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"Sull'Unione Europea la sinistra ha smesso di pensare"
Francesco Piccioni intervista Dino Greco
Dino Greco, un passato di militanza politica e sindacale in trincea, come dirigente Cgil e poi segretario della Camera del lavoro di Brescia, quindi come ultimo direttore di Liberazione, ha posto da qualche tempo dentro Rifondazione Comunista il problema della presa d'atto che l'Unione Europea è cosa ben diversa dall'”Europa”, con ovvie drastiche conseguenze sia sull'analisi complessiva del partito che sulla sua strategia politica.
Nel corso dell'ultimo Comitato Politico Nazionale, svoltosi sabato e domenica, c'è stata una discussione piuttosto articolata sul tema, anche alla luce della decisione di aderire al processo della cosiddetta “Sinistra Italiana”.
Ogni dibattito interno a un partito soffre di convenzionalismi e modi di esprimersi “per gli addetti ai lavori”, che rende spesso poco comprensibile il merito politico del contendere. Lo abbiamo intervistato per chiarire i termini di una discussione altrimenti da decrittare.
***
Buongiorno, Dino. Rifondazione è riuscita o no a prendere le misure della nuova situazione italiana ed europea, dopo la “svolta di Tsipras”?
È in atto un confronto molto serio, che parte naturalmente dalla viceda greca, al netto delle solite polemiche tra chi accusa Tsipras di “tradimento” e la sgangherata tifoseria che non vuol vedere i problemi.
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Gallino. Per chi verrà
Lelio Demichelis
Luciano Gallino ci ha lasciato, ma questo non è un necrologio (non lo avrebbe voluto). E la voglia di riordinare anni di riflessioni in comune lasciano il posto non al ricordo (anche, ci mancherebbe), ma a ciò che ci ha lasciato come suo messaggio, appunto il libro uscito poche settimane fa e ultimo di una trilogia (pubblicata da Einaudi) dedicata a questa crisi che è finanziaria ed ecologica insieme: Il denaro, il debito e la doppia crisi. Serie iniziata con Finanzcapitalismo (2011) e proseguita poi con Il colpo di Stato di banche e governi (2013), passando per l’intervista a Paola Borgna su La lotta di classe dopo la lotta di classe (Laterza, 2012).
D come denaro e come debito. E denaro e debito come cause di una crisi appunto finanziaria ed ecologica insieme che compromette, secondo Gallino (e noi con lui), le basi stesse della società e del pianeta. Il tutto, spiegato ai suoi nipoti, come recita il sottotitolo del libro. Un testamento etico e politico che Gallino cercava di lasciare a noi e per noi perché lo leggessimo e meditassimo, provando a usare il pensiero critico (recuperandolo dalle cantine in cui lo abbiamo riposto come cosa inutile e dimenticata) per uscire dalla prigione ideologica neoliberista che ci sta strangolando da troppi anni. Anche se, scrive appunto Gallino ai suoi nipoti “quel che vorrei provare a raccontarvi è per certi versi la storia di una sconfitta politica, sociale e morale. Abbiamo visto scomparire due idee e relative pratiche che giudicavamo fondamentali: l’idea di uguaglianza, e quella di pensiero critico”. Due idee oggi scomparse anche o soprattutto a sinistra (in particolare in Italia), a causa di una perfetta ma diabolica sommatoria di ordoliberalismo tedesco e di neoliberismo statunitense fatta propria della stessa sinistra, sinistra dove anche e purtroppo è scomparso il pensiero critico o forse il pensiero e basta, perché pensare è sempre esercitare riflessione e critica, perché il pensiero è critica o non è pensiero.
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Il Piano C, o “Splendori e miserie della sinistra europea”
di Alberto Bagnai
Nel post francese su Goofynomics il prof. Bagnai condivide con i suoi lettori alcuni eventi del suo viaggio tra Rouen e Parigi: in primo luogo la chiara considerazione espressa al convegno di giuristi tenutosi a Rouen sull’idea di stato federale europeo, e poi l’interessante discussione con un collega sulla lunga serie di errori della “sinistra”, serie che va a culminare col prossimo sinistro errore, il Piano B. Ecco la traduzione per i diversamente europei
Al convegno: “Nessuno crede in un’Europa federale!”
Mi trovo a Rouen, città dove sono successe tante cose europee (come in qualsiasi città dell’ Europa, d’altronde), a partire da un certo processo, per arrivare a un certo convegno, che è l’occasione della mia visita.
Due avvenimenti relativamente lontani, ma che hanno in comune una forte presenza di giuristi, e un dibattito molto interessante.
Mi avevano chiamato per descrivere il processo di regionalizzazione in Italia, cosa che ho fatto come ho potuto, con l’aiuto di colleghi membri dell’associazione a/simmetrie, che attualmente presiedo (qui qualcosa di quanto stiamo facendo). Lo scopo del convegno era sostanzialmente quello di confrontare le diverse esperienze di decentramento e di regionalizzazione, vale a dire, in un certo senso, di “federazione” degli enti locali (siano essi Stati, come negli Stati Uniti, regioni, come in Italia, o cantoni, come in Svizzera). Si affrontavano questioni come la posizione degli Stati federati (o delle regioni) in rapporto allo stato federale (o allo stato centrale), la posizione degli Stati federati (o delle regioni) in rapporto alle comunità sub-statali (stati, provincie, unioni di comuni, città metropolitane, capitali, comuni …), ecc. Le asimmetrie economiche svolgono in questo un ruolo importante, sia a livello informativo, che sul piano dei rapporti di forza, o delle regole di funzionamento, e in effetti quasi tutti i relatori nelle loro presentazioni facevano riferimento al concetto di asimmetria.
