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Lo sviluppo e le ideologie politiche della modernità

di Marino Badiale

Qualche giorno fa ho tenuto una conferenza su invito dell'Arci di Rovigo, che ringrazio. Il testo seguente è lo schema che mi ero preparato come traccia. Non è un vero e proprio articolo, ma penso possa avere qualche interesse. M.B.

Premessa: bisognerebbe dare delle definizioni rigorose di parole come sviluppo o crescita. Ma sarebbe pesante farlo all’inizio, quindi eventualmente lo facciamo nel corso del dibattito, se ne emerge la necessità. Per il momento userò la nozione di sviluppo nel senso intuitivo di sviluppo economico (aumento della produzione di beni, oggi identificata con la crescita del PIL) e di sviluppo tecnologico (aumento della potenza di intervento umano sulla natura). 

Due tesi fondamentali: 1) lo sviluppo è alla base di tutte le ideologie politiche della modernità, cioè è alla base di destra e sinistra. 2) La dinamica interno allo sviluppo porta al superamento di destra e sinistra, e questo sia nel caso di una “fine dello sviluppo” (esito possibile ma non certo) sia nel caso di un proseguimento dello sviluppo nella forma attuale.

 

Tesi 1

La sviluppo è a fondamento delle ideologie di destra e sinistra.

La sinistra: appare abbastanza ovvio che il progresso sia un valore tipico della sinistra, però cerchiamo di esaminare questa ovvietà. Il problema qui è dare una definizione sensata di sinistra. Spesso si tende a definire la sinistra in termini di “valori” (per es. l’uguaglianza), ma la sinistra è stata una realtà politica che ha cercato di realizzare quei valori. Tale realizzazione era pensata appunto attraverso lo sviluppo economico e tecnologico. Si potrebbe quindi definire la sinistra come la realtà politica e culturale che negli ultimi due secoli ha cercato la realizzazione di valori come l’uguaglianza o l’emancipazione attraverso lo sviluppo economico e tecnologico.

Questa base comune era declinata in due modi diversi: riformista e rivoluzionario. Per i riformisti vi erano ancora, dentro il capitalismo, possibilità di sviluppo che andavano perseguite, portando così la società ad un tale grado di progresso che il passaggio al socialismo avrebbe potuto realizzarsi senza grandi traumi. Per i rivoluzionari invece, almeno a partire dalla I Guerra Mondiale, la società capitalistica appare del tutto decadente e lo sviluppo è possibile solo abbattendola e costruendo la società socialista. La storia del ‘900 ha dato torto ai rivoluzionari, ma non è detto che abbia dato ragione ai riformisti.

La destra: la destra è conservatrice, ma questo non è in contraddizione con l’idea di sviluppo. La destra vuole conservare gerarchie sociali, modi tradizionali di vita, forme tramandate della politica. Ma per far questo ha comunque bisogno del potere della tecnica e dell’economia moderne, perché senza tale potere nella modernità si è sconfitti. La destra quindi usa lo sviluppo in un’ottica conservatrice: concede ai ceti subalterni di godere in qualche misura dei vantaggi dell’accumulo di ricchezza, purché accettino indefinitamente la propria condizione di subalternità. Non è un caso che i primi esempi di misure che oggi definiamo “Welfare State” siano state adottate fra fine Ottocento e inizio Novecento da governi conservatori (come nella Germania guglielmina). Anche la destra si divide fra destra moderata ed estrema. L’estrema destra (fascismo, nazismo) sembra sostenere ideologie reazionarie che rifiutano lo sviluppo, ma in questo non appare credibile, perché essa ha a proprio fondamento una ideologia di espansione imperialistica che può realizzarsi solo col potere della tecnica moderna, e ha quindi bisogno dello sviluppo economico e tecnologico.

L’unica destra che davvero fa a meno dello sviluppo è la destra reazionaria e legittimista che rifiuta la Rivoluzione Francese e vuole tornare all’Ancien Régime (De Maistre, Chateaubriand). Ma si tratta di correnti che hanno sì rilevanza culturale e ideale, ma peso politico scarso e sempre più evanescente, appunto perché la politica ha a che fare con i rapporti di forza e nella modernità la forza si basa sullo sviluppo economico e tecnologico.

 

Tesi 2

Lo sviluppo e il superamento di destra e sinistra.

Dato questo legame strettissimo di destra/sinistra con lo sviluppo, è chiaro che una crisi dello sviluppo porterebbe necessariamente alla crisi di destra/sinistra, alla sua sostituzione con altri tipi di opposizione.

Possiamo allora provare a chiederci se il futuro ci riserba una crisi dello sviluppo oppure una sua continuazione, più o meno nelle forme conosciute finora. Vi sono argomenti a favore di entrambe le tesi.

