d’Ottobre, una seconda gigantesca ondata rivoluzionaria, grazie alla quale il campo socialista conosce un’enorme estensione, mentre i popoli che conducono le rivoluzioni anticoloniali infliggono duri colpi all’imperialismo.

 

  1. Terzo ‘flash’: “Stalin è a Mosca!”

La confusione doveva durare tutta la giornata del 18 ottobre [1941]; ma all’improvviso, quasi all’imbrunire, il grande fiume dei fuggitivi si fermò come per miracolo e a un tratto la gente cominciò addirittura a tornare indietro, sempre in silenzio, mentre la polizia era sparita.

Che cosa era successo? Un rumore, quasi un mormorio usciva da quella folla compatta, un attimo prima presa dalla paura: “Stalin è a Mosca! Stalin non abbandona Mosca!” Infatti, quasi all’angolo del Most-Soviet vidi anch’io Stalin, solo, nella sua vecchia Packard decapottabile, dietro il suo autista, che salutava con la mano la folla senza manifestare la benché minima emozione. Quella vecchia vettura americana percorse più volte il tragitto tra la piazza della Rivoluzione e la stazione, perdendosi nelle vie adiacenti per riapparire un momento dopo con Stalin sempre a bordo che salutava con la mano.

In meno di un’ora tutti i moscoviti avevano visto e riconosciuto Stalin. Come spinta da una molla possente quella folla immensa ubbidì all’invito silenzioso che Stalin aveva rivolto: rientrare nelle proprie case, aver fiducia, non abbandonare la città; anche lui, Stalin, il capo amato, non l’aveva abbandonata.

Il mito aveva ancora una volta salvato Mosca.

La sera di quel giorno memorabile, sul tardi, seppi che la discussione al Cremlino era stata vivace, in quanto la polizia era intenzionata a usare la maniera forte contro i vandali e i fomentatori di panico. Secondo quanto mi fu detto da persona assolutamente degna di fede e sempre informata, Stalin aveva respinto con vigore quelle decisioni, condannandole; un attimo dopo chiedeva la sua vettura scoperta e si metteva in giro per la città senza alcuna scorta. Il risultato era stato positivo, l’avevo constatato di persona perché nulla mi era sfuggito del muto colloquio avvenuto tra la folla moscovita e il capo del partito e dello stato sovietici. 6

 

  1. Il sommo giudizio della storia”

Il quarto ‘flash’ riguarda quei critici e denigratori dell’azione di Stalin che ne hanno negato l’acume politico, attingendo i loro sofismi dal vieto campionario dei pregiudizi e delle deformazioni creati ad arte dalla propaganda anticomunista di stampo americano. Tralasciando, per la loro miseria intellettuale, quelle irrilevanti osservazioni di natura psicologica sulla personalità di Stalin che rivelano, per dirla con Hegel, “l’ottica del cameriere” applicata all’analisi storica, vale la pena di sottolineare che anche chi ritiene di criticare i presunti errori di Stalin prima e dopo l’attacco della Germania nazista all’Unione Sovietica deve riconoscere, sia pure a denti stretti, i meriti di Stalin nella conduzione della grandiosa controffensiva dell’Armata Rossa, che porterà i soldati sovietici a innalzare, il 2 maggio 1945, la bandiera rossa sul palazzo del Reichstag a Berlino.

Per quanto riguarda poi l’epurazione dei quadri di comando dell’Armata Rossa (1937-1938), Ludo Martens ha precisato nel suo importante volume dedicato a Stalin che essa fu decisa dopo la scoperta della cospirazione militare che il generale Tuchacevskij stava preparando in combutta con le frazioni opportuniste del partito comunista e si rivelò determinante (non per indebolire ma) per rafforzare la successiva resistenza ideologica, politica e militare dello Stato sovietico nel corso della guerra, che il gruppo dirigente del partito sapeva essere inevitabile, con il fascismo. Eliminando la quinta colonna, Stalin salvò la vita a molti milioni di sovietici, poiché questi morti sarebbero stati il prezzo supplementare da pagare nel caso in cui l’aggressione esterna avesse potuto giovarsi dei sabotaggi e dei tradimenti interni. Certo, il generale Zukov e gli altri capi militari non avevano mai accettato l’inevitabilità di questa epurazione e non avevano nemmeno capito il significato politico del processo a Bucharin; ciò nondimeno, Zukov nelle sue Memorie (tomo II, Edizioni Fayard, Parigi, 1970) confuterà le menzogne di Chruscev sugli errori e le responsabilità di Stalin nella seconda guerra mondiale, sottolineando giustamente che la vera politica di difesa era cominciata nel 1928 con la decisione, da parte di Stalin, di promuovere l’industrializzazione a tappe forzate. Stalin, infatti, preparò la difesa dell’Unione Sovietica costruendo più di 9000 industrie tra il 1928 e il 1941 e seguì la linea strategica di impiantare all’Est del paese una nuova potente base industriale: partendo da questa premessa, Zukov rende perciò omaggio “alla saggezza e alla chiaroveggenza” di Stalin sia prima che durante la guerra, virtù “sancite in modo definitivo dal sommo giudizio della storia”. Per attaccare il prestigio di Stalin, che fu incontestabilmente il più grande capo militare della guerra antifascista, i suoi nemici amano chiacchierare sull’“errore” che commise non prevedendo la data esatta dell’aggressione. In realtà, Stalin sapeva meglio di chiunque altro quale barbarie avrebbe colpito il suo paese nella eventualità di un attacco della Germania nazista e lo stesso Zukov ricorda che, se fu scosso nel momento in cui apprese la notizia dello scoppio della guerra, “dopo il 22 giugno 1941 e per tutta la durata della guerra Giuseppe Stalin assicurò la ferma direzione del paese, della guerra e delle nostre relazioni internazionali”. 7 A tale proposito, può essere allora opportuno ribadire che, in una fase come quella attuale, in cui sembra di essere tornati al periodo 1900-1914, quando le potenze imperialiste decidevano tra loro le sorti del mondo, l’esperienza dimostra che il pensiero e l’opera di Stalin costituiscono, assieme ad altre fondamentali ed essenziali lezioni della storia del ventesimo secolo, una parte integrante del patrimonio ideale, politico e morale del proletariato rivoluzionario e delle classi subalterne.

 

  1. Il giudizio di un teologo su Stalin

Il quinto ‘flash’ dimostra con quale lucidità nell’analisi comparativa e con quale sensibilità per il valore concreto delle persone Karl Barth, uno dei massimi teologi cristiani del ’900, abbia tracciato la corretta linea di demarcazione storica che separa (e contrappone) il nazismo e il comunismo: «Bisognerebbe aver perduto ogni buon senso per mettere sullo stesso piano, sia pure per un momento, il marxismo e il ‘pensiero’ del terzo Reich, un uomo della statura di Giuseppe Stalin e quei ciarlatani di Hitler, Göring, Hess, Göbbels, Himmler, Ribbentrop, Rosenberg, Streicher. Mentre tutti i progetti del nazismo erano chiaramente irrazionali e criminali, l’impresa che è stata iniziata nella Russia sovietica rappresenta, malgrado tutto, un’idea costruttiva […]. Essa è sempre la soluzione di un problema, che anche per noi è urgente e grave e che noi, con le nostre mani pulite, non abbiamo ancora debitamente affrontato: la ‘questione sociale’». 8

 

  1. Il giudizio di un latinista su Stalin

Il sesto ‘flash’ lo fece scoccare nel 1956 Concetto Marchesi, latinista e comunista, tracciando nell’intervento all’ottavo congresso del PCI, all’indomani del ventesimo congresso del PCUS, il memorabile paragone fra «Tiberio, uno dei più grandi e infamati imperatori di Roma», che «trovò il suo implacabile accusatore in Cornelio Tacito, il massimo storico del principato», e «Stalin, meno fortunato, [cui] è toccato Nikita Krusciov». È giusto riconoscere che Concetto Marchesi ebbe il coraggio di denunciare la natura controrivoluzionaria della critica calunniosa e denigratoria svolta da Krusciov nei confronti di Stalin e, insieme, la lucidità di intuire le conseguenze più lontane della stagnazione politica e sociale che, in séguito alla svolta revisionista, avrebbe investito l’Unione Sovietica. 9

 

  1. Settimo ‘flash’: il giudizio di Dimitrov

Da una nota del Diario, scritta il 7 aprile 1934, circa una conversazione tra Stalin e Giorgio Dimitrov, il quale di lì a poco sarebbe diventato presidente del Comintern, emergono considerazioni e riflessioni che presentano, 'mutatis mutandis', un'evidente attualità sia sul piano dell’analisi degli Stati borghesi contemporanei sia sul piano della lotta all’opportunismo.