Dopo due giorni di lavori, una cosa mi sembra ovvia, e, facendo mostra di una certa ingenuità (estote ergo prudentes sicut serpentes et simplices sicut columbae), non rinuncio a farla notare ai miei colleghi:
“Cari colleghi, abbiamo parlato di tutela delle minoranze etniche, quindi spero che vogliate accogliere con indulgenza questa domanda posta dal solo economista qui presente. Abbiamo visto i problemi della regionalizzazione, e possiamo dire che sono in gran parte comuni a tutte le esperienze che abbiamo analizzato: dalla difficoltà di risolvere democraticamente i conflitti tra i diversi livelli di governo, alla difficoltà di adattarsi al fatto (storico ed economico) che le frontiere cambiano, etc. Abbiamo visto, allo stesso tempo, che a questi problemi sempre uguali nel tempo e nello spazio le diverse comunità hanno sempre fornito soluzioni diverse, soprattutto qui e ora, in Europa.
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Il capitalismo delle diseguaglianze e del debito
di Guglielmo Forges Davanzati
Due “fatti stilizzati” sono propri del capitalismo contemporaneo: le crescenti diseguaglianze distributive e l’esplosione del debito pubblico su scala globale[1]. Si tratta di fenomeni correlati, nel senso che, come si proverà a mostrare, è proprio la diseguaglianza a generare crescente indebitamento pubblico e, in più, è il crescente indebitamento pubblico a generare, attraverso misure di redistribuzione del carico fiscale, crescenti diseguaglianze distributive.
Sul piano empirico, l’OCSE rileva un significativo aumento dell’indice di Gini in tutti i Paesi industrializzati nel corso degli ultimi anni, in particolare a partire dal 2007 (http://www.oecd.org/social/income-distribution-database.htm). Al tempo stesso, come mostrato in Fig.1, si registra un continuo aumento del debito pubblico su scala globale.
L’aumento delle diseguaglianze distributive riduce il tasso di crescita fondamentalmente attraverso due canali, che operano rispettivamente sulla domanda aggregata e dal lato dell’offerta.
a) Dal lato della domanda. La riduzione della quota dei salari sul Pil determina una caduta dei consumi e, a parità di investimenti pubblici e privati, della domanda aggregata e del tasso di crescita.
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L'innocenza della scienza
La macchina del mito 4
di Sandro Vero
La ragione è sempre uno spazio ritagliato dall'irrazionale, mai definitivamente al riparo dall'irrazionale, ma attraversato da esso, e definito soltanto da determinati rapporti tra fattori irrazionali. Gilles Deleuze
1. La neutralità.
L'idea che la scienza sia neutra - eticamente, ideologicamente e politicamente - è un'idea che affonda le sue radici nell'illuminismo e, più avanti, nel positivismo. Ed è nient'altro che l'idea di una modalità della conoscenza umana che si pone ad un livello più alto, più certo, più razionale rispetto ad altre modalità, quali ad esempio la religione, l'arte o la filosofia. L'equivoco fondamentale consiste nella premessa da cui si parte: tutto ciò che è razionale è migliore, più alto, assoluto, di ciò che invece non lo è. Un equivoco che rivela la natura ideologica di questa premessa: che cioè il razionale e il non razionale siano esclusivi, non sovrapposti, dove c'è l'uno non può esserci l'altro e viceversa.
2. La razionalità scientifica.
La razionalità della scienza, ovvero il carattere oggettivo della sua conoscenza, sembra indubitabile. Ma l'unica certezza che abbiamo è che questa forma di razionalità appartiene all'ambito del metodo scientifico, e di una particolare declinazione della scienza che è quella della cultura occidentale.
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Le nuove logiche del capitalismo predatorio
Giuliano Battiston intervista Saskia Sassen
L'obiettivo è ambizioso. Il metodo innovativo. Per esaminare la lenta, opaca decadenza dell'economia politica del ventesimo secolo e l'emergere, sulle sue macerie, di un nuova paradigma, Saskia Sassen – docente di Sociologia alla Columbia University di New York – ha deciso di archiviare le categorie tradizionali «che articolano la nostra conoscenza dell'economia, della società e dell'interazione con la biosfera». Espulsioni. Brutalità e complessità nell'economia globale, appena tradotto dalla casa editrice il Mulino (pp. 296, euro 25), è il risultato di questo sforzo: un'immersione nella transizione storica che stiamo vivendo. Il tentativo di leggere, dietro alla specificità di processi diversi – l’impoverimento della classe media nei paesi ricchi, lo sfratto di milioni di piccoli agricoltori nei paesi poveri, le pratiche industriali distruttive per la biosfera – la stessa tendenza sotterranea. La fine della logica inclusiva che ha governato l'economia capitalistica a partire dal secondo dopoguerra e l'affermazione di una nuova, pericolosa dinamica. Quella delle espulsioni.
***
Professoressa Sassen, le patologie del capitalismo sono sotto gli occhi di tutti, ma le diagnosi divergono. Gli economisti che contestano il neoliberismo puntano il dito sulla crescente disuguaglianza (per esempio Stiglitz in The Price of Inequality), mentre lei preferisce affidarsi alla categoria delle “espulsioni”. Perché?
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Pasolini e Calvino
di Girolamo De Michele
Questo mio intervento ha per titolo “Pasolini e Calvino”: sono quindi in dovere di spiegare il titolo, per cominciare. Il titolo allude a una lettura comune dei due autori nominati: dunque si pone dal punto di vista dell’eventuale lettore di Pasolini e Calvino, e ha per obiettivo l’effetto che questa lettura congiunta, o parallela, o a mollichelle, ha sul lettore.
Intendiamoci, non sto cercando di minimizzare le cose che dirò con un maldestro tentativo di abbassare il livello della mia lettura: se ci pensate, la Retorica di Aristotele è un testo centrato sull’effetto che la tragedia ha sullo spettatore, più che un manuale di scrittura tragica o un saggio di critica del genere teatrale. Sto semplicemente chiarendo che intervengo dal punto di vista del lettore, non da quello dell’autore (che in altri momenti potrei essere) o del critico (che non sono): dopo tutto un punto di vista devo pur assumerlo, per evitare sovrapposizioni di piani e ambiguità di vario genere.
