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manifesto

Ragioni psichiche contro la sragione del consumismo

di Stefano Petrucciani

Per superare le dinamiche feticistiche, oggi più pervasive che ai tempi del Capitale, Romano Màdera indica una strada che deve partire dalla rivoluzione nel rapporto con sé e con gli altri: «Sconfitta e utopia», Mimesis

A due secoli dalla nascita di Marx uno dei temi del suo pensiero che suscitano ancora interesse e discussione è quello del «feticismo delle merci»: parte da qui il volume di Romano Màdera, Sconfitta e utopia Identità e feticismo attraverso Marx e Nietzsche (Mimesis, pp. 238, euro 20,00) che ripropone, arricchito con diversi nuovi materiali, il testo pubblicato nel 1977 col titolo Identità e feticismo, importante nella discussione di quell’epoca.

Tornando oggi su questi temi, Màdera traccia un bilancio delle geniali intuizioni marxiane che si lascia compendiare in questa secca frase: «una perfetta diagnosi, una mediocre prognosi, una terapia inconsistente».

Ora, la diagnosi marxiana centrata sul tema del feticismo appare a Màdera come la parte migliore, e non caduca, della eredità del pensatore di Treviri.

Anzi, si direbbe che sia proprio il Marx del feticismo quello più compiutamente inverato nell’epoca del capitalismo globale: una «forma di civiltà» – secondo Màdera – dove tutto ruota intorno all’accumulazione economica, «nel senso che a immagine di questa si strutturano i rapporti di potere, le relazioni tra le persone, la psicologia collettiva, i valori, gli ideali, i simboli (compresa la nuova religione secolarizzata del denaro da moltiplicare, autentica divinità del nostro tempo)».

Come osserva David Harvey in un bel volume appena pubblicato da Feltrinelli, Marx e la follia del capitale (Feltrinelli, pp. 240,euro  22,00) il punto decisivo messo a fuoco dal filosofo di Treviri è la visualizzazione del capitale come valore in movimento; un processo che tocca il suo apice nel capitale produttivo di interesse, dove il feticismo raggiunge il suo culmine in quanto al capitale sembra appartenere il misterioso potere di autovalorizzarsi.

 

Verso un’altra strategia

Certamente, il fine di tutta la ricerca di Marx era proprio quello di dissipare questa apparenza feticistica, mostrando come la fonte occulta della valorizzazione del capitale non potesse essere altro se non lo sfruttamento del lavoro. Ma ancora oggi, a un secolo e mezzo dalla pubblicazione del Capitale, il feticismo, inveratosi nel consumismo e nella società dello spettacolo, costituisce una sorta di orizzonte onnicomprensivo del nostro mondo vitale, più pervasivo di quanto Marx non avesse potuto prevedere.

«Entro le coordinate del capitalismo globale – scrive infatti Màdera – la tendenza a consumare si accoppia con quella a spettacolarizzare ogni aspetto della vita (come aveva cominciato a teorizzarla Debord), sia perché attraverso lo spettacolo la tendenza al consumo colonizza un’altra rilevante parte della vita, mettendo al lavoro il tempo di non-lavoro, sia perché lo spettacolo (…) tende a sganciare il valore di scambio da un uso qualsiasi, ampliando la scala dello scambio a ogni virtualità immaginabile e, parallelamente, vendendo il necessario non per le sua qualità intrinseche, ma per l’aura che la sua presentazione riesce a evocare». Insomma, da un lato si afferma senza residui il primato del valore di scambio sul valore d’uso, dall’altro la sostanza di questo valore di scambio svapora anch’essa lasciando sussistere solo la sua natura immaginaria e spettacolare.

 

La lezione di Jung

Ma se Marx si è inverato così bene, dove sta il problema? Paradossalmente, sta nel fatto che aveva troppo ragione: se le dinamiche feticistiche sono ancora più pervasive di quanto a Marx non fossero apparse, allora la conclusione che Màdera trae è che dal filosofo di Treviri non si ricava tanto una teoria del necessario rovesciamento del capitalismo, quanto una visione della sua insuperabilità. O meglio, della sua insuperabilità finché si resta sul terreno di una contestazione economico-politica degli assetti vigenti.

La strada del cambiamento passerà, allora, da un’altra parte: da una rivoluzione che deve investire innanzitutto il rapporto con se stessi e con gli altri. Il contributo della psicoanalisi junghiana si combina – nel testo di Màdera – con quello della ricerca spirituale intesa nel senso più ampio, aperta a ciò che si può imparare dalle grandi religioni, dalla spiritualità buddhista, dalla pratica classica degli esercizi spirituali. E così, per il filosofo-psicanalista, l’auto-trasformazione di noi stessi diventa «la continuazione della politica con altri mezzi».