Argomenti a favore della fine dello sviluppo:

a) ci troviamo in una crisi economica dalla quale non sembra si riesca ad uscire, tanto che alcuni studiosi hanno coniato l’espressione “stagnazione secolare”;

b) inoltre assisteremo probabilmente nei prossimi tempi all’acuirsi dei contrasti per l’egemonia mondiale;

c) infine, e soprattutto, la crisi ecologica incipiente potrebbe rappresentare la fine di ogni possibilità di crescita illimitata.

Argomenti a favore del proseguimento dello sviluppo: tutte le crisi di cui si parla nei punti precedenti rappresentano oscillazioni cicliche del capitalismo che si sono già avute in passato senza bloccare lo sviluppo. Vedi la successione dei “passaggi di testimone” nell’egemonia economica mondiale o le ricorrenti crisi economiche che sono sempre state superate. Quanto alla crisi ecologica, essa stimolerà nuovi salti in avanti tecnologici, come già successo in passato.

Personalmente inclino verso l’opinione della probabile fine dello sviluppo. Il punto è che assisteremo nei prossimi decenni a una sovrapposizione di più crisi, ciascuna delle quali, isolatamente presa, sarebbe forse superabile, ma che diventeranno probabilmente ingestibili proprio per il loro sovrapporsi.

Ma senza decidere la questione, esaminiamo entrambe le possibilità.

a) Se siamo alla fine dello sviluppo, il ragionamento è molto ovvio: è chiaro che assieme allo sviluppo finiscono anche le ideologie di destra e di sinistra che, come abbiamo visto, lo hanno a fondamento: la sinistra non può più promettere l’emancipazione tramite lo sviluppo, la destra non può più promettere un miglioramento graduale delle condizioni materiali in cambio del mantenimento di un ordine sociale gerarchico.

b) Se invece avessimo di fronte ancora un lungo periodo di sviluppo simile a quello vissuto negli ultimi due secoli, cosa si può ipotizzare?

La mia tesi è che in tal caso proseguirebbe il processo di svuotamento di destra/sinistra al quale assistiamo da qualche decennio. Il punto è che destra e sinistra (parliamo adesso di sviluppo capitalistico, l’unico oggi rilevante, e di destra e sinistra “moderate”, le uniche oggi rilevanti) sono accomunate da un’impostazione di fondo, cioè dal tentativo di usare lo sviluppo capitalistico al servizio dei propri valori: l’emancipazione o l’uguaglianza nel caso della sinistra, la conservazione dei rapporti sociali tradizionali nel caso della destra. Il punto è che la logica del capitale di per sé non è né di destra né di sinistra, di per sé non è legata a nessun valore particolare: è pura auto-accumulazione, è pura ricerca del profitto, senza fine e senza fini. Per usare una metafora biologica, il rapporto sociale capitalistico non è un “animale selvaggio” che si possa addomesticare. È un virus, un essere che non sa fare altro che riprodurre la propria logica (il proprio DNA o RNA) invadendo l’organismo ospite.

Con questo si vuol dire che la logica del rapporto sociale capitalistico romperà sempre ogni tipo di “gabbia valoriale” nella quale si cerca di rinchiuderla, e questo non per “cattiveria dei capitalisti” ma appunto per logica economica: nella competizione universale di tutti contro tutti, ogni “vincolo etico” è un limite al profitto, è una zavorra, uno svantaggio che condanna alla sconfitta. Se si vuole la ricchezza e la potenza del capitalismo, bisogna accettarne la logica, che può accordarsi con un orizzonte valoriale ad essa estraneo solo in modo contingente, e per periodi non troppo lunghi. L’esempio standard è ovviamente la fase “socialdemocratica” del “trentennio dorato” seguito alla Seconda Guerra Mondiale, e il modo in cui essa è finita. Si tratta della fase in cui sembravano realizzate le fondamentali aspirazioni della sinistra riformista. Ma mentre la sinistra riformista pensava che certe conquiste fossero irreversibili, gli sviluppi successivi (che sintetizziamo nel termine “globalizzazione”) hanno evidenziato come quel tipo di organizzazione sociale non fosse più, nella nuova situazione, funzionale alla riproduzione capitalistica: il risultato è stata la distruzione del “compromesso socialdemocratico” e il ritorno a un capitalismo feroce e disegualitario, di tipo ottocentesco. Così la pretesa della sinistra di piegare lo sviluppo capitalistico ai propri valori mostra il suo carattere velleitario.

