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Giostra di dati sul debito pubblico italiano

di Marco Bertorello

Il debito pubblico italiano è diminuito? Questo hanno lasciato intendere la gran parte dei mezzi di comunicazione e così è stata ripresa la notizia da molti commentatori. Tutto nasce dalla rivisitazione statistica operata dall’Istat rispetto agli ultimi due anni di vita economica, secondo cui una ricalibratura nel misurare la crescita del Prodotto interno nazionale avrebbe dato come risultato una contrazione del rapporto tra debito e ricchezza prodotta.

Questa notizia rientra nella narrazione che esalta le politiche degli ultimi governi, capaci di condurre, attraverso una sapiente modulazione di oculate scelte di bilancio e di manovre non eccessivamente austeritarie, a un aggiustamento dei conti pubblici grazie al ritrovato sviluppo.

In realtà l’Istat nel rivedere i propri calcoli ha scoperto che nel 2016 il Pil è cresciuto dell’1% anziché dello 0,8% e che in considerazione di tale aumento il rapporto debito/Pil sarebbe sceso dal 132,6% al 132%. Da qui i titoloni su questa inversione di tendenza, che è ancora tutta da raggiungere. Tale rapporto, infatti, è sceso solo sul piano delle previsioni, che fino a ieri risultavano eccessivamente pessimiste, ma non in termini reali, dato che il rapporto debito/Pil nel 2015 era pari al 131,5%.

Ciò significa che nel 2016 è comunque salito dello 0,5% rispetto all’anno precedente.

Dai dati, dunque, risulta che l’unico anno in cui per ora il rapporto debito/Pil è diminuito è il 2015 rispetto al 2014, quando si era attestato al 131,8% (con una contrazione dello 0,2%).

L’enfasi sulla diminuzione del debito andrebbe piuttosto relativizzata, dato che in termini reali non si è trattato di diminuzione ma semplicemente di un aumento minore rispetto ai precedenti calcoli. Il fraintendimento non appare del tutto ingenuo e sembra rispondere a esigenze politiche piuttosto che analitiche. Come è noto, per poter riassorbire il debito il dato decisivo attiene la capacità di crescere di un paese e in quest’ultimi tempi la modesta, e tanto sofferta, ripresa non consente di dare risposte significative e incontrovertibili. La crescita c’è, ma non risulta sufficiente. Per non dire che il rispetto del Fiscal Compact renderebbe ancora più inadeguata l’attuale crescita e implicherebbe politiche ancor più depressive.

Il debito pubblico, inoltre, continua ad aumentare anche in termini assoluti. Banca d’Italia, nel documento statistico «Finanza pubblica: fabbisogno e debito» di settembre (riferito a luglio), sostiene che il nostro debito sovrano ha sfiorato l’orizzonte dei 2.300 miliardi di euro e solamente da dicembre dello scorso anno è aumentato di oltre 82 miliardi, era rimasto tutto sommato stabile nell’arco del 2016 mentre è aumentato di 127 miliardi dal 2015.

La tendenza, dunque, risulta quella di una riaccelerazione dell’aumento del debito in valori assoluti. Nell’aggiornamento di Palazzo Koch viene confermata la tendenza a crescere per il debito delle Amministrazioni centrali e a diminuire per quelle locali, stabile resta il debito degli enti previdenziali.

Uno dei fattori che contribuisce a determinare tale andamento è che, neppure in virtù della ripresa economica, le entrate dello Stato stanno aumentando in maniera apprezzabile. Sempre a luglio le entrate tributarie sono state inferiori dell’1,2% rispetto al corrispondente periodo del 2016.

Ciò è determinato anche da uno slittamento delle scadenze per il pagamento di alcune imposte ma allo stesso tempo indica che la ripresa modesta combinata con una pressione fiscale complessivamente sbilanciata e asimmetrica non favorisce il riordino dei conti pubblici.

Complessivamente, quindi, la contrazione del debito è tutta da conquistare, per non parlare di come potrebbe diventare tutto più complicato quando la Bce deciderà di porre termine alle politiche monetarie accomodanti.

Un’ipotesi non troppo lontana dal verificarsi.

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