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senso comune

Perché Formenti sbaglia sulle “vittime meridionali”

Stefano Poggi

Questo commento di Stefano Poggi vuole essere un primo contributo ad un dibattito su un tema che evidentemente richiederà una discussione plurale ed articolata. Nelle prossime settimane, quindi, pubblicheremo altri pezzi a riguardo

Carlo Formenti, intellettuale di provenienza autonoma e di riconosciuta apertura teorica, ha recentemente espresso su Facebook un giudizio abbastanza inequivocabile sull’istituzione della giornata della memoria per le vittime meridionali da parte della Regione Puglia a guida Partito Democratico. Formenti, in particolare, ha attaccato i suoi pari intellettuali meridionali, rei di essere “negazionisti” della verità storica: cioè di quel «processo di colonizzazione interna subito [dal meridione] da parte dal capitalismo settentrionale e dello stato sabaudo».

Lungi da me iniziare un dibattito di storiografia ottocentesca. Pur da (aspirante) storico dell’Ottocento, sono consapevole di non avere la preparazione che invece – mi par di capire – Formenti possiede. Mi permetto, piuttosto, di fare qualche considerazione sparsa a riguardo di questa (a mio parere significativa) uscita.

1. Da veneto, non può che divertirmi questo inseguimento della retorica neoborbonica (perché di questo si tratta), che vede nella storia italiana dell’Ottocento uno scontro fra Nord e Sud (con le iniziali maiuscole, ovviamente). Mi diverte perché riesco quasi ad immaginarmi questi compagni che dopo qualche mese (o anno) di fiera contrapposizione, decidono che la cosa più giusta (e popolare) da fare sia inseguire quelli che fino a poco prima erano i loro nemici, i sanfedisti amici dei potenti. Me li vedo affermare tutti seri e contriti cose del tipo: “dobbiamo lavorare per rendere anticapitalista il sentimento neoborbonico!”. Mi diverte perché è proprio quello che gli intellettuali veneti di sinistra hanno iniziato a fare negli anni ’80 con la Lega Nord. Con un risultato – a posteriori – non troppo esaltante dal punto di vista egemonico.

2. Mi diverte un po’ meno che tante energie intellettuali si siano orientate verso l’abdicazione ai movimenti regionalisti, espressione di un sistema politico ed economico sempre più delegittimato. Non tanto perché io sia un efferato nazionalista (da veneto, per altro, avrei qualche difficoltà). Quanto piuttosto perché mi pare abbastanza evidente come l’unico risultato pratico della loro elaborazione sia il rafforzare un discorso politico il cui unico risultato pratico è quello di dare nuova legittimazione politica alle (sputtanatissime) élite meridionali. Non è d’altro canto un caso che la mozione in questione sia stata votata da tutto il consiglio regionale pugliese, senza distinzione politica: rafforzare il discorso neoborbonico non fa altro che assolvere le élite meridionali dalle loro responsabilità storiche nell’arretratezza economica e sociale del meridione. Come dire: se le colpe stanno tutte nel tanto temibile quanto astratto “Nord”, a chi ha comandato il “Sud” negli ultimi 150 anni rimane solo il comodo ruolo di rappresentanti delle vittime. Certo, il compagno Formenti ribatterà che “il suo ragionamento è più complesso” e che “dà le sue responsabilità alle élite locali”. Peccato che questa parte del suo discorso non compaia mai, ovviamente per ragioni “di brevità”. Insomma, il discorso neoborbonico è uno strumento in mano alla conservazione al sud, tanto quanto quello leghista lo è al nord.

3. E qui arrivo ad un’altra considerazione, più tecnica forse. A me fa piacere che tanti bravi scienziati politici e giornalisti si lambicchino in discussioni teoriche sul colonialismo. E che, per divertimento, decidano di applicare questa categoria alla situazione italiana, arricciandosi i baffi per la grande intuizione marxista. Mi farebbe però anche piacere che i nostri amici mi dicessero in quale situazione coloniale un territorio colonizzato esprime metà del Parlamento nazionale, nonché diversi ministri, primi ministri e sottosegretari dei governi nazionali. Perché questa è proprio una cosa che – da storico – non capisco.

