Lenin a Pechino
Una critica alle posizioni di Carlo Formenti e Vladimiro Giacchè
di Moreno Pasquinelli
Questo breve saggio deluderà gli ossessionati dalla dimensione geopolitica, esso cerca di rispondere a quattro domande essenziali: cos’è diventata la Cina ad oramai cinquanta anni dalle riforme denghiste del 1978? Sono ancora validi i criteri marxisti per stabilire quale sia la natura di una formazione sociale? Se essi ci dicessero che la Cina è un paese capitalista, con che tipo di capitalismo avremmo a che fare? E se il capitalismo di nuovo tipo cinese fosse quello che prenderà il sopravvento?
* * * *
«In verità per l’uomo nulla ha poteri
Così tristi e larghi come il denaro,
che devasta città, strappa uomini alle
loro case, istruisce le menti a concepire
il male, le perverte e le muta, e del delitto
indica il passo e l’esperienza schiude
d’ogni empietà».
Sofocle, Antigone
Due mitologie …
Una delle creature mitologiche dell’antica Grecia era il centauro, testa, braccia e torace di un uomo uniti al corpo e alle quattro zampe di un cavallo. Se avessimo chiesto ad un ateniese se il centauro fosse uomo o cavallo ci avrebbe risposto, nessuno dei due, si tratta di un mostro frutto di un amore sacrilego avente una doppia natura, bestiale e umana.
Quale che sia l’enigma che si cela dietro alla questione di cosa sia la Cina, è certo che non si tratta di mito ma di un ente ben reale, che quindi