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«Decreto dignità»: un passo nella giusta direzione

Intervista a Stefano Fassina

Le modeste ma importanti ( perché indicano che c'è un'inversione di marcia) tutele contro la precarizzazione del lavoro, contro le delocalizzazioni (quindi contro il mercato unico della Ue) e il gioco d'azzardo introdotte col "Decreto Dignità" hanno fatto imbufalire la Confindustria col codazzolo di servi e liberisti che urlano: "si punisce l'impresa! Non è coi decreti che si risolvono i problemi, ma con la crescita". Tradotto: "lasciamo fare il mercato, cioè il capitale, e fuori la politica". Non interessa a questi signori che il 90% delle assunzioni (col Jobs Act) sia a tempo determinato, che il capitale usi gli esseri umani come cose, non interessano loro i diritti lesi dei lavoratori. E a sinistra? Con fette di prosciutto sugli occhi, quasi tutti a rimorchio dell'élite. Il solo che abbia sale in zucca è Stefano Fassina...

Riportiamo l'intervista che egli ha rilasciato a Valerio Valentini, pubblicata da IL FOGLIO del 3 luglio.

* * * *

Roma. “C’era, ai tempi delle Frattocchie, l’analisi differenziata dell’avversario”. Ed è a quell’insegnamento che Stefano Fassina, deputato di LeU, classe ’66, che la vecchia scuola del Pd ha fatto in tempo a frequentare prima della chiusura nel 1993, si rifà quando gli si chiede un giudizio sul governo grillo-leghista. “Bisogna distinguere”, dice.

«Bisogna fare un’opposizione differenziata, rinunciando a facili, liquidatori giudizi. Se la sinistra italiana si ostina a definire come fascista questo esecutivo, e dunque a schierarsi, come fa Calenda, a difesa degli interessi dei più forti formando un Fronte repubblicano, continuerà a perdere voti e consensi, continuerà ad essere vista come una forza delle élite lontana dal popolo e dalle periferie del disagio».

E dunque, se distinguere si deve, ecco che secondo Fassina “LeU dovrebbe sostenere il decreto dignità”. Quello, cioè, presentato ieri da Luigi di Maio con l’obiettivo dichiarato di contrastare il precariato.

«Mi sembra — osserva Fassina — che il decreto si muova nella giusta direzione, anche se su alcuni punti si può e si deve pretendere più coraggio. È sacrosanto, ad esempio, il contrasto contro la pubblicità al gioco d’azzardo. Ed è condivisibile pure l’introduzione delle multe alle aziende che, dopo avere ricevuto agevolazioni fiscali dallo stato, delocalizzano. Qui, però, bisognerebbe introdurre delle sanzioni per chi trasferisce la sede delle sue aziende all’estero, anche se non ha ricevuto aiuti”.

Positivo, ma perfettibile, anche l’approccio di Di Maio sulla riforma dei contratti a termine.

«L’intento è buono — riflette Fassina — ma i provvedimenti rischiano di essere controproducenti. Innanzitutto, la causale deve valere anche per il primo contratto: altrimenti al datore di lavoro converrà ogni volta cercarne uno nuovo, di lavoratore. Soprattutto in virtù del fatto che vengono introdotte le maggiorazioni sui rinnovi. Anche quelle vanno eliminate, altrimenti finiranno per disincentivare la prosecuzione del rapporto di lavoro. E dunque degli emendamenti dovremo farli”, spiega Fassina, “ma credo che dovremmo essere bendisposti, noi di LeU, verso questo decreto».

Anche a patto, quindi, di legittimare “da sinistra” un governo che, sulle questioni legate all’accoglienza e ai diritti civili sembra piuttosto orientato a destra?

«Ovvio che io non condivido quello che dice Matteo Salvini sui migranti, o Lorenzo Fontana sulla famiglia. Ma sulle questioni del lavoro, questo è un esecutivo che guarda indiscutibilmente a sinistra. Pertanto, se non riusciamo a discernere tra ciò che, nell’operato di questo esecutivo, è giusto, da ciò che invece giusto non è, alla fine regaleremo ulteriori fette di disagio sociale al Carroccio».

Per questo, quando sente Di Maio parlare della necessità di “smantellare il Jobs Act”, Fassina ammette di provare «soddisfazione, da un lato, ma soprattutto rabbia. La rabbia cioè, che nasce dal constatare che il Pd, cioè la parte politica da cui pure io provengo, ha aggravato terribilmente le condizioni dei lavoratori». Lo certificano, a giudizio del deputato di LeU, anche i dati odierni dell’Istat. Dati che, in verità, testimoniano di una disoccupazione ai minimi dal 2012.

«Ma ha ragione Di Maio — ribatte Fassina — quando dice che quei numeri certificano il record del precariato, non del lavoro».

Quanto al Pd, e alla tribolata transizione che sta vivendo, Fassina si stringe nelle spalle. Dice che non vede «alcuna seria novità all’orizzonte: solo riposizionamenti interni, senza alcuna presa di consapevolezza. E l’inspiegabile entusiasmo dei renziani di queste ore sta lì a dimostrarlo».

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