D[imitrov]: Io ho riflettuto molto in carcere sul perché, visto che la nostra dottrina è giusta, nel momento decisivo milioni di operai non ci seguono e restano con la socialdemocrazia, la cui condotta si è macchiata di tradimento, o perfino - come in Germania - vanno con i nazionalsocialisti. St[alin]: e le Vostre conclusioni? D: Penso che la causa principale stia nel nostro sistema di propaganda, nell'approccio sbagliato verso gli operai europei. S: No, questa non è la causa principale. La causa principale sta nello sviluppo storico: i legami storici delle masse europee con la democrazia borghese. Inoltre, nella particolare posizione dell'Europa: i paesi europei non hanno a sufficienza proprie materie prime, carbone, lana ecc. Essi contano sulle colonie. Senza colonie non possono esistere. Gli operai lo sanno e temono la perdita delle colonie. E in questo senso sono inclini a marciare con la propria borghesia. Nel loro intimo non sono d'accordo con la nostra politica antimperialista. Hanno perfino paura della nostra politica. E perciò sono necessari un paziente lavoro di chiarimento e un approccio giusto nei confronti di questi operai. E' necessaria una lotta continua per ogni singolo operaio. Noi non possiamo conquistare subito e molto facilmente milioni di operai in Europa. Le masse di milioni hanno una psicologia da gregge. Esse operano soltanto attraverso i propri eletti, i propri capi. Quando perdono la fiducia nei propri capi si sentono impotenti e perdute. Esse temono la perdita dei propri capi. E per questo motivo gli operai socialdemocratici seguono i propri capi, anche se non sono soddisfatti di loro. Essi abbandoneranno questi capi quando ne compariranno altri, migliori. Ma per questo c'è bisogno di tempo [...] La gente non bada ai particolari, mentre in genere i particolari sono decisivi. Non fa analisi marxiste [...] La gente non ama l'analisi marxista. Grandi frasi e generiche constatazioni. Questa è ancora l'eredità dei tempi di Zinov'ev. Ah, sotto questo profilo Il'ic era molto accurato, eccome accurato. 10

 

  1. Ottavo ‘flash’: il giudizio di Togliatti

Chiesi in tutta franchezza a Togliatti che cosa pensasse di Stalin, come lo vedeva e giudicava. Con mia sorpresa non si schermì...Mi disse che certamente Lenin aveva scelto Stalin per dirigere il partito in ragione delle sue eccezionali qualità di organizzatore e perché era un uomo razionale e concreto. In un periodo in cui tutti facevano dei grandi discorsi, scoprivano il valore dell’eloquenza per essere intesi dalle masse, un uomo come Stalin che parlava solo se aveva qualcosa da dire e lo esprimeva col minor numero possibile di parole, era per Lenin un collaboratore prezioso.

Anche sulla formazione teorica di Stalin credo che Togliatti avesse un’opinione molto elevata, sebbene talvolta lo trovasse un po’ sommario, scheletrico più che schematico. Per lui non ci potevano essere dubbi sull’arricchimento del leninismo da parte di Stalin, specialmente per la sua teoria della costruzione del socialismo in un solo paese.

Togliatti considerava Stalin uno dei più grandi uomini di stato di tutti i tempi in ragione di una fermezza d’acciaio, di un convincimento senza ombre sulla superiorità del sistema socialista e di una fede assoluta nella vittoria del comunismo nel mondo. Per Togliatti, Stalin aveva soprattutto vinto la sua dura e lunga battaglia contro Trotzky non perché avesse in mano l’apparato del partito, ma perché più realista, più politico, più deciso e anche più saggio. A differenza di Trotzky e dei suoi alleati di sinistra e di destra che pronunciavano bei discorsi, Stalin aveva la qualità innegabile di dare ciò che prometteva e di convincere per la logica e il buon senso. Questa era nelle mani di Giuseppe Stalin la carta decisiva che gli aveva permesso di uscire vittorioso da tutte le prove più dure e difficili. 11

 

  1. Nono ‘flash’: il giudizio di un avversario

Il nono, più che un ‘flash’, è un razzo pirotecnico sparato a suo tempo da un testimone insospettabile, l’ex Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga (la verità a volte ama rivelarsi nelle voci più avverse): «Il marxismo-leninismo è stato una grande ideologia, che ha mosso milioni di persone verso obiettivi di giustizia e di liberazione. Marx è stato il più grande economista classico del XIX secolo e Lenin il più grande teorico rivoluzionario del XX secolo. La forza e il prestigio del marxismo-leninismo sono stati così grandi, che tante persone hanno, proprio per questo motivo, appoggiato e giustificato lo stalinismo» (dichiarazione fatta il 16 aprile 1998 durante la trasmissione televisiva “Porta a porta” condotta da Bruno Vespa).

Sarebbe un esperimento interessante quello di domandarsi che cosa succederebbe oggi se un uomo politico di peso paragonabile a quello di Cossiga avesse il coraggio e la spregiudicatezza di esprimere dei giudizi sul marxismo-leninismo e su Stalin come quelli che ho riportato. Ma il dover constatare che oggi è impossibile e perfino inconcepibile ascoltare, sia pure da un anticomunista di ferro che ami ‘épater le bourgeois’, un giudizio così controcorrente, è solo una conferma di quanto sia vero ciò che Stalin ebbe ad affermare: «Se dovesse cadere l’Unione Sovietica, un’enorme ondata di restaurazione si abbatterebbe sul mondo, sui lavoratori di tutti i paesi, sui popoli coloniali». 12

Ed è essenzialmente questa la ragione per cui, oggi più che mai, ogni autentico comunista sa che la lezione di Stalin, insieme con quella di Marx, di Engels e di Lenin, resta fondamentale per lottare contro il capitalismo, sconfiggere l’opportunismo e avanzare verso il socialismo.


Note
1 G. Rocca, Stalin, quel meraviglioso georgiano, Mondadori, Milano 1988.
2 Si veda, a questo riguardo, il saggio di Domenico Losurdo, Stalin. Storia e critica di una leggenda nera, Carocci, Roma 2008. Fondamentale è poi, per la puntualità della documentazione e per il rigore dell’argomentazione, la ricerca dello storico statunitense Grover Furr, Krusciov mentì, La Città del Sole, Napoli 2016 (con Prefazione di D. Losurdo).
3 Cfr. C. Malaparte, Tecnica del colpo di Stato (ed. or., Technique du coup d’état, Grasset, Paris 1931), Adelphi, Milano 2011, pp. 35-57, 75-86 e 123-195. Si tratta di un libro notevole sia per la scrittura sia per i contenuti.
4 Una valida analisi critica è quella condotta da K. Mavrakis, Trotzkismo: teoria e storia, Mazzotta, Milano 1972.
5 Cfr. D. Losurdo, La sinistra italiana e i nuovi Hitler, 2002.
6 L’autore delle due testimonianze qui riportate è Giulio Cerreti, un operaio metallurgico toscano che, a partire dagli anni Trenta del secolo scorso, militò, ricoprendo incarichi direttivi, nella Terza Internazionale, nel partito comunista francese e in quello italiano. Cerreti pubblicò le sue memorie nel volume Con Togliatti e con Thorez, Feltrinelli, Milano 1973 (l’episodio descritto in questo paragrafo si trova alle pp. 268-269).
7 L. Martens, Stalin. Un altro punto di vista, Zambon Editore, 2005, pp. 234 e 266.
8 Cfr. il saggio, La Chiesa tra Est e Ovest (1949), ora compreso nella raccolta di testi di K. Barth, Pace e giustizia sociale, Castelvecchi, Roma 2014.
9 Cfr. Concetto Marchesi, Discorso all’VIII Congresso, in Umanesimo e comunismo, Editori Riuniti, Roma 1974, pp. 113-120.
10 Cfr. G. Dimitrov, Diario - Gli anni di Mosca (1934-1945), Einaudi, Torino 2002, pp. 12-13.
11 G. Cerreti, op. cit., p. 246.
12 Cfr. F. Molfese, Riflessioni su Stalin, reperibile nella Rete al seguente indirizzo: https://www.resistenze.org/sito/ma/di/sc/madsmost.htm .
Pin It