E poi, scusate se tiro anch’io la giacchetta a un critico tedesco molto citato negli ultimi tempi (forse perché ha scritto su Pasolini), Hans Magnus Enzensberger. Sto parlando del suo celebre paragone tra la letteratura e l’Alka-Seltzer1: da quando la letteratura è stata coinvolta nel processo di socializzazione, l’istituzione letteraria si è dissolta come il cialdino nel bicchiere della società. Essa non è finita, è dappertutto; ma ha perso peso, e con essa «le subistituzioni che ne dipendono» si sentono scalzate da nuove istanze sociali, e la loro inquietudine trapela da domande che si fanno insistenti e un po’ lamentose al tempo stesso: il computer non danneggerà la lettura della pagina cartacea?
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Luciano Gallino, costruire le fabbriche del dissenso
Roberto Ciccarelli
Addio al grande sociologo Luciano Gallino, scomparso a 88 anni. Ritratto di un intellettuale politico costruito in anni di interviste al telefono. Perché al telefono il pensiero viene messo al lavoro. A una domanda, può corrispondere una risposta imprevedibile al ritmo del presente
Luciano Gallino è morto a 88 anni. L’ultima volta che l’ho sentito al telefono, per un’intervista, era ai primi di luglio 2015. Ci eravamo lasciati con un appuntamento in autunno, quando sarebbe uscito il suo nuovo libro Il denaro, il debito e la doppia crisi, una lunga lettera ai suoi nipoti, più che un testamento uno strumento di battaglia contro l’austerità. Pensavamo a un’altra intervista, per discutere del libro. Mi disse: “Sa sono stato male, ma ho continuato a lavorare al libro. Adesso sto correggendo le bozze”.Era pieno di energia, mi disse. Lo richiamato più volte, nelle ultime settimane. Non è stato possibile parlarci.
Il ticchettìo dell’Olivetti
Era diventata un’abitudine, questa lunga frequentazione telefonica iniziata, credo, nel 2009.
Il nostro metodo di lavoro era improvvisato, ma era sempre preciso, infallibile. Lo chiamavo al mattino, prospettavo l’argomento dell’intervista: una dichiarazione del governo di turno, un avvenimento politico europeo di primo piano, un movimento degli studenti, una legge finanziaria, l’ultimo libro pubblicato. Mi rispondeva cortese, sembrava prendere appunti a mente, mi chiedeva sempre di richiamarlo al pomeriggio. Prendeva molto sul serio l’argomento, sembrava volerlo studiare a fondo. Lo richiamavo e, alla prima domanda, iniziava a parlare con un filo di voce, con calma, a raffica. Faticavo a stargli dietro.
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La forza di Renzi
Marino Badiale
Dopo Italicum e Jobs act, Renzi ha ottenuto anche la cosiddetta riforma del Senato. Senza grosse difficoltà, in questo caso come nei precedenti. A Renzi sta riuscendo, con una certa facilità, ciò che Berlusconi ha tentato inutilmente (o quasi) di fare per vent'anni. Penso sia il caso si chiedersi le ragioni di questa forza. Per rispondere, bisognerebbe prima chiedersi le ragioni della “debolezza” di Berlusconi. Mettiamo“debolezza” tra virgolette, perché ovviamente la parola è da prendere cum grano salis. Berlusconi ha sempre avuto, ed ha tuttora, un grande potere, i cui vari aspetti diamo qui per noti. Osserviamo solo che la sua vita politica copre gli ultimi vent'anni: in questi vent'anni egli è stato al potere per circa dieci, ed è stato comunque influente anche negli altri dieci. Ma sono proprio i dati oggettivi che mostrano la reale forza di Berlusconi a porre con evidenza il problema. Come mai in vent'anni di attività politica ai massimi livelli egli non è riuscito a devastare la Costituzione, conculcare la democrazia e abbattere i diritti dei lavoratori in maniera così completa come è riuscito in pochissimo tempo a Renzi? La prima risposta che viene in mente è che Berlusconi era sì forte, ma ha anche suscitato contro di sé forti opposizioni. Il ceto politico si è sempre profondamente diviso, di fronte ai suoi tentativi di cambiamenti regressivi delle istituzioni. Ma perché? Non certo per motivi morali o ideali. L'attuale ceto politico non conosce né etica né idee. Poiché l'unica cosa che esiste, per l'attuale ceto politico, sono gretti interessi materiali, è evidente che il problema di Berlusconi stava nel fatto che egli non era in grado di soddisfare tutti questi interessi, o almeno una loro parte tanto consistente da dargli maggioranze capaci di fare ciò che ha fatto Renzi. In sintesi, non c'era trippa a sufficienza per tutti i gatti, o almeno per una loro parte consistente.
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Una finanziaria depressiva
Riccardo Achilli
Finalmente, dopo oltre due settimane dalla sua presentazione,
il Governo Renzi mette a disposizione tabelle e numeri del disegno di legge di stabilità, dopo averne discusso in segrete stanze con burocrati europei, il cui parere vale, evidentemente, molto di più di quello del Parlamento e dei cittadini. Emerge in
modo ancora più chiaro, tanto che la Corte dei Conti ne dà una sostanziale bocciatura, l’impressione iniziale che avevamo avuto, ovvero quella, per parafrasare Churchill, di un nulla avvolto dal niente, costruito per mirabolanti slide piene di slogan
elettoralistici. Ma sostanzialmente dannoso.
Le forze sociali confindustriali che, a questo punto devo dire in modo del tutto suicida, continuano a sostenere la narrazione rignanese, sostengono, in piena linea con la comunicazione renziana, che si tratta della prima manovra finanziaria “espansiva” degli ultimi anni. Lo fanno davanti ad una opinione pubblica narcotizzata, privata di chi sia in grado di proporre uno straccio di analisi critica.
Eppure basterebbero poche operazioni algebriche, condotte sui documenti ufficiali di fonte governativa, per capire la direzione di questa manovra. Si parte da un indebitamento netto pari, nel 2015, a 42,5 miliardi. Su tale base di partenza, il Governo stima due scenari previsionali per il 2016: uno detto “tendenziale”, ovvero uno scenario che stima i parametri macroeconomici e finanziari nell’ipotesi che non si intervenga con nuove politiche sull’assetto esistente, ed uno “programmatico”, le cui stime scontano gli effetti previsti da nuove politiche di intervento, come in particolare quelle contenute nel ddl di stabilità. Il primo scenario, quindi, evidenzia, per gli anni a venire, soltanto gli effetti di trascinamento delle politiche fatte nel passato, e, per il 2016, stima un rapporto disavanzo/PIL pari all’1,4%, ovvero a una diminuzione di 19,7 miliardi rispetto al disavanzo del 2015.