Ma allo stesso modo è velleitaria la pretesa della destra di sostenere lo sviluppo capitalistico preservando però gli ambiti della morale tradizionale, per esempio nel campo dei rapporti fra le generazioni o fra i sessi, e in generale la struttura tradizionale dell’ordinamento sociale. È una pretesa velleitaria perché la morale tradizionale pone dei limiti al consumo e alle possibilità di investimento profittevole, mentre nella logica della competizione sfrenata ogni consumo deve essere incentivato e ogni possibilità di investimento profittevole deve essere perseguita. La destra quindi è costretta ad una continua battaglia di retroguardia, ad un continuo arretramento.

 

Conclusione

Se tutto questo è vero, ne possiamo concludere che il superamento di destra e sinistra appare inevitabile. Quali potranno allora essere le nuove contrapposizioni politiche del futuro? Possiamo ovviamente solo fare ipotesi. Uno studioso come Costanzo Preve tempo fa descriveva la natura del capitalismo contemporaneo dicendo che esso appare “di destra” in campo economico (qui “destra” vuol dire liberismo, libertà totale di dispiegamento della logica del profitto), “di centro” in ambito politico (nel senso che vengono mantenute le forme della democrazia) e “di sinistra” in campo culturale (nel senso che il codice culturale dominante è quello dell’innovazione, del progresso e del politicamente corretto). È interessante confrontare questa idea di Preve (che personalmente condivido) con quanto scriveva il sociologo americano Daniel Bell nel suo The cultural contradictions of capitalism, un testo degli anni ‘70. Nella prefazione a tale testo egli dichiara di ritenersi socialista in economia, “liberal” nel campo della politica, conservatore nel campo della cultura. Senza approfondire adesso quanto dice Bell, è abbastanza evidente che la sua posizione è simmetricamente contrapposta a quella che Preve descrive come la natura del capitalismo attuale. Potremmo allora delineare questo due descrizioni come i possibili poli di una contrapposizione politica del futuro. Si tratta evidentemente di una contrapposizione che non corrisponde a quella fra destra e sinistra.

Un altro possibile esempio di contrapposizione politica futura potrebbe essere quella fra fautori della crescita illimitata e fautori della decrescita.

In ogni caso, quanto fin qui argomentato mi porta a ritenere che la contrapposizione fra destra e sinistra non avrà più in futuro il ruolo svolto negli ultimi due secoli.

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Comments   

#1 Eros Barone 2018-09-12 11:27
Personalmente ritengo, in radicale dissenso rispetto all'autore dell'articolo, che la distinzione (sostanzialmente assiale, ma anche formalmente mutevole) tra destra e sinistra non sia affatto obsoleta. Osservo, poi, che nell’epoca presente, caratterizzata dalla crisi della politica, è invalso l’uso di ritenere che, quanto meno in tale campo, non sia più d’attualità, e neppure necessario e utile, distinguere tra ‘destra’ e ‘sinistra’. Tuttavia, se non bastasse a demistificare questa posizione, il riferimento ai dizionari che attribuiscono alla prima una tendenza conservatrice, di contro alla seconda che esprime la politica innovatrice, progressista o rivoluzionaria, basterebbe considerare, molto semplicemente, che l’alternativa destra-sinistra corrisponde, dal punto di vista marxista e comunista, all’alternativa borghesia-proletariato e che, a differenza di quanto pensava Preve e pensa Badiale, è proprio questo che la rende storicamente insuperabile. Certo, anche nella visione di Preve esistono classi dominanti e classi dominate, ma mi sembra doveroso rilevare che questa contraddizione è isolata e rescissa dalla contraddizione che è primaria e determinante in ultima istanza, anche quando, come insegna la dialettica, non è quella dominante: la contraddizione tra classi sfruttatrici e classi sfruttate. Di mezzo vi è un piccolo dettaglio rappresentato dalla teoria del plusvalore e dello sfruttamento capitalistico. Ed è liquidando questa teoria-chiave del marxismo che Preve è approdato alla liquidazione dell’alternativa destra-sinistra e all’‘embrassons-nous’ con i circoli dell’estrema destra nazifascista. Naturalmente, non intendo scotomizzare il carattere onnipervasivo dell’‘ethos’ capitalistico del successo e del calcolo, così come non dimentico - è questo un problema fondamentale della lotta per l’egemonia - che ancora una volta la forma di individualità che prevale nella borghesia non è limitata alla borghesia, in quanto filtra nel proletariato e deforma il processo per cui questa classe cerca di costituirsi come soggetto storico. Un proletariato che è composto in parte da individui borghesi rappresenta senza dubbio una contraddizione, ma è una contraddizione che appartiene alla realtà, non semplicemente ai concetti. Non a caso, il leninismo insiste giustamente sulla centralità della categoria di coscienza di classe “portata dall’esterno” ad opera del partito (un partito che non solo esprime la classe ma, in una certa misura, la crea), nonché sull’importanza strategica, che ne è il logico corollario, della lotta congiunta contro l’imperialismo e contro l’opportunismo, per la rivoluzione socialista.
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