Comments   

#77 Marco 2019-04-12 18:23
Concordo in pieno con l'affermazione che "gli errori commessi non erano connaturati col sistema socialista": infatti erano dovuti, in ultima analisi, proprio alla sua degenerazione burocratica. Se si fosse trattato soltanto di qualche errore qua e là, lo si sarebbe potuto correggere senza eccessivi sforzi e senza conseguenze catastrofiche; ma, siccome il regime si era ben presto cristallizzato, tutti i tentativi di riforma erano destinati a fallire.
Quote
#76 Eros Barone 2019-04-11 23:51
Intervenendo sulla questione di Stalin nei giorni del XX Congresso del Pcus e delle denunce kruscioviane circa il «culto della personalità», i comunisti cinesi adoperarono una formula aritmetica popolare per riassumere la loro autonoma valutazione: «I meriti e gli errori di Stalin sono nel rapporto di sette a tre». Del resto, una critica
marxista-leninista che affronti spregiudicatamente la questione degli errori di Stalin rientra nel metodo corretto della critica e dell'autocritica, che non soltanto non nega i princìpi fondamentali della teoria e della prassi ma mira, anzi, ad una migliore elaborazione ed applicazione della strategia e della tattica rivoluzionarie. In tal senso, anche chi - e sono ancora milioni nel mondo - riconosce la grandezza e l'importanza storiche di Stalin non può ritenersi esentato dall'indicarne gli errori, pur avvertendo che, come disse Niccolò Machiavelli di Girolamo Savonarola, “d’uno tanto uomo se ne debbe parlare con riverenza”. Così, soltanto una critica di sinistra, cioè marxista-leninista, può permettere di individuare un errore nella reiterata affermazione di Stalin, che risale all'incirca al 1936, sulla ormai raggiunta "unità della società sovietica": tesi che chiaramente contrasta con le leggi, desunte dal materialismo dialettico e storico, sulle perduranti contraddizioni che esistono fra le classi e fra le strutture economico-sociali e le sovrastrutture politiche, giuridiche e culturali nel corso della costruzione del socialismo. Va detto poi che i successi di importanza storico-mondiale conseguiti dalla dittatura del proletariato nell'Urss lungo tutto il periodo della direzione staliniana autorizzano a sostenere che gli errori commessi non erano connaturati col sistema socialista, ma furono provocati principalmente da vari fattori storici (e tra questi soprattutto dall'arretratezza del paese e dalla pressione controrivoluzionaria), nonché da taluni metodi di lavoro adottati in certi periodi per determinati settori e per determinare scelte. Per quanto concerne la fondamentale questione dell'internazionalismo proletario, è doveroso osservare che, sotto la piena direzione staliniana che lo contraddistinse (1928), il VI Congresso dell'Internazionale Comunista (tanto vituperato dai revisionisti e dagli opportunisti) affermò correttamente che «la guerra è inseparabile dal capitalismo». Da questa affermazione conseguiva logicamente che "l''abolizione' della guerra è possibile soltanto attraverso l'abolizione del capitalismo". Gli operai vennero quindi esortati a trasformare la guerra che minacciava di scoppiare tra gli Stati imperialisti "in guerra civile proletaria contro la borghesia per l'instaurazione della dittatura del proletariato e del socialismo". Intorno alla natura del fascismo, il Congresso affermò inoltre che esso era una forma di reazione imperialista del capitalismo in presenza di specifiche condizioni storiche ("il cerchio di ferro che serve a tenere unita la botte sfasciata del capitalismo"). Al contrario, il VII Congresso (1935), che non vide Stalin come relatore, se lanciò la strategia dei fronti popolari che ispirò l'azione dei comunisti nella lotta contro il nazifascismo, manifestò anche aspetti problematici, sui quali sarebbe opportuno condurre un'analisi approfondita, sia nella concezione teorica sia, soprattutto, nell'applicazione pratica di tale linea. E' peraltro indubbio che sulle contraddizioni presenti nella linea dell'Internazionale Comunista riguardo al carattere della seconda guerra mondiale influirono anche le direttrici della politica estera dell'URSS e il suo strenuo sforzo per difendersi da un'aggressione imperialista. Sennonché giova osservare che, in ultima analisi, la sicurezza di uno Stato socialista dipende dal trionfo del socialismo a livello mondiale o dal suo prodursi nell'ambito di un forte gruppo di paesi, e quindi dalla lotta rivoluzionaria che si svolge in ciascun paese.
Pertanto, la decisione di sciogliere l'Internazionale Comunista, presa all'unanimità da tutti i partiti comunisti nel 1943, segnò un evidente contrasto con i princìpi che ne avevano ispirato la fondazione e con la necessità, valida per qualsiasi circostanza, di una comune strategia rivoluzionaria dei partiti comunisti nella lotta contro l'imperialismo internazionale. E' pur vero che, quando dopo la seconda guerra mondiale si manifestò l'esigenza di un'azione unitaria del movimento comunista internazionale per fronteggiare e respingere la controffensiva unitaria dell'imperialismo internazionale, fu costituito nel 1947 l'Ufficio di informazione (Cominform), che comprendeva i rappresentanti di nove partiti comunisti e operai (URSS, Jugoslavia, Romania, Bulgaria, Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Francia e Italia). Tuttavia, il Cominform, se svolse un ruolo direttivo nell'ambito del movimento comunista internazionale, non si pose l'obiettivo di dare vita a una nuova Internazionale Comunista. Non a caso, esso fu sciolto nel 1956, in séguito alla svolta revisionista e opportunista determinata dal XX Congresso del Pcus e alla crisi del movimento comunista internazionale che fu provocata da tale svolta.
Quote
#75 Marco 2019-04-11 18:35
Eh sì,
"il grande merito di Stalin risiede nell’aver rovesciato la visione pessimistica di Trotsky e nell’aver indicato alla classe operaia e ai lavoratori sovietici un obiettivo arduo, ma concreto ed entusiasmante: la costruzione del socialismo"
... in un paese solo, sciogliendo l'Internazionale e rassicurando poi costantemente e concretamente i governi borghesi sull'assenza di intenzioni rivoluzionarie da parte dei partiti a lui fedeli che avevano la "sfortuna" di trovarsi al di fuori della sfera d'influenza sovietica (e questo non mi pare indice di grande ottimismo). Stendiamo un velo pietoso sulla riuscita dell'impresa, che era impossibile senza lo sviluppo della rivoluzione sul piano internazionale (e questo non è pessimismo, è realismo).
Quote
#74 giorgio 2019-04-11 18:35
Paradossalmente il sostenere che Napoleone fu "fermato e sconfitto" dall'esercito della zar e che la bandiera rossa fu issata a Berlino "grazie all'impegno occidentale" ci aiuta a chiarire ancor meglio la trasformazione della Unione Sovietica grazie a Stalin.
Napoleone ottenne solo vittorie in Russia e giunse a Mosca ,conquistandola. Poi dovette ritirarsi per mancanza di approvvigionamenti e in inverno e allora fu soggetto ad una guerriglia che consumò le fila di un esercito denutrito e non in grado di affrontare l'inclemenza dell'inverno russo: Hitler, forte di milioni di uomini e migliaia di mezzi moderni fu sconfitto prima di giungere a Mosca e poi battuto a Stalingrado, a Kursk e da allora fino a Berlino. Come potè farlo l'Unione Sovietica se non utilizzando sì mezzi militari moderni ed efficaci, prodotti dalle acciaierie costruite da Stalin ma soprattutto impiegando uomini capaci di "progettare" i primi razzi delle battaglie moderne
e carri armati migliori di quelli tedeschi, frutto della politica scolastica Staliniana.
Oltre a questo l'unione patriottica di fronte all'invasore riconosceva in Stalin la personificazione dell'Unione Sovietica e permise di superare in audacia ed eroismo qualunque altra guerra della storia (20 milioni di militari e civili partigiani o patrioti che si sono battuti fino alla morte).
Nel giugno del 1944 le armate sovietiche in un mese avanzarono di 500 km e dall'agosto 1944 all'aprile 1945 avanzarono di altri 1100km fino a Berlino, battendo e distruggendo i 3/4 di tutte le forze militari di Hitler.
Gli "occidentali", salvati gli uni fino ad allora dal nazismo dall'abitare un'isola e gli altri in un altro continente, affrontarono un solo quarto delle forze tedesche e riuscirono ad essere sconfitti nelle Ardenne nell'autunno inverno del 1944, dopo avere percorso in 4 mesi 670 km.
Poi, come si insegna anche nelle nostre scuole, le armate germaniche si arresero agli "occidentali" piuttosto che combattere sul fronte orientale e cadere prigionieri dei sovietici temendo la loro giusta vendetta: se aiuto vi fu si trattò di quello di permettere la sopravvivenza della borghesia e del tessuto nazista della parte occidentale della Germania. Nulla a che fare con la bandiera sul Reichstag.
Fatte queste precisazioni sugli "effetti " dello stalinismo nel salvare non solo l'Unione Sovietica bensì l'intera Europa dal nazismo dei mille anni, come sosteneva Hitler,
mi stupisco che non si voglia continuare la discussione sull'eredità di Stalin oggi, sulle strategie che un paese progressista potrebbe o dovrebbe adottare di fronte al capitalismo e se queste possono richiamare le scelte staliniane : insisto il Venezuela oggi rappresenta lo scontro più duro e maturo fra principi socialisti e dominio borghese, come accadde all'Unione Sovietica accerchiata o alla Cina di Mao con la differenza delle loro dimensioni e diverse risorse naturali economiche e produttive. Quanto la lotta venezuelana e la resistenza del suo popolo all'intera finanza mondiale e a tutti i paesi capitalisti del globo deve a Stalin piuttosto che a Kautskij
o a Togliatti e non è forse la determinazione classista della dirigenza del venezuela un richiamo al bolscevismo?
Perché tutti i paesi che si oppongono all'imperialismo americano si sono posti al fianco del venezuela e questo è stato o no il prodotto della sua resistenza di massa e di classe unita al patriottismo anti-imperialista che incarnò Stalin?
Quote
#73 Mario M 2019-04-11 13:18
Quoting Eros Barone:
Come ha scritto Hegel, “un grande uomo costringe gli altri a spiegarlo”.