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Un filosofo classico. Gilles Deleuze a vent'anni dalla morte
Rocco Ronchi
ll 4 novembre 1995 moriva a Parigi il filosofo francese Gilles Deleuze. Doppiozero lo ricorda, a vent'anni dalla morte, con una serie di scritti suoi e su di lui
È possibile “situare” con precisione la posizione di Gilles Deleuze nella storia della filosofia. Non aggiungo l'aggettivo “moderna” o “contemporanea” perché la storia della filosofia è una sola dal momento che a definirla non è la successione dei sistemi di pensiero ma la riproposizione costante e monotona di una sola questione, quella che concerne la possibilità per la filosofia di cominciare. Può darsi, cioè, un pensiero puro, un pensiero senza immagine, un pensiero che sia libero dalle presupposizioni della doxa, dalle equivoche “evidenze” del senso comune come dalle direttive morali di un malinteso buon senso? Oppure la filosofia è l'impossibile, è il sogno cattivo di una umanità tracotante che s'illude di potersi spogliare della sua finitezza, della sua mancanza e addirittura del suo limite strutturale, la morte, per coincidere in un punto – la filosofia, appunto! – con il piano stesso dell'infinito? Ecco la questione, posta nella sua brutale semplicità, che attraversa da cima a fondo l'intera filosofia deleuziana e che ne spiega l'inattualità, la sorda ostilità che l'ha sempre accompagnata, gli equivoci di cui è stata vittima, ma anche il fascino che essa ha saputo esercitare su chi si avvicinava alla filosofia perché continuava ingenuamente a credere nella possibilità di una “sapienza” che non avesse più l'uomo come sua unità di misura.
Come tanti studenti di filosofia della mia generazione, io mi sono formato in un tempo – la fine degli anni '70 e gli '80 – in cui la dismissione della filosofia era moneta comune. C'erano dei maestri del pensiero, è vero.
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EXPO 2015. Vettore di spoliazione e laboratorio di nuovo sfruttamento
di Emanuele Leonardi e Ugo Piazza
Considerate come ‘pulsazioni’ del pianeta,Alberto Abruzzese1
Si è finalmente concluso il grande circo mediatico dell’EXPO milanese, dedicata al tema Nutrire il pianeta, energia per la vita. Non siamo affatto certi che il trionfalismo governativo sarà confermato da un’attenta lettura dei dati, né che la patata bollente del post-esposizione sarà gestita in maniera adeguata e trasparente. Si tratta di problemi seri e urgenti, cui i movimenti No EXPO non potranno sottrarsi. In questo breve intervento2 vorremmo tuttavia focalizzare l’attenzione su tre elementi più generali, in grado forse di fornire all’ondata informativa che si appresta a travolgerci un contesto storico di riferimento, uno sfondo capace di dare senso politico al mega-evento dell’anno.
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Della guerra in Siria: caos diffuso, nuovi equilibri o cosa?
Spigolature geopolitiche 2.2
di rk
Nella deriva apparentemente inarrestabile del Medio Oriente verso il caos - perseguito o meno, e da chi, essendo la questione che aleggia sullo sfondo - ecco dunque inserirsi l’intervento militare diretto della Russia a sostegno del governo di Damasco. Comunque lo si valuti, e con la cautela indispensabile per una situazione complessa e in continuo movimento, una cosa sembra certa: esso si pone frontalmente contro la strategia del regime change statunitense in Siria e, se dovesse riuscire sul piano militare e non solo, ne segnerebbe il fallimento quanto meno sul medio termine con ripercussioni locali e globali tutte da vedere.
In realtà, la strategia Usa in Siria aveva già mostrato numerose falle. Due le ragioni principali: l’assenza di truppe fidate sul terreno in grado non solo di disarticolare lo stato siriano - per questo sono bastate le milizie islamiste armate e addestrate direttamente o tramite Turchia e Arabia Saudita - ma di sostituirlo; e la resistenza di Damasco, supportata da Hezbollah e aiuti russi ma evidentemente anche da un persistente seppur passivo consenso popolare, che è stata ben altra cosa rispetto a quella di un Gheddafi in Libia. Senza contare che nel caso siriano a frenare la corsa di Obama al regime change si sono mossi, dietro le quinte ma fermamente, anche attori internazionali quali la Cina (precedentemente scottata proprio dal caso libico) e il Vaticano.
Ciò non toglie che quel minimo accenno di Primavera araba che si è dato in Siria (ammesso pure che si sia dato) è stato subito cannibalizzato dalle guerriglie jihadiste e dagli appetiti delle fottutissime petrolmonarchie, con la Turchia a fare da base logistica (ma finora con un ben misero ritorno) e Israele a godersela (della tacita alleanza dello stato ebraico con i “custodi dei luoghi santi” dell’Islam si parla oramai senza peli sulla lingua: http://www.jpost.com/Opinion/Syria-and-the-US-431750).
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Lo sguardo lungo di Pasolini
Franco Berardi "Bifo"
In un film recente e bellissimo che si chiama Non essere cattivo, Claudio Caligari ha riproposto i luoghi e le atmosfere della Ostia di Pasolini (quella dei suoi romanzi, quella della sua morte). La storia si svolge nel 1995, cioè a metà strada tra l’anno in cui Pasolini fu ucciso, e l'oggi, il nostro tempo in cui la demenza e la barbarie sono uscite dai margini per invadere il centro della scena.
Se pensiamo ai quarant’anni che ci separano dalla morte di Pasolini ci rendiamo conto del fatto che il suo presentimento più oscuro e più marcio si è progressivamente fatta realtà nella storia di questo paese, mentre l’immaginazione distopica si impadronisce della storia del mondo. Nel suo Salò Pasolini aveva colto la sostanza eterna del fascismo, collocandone il tempo nel passato, ma presentendo il suo riemergere nella mutazione culturale che allora si delineava ambiguamente all’orizzonte.