4. Dice Formenti che «lo Stato di Cavour e successori [ha] sistematicamente saccheggiato capitali, risorse agricole e industriali per alimentare lo sviluppo delle regioni settentrionali a spese del Sud». Lasciamo perdere che – come già detto – i “successori di Cavour” siano stati tanto meridionali quanto settentrionali. Quello che invece proprio non capisco è come un intellettuale raffinato come Formenti possa non rendersi conto dell’enorme semplificazione che applica. Di che “Nord” stiamo parlando? E di che “Sud”? Esattamente, chiedo a Formenti, i contadini del Polesine veneto (che mi pare siano classificabili come parte del perfido “Nord” sfruttatore) che beneficio avrebbero tratto da questa spoliazione del meridione? E gli agrari meridionali (che invece sarebbero classificabili come parte del “Sud” vittima dello sfruttamento) che danno ne avrebbero ricevuto?

5. La verità è che anche i più validi intellettuali perdono la bussola dopo anni di sconfitte e di ritirate strategiche. In questi anni, sarebbe stato compito delle intellettualità socialiste e comuniste cercare di elaborare un nuovo discorso nazionale e popolare. Una storia italiana che si distanziasse tanto dalla narrazione “eroica” ufficiale quanto da quelle (regressive) neoborboniche e leghiste. Non per “amor di patria”, quanto piuttosto per “amor di parte”. La parte di quei contadini meridionali che insorsero contro i Borboni, per Garibaldi e per la divisione delle terre. La parte di quegli stessi contadini che furono repressi con la violenza dalla borghesia quando avanzarono richieste sociali nel periodo post-unitario. Insomma, non per “amor di patria”. Per “amor di popolo”.

6. Insomma, quello che è certo è che la storia d’Italia meriti una profonda rilettura critica. Certamente, la repressione delle rivolte e dei moti meridionali va studiata e considerata come uno snodo fondamentale della storia nazionale. Andrà studiata anche la storia economica del paese e le ragioni della divaricazione crescente fra (alcune) aree meridionali ed (alcune) aree settentrionali. Ma l’ottica con cui si deve procedere a questa operazione di revisione storiografica – se si vuole essere conseguenti dal punto di vista politico – non può certo essere quella neonazionalista che contrappone il Sud al Nord (e viceversa)*. Se si vuole essere conseguenti ad una politica popolare non si può che individuare i termini del conflitto fra parte popolare e parte oligarchica del paese. Perché se il bracciante meridionale ha pagato uno sfruttamento, non è certo stato quello del mezzadro settentrionale. A sfruttare il popolo italiano tutto, a reprimerlo con la forza quando ha alzato la testa, è stata – al sud quanto al nord – quella borghesia nazionale che si è ha preso le redini del potere statale dopo l’unità d’Italia, dalla piana degli Albanesi alle periferie industriali di Torino. Uno sfruttamento vero e feroce, ma senza denominazione geografica.


* Dico “nazionalista” a ragion veduta, perché questa narrazione altro non è che un tentativo di creare una nuova “comunità immaginata”, in questo caso più piccina di quella nazionale. Ovviamente, come tutte le storie nazionaliste, anche questa non fa altro che annullare le divisioni sociali interne alla aspirante “nazione”. Parlare di “Sud” come entità unitaria significa prima di tutto mettere sullo stesso piano, legare ad interessi comuni (ed inesistenti) il bracciante con il latifondista.
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Comments   

#1 ernesto rossi 2017-09-01 01:49
La verità è che l'Unità d'Italia avvenne in seguito all'unione delle forze rappresentate dalla Destra del Sud, dalla Destra del Nord e dalla Sinistra del Nord. Che poi sempre come ebbe a dire Salvemini, che si leggono tutti ma Salvemini no, esiste un Nord nel Sud e un Sud nel Nord. Ora è chiaro che si trattò di sfruttamento finalizzato a recuperare il vantaggio delle altre nazioni, aprendo un ampio mercato nazionale. Questo però non portò e a tutt'oggi ad un reale per quanto successivo, progresso per il Sud. Resta comunque l'atteggiamento razzista di tutti i nordici ancora oggi ed è questo che non va bene, il razzismo attuale che già sperimentato nei metodi ora si rivolge verso gli stranieri mentre esclude completamente il terrone, per il quale al Nord non vi è più neanche un posto di lavoro come lavapiatti, internazionalmente contrattato ad uso esclusivo dei pakistani.
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