Si può essere grandi nel bene e nel male. In ogni caso i grandi, come Mozart o Philip Glass, si spiegano da sé: basta ascoltare le loro musiche e leggere i loro scritti.

Quoting Eros Barone:
(Stalin) permise all’Unione Sovietica di uscire vittoriosa dalla durissima prova della seconda guerra mondiale, schiacciando il nazifascismo e arrivando ad issare la bandiera rossa sulla Porta di Brandeburgo a Berlino.


Beh, in precedenza anche i generali degli Zar avevano fermato e respinto Napoleone. Nella grande guerra i tedeschi non erano penetrati molto nel territorio russo. E se la bandiera rossa fu issata sulla porta di Brandeburgo, fu anche grazie all'impegno sul fronte occidentale.
Quote
#72 Eros Barone 2019-04-10 23:48
Come ha scritto Hegel, “un grande uomo costringe gli altri a spiegarlo”. È quanto è accaduto nel corso dell’ampio dibattito innescato da questo articolo che ho scelto di intitolare “Nove volte Stalin” giocando, per un verso, con il titolo esclamativo e provocatorio di un libretto recante il titolo “Tredici volte Lenin”, ma rispettando, per un altro verso, le debite proporzioni storiche, pur nel pieno riconoscimento della continuità dialettica che caratterizza l’esperienza teorica e pratica dei classici del socialismo scientifico. Tuttavia, proprio perché mi sembra giusto evitare, quanto al metodo, che il dibattito si fossilizzi sulla questione del c.d. “testamento di Lenin”, assumendo quasi i contorni, se non la sostanza, di una disputa scolastica, ritengo indispensabile, intervenendo nel merito, ribadire che il grande merito di Stalin risiede nell’aver rovesciato la visione pessimistica di Trotsky e nell’aver indicato alla classe operaia e ai lavoratori sovietici un obiettivo arduo, ma concreto ed entusiasmante: la costruzione del socialismo fino all’espropriazione totale (nelle città e nelle campagne, nell’industria e nell’agricoltura) della borghesia come classe, alla liquidazione dei rapporti di produzione capitalistici e alla creazione di una formazione
economico-sociale basata sulla proprietà collettiva dei mezzi di produzione, su una produzione organizzata collettivamente e su un lavoro svolto in reciproca cooperazione da tutti i lavoratori sotto l’impulso e la direzione di un piano centrale. Si trattava di costruire "il regime del socialismo” (cfr. Lenin, “Sulla cooperazione”, in “Opere”, vol. 33, Editori Riuniti, Roma 1967, p. 431). Un risultato che fu raggiunto dall’Unione Sovietica già intorno alla metà degli anni ’30, con la partecipazione generosa ed appassionata delle masse nel quadro della dittatura proletaria. In sostanza, Stalin, come segretario generale del partito bolscevico, ebbe, insieme ai suoi diretti collaboratori e a tutti i comunisti sovietici, la capacità di imprimere alla rivoluzione del 1917 una enorme forza propulsiva che, trasformando la Russia arretrata in un moderno e forte Stato socialista, permise all’Unione Sovietica di uscire vittoriosa dalla durissima prova della seconda guerra mondiale, schiacciando il nazifascismo e arrivando ad issare la bandiera rossa sulla Porta di Brandeburgo a Berlino. Per questa ragione ogni autentico comunista ha sempre difeso, e sempre difenderà, il pensiero e l’opera di Stalin. Per questa ragione nel 1939 Mao Tse-tung esortava le masse popolari cinesi a seguire la via tracciata da Stalin, a “schierarsi con lui, appoggiare la sua causa, la vittoria del socialismo e la strada che ha indicato all’umanità”, “perché la grande maggioranza del genere umano vive oggi nelle sofferenze, e solo attraverso la strada indicata da Stalin e con l’aiuto che viene da lui l’umanità potrà liberarsi da queste sofferenze” (Cfr. Mao Tse-tung, “Opere scelte”, vol. II, Casa Editrice in Lingue Estere, Pechino 1971, p. 349).
Quote
#71 Ernesto 2019-04-10 14:27
Stalin era georgiano , si, ma odiato dai georgiani e fautore dello sciovinismo grande russo . E Lenin lo attacca ( anche ) su questo . La questione è spiegata bene da Piero Acquilino nel suo articolo “LE ULTIME BATTAGLIE DI LENIN , La lotta per contrastare la burocrazia e l’ascesa di Stalin” http://www.progettocomunista.it/06-04MR3AcquilinoLenin.htm
Quote
#70 Mario Galati 2019-04-10 12:45
Scopriamo qualche altarino.
BIGLIETTO ALL’UFFICIO POLITICO SULLA LOTTA CONTRO LO SCIOVINISMO DI GRANDE POTENZA
“Dichiaro guerra mortale allo sciovinismo grande-russo. Non appena mi sarò liberato di questo maledetto dente, lo assalirò con tutti i miei denti sani.
Bisogna assolutamente insistere affinchè il CEC federale sia presieduto a turno da
Un russo
Un ucraino
Un georgiano ecc.
Assolutamente!
Vostro Lenin”
Scritto il 6 ottobre 1922.
Pubblicato per la prima volta nella Pravda, n. 21, 21 gennaio 1937
Da: Lenin Opere complete, Editori Riuniti, 1967 Roma, pag. 339
Dov’è la dichiarazione di guerra mortale allo “sciovinista” grande-russo Stalin?
Vale ha qualche problema di vista?
Stalin, Lenin malato, presiedeva la commissione del CC per dirigere il lavoro preparatorio per la confederazione delle Repubbliche Sovietiche. Evidentemente Lenin riteneva che nei progetti preparatori vi fossero elementi di “sciovinismo grande-russo”. Peccato, però, che Stalin fosse georgiano (mi dispiace comunicare la ferale notizia a chi si beava nella sua ignoranza).
Nella relazione di Stalin alla conferenza, si dà atto dell’accoglimento di una aggiunta nei principi proposta da Trotzki, che viene inserita nella risoluzione approvata. Se ne deduce che Trotzki, la sua l’aveva detta, la sua proposta era stata accolta e, quindi, anche lui condivideva il documento. Era forse uno sciovinista grande-russo? Sarebbe preferibile essere seri, invece di apparire gente dal sillogismo facile.
Ecco cosa dice Stalin nella sua relazione: “L’aggiunta, o inserimento (riguardante la parte di principio) di cui ha parlato Trozki, deve essere accettata, giacchè non cambia assolutamente nulla al carattere della parte di principio della risoluzione, ma anzi ne è una naturale conseguenza. Tanto più che, sostanzialmente, la aggiunta di Trozki è una ripetizione del noto paragrafo della risoluzione del X Congresso sulla questione nazionale, il quale parla della inammissibilità nel trapianto meccanico nelle regioni e nelle repubbliche di schemi validi a Pietrogrado e a Mosca. Questa è certamente una ripetizione, ma penso che qualche volta non fa male ripetere certe cose. . …. POI PROSEGUE … L’intervento di Skrypnik….interpreta a modo suo questa parte di principio, cercando di mettere in ombra l’altro pericolo, il pericolo del nazionalismo locale, rispetto al compito fondamentale della lotta contro lo sciovinismo grande-russo, che rappresenta il pericolo principale”. Da Stalin, Opere complete, edizioni Rinascita, 1955, vol. V pagg. 397-398
Poiché Lenin e Stalin erano uomini, Stalin potrebbe non aver condotto i lavori (collettivi. Stalin li presiedeva) verso un esito soddisfacente, sbagliando. Lenin, però, non bolla l’involontario peccatore (pure georgiano) di essere uno sciovinista grande-russo, ma bolla il peccato, come dice saggiamente la chiesa cattolica. Ora, il dissenso di Lenin sull’erroneo operato di Stalin (che non viene mai bollato come sciovinista grande-russo. Né, tantomeno, come il futuro dottor Mengele sovietico) in una vicenda può cancellare tutta la sua esatta, e apprezzata da Lenin, impostazione sulla questione delle nazionalità?
Se faccio anche io le pulci ad affermazioni che, per la loro abnormità e falsità, non meriterebbero alcun commento, ma solo un infastidito disprezzo, è per evidenziare quali sono i metodi scientifici degli antistalinisti di professione.
Probabilmente, come i testimoni di geova, useranno dei libercoli con le citazioni pronte, alle quali attingere per risolvere ogni questione. Citazioni ad usum delphini, naturalmente.
Eros Barone, Giorgio ed io abbiamo cercato di ragionare, di capire (anche i crimini, che pure ci sono stati). Dall’altra parte si getta solo fango raccattato nei posti più sporchi.
Quote
#69 Mario Galati 2019-04-10 08:33
A quanto pare, il web prolifera di imbecilli. L'intenzione di Marco è contribuire alla conferma di questo assunto?
Quote
#68 Marco 2019-04-09 17:31
Ahi ahi ahi, al Cominform sono saltati i nervi. Calmatevi, vi prego, o finirete per rovinare la lieta ricorrenza...
Quote
#67 Mario Galati 2019-04-09 15:07