Quel futuro che oggi è presente Pasolini non seppe descriverlo se non in termini nostalgici, passatisti, in ultima analisi reazionari. Non essere cattivo racconta una storia che si colloca nel punto in cui lo sprofondamento della mente collettiva inizia dai margini della vita sottoproletaria, della periferia urbana e della droga.
In questi ultimi anni il cinema italiano ha ritrovato forza espressiva perché ha avuto il coraggio di guardare negli occhi l’orrore psichico e morale dell’epoca presente attraverso le lenti specificamente italiane della demenza barocca, dell’euforia aggressiva e dell’autodisprezzo depressivo. Matteo Garrone (Gomorra e Reality), Nanni Moretti (Habemus Papam) e Sorrentino (Il Divo, La Grande bellezza) hanno ripreso il filo della diagnosi pasoliniana: la sguaiatezza del fascismo eterno che Pasolini mette in scena nel Salò, si è fatta pervasiva, quasi ubiqua, e va in onda quotidianamente sui giornali, in tivu e nella vita.
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Dopo Ignazio Marino un sindaco per Roma né di destra né di sinistra?
di Giorgio Salerno
Con l’uscita di scena dell’alieno, del marziano, del diverso, cioè dell’ ex sindaco di Roma, Ignazio Marino, si chiude una fase turbolenta della consiliatura eletta nelle comunali del maggio 2013. Molto è stato detto sulla vicenda e sul personaggio per cui non ci torneremo sopra ma cercheremo di capire cosa accadrà ora, quali scenari si presentano per la città e quale storia si chiude con questa crisi.
L’indagine giudiziaria accerterà se vi siano reati nella condotta dell’ex sindaco e sull’altro versante, quello di Mafia Capitale, si spera che tutta la verità venga a galla compresi i nomi secretati dei 101 funzionari capitolini collusi o corrotti.
Più che Marino ne esce molto male il PD romano che “era ed è uno dei peggiori d’Italia” (Scalfari dixit). Giudizio autorevolmente confermato e certificato dall’indagine commissionata dalla Direzione del PD a Fabrizio Barca e dalla quale si evince che ben 24 sezioni del Partito, più di un terzo della Federazione romana, sono infrequentabili. Ed il gruppo consiliare, i famosi 19, non sono un granchè in quanto a competenze e capacità amministrative. Il problema della poca autorevolezza o della mancanza di una classe dirigente del PD sui territori, a Roma è particolarmente grave.
Ancora più grave il metodo seguito per far dimettere Marino. Il PD ha rivelato, sostituendo al dibattito pubblico dell’Aula consiliare la manovra di corridoio e la ‘scomunica’ extra-istituzionale del Sindaco, una natura “compiutamente post-democratica” come ha scritto Marco Revelli.
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Dopo l’euforia dell’Expo
Mario Vitiello
A qualche giorno dalla fine dell’Expo, è possibile iniziare a fare alcuni bilanci dell’evento che ha occupato la scena politica e sociale milanese (e a tratti anche nazionale) negli ultimi cinque anni. Expo è un evento complesso, che riguarda la città di Milano e probabilmente l’intera nazione, che interessa molti settori, e ancora oggi sono tante le domande aperte, molti i rischi incombenti – non tutti noti – e innumerevoli le ferite che si devono ancora rimarginare. Per questo è necessario premettere qualche informazione riguardo gli assetti delle società che governano Expo, per comprendere quali siano le criticità e le contraddizioni presenti sullo scenario milanese (ma non solo) per i prossimi anni.
La proprietà delle aree è di Arexpo Spa, la società che ha comperato il milione di metri quadri su cui si sta svolgendo l’evento. Li ha acquistati da Cabassi, da Fondazione Fiera e da Poste Italiane, pagandoli uno sproposito (grazie ad una speculazione tipo “mani sulla città” garantita dalla giunta Moratti), indebitandosi con le banche (principalmente Intesa San Paolo per circa 160 milioni) e con la stessa Fondazione Fiera (per circa 50 milioni di euro). La gara indetta negli scorsi mesi per trovare un compratore per le aree del sito è andata deserta, e in molti stanno pensando a cosa fare di queste aree, che per il momento sembrano interessare a tutti ma che nessuno vuole.
A meno che non intervenga un soggetto “forte”, sia sotto il profilo politico sia sotto quello finanziario, che garantisca la realizzazione di nuove opere, nuove infrastrutture Expo Spa è la società che ha costruito l’Expo e che sta gestendo lo show.
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Critica del pasolinismo
L'ideologia italiana. “Pasolini” a quarant'anni dalla morte
Rocco Ronchi
Non di Pier Paolo Pasolini vorrei parlare ma del pasolinismo, vale a dire di un'ideologia diffusasi a macchia d'olio nell'Italia dei quarant'anni successiva alla sua morte. Questa ideologia si è nutrita, ripetendola come un ritornello, della concettualità prodotta dal Pasolini “corsaro” in articoli e interventi pubblici che non hanno certo bisogno di essere qui ricordati. Se il poeta Pasolini, il cineasta Pasolini, lo scrittore Pasolini possano poi essere effettivamente ridotti al pasolinismo è questione aperta sulla quale è perlomeno prudente non pronunciarsi. Noto soltanto che in tempi non sospetti, siamo nel 1965, quando Pasolini era ancora bel lungi dal diventare la santa icona dell'intellettualità italiana, Alberto Asor Rosa, tenendo conto della produzione poetica, dei romanzi e delle primissime esperienza cinematografiche, aveva scritto pagine mirabili nelle quali aveva colto il tratto specifico della poetica pasoliniana in un certo populismo estetizzante e decadente, così coerente con l'italica tradizione. Ma non è questo il punto. Ciò che mi interessa – anche per ragioni autobiografiche, essendo io cresciuto nell'Italia post-Pasolini – sono le ragioni del consenso generalizzato, entusiasta, talvolta addirittura fideistico, che, come un'onda irresistibile, la proposta teorica e critica del Pasolini corsaro ha suscitato.