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Comments   

#4 Mario Galati 2018-05-25 09:38
Il ragionamento di Màdera non fa una piega: gli uomini sono impigliati nel feticismo della merce, nella società del consumo e dello spettacolo; basta che smettano di essere feticisti, consumisti e attori-spettatori, basta che si "autotrasformino" (si inizia nel proprio intimo, poi si costituiscono piccole sette e si creano riserve extramercantili, infine si espande l'illuminazione e il gioco è fatto) e il feticismo cade. E' la scoperta più innovativa della scienza sociale e filosofica. Non c'è pericolo che qualche religione o qualche altro sistema filosofico intentino causa per plagio all'autore.
Ho l'impressione che tutta la riflessione di Màdera sia inficiata da un vizio di fondo: nella convinzione che tra diagnosi e terapia di Marx c'è distinzione e separazione troviamo tutta l'incomprensione e il fraintendimento della diagnosi marxiana, la quale viene ridotta a semplice constatazione e descrizione dell'esistenza del feticismo. Mentre invece Marx non si limita a constatarla, ma ne coglie la genesi e la natura storico-sociale. Il che non può non condurre a quella determinata terapia e solo a quella terapia. Proporre altre terapie significa necessariamente mutare l'essenza dell'oggetto diagnosticato. Cioè, significa discutere d'altro, non del marxiano feticismo della merce.
P.S. Mi sembra interessante la riconsiderazione del rappporto tra valore d'uso e valore di scambio della merce alla luce dell'enorme ampliamento del valore simbolico del consumo nella società dello spettacolo.
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#3 Eros Barone 2018-05-24 22:03
Nella rivista "Quaderni Piacentini" di quegli "anni formidabili" c'era la rubrica, urticante ma salutare, dei "libri non consigliati". Credo che il volume in questione potrebbe trovare il suo degno posto in una rubrica come quella, se i 'mass media' telematici e quelli cartacei riducessero il numero delle recensioni di tipo ruffianesco e aumentassero il numero delle stroncature, "ché la storia [e così pure la cultura politico-filosofica] avanza dal lato cattivo" (Hegel).
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#2 Paolo Bartolini 2018-05-24 21:32
Qui la mia recensione al volume di Romano Màdera, maestro e amico: http://megachip.globalist.it/libri-consigliati/articolo/2018/03/01/sconfitta-e-utopia-2020246.html

Non si deve per forza concordare su tutte le conclusioni del discorso e dell'esperienza attraversata da Màdera, ma credo che essa ci fornisca premesse imprescindibili per il futuro. Il capitalismo è e resterà insuperabile fino a quando il soggetto contemporaneo non imparerà a superare (in un certo senso) se stesso. Penso, come suggerisce Miguel Benasayag, che dovremmo smettere di illuderci su una sovversione globale del Capitalismo, su rivoluzioni "totali", e lavorare seriamente per una rivoluzione culturale che renda la politica alternativa alle logiche del capitale nel maggior numero di contesti possibili. Contesti delimitati dove brilla quell'universale singolare che può illuminare la strada. Altrimenti continueremo ad oscillare tra roboanti proclami utopici (che puntualmente finiscono nel sangue) e ripiegamenti egoistici dal sapore "riformista" o "liberista-populista". Questa la mia opinione. Paolo B.
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#1 Eros Barone 2018-05-24 21:05
"La strada del cambiamento passerà, allora, da un’altra parte: da una rivoluzione che deve investire innanzitutto il rapporto con se stessi e con gli altri. Il contributo della psicoanalisi junghiana si combina – nel testo di Màdera – con quello della ricerca spirituale intesa nel senso più ampio, aperta a ciò che si può imparare dalle grandi religioni, dalla spiritualità buddhista, dalla pratica classica degli esercizi spirituali." Petrucciani immerge Marx, definito antifrasticamente come "teorico della insuperabilità del capitalismo", "in una mistica penombra" e ci invita a... pregare affinché il Signore (o il nostro Sé) ci conceda di stabilire un migliore "rapporto con noi stessi e con gli altri". Ma allora è difficile non sottoscrivere quanto rilevano Marx ed Engels in un passo dell’“Ideologia tedesca” dedicato a queste forme, oggi risorgenti, di apologia critica del capitalismo, e cioè che esse meritano soltanto di essere qualificate come espressione della “pretesca sete di potere”, del “fanatismo religioso”, della “ciarlataneria”, della “ipocrisia pietista” e delle “pie frodi” di quei “Dalai Lama idealistici i quali vorrebbero persuadersi che il mondo, dal quale traggono nutrimento, non potrebbe esistere senza i loro sacri escrementi”: santoni il cui idealismo, quando “passa nella pratica, rivela subito il suo carattere maligno”.
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