Vedo che continua ad essere totalmente ignorato il piano della discussione proposto da Eros Barone: l'unico degno di elevarla a discussione. Si preferisce, invece, affermare assurdità infamanti e fare le pulci (anche queste sbagliate) ad alcune affermazioni. Per es. Vale ostenta molta sicumera nell'affermare che "come si può leggere, il “non fu certamente casuale” di Lenin non è riferito al “non bolscevismo di Trotski”, ma a “l'episodio di cui sono stati protagonisti nell'ottobre Zinoviev e Kamenev”. Davvero? e chi lo dice che il "non fu certamente casuale" non si riferisca all'intero periodo e, quindi, al comportamento di Zinoviev, Bukarin e Trotzki, tutti equiparati? Perchè non leggi bene la frase e non valuti pure questa possibilità?. Ma ciò sposta di una virgola il rilievo politico che Lenin muove a Trotzki? E, ti torno a chiedere, indicando i difetti dei vari leaders, dov'è che Lenin, vista la sua guerra aperta e dichiarata allo "sciovinista nazionalista darwiniano" Stalin, ne fa cenno? Anzi, dove sono i rilievi politici, oltre a quelli personali di carattere, che egli muove a Stalin? Un'accusa tanto grave viene taciuta, dopo avergliela mossa tempo prima, perchè dimenticata? Una dimenticanza su un fatto così essenziale...
Forse anche questo è stato interpolato da Stalin? E se il testo è interpolato favorevolmente a Stalin, perchè i suoi diffamatori continuano ad usarlo nella loro guerra contro l'odiato nemico? Sono forse degli idioti?
Ma lo sai come si rivolgeva la Krupskaia a Stalin in occasione del suicidio della moglie? Sai come riferiva la considerazione per lui nella famiglia di Lenin? Forse la Krupskaia aveva dimenticato tutto e non sapeva che, in realtà, Lenin lo detestava. Ah, ecco, questa è la spiegazione. Ma davvero pensate di attaccarvi a delle cose dettate (forse) in circostanze e condizioni ben precise, isolandole da tutto il resto?
"Stalin è l’unico a cui Lenin non trova nemmeno un pregio". Veramente spassoso. Sofisma da azzeccagarbugli. Stalin è l'unico a cui Lenin trova solo difetti caratteriali, confermando in pieno la correttezza teorico-politica (il leader alternativo a Stalin doveva differenziarsi da lui "solo" per quei motivi caratteriali). Questo è quanto trovi scritto.
"lì lo definisce solo come un autocrate pericoloso". Ma davvero? E dove dice che è un autocrate? Avere poteri estesi equivale ad essere autocrati? Nel 1922? Ma tu stai sovvertendo anche la storiografia borghese! Stalin già autocrate nel 1922. Interessante e ardita tesi storiografica. Almeno in qualche cosa dimostri di essere rivoluzionario.
A cosa si riferisce Vale quando dice che io ignoro quello che ci siamo detti? Vuole qualcosa di più preciso sulle false affermazioni fatte sulle deportazioni? E' necessario falsificare affermazioni gratuite da lui fatte? Per es., i Ceceni si erano sollevati con una rivolta proprio mentre infuriava lo scontro verso Stalingrado e il Caucaso con le truppe hitleriane. Essi avevavno approfittato della guerra. La rivolta era guidata da un avvocato e da uno scrittore ceceni. Questa rivolta, chiaramente favorevole ai nazisti, viene oggi celebrata anche dai siti neonazisti. A quanto ammontano i deportati ceceni? a quasi 500.000 persone. Quale la mortalità in seguito alla deportazione? lo 0,268 %, ossia, circa 2,5 morti ogni mille persone. Ti sembra una percentuale da genocidio (e in tempo di guerra)? Dove sono "la metà dei deportati" morti nei convogli e gli altri morti in Siberia? Come mai, allora, i ceceni non sono spariti e ci sono ancora, se l'intera popolazione ha subito quella sorte?
E poi, risulta verità che la deportazione è stata indscriminata e senza eccezioni?. No. E' uno dei tanti falsi propalati da Kruscev, come risulta da una pubblicazione russa del 1995 (nella quale si riportano domande di esenzione dalla deportazione e relative risposte). Quindi non si era deportati per odio etnico o per nazionalismo. Ma ancora, da grandi storici, non vi siete accorti che c'era una guerra terribile, all'ultimo sangue.
Voi che avete già "confutato" il libro di Losurdo, avete già confutato quanto egli scrive sui piani (principalmente di Churchill, che parla delle espulsioni e delle deportazioni come cose normali, attuabili facilmente con i moderni mezzi di trasporto) di deportazione ed sulle espulsioni dei tedeschi dei sudeti. E avrete anche confutato il fatto che a trattare umanamente i tedeschi nei territori cechi erano i soldati dell'armata rossa (stalinista) e i comunisti (stalinisti, ovviamente) sovietici. Voi confutate tutto con una frase. Vi verrà facile.
"Sarebbe ridicolo identificare la cricca hitleriana col popolotedesco, conlo stato tedesco. Le esperienze della storia dimostrano che gli Hitler vanno e vengono, ma che i popolo tedesco, lo stato tedesco rimane. La forza dell'Armata Rossa risiede nel fatto che essa non nutre e non può nutrire alcun odio razziale contro altri popoli e quindi neppure contro il poploo tedesco; essa è educata nello spirito dell'uguaglianza di tutti i popoli e di tutte le razze, nello spirito del rispetto dei diritti degli altri popoli". Stalin.
Così incitava lo "sciovinista", "nazionalista", "darwiniano", "eugenetico" (il Mengele rosso, vero?). Si potrebbe continuare, ma qui non si tratta di confutare l'odio anticomunista viscerale. Questo non si può confutare con nessuna dimostrazione storica, fattuale o razionale. Si può solo combattere perchè non si diffonda il contagio dell'anticomunismo.
L'anticomunista viscerale non prova alcuna vergogna e non ha bisogno di cambiare idea. Al contrario, ha bisogno di confermarsi nel suo odio.
Cos'altro avrei ignorato? Avrei dovuto mettermi a sputtanare la contabilità macellaia che viene spacciata per storia? Si potrebbe fare. I "20 milioni", forse addirittura 40, imprigionati nei gulag citati da Brezinski o tutte le altre cifre iperboliche sparate da Conquest, Soljenitzin e riprese da seri a stimati storici cattedratici?. Un enorme gulag che avrebbe imprigionato un terzo della popolazione del quale nessuno si sarebbe accorto. Trasportati e ammasati nei gulag nel totale segreto. Facile no? A sputtanare queste cifre ci sono i dati esaminati dagli archivi sovietici aperti negli anni '90. Anche la CIA ne ha preso atto. Ma voi di questo non sapete nulla, naturalmente. Oppure i milioni e milioni uccisi nelle "purghe"? Ci avrebbe pensato già lo storico Archibald Getty (ovviamente in opere non tradotte in italiano. Qua si leggono solo Conquest, Soljenitzin e i trozkisti vari) a dare un resoconto più realistico e a studiare le cosiddete "ezvchine". Ma voi, naturalmente, non ne sapete nulla. Che importa? Tanto Stalin è un mostro a prescindere.
Oppure ignorerei pure le cifre di milioni e milioni, forse miliardi, di vittime della "carestia indotta" da Stalin in Ucraina? Lo storico Davies avrebbe fatto studi un po' più seri che escludono molte assurdità (senza contare il canadese Tottle, che ha sputtanato tutta la narrazione datane dai mezzi di comunicazione in quegli anni: campagna della stampa americana di Hearst su orchestrazione di Goebbels), ma questo non conta. Se avessero applicato al Canada i disinvolti metodi statistici usati per contare le vittime della carestia ucarina, si sarebbe arrivati alla conclusione che in Canada si era vericata una terribile carestia. Peccato che quella carestia in Canada non si è mai verificata.
E così per gli stupri di massa delle bestie asiatiche bolsceviche dell'Armata Rossa. Due milioni di donne (civili e arianissime tedesche, soprattutto) stuprate dai brutali barbari asiatici (v. Goebbels)! Andate a leggere gli studi e i metodi statistici usati, ma leggete pure "La tregua" di Primo Levi.
Oppure sarei capace di ignorare pure il massacro di Katin? Vi informo che c'è stato un ritrovamente che prova inconfutabilmente che la versione Goebbels-CIA-stato polacco e russo-anticomunisti di ogni risma è falsa. Leggete lo studio di Grover Furr su questo.
A tutto questo, ora si aggiunge anche lo Stalin-Mengele. Nella vita non si finisce mai di imparare.
Come definire chi non capisce che chi diffama e calunnia il movimento comunista storico del novecento e il suo capo (Stalin. Che si può e si deve criticare, ma non calunniare), calunnia e diffama il comunismo? Ma se quel movimento di grandi masse era guidato da un capo criminale, da un apparato criminale ed era esso stesso criminale, si può ancora mantenere aperta quella prospettiva?
Mi astengo dal dare la giusta definizione di chi non capisce questa cosa elementare.
Ma, qui sta il punto, chi dice di farlo "da comunista" mente anche con se stesso. Nel fondo e nell'intimo è solo un anticomunista viscerale. E si merita i suoi compagni di strada, come ha detto benissimo Eros Barone.
Quote
#66 Mario M 2019-04-09 10:56
Trovavo raccapriccianti i processi farsa a Mosca degli anni '30, gli eccidi e gli stermini di Stalin, l'eliminazione della precedente classe dirigente che aveva guidato il partito, l'instaurazione del clima di terrore. Eros Barone ora ci offre una giustificazione che mi disorienta, mi stordisce:

Quoting Eros Barone:
non vi è alcun dubbio che un deficit di comprensione di questi dati e del modo di agire su di essi per trasformarli in altrettante leve della transizione sia all’origine della sconfitta degli oppositori di Stalin e dell’affermazione della base operaia, contadina e intellettuale, che lo sosteneva. I processi di Mosca degli anni Trenta sono la conseguenza di questa sconfitta e dimostrano che, come era già avvenuto ai tempi di Cromwell e di Robespierre con il taglio delle ali estreme (da Carlo I ai Levellers, da Danton a Hébert, da Trotsky a Bucharin), il processo rivoluzionario, in cui quei processi necessariamente rientravano, viene sempre governato dal centro e deve premunirsi dai sussulti controrivoluzionari estirpando le radici interne delle cospirazioni internazionali, poiché, come osservava Stalin con sagacia e lungimiranza, “le fortezze si espugnano dall’interno”.
Quote
#65 Vale 2019-04-09 01:14
Barone , la Krupskaia non disse niente a Lenin della telefonata , per cui è da escludere ch'essa l'abbia influenzato nel ritratto che egli fece di Stalin nella nota del 4 gennaio 1923. Solo il 5 marzo Lenin viene a conoscenza dell'incidente. [ i testi di riferimento dove sono riportati tutti i passaggi sono E.H. Carr, La morte di Lenin. L'interregno 1923-24. ed. Einaudi 1965. e M. Lewin, L'ultima battaglia di Lenin, ed. Laterza 1969 ] . E quelle che tu definisci “tendenze accentratrici” di Stalin non è che furono “favorite a suo tempo dallo stesso Lenin”. Semplicemente Lenin le sottovalutò. Poi, come si può leggere, il “non fu certamente casuale” di Lenin non è riferito al “non bolscevismo di Trotski”, ma a “l'episodio di cui sono stati protagonisti nell'ottobre Zinoviev e Kamenev” [ Lenin si riferisce al loro comportamento tenuto nel 1917, allorché si opposero alla sollevazione armata, divulgando presso un giornale non comunista la decisione segreta del partito ].
Comunque, se continui a leggere quel testo come non sfavorevole a Stalin, ammiro la tua fantasia ; ma Stalin non la pensava come te. Nell'ottobre del ‘27, al plenum del CC, Stalin parzialmente citò e commentò nel suo discorso la “Lettera” di Lenin. Il discorso venne poi inserito nelle Opere di Stalin in maniera sintetica: totalmente esclusi furono i passaggi relativi alla proposta della sua rimozione. E durante tutto il periodo della dittatura staliniana il Testamento fu addirittura considerato inesistente. Sparito.( Benché nel 1927 fosse apparso all'estero per opera di alcuni simpatizzanti trotzchisti ) Sarà solo nel 1956 che la rivista Kommunist pubblicherà integralmente questo testamento politico, che ora si trova anche nella V edizione delle Opere complete di Lenin .
Detto questo, certamente non ha senso ridurre “l’oggetto dell’azione politica all’esistenza semantica di un documento” ( sarebbe meglio per Stalin che fosse così ; perché quello che significò lo stalinismo , anche dopo il 1923, è riportato su tutti i libri di storia ). Ho accennato al cosiddetto Testamento solo in risposta ad un passaggio divertente del simpatico Galati.
Quote
#64 Eros Barone 2019-04-08 23:45
Sarebbe facile rispondere all'equazione tra lo stalinismo e la dittatura della borghesia, tesi formulata da Vale (cfr. commento n. 45) ma presente sotto traccia in altri interventi, osservando, per usare un linguaggio terzinternazionalista, che lo schema interpretativo sotteso a codesta equazione è sostanzialmente quello menscevico e socialdemocratico di Plechanov, di Martov e di Kautsky, secondo cui un processo di transizione al comunismo in Russia non poteva realizzarsi, e dunque non si è mai realizzato, a causa dell’arretratezza economica e delle condizioni semifeudali di questo paese eurasiatico. In base ad una concezione meccanicistica di tipo stadiale, che oblitera, insieme con la dialettica, la teoria leniniana della catena imperialistica e della rottura dell’anello più debole, si sostiene dunque che, essendo quella dal feudalesimo al capitalismo l’unica transizione possibile, la rivoluzione d’Ottobre, nonostante alcune trascurabili differenze come il rifiuto di massa di continuare a partecipare alla guerra imperialista e il rovesciamento del governo di Kerenskij attraverso l’insurrezione operaia diretta da Lenin e dai bolscevichi, si sarebbe posta in un rapporto di sostanziale continuità con quella di febbraio e sarebbe stata, fin dall’inizio, una rivoluzione capitalistica. La conseguenza inevitabile di un simile approccio, contrassegnato, ad un tempo, dalla negazione dell’evidenza storica, dallo schematismo e dal nullismo, è che il nodo teorico della transizione dal modo di produzione capitalistico al modo di produzione comunista, che sta al centro della rivoluzione d’Ottobre e dello stesso giudizio su Stalin, cessa di essere un problema teorico e politico non perché in tal modo la questione sia stata risolta, ma perché è stata semplicemente rimossa. Il ‘lucus a non lucendo’, cui ricorrono coloro che ripropongono oggi le posizioni dei critici della rivoluzione sovietica negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, è allora lo pseudoconcetto del ‘capitalismo di Stato’, idest dittatura della borghesia, il cui contorto significato, diversamente da quello attribuitogli da Lenin e dal gruppo dirigente bolscevico durante il periodo della Nep (1921-1929), servirebbe ad indicare il carattere fondamentale di una società, quella sovietica per l’appunto, in cui lo Stato è il proprietario dei principali mezzi di produzione e li gestisce in modo capitalistico.
Sennonché affermare questo significa non tenere conto della situazione dell’Urss dopo la rivoluzione d’Ottobre e non comprendere con quali difficoltà e con quali potenzialità, sia a livello interno (l’industrializzazione e il problema dell’alleanza con i contadini) sia a livello internazionale (l’accerchiamento capitalistico e il problema dell’alleanza con i movimenti di liberazione nazionale delle colonie e semicolonie), si siano dovuti misurare i dirigenti che si contesero l’eredità teorica e politica di Lenin, ossia la generazione di Stalin, Trotsky, Bucharin, Kamenev e Zinov'ev, per dare al socialismo, con i soviet e l’elettrificazione, le due basi indicate dal grande rivoluzionario russo nella sua sintetica formula, e per mantenere aperta, lungo questa via, una prospettiva comunista. Sotto questo profilo, vale la pena di ricordare che il 7 novembre del 1917 non ha segnato la fine della rivoluzione, ma il suo inizio; parimenti, così come prevede la teoria marxista-leninista della ‘rivoluzione ininterrotta per tappe’, la fine della guerra civile ha costituito non la conclusione del processo rivoluzionario, ma la sua ulteriore continuazione in direzione del socialismo e del comunismo. Del resto, una volta sconfitte tanto le forze reazionarie legate al passato regime zarista quanto le forze controrivoluzionarie sempre riemergenti, le une e le altre appoggiate dal blocco delle potenze imperialiste coalizzate contro il primo paese socialista del mondo, il problema era quello, da un lato, del consolidamento dello Stato proletario e dei risultati sino ad allora conseguiti e, dall’altro, dei tempi, delle modalità e delle forme di sviluppo della transizione al comunismo. Queste nuove tappe non erano e non potevano essere lo sbocco di processi pacifici, giacché, come si è detto e come non si deve mai dimenticare, il loro raggiungimento era fortemente condizionato dalla costante pressione aggressiva dell’imperialismo e dalla realizzazione, sia nella struttura che nella sovrastruttura dello Stato sovietico, dei mutamenti qualitativi che erano necessari per garantire la direzione di marcia, anticapitalista e comunista, dell’intero processo della transizione.
L’industrializzazione del paese, la difesa militare, la lotta contro le forze conservatrici della piccola e media borghesia radicate nelle campagne, così come i riflessi politici e ideologici dei conflitti sociali all’interno del partito, incarnati dalle fughe in avanti e dalle giravolte di Trozky, nonché dai cedimenti e dalle capitolazioni di Zinov'ev e di Bucharin, hanno rappresentato altrettante sfide con cui il partito comunista ha dovuto misurarsi sotto la direzione di Stalin. Solo una salda direzione e la capacità di individuare con chiarezza gli obiettivi immediati, intermedi e finali del processo in corso potevano garantire, in un periodo di ferro e di fuoco (1924-1953), il successo non solo della costruzione del socialismo in un solo paese, ma anche della realizzazione di una base rossa per la rivoluzione mondiale. Un corretto approccio a questa grandiosa vicenda storica, per non essere superficiale, unilaterale e in definitiva opportunistico, deve perciò poggiare su un’esatta comprensione degli effettivi processi storici, dei concreti rapporti di classe e delle reali forze in campo. In questo senso, non vi è alcun dubbio che un deficit di comprensione di questi dati e del modo di agire su di essi per trasformarli in altrettante leve della transizione sia all’origine della sconfitta degli oppositori di Stalin e dell’affermazione della base operaia, contadina e intellettuale, che lo sosteneva. I processi di Mosca degli anni Trenta sono la conseguenza di questa sconfitta e dimostrano che, come era già avvenuto ai tempi di Cromwell e di Robespierre con il taglio delle ali estreme (da Carlo I ai Levellers, da Danton a Hébert, da Trotsky a Bucharin), il processo rivoluzionario, in cui quei processi necessariamente rientravano, viene sempre governato dal centro e deve premunirsi dai sussulti controrivoluzionari estirpando le radici interne delle cospirazioni internazionali, poiché, come osservava Stalin con sagacia e lungimiranza, “le fortezze si espugnano dall’interno”.