È un consenso che, caso quasi unico nella storia culturale italiana, trascende le appartenenze politiche come quelle religiose. Destra e sinistra (estrema destra ed estrema sinistra comprese), tradizionalisti cattolici e laici irriducibili, critici conservatori della cultura e aspiranti modernizzatori del paese, possono discutere e contrapporsi su tutto, ma su “Pasolini” – le virgolette sono d'obbligo – si riconoscono. Su quel “Pasolini”, teorico della “mutazione antropologica”, della “omologazione” e del “genocidio culturale” operata dal tardo-neo-post ecc. capitalismo, tutti giurano concordi. Tutti ne verificano la “straordinaria attualità”, tutti ne lodano le capacità “profetiche”, tutti ne lamentano la “mancanza” con accenti toccanti.
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I problemi della sinistra oggi
“Il movimento socialista è nato dall'incontro fra teoria scientifica e lotta di classe: da qui dobbiamo partire!”
#politicanuova intervista Domenico Losurdo
Domenico Losurdo, Professore emerito di Storia della Filosofia all'Università di Urbino, tra i maggiori intellettuali contemporanei, che recentemente ha pubblicato “La sinistra assente” (Carocci, 2014), un'analisi a proposito dell'assenza, in Occidente, di una forza d'opposizione in grado di incidere nella realtà e d'offrire la prospettiva della trasformazione sociale (A cura di Aris Della Fontana)
1. Lei afferma che «la sinistra dilegua proprio nel momento in cui è chiamata a reagire ai processi in atto». Come si spiega questa contraddizione?
Quando parlo del dileguare della sinistra, mi riferisco all'Occidente. La sinistra dilegua, per esempio, dinanzi all'aggravarsi della situazione internazionale. Oggi stiamo assistendo a una serie di guerre neo-coloniali, particolarmente nel Medio Oriente: è un dato di fatto che viene riconosciuto persino da commentatori borghesi, ma che la sinistra occidentale, invece, tace. E oggi i pericoli di guerra si stanno aggravando: ne “La sinistra assente” cito un illustre analista quale Sergio Romano, secondo cui gli Stati Uniti hanno come obiettivo l'acquisizione di una sorta di monopolio sostanziale dell'arma nucleare; e ciò, all'occorrenza, anche al fine di poter scatenare un primo colpo nucleare impunito. Ci troviamo, dunque, dinanzi a una prospettiva decisamente allarmante. Ma la sinistra occidentale latita. Nel libro spiego le ragioni storiche di questa latitanza, ma fermarsi a ciò non basta. Di fronte all'aggravarsi dei conflitti sul piano internazionale, delle tendenze neo-colonialiste e della minaccia imperialista, s'impone la necessità d'una chiara risposta da parte della sinistra – anche sul piano ideologico - e con ciò una sua riorganizzazione. Ma purtroppo siamo ancora disgraziatamente lontani da tale momento.
2. Di fronte alla «crisi economica e politica» e ad un «deteriorarsi della situazione internazionale» che desta importante preoccupazione in particolare per i venti di guerra che spirano sempre più forti, si pone, per la sinistra, la questione delle tempistiche, e cioè della necessità di agire in rapporto a margini non eternamente posponibili? Se la sinistra non si attiva ora, in seguito sarà troppo tardi?
Per quanto concerne lo stato della situazione internazionale, ribadisco quanto sostenuto poco sopra.
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Marx e noi: Stato e società civile
di Renato Caputo
La contrapposizione marxiana fra concezione materialista e idealista della dialettica fra Stato e società civile è ancora oggi essenziale per contrapporre al pensiero unico dominante una visione del mondo autonoma, in grado di superare dialetticamente le ideologie precedenti. Soltanto mediante il rovesciamento della concezione idealista sarà possibile sviluppare la concezione materialista della storia per cui sono le strutture economiche e sociali a determinare, in ultima istanza, le sovrastrutture politiche
Come è noto, sin da giovane Gramsci ha difeso la Rivoluzione di ottobre come una rivoluzione contro il Capitale. In altri termini si tratta di una rivoluzione che aveva avuto successo proprio perché i suoi ideatori avevano operato una cesura con quella ortodossia marxista, dinanzi alla quale lo stesso Marx aveva sostenuto di non essere marxista. È altrettanto noto che Gramsci, riflettendo in carcere sulle cause della sconfitta della rivoluzione in Occidente le rinviene, in primo luogo, nell’incapacità dei comunisti, troppo ancorati alla tradizione massimalista, di tradurre la lezione leninista nel contesto di un Paese a capitalismo avanzato. In tal caso, la rivoluzione in Occidente si sarebbe potuta realizzare solo operando una cesura con una schematica riproposizione del modello bolscevico in un contesto in cui non c’è essenzialmente da fare i conti con lo Stato, ma prima ancora con una società civile riccamente articolata.
Ciò rendeva necessario, dinanzi all’evidente fallimento del tentativo di affermarsi con una guerra lampo di movimento, prepararsi a una necessariamente lunga guerra di logoramento. Nelle società a capitalismo avanzato, infatti, il potere non si regge principalmente sul monopolio della violenza legalizzata ma sulla capacità di egemonia del blocco storico dominante sui ceti sociali subalterni. Ciò rende indispensabile lo sviluppo della lotta di classe al livello delle sovrastrutture.
Proprio il marxismo occidentale si è sviluppato insistendo sulla necessità di sviluppare la coscienza di classe nei ceti subalterni. Lo sviluppo di quest’ultima è certamente favorito dal comune sfruttamento da parte della borghesia e dalla necessaria lotta di classe che, dal piano della rivendicazione economica, tende a svilupparsi sul piano della lotta politica.
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Antonio Carlo su Croce e Gramsci
Red Link
Inviamo in allegato l’ultimo lavoro di Antonio Carlo, che in questo caso si occupa di due intellettuali, sia pure molto diversi e contrapposti tra di loro sul piano politico come Croce e Gramsci, ma influenzati entrambi dall’idealismo. Non è una tesi nuova, nonostante il recente innamoramento per il pensiero di Gramsci da parte di tanta sinistra, anche radicale, sia su scala nazionale, ma forse ancora di più a scala internazionale. E già questo ci sembra un ulteriore indicatore dello stato di salute del pensiero e del movimento comunista attuale (si parva licet).