In conclusione, ritengo che, dal punto di vista storico e soprattutto teorico, sia fondamentale ancor oggi per coloro che militano nel movimento operaio e comunista acquisire una conoscenza ampia e approfondita sulle scelte compiute, sulle motivazioni che le ispirarono e sugli indirizzi adottati in Urss dalla maggioranza del gruppo dirigente bolscevico durante il periodo che va dal 1924 al 1953. Lo scopo di tale conoscenza naturalmente non può essere quello di individuare schematiche analogie tra quella fase storica e la fase attuale (anche se con la creazione di più poli imperialistici su scala mondiale e dopo che la progressiva restaurazione del capitalismo in Urss è sfociata nel dissolvimento dello Stato socialista non mancano talune analogie con il periodo compreso tra il 1900 e il 1914), ma quello, per usare una bella espressione del marxista nordamericano Paul Sweezy, di capire “il presente come storia”. Solo in tal modo, imparando come i princìpi della teoria scientifica siano stati applicati in altri contesti e applicando tali princìpi alle situazioni concrete in cui si trova ad operare oggi il movimento di classe, sarà possibile non solo rivalutare, insieme con Stalin, ciò che questo nome rappresenta, ma anche svolgere un’azione efficace nel contrastare l’offensiva ideologica e culturale che tende a liquidare l’esperienza teorica e pratica del proletariato mondiale nelle società di transizione e ad espungere tale esperienza dalla formazione politica e intellettuale di quella parte delle nuove generazioni che manifesta la sua opposizione al sistema capitalistico.
Quote
#63 Eros Barone 2019-04-08 23:10
“Questi sono i fatti”, scrive Vale e trascrive con diligenza le famose note che Lenin dettò tra il 23 dicembre 1922 e il 5 gennaio 1923. Orbene, a meno che non si intenda ridurre l’esistenza della realtà effettiva e potenziale (ossia di ciò che costituisce l’oggetto dell’azione politica) all’esistenza semantica di un documento o, il che è lo stesso, elevare questa a quella, i “fatti”, in sede storica e in punto di analisi, vanno decifrati e inquadrati. Lenin propone di allargare il Comitato Centrale a “un centinaio di membri”, poiché ritiene che “ciò sia necessario e per elevare l'autorità del CC, e per lavorare seriamente al miglioramento del nostro apparato, e per evitare che conflitti di piccoli gruppi del CC possano avere una importanza troppo sproporzionata per le sorti di tutto il partito. Io penso che il nostro partito abbia il diritto di esigere dalla classe operaia 50-100 membri del CC”. Precisa quindi che si tratta di “misure da prendere contro la scissione” e afferma che, “da questo punto di vista, fondamentali per la questione della stabilità sono certi membri del CC come Stalin e Trotsky”, i cui “rapporti”, a suo giudizio, “rappresentano una buona metà del pericolo di una scissione”. Sennonché la contraddittorietà che si avverte in questo documento è così palese, che è impossibile non pensare al suo estensore come ad un uomo malato e menomato. In che modo, infatti, da cinquanta a cento operai aggiunti al CC avrebbero potuto “elevare l’autorità del CC” o diminuire il pericolo di una scissione? Non dicendo nulla in merito alle concezioni sul partito di Stalin e di Trotsky, Lenin si limita ad esprimere una semplice mozione degli affetti, come se fossero stati i rapporti personali tra i due dirigenti a minare l’unità del partito. Seguono i giudizi sui cinque massimi dirigenti del partito. Quello su Stalin, non a caso nominato per primo, non è affatto negativo, come gli ‘antistalinisti’ vorrebbero far credere con le loro acrobazie interpretative, ma al massimo, visto che si riferisce alle tendenze accentratrici di Stalin, peraltro favorite a suo tempo dallo stesso Lenin, è da ritenersi cautelativo, mentre quello su Trotsky è esplicitamente caratterizzato da ben quattro note negative: la lotta contro il CC sulla questione del “commissariato del popolo ai trasporti” in cui Trotsky sostenne la tesi della “militarizzazione dei sindacati”, la megalomania già citata, un’attitudine burocratica nel modo di affrontare i problemi e il suo non-bolscevismo che, sottolinea Lenin, “non fu certamente casuale”. Ebbene, Lenin dettò queste righe animato dal proposito di evitare una scissione nel gruppo dirigente, ma le valutazioni ivi espresse sui suoi massimi esponenti sembrano fatte per minare il loro prestigio e per farli scontrare fra di loro. Ho già messo in rilievo la particolare congiuntura psicofisica in cui Lenin giunse a dettare queste note, e mi si scuserà se non mi soffermo sul ‘post-scriptum’ (inerente alla “brutalità” di Stalin) aggiunto da Lenin dieci giorni dopo, ‘post-scriptum’ che evidentemente si riferisce al rimprovero che Stalin aveva rivolto alla Krupskaja dodici giorni prima. Non ci vuol molto a capire che, gravemente ammalato, semi-paralizzato, Lenin era sempre più dipendente da sua moglie, ragione per cui alcune parole troppo dure di Stalin nei confronti della Krupskaja bastarono ad indurlo a chiedere le dimissioni del segretario generale del partito. Domanda: per sostituirlo con chi? Risposta: con un uomo che avesse tutte le qualità di Stalin e un solo vantaggio: quello di essere “più tollerante e riguardoso”. Certo, Lenin non si riferiva a Trotsky, poiché in realtà non si riferiva a nessuno. Né il ripetersi di un nuovo incidente nei rapporti tra Stalin e la Krupskja, il 5 marzo successivo, cui seguì una lettera di Lenin a Stalin, ove il primo chiedeva al secondo di scusarsi, pena la rottura completa dei rapporti (lettera che la stessa Krupskaja non volle che fosse trasmessa al destinatario), può modificare il quadro complessivo della vicenda nei suoi lineamenti ormai del tutto patologici. Ovvero, se qualcosa di patologico non mancò nella fase successiva alla morte di Lenin, questo fu allorché Trotsky, indossate le mentite spoglie di ‘detective’, fabbricando di sana pianta la sua accusa contro Stalin, da lui qualificato come “l’assassino di Lenin”, e utilizzando in modo fraudolento il c.d. “testamento di Lenin”, giunse a screditare completamente tutta la sua campagna contro Stalin.
Quote
#62 Marco 2019-04-08 18:39
Cittadino Galati, il "testamento" era così favorevole a Stalin... che Stalin ha deciso di ritoccarlo. E, fra l'altro, il riferimento al "non bolscevismo" di Trotsky è appunto una delle interpolazioni che Canfora gli ascrive.
Quote
#61 giorgio 2019-04-08 17:37
Poiché non sono "incatenato" ad un computer solo ora rispondo alla richiesta di indicare in cosa Stalin e la Unione Sovietica dalla rivoluzione d'ottobre al secondo dopoguerra può insegnare oggi a chi vuole una trasformazione del sistema sociale ed economico capitalista. Innanzitutto la volontà di conquistare il potere politico grazie ad una organizzazione rivoluzionaria che non si preoccupa di maggioranze elettorali eterogenee ma di interessi di classe perseguiti con ogni mezzo oltre i vincoli culturali e materiali in cui si trova sussunta una società -Marx ci ricorda che l'uomo è il suo essere sociale e quindi può comprendere o non comprendere il suo interesse collettivo di classe come quello personale di individuo- e si preoccupa di conservare detto potere per la trasformazione della società secondo la propria visione: questo è ciò che esattamente fanno per i propri fini tutti i poteri borghesi del mondo e della storia e non si comprende perché invece un potere rivoluzionario dovrebbe rinunciarvi per permettere alla borghesia di continuare a perseguire i propri obiettivi contrari.
Tutti gli stati borghesi, è inutile l'elencazione storica, hanno sempre combattuto con mezzi militari le attività rivoluzionarie: ho letto in alcuni interventi che nei paesi capitalisti si può essere "comunisti" ed è vero se con tale termine si vuole descrivere uno "stato individuale di letture o sentimenti" inoffensivo ma è completamente falso se si intende per comunista colui che persegue con ogni mezzo la rivoluzione sociale. In Italia come in ogni paese capitalista esiste il delitto di opinione e ci sono norme che prevedono l'immediata risposta repressiva per chi voglia "sovvertire l'ordinamento dello stato", ovviamente borghese ( caratterizzato oggi da proprietà privata dei mezzi di produzione e controllo del sistema finanziario e dei mezzi di comunicazione).
Quindi Stalin insegna ancor oggi anche a resistere agli attacchi della borghesia ponendo al centro la politica trasformatrice e il Venezuela chavista, oggi, non negli anni'30, sta applicando quella lezione nonostante tutto il mondo capitalista voglia distruggerlo dopo che lo ha tentato prima da sola la borghesia autoctona senza risultato se non di distruggere lo stato e la sua economia.
Ma Stalin ci insegna oggi anche l'errore della dirigenza Chavista ovvero il non aver spossessato dei mezzi di produzione la borghesia Venezuelana se non in minima parte, permettendogli di distruggere le aziende e le fonti di ricchezza del popolo per combattere in tal modo il governo socialista: quando Chavez aveva le risorse necessarie per poterlo fare mantenne un approccio collaborativo con ampi settori economici privati del paese
alla ricerca di un consenso che era solo strumentale e ovviamente tattico in attesa dei temi migliori di un attacco a fondo per la restaurazione del potere capitalista asservito in primis agli USA. Il sostegno popolare all'attuale governo, sia nelle molte elezioni del 2018 sia nelle piazze oggi che l'economia è in stato disastrato e soggetta alle "sanzioni" ammazzaminori del sistema iracheno dimostra che avrebbe avuto ragione Stalin nel nazionalizzare quello che Chavez non ha completato.
Stalin ha sviluppato l'industria moderna salvando il paese
nella seconda guerra mondiale e lo ha fatto sviluppando il sistema scolastico e mi pare che entrambi questi criteri di impostazione politica siano validi anco oggi.
La domanda potrebbe essere formulata all'opposto: cosa invece ci aiuta oggi delle idee, visto che fatti non ce ne sono di qualità e natura trasformatrice anticapitalista, propugnate dai marxisti liberali occidentalizzati al di là di sostegni al reddito (di sudditanza) ?
Quote
#60 Vale 2019-04-08 11:51
No Galati, hai letto male. Non mi interessa difendere Trotzki (come a te sembra), ma la frase corretta è “non gli si può ascrivere.. il non bolscevismo (a Trotzki)”. Lenin, come si può leggere, vuole raddoppiare i membri del CC contro l’autocratismo montante di Stalin; come si può leggere, Stalin è l’unico a cui Lenin non trova nemmeno un pregio; e, infine, sempre come si può leggere, Stalin è l’unico che Lenin vuole venga destituito.
Quoting Mario Galati:
Faccio notare che nel "Testamento", che scolpirebbe i giudizi definitivi e le ultime volontà di Lenin, non c'è alcun cenno allo "sciovinismo" di Stalin.