In particolare ci è sembrato interessante mettere in relazione la produzione teorica di questi due intellettuali con il livello di sviluppo del capitalismo in Italia e le caratteristiche tanto della classe dominante quanto di quelle del proletariato.
Quindi salutiamo questo nuovo scritto di Antonio ed invitiamo a leggerlo con attenzione soprattutto ai giovani militanti su cui sappiamo che il pensiero di Gramsci esercita un fascino particolare, poiché il suo recupero viene inteso (con relativa ingenuità) come un ritorno al genuino pensiero marxista. Nonostante i toni siano a volte aspri e trancianti, come è nel suo stile, lo studio di Antonio Carlo è fondato su una solida e rigorosa documentazione con cui occorre confrontarsi prima di esprimere giudizi lapidari. Come al solito non sempre le sue conclusioni sono convincenti su tutti i piani, almeno per noi, e ci sembra che la sua combattiva foga prenda il sopravvento sull’argomentazione analitica.
In questo lavoro in particolare vi è un giudizio alquanto liquidatorio su Amadeo Bordiga nei primi anni del dopoguerra, quando la direzione del neonato Partito Comunista d’Italia era diretto dalla Sinistra Comunista. In pratica l’accusa a Bordiga è di aver condiviso un repentino ritorno all’ideologia e alla politica riformista poiché avrebbe fatto passare al congresso di Roma del 1922 delle tesi sulla questione agraria e sulla questione delle cooperative ed i sindacati.
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Corte dei Conti boccia la legge di stabilità
"Manovra in deficit che lascia molti nodi irrisolti"
di Paolo Cardena
Pare che la Corte dei Conti non sia particolarmente entusiasta (solo per usare un eufemismo) della Legge di Stabilità varata dal Governo qualche settimana fa.
E' quanto emerge dall'audizione al Senato del Presidente della Corte dei Conti, Raffaele Squitieri, che ha ammonito il Parlamento sui rischi nascosti della manovra.
Nel segnalarvi che il documento completo potete leggerlo QUI, mi limito ad evidenziarvi alcuni passaggi significativi dell'audizione al Senato:
Nella valutazione del disegno di legge di stabilità, che dà attuazione alla programmazione economico-finanziaria esposta nella Nota di aggiornamento del Def, non si può prescindere dal quadro di incertezza che caratterizza l'economia internazionale. Esso è destinato a riverberarsi, nell’orizzonte della previsione, su un’economia italiana la cui ripresa, dopo una così lunga fase recessiva, è per ora basata su dati incoraggianti ma non univoci. Il rallentamento dell’area dei paesi emergenti, che ha sostenuto la domanda mondiale nel lungo periodo di contrazione dell’economia europea, costituisce, infatti, un rischio evidente per il consolidamento della ripresa in corso. Il rischio di deflazione e di interruzione della ripresa in atto, con le relative implicazioni per la sostenibilità del debito, è, del resto, ben presente nel dibattito di politica economica e argomento di attenzione da parte delle Istituzioni europee, come confermato dalle valutazioni espresse, proprio in questi giorni, dal Governatore della Banca centrale europea: nel rilevare come l’inflazione europea resti al di sotto del target prefissato, è stata annunciata l’intenzione di ricorrere già nel breve termine all’utilizzo di ulteriori strumenti di espansione monetaria.
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L’uso della vita dove si intrecciano lavoro e azione
Luca Illetterati
Una proposta di Paolo Virno per riarticolare sempre e di nuovo le forme dell’azione, muovendo dalla capacità recitativa propria dell’uomo: ciò che gli rende possibile pensare sé come un altro e un altro come sé
«La vita è praxis, non poiesis», dice Aristotele in un passo famoso della Politica. Entrambe, praxis e poiesis, sono per lui modelli di azione che caratterizzano la forma di vita degli animali umani. La poiesis ha come proprio fine la produzione di un oggetto che, una volta arrivato a esistere, è qualcosa di altro e di estraneo rispetto all’attività che lo ha prodotto. Un letto, un computer, una casa, giunto il termine del processo che li ha realizzati, godono, in qualche modo, di una vita propria: non dipendono più dal falegname, dall’assemblatore, dall’architetto, dal muratore che li hanno portati a essere ciò che sono. Più radicalmente, l’oggetto esiste solo quando l’azione finalizzata alla sua produzione trova il proprio termine. Finché l’azione produce non c’è ancora l’oggetto e quando l’oggetto è realizzato l’azione viene meno.
La praxis, invece, è secondo Aristotele quella azione che trova il proprio fine in se stessa, che si compie svolgendosi. È quell’azione, cioè, che non trova il suo compimento in un oggetto. Il fare musica, per riprendere un esempio aristotelico che poi Heidegger utilizzerà come proprio nei suoi corsi universitari, non si realizza in un fine esterno: il suo compimento è già nello stesso fare musica. Una vita che si realizza in un prodotto altro da sé è una vita del tutto alienata, espropriata di se stessa: come il fare musica, appunto, la vita trova compimento nell’essere vissuta bene e non si acquieta una volta giunta al risultato, alla realizzazione di uno scopo esterno. Smettere di agire è, per la vita, smettere di essere se stessa: equivale alla morte.
È soprattutto grazie a Hannah Arendt e attraverso i suoi scritti che questa classica distinzione tra praxis e poiesis è stata riportata al centro della discussione filosofica nel secolo scorso. La sua riattualizzazione consente infatti alla filosofa tedesca di svelare e decostruire il pensiero politico dell’occidente e in particolare quello moderno. Essendo rivolta alla costruzione delle condizioni che consentono la legittimazione del governo, dunque alla elaborazione delle mitologie che reggono la legittimità dello Stato (lo Stato di natura hobbesiano, la volontà generale rousseauiana, tutte le forme di contrattualismo e neo contrattualismo) la teoria politica è un fare piuttosto che un agire, è una poiesis piuttosto che una praxis.