Infatti, lì lo definisce solo come un autocrate pericoloso che deve essere destituito dal suo incarico. “Sciovinista” si trova in un'altra lettera. Come ti ho già detto ( commento nr 50 ), quella frase di Lenin [ “Dichiaro guerra (e non una guerricciola, ma una lotta per la vita e per la morte) allo sciovinismo granderusso di Stalin” ] si trova nel biglietto indirizzato a Lev Kamenev e la puoi andare a leggere nella versione pubblicata sotto il titolo «Biglietto all’Ufficio Politico sulla lotta contro lo sciovinismo di grande potenza» (6 ottobre 1922) [ in V.I. Lenin, Opere complete, vol. XXXIII, cit., p. 339 ]
PS : per tutto quello che ci siamo già detti ( e che tu chiaramente ignori, da come si può notare nei commenti precedenti ) non c’era bisogno di Lenin per capire che Stalin fosse uno sciovinista, nazionalista e influenzato dal darwinismo eugenetico .
Ciao.
Quote
#59 Mario Galati 2019-04-08 09:44
Dunque, nel "Testemento", Lenin sottolinea il narcisismo, l'amministrativismo e, soprattutto, il "non bolscevismo" "non casuale", di Trotzki. Lenin lo ha sempre ritenuto legato ad un fondo menscevico. Poi parla del dubbio marxismo di Bukarin, della sua assenza di dialettica, e della non casualità del comportamento di Zinoviev e Kamenev nella preparazione della rivoluzione (si ricordi la loro contrarietà all'insurrezione e alla presa del potere e la pubblicazione svelatrice dei piani dell'insurrezione fatta da Zinoviev sui giornali. Un fatto gravissimo). A Stalin, invece, non muove alcun rilievo teorico o politico. Anzi, ne condivide in pieno l'impostazione teorica e la linea politica. Gli rimprovera solo limiti caratteriali ("designare a questo posto un altro uomo che, a parte tutti gli altri aspetti, si distingua dal compagno Stalin solo per una migliore qualità, quella cioè di essere più tollerante, più leale, più cortese e più riguardoso verso i compagni, meno capriccioso, ecc.". Dunque, si tratta "solo" di difetti caratteriali. per il resto, non vi è alcun motivo di sostituire Stalin). Dovreste sapere che Lenin scrive in seguito ad una telefonata di Stalin alla Krupskaia, nella quale la rimprovera indelicatamente di violare le disposizioni dei medici che vietavano nel modo più categorico di affaticare Lenin, prescrivendone il riposo assoluto, pena la morte. Invece, si sottoponevano a Lenin questioni e lo si interessava della vita del partito e dello stato, proprio tramite la moglie. Questo rimprovero brutale viene riferito dalla Krupskaia a Lenin (sbagliando, così, due volte), il quale, come è umanamente comprensibile, reagisce irritato e urtato in difesa della moglie e scrive quelle cose sulla indelicatezza e brutalità di Stalin. Ora, il partito aveva incaricato Stalin di attendere al rispetto delle prescrizioni mediche e alla tranquillità di Lenin (pena la vita, si badi bene). ma tutto questo viene interpretato dal ciarpame antistalinista come il muro di isolamento costruito da Stalin intorno a Lenin. per il resto, Eros Barone ha chiarito bene come le decisioni circa il cosiddetto testamento di Lenin siano state collegiali, Trotzki compreso, anche se poi lo ha dimenticato. E si era in un periodo nel quale non era ancora consolidato il potere di Stalin.
Ripeto, Luciano Canfora non è così fesso da non capire che il "testamento" colpisce politicamente Trotzki, Bukarin, Zinoviev e Kamenev e, invece, conferma politicamente Stalin. Tanto è vero che ritiene che lo stesso Stalin possa averlo ritoccato.
Dunque, perchè continuare con questa stupida speculazione su uno scritto che, tra l'altro, non è neppure scritto di pugno da Lenin?
P.S. Faccio notare che nel "Testamento", che scolpirebbe i giudizi definitivi e le ultime volontà di Lenin, non c'è alcun cenno allo "sciovinismo" di Stalin. Invece c'è spazio per il menscevismo di Trozki. Come la mettiamo?
Quote
#58 Vale 2019-04-08 01:41
Daniele grazie e concordo su tutto.
Concludo anch’io, con qualche osservazione in ordine sparso.
La rivoluzione del ’17 ( che fosse in linea o meno con Marx ) seppe comunque dare un senso di dignità alle classi subalterne e accendere le speranze emancipatrici di alcune generazioni , mobilitando milioni di essere umani attraverso il pianeta.
Negare i crimini e le vittime della “costruzione del socialismo in un paese solo” è come negare la schiavitù o i crimini del colonialismo.
A Stalingrado fu scritta una pagina gloriosa contro il nazismo.
La fine del marxismo ufficiale dell’URSS ha liberato Marx dalla pubblica identificazione con il leninismo nella teoria e con i regimi leninisti nella pratica.
Quote

Add comment

Saranno eliminati tutti i commenti contenenti insulti o accuse non motivate verso chiunque.


Security code
Refresh