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La polizia contro Pasolini, Pasolini contro la polizia
Wu Ming 1
1. “Quel bastardo è morto”
Elisei Marcello, di anni 19, muore alle tre di notte, solo come un cane alla catena in una casa abbandonata. Muore dopo un giorno e una notte di urla, suppliche, gemiti, lasciato senza cibo né acqua, legato per i polsi e le caviglie a un tavolaccio in una cella del carcere di Regina Coeli. Ha la broncopolmonite, è in stato di shock, la cella è gelida. I legacci bloccano la circolazione del sangue. Da una cella vicina un altro detenuto, il neofascista Paolo Signorelli, sente il ragazzo gridare a lungo, poi rantolare, invocare acqua, infine il silenzio. La mattina, chiede lumi su cosa sia accaduto. “Quel bastardo è morto”, taglia corto un agente di custodia. È il 29 novembre 1959.
Marcello Elisei stava scontando una condanna a quattro anni e sette mesi per aver rubato gomme d’automobile. Aveva dato segni di disagio psichico. Segni chiarissimi: aveva ingoiato chiodi, poi rimossi con una lavanda gastrica; il giorno prima aveva battuto più volte la testa contro un muro, cercando di uccidersi. I medici del carcere lo avevano accusato di “simulare”. Le guardie lo avevano trascinato via con la forza e legato al tavolaccio.
Il 15 dicembre si dimette il direttore del carcere Carmelo Scalia, ufficialmente per motivi di salute. A parte questo, per la morte di Elisei non pagherà nessuno. Inchieste e processi scagioneranno tutti gli indagati.
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Il rancore proprietario verso i poveri
Analisi di un’ideologia trasversale e politicamente corretta
di Militant
Roma fa schifo, la livorosa bacheca razzista filo-padronale, ha purtroppo assunto nel corso del tempo il ruolo di voce “dell’uomo qualunque”, del “cittadino” romano mediocre, sfogatoio qualunquista del peggior odio anti-proletario, aiutata in questo da un supporto mediatico senza precedenti volto ad elevare ad “opinione pubblica rilevante” qualsiasi espressione del malcontento purchè (apparentemente) non organizzata politicamente. Il qualunquismo a-partitico e anti-politico, superficialmente criticato, è invece il requisito fondamentale per essere presi in considerazione dall’informazione mainstream. Partito con l’obiettivo (anche qui apparente) di denunciare il “degrado” cittadino fatto di muri sporchi, tombini otturati, marciapiedi ingombri di immondizia, il sito è rapidamente evoluto in denuncia permanente della povertà, accusando i poveri, i lavoratori dipendenti, i militanti politici, i migranti, del declino economico, sociale e culturale della città. Ovviamente la fortuna del covo razzista-qualunquista è dovuta anche ad una situazione oggettiva, quella del suddetto declino, che riguarda la città e che non è stato minimamente compreso dalla sinistra cittadina, che da una parte ha governato questo declino per un ventennio, mentre dall’altra ammiccava al “buongoverno” centrosinistro interpretato come “male minore” rispetto alle opzioni politiche di centrodestra. Per altro verso, quello della sinistra non compromessa con i passati governi cittadini, il tema del declino metropolitano è stato abbandonato cedendolo alle retoriche di una destra reazionaria che ovviamente oggi cerca di cavalcare un malcontento popolare che pure è legittimo e anzi sacrosanto. Bene, questa la premessa. Oggi però il ruolo e gli obiettivi polemici del sito in questione sono cambiati smascherando non solo l’intento reale del suo curatore, Massimiliano Tonelli, cioè quello di incolpare lavoratori e disoccupati del declino cittadino, ma soprattutto manifestando la propria ideologia proprietaria neoliberista, volta a difendere la proprietà dei possidenti dalle pretese dei “diversamente ricchi”. Insomma, da sito moralistico-perbenista si è trasformato in sito della destra cittadina in campagna permanente contro l’economia pubblica, i lavoratori dipendenti e i militanti politici. In realtà, ovviamente, lo è sempre stato, ma se prima copriva questa sostanza da una patina politicamente accettabile o spendibile venendo per l’appunto ripreso dall’informazione generalista, oggi il Tonelli ha gettato la maschera per motivi che magari capiremo in primavera.
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Il difficile “inizio” di una nuova sinistra
di Francesco Fistetti
Sul sito “Idee controluce” è stato pubblicato in questi giorni, a firma del professor Carlo Galli, deputato dem, direttore della rivista “Filosofia politica” e finissimo studioso di Carl Schmitt, un documento intitolato “Molte fini, un nuovo inizio. – Tesi per una sinistra democratica sociale repubblicana”. Si tratta di un testo programmatico di grandissima importanza, perché annuncia in un certo qual modo la scissione del Pd ad opera della sua minoranza interna e l’apertura di un nuovo “inizio” attraverso la fondazione di un’inedita formazione politica a sinistra dei dem. L’incipit del documento non lascia adito a dubbi ed enuncia in termini molto netti le ragioni che giustificano come urgente e non più rinviabile una scissione. “È da superare il togliattismo senza Togliatti. Il realismo senza una grande idea da preservare e da realizzare non è sinistra, ma opportunismo. È finito il blairismo – l’applicazione pratica della tesi di Giddens che si è raggiunto il culmine della socializzazione e che ora la sinistra deve stare dalla parte del capitale. La terza via ha prodotto una più facile penetrazione del neoliberismo in Europa, mitigandone solo in parte gli effetti.
La miseranda situazione in cui versa la socialdemocrazia europea, incapace d’iniziativa e del tutto schiacciata sulla difesa dell’esistente, è la prova di ciò. Ed è anche finita l’idea che i problemi politici siano tecnici. Destra e sinistra sono ancora gli assi portanti della politica, per nulla sostituibili da ‘vecchio’ e ‘nuovo’”. È innegabile che questa sia in primo luogo la fotografia del renzismo, considerato una caricatura “opportunistica” del realismo togliattiano poiché privo di una visione strategica, ma è anche il ritratto della socialdemocrazia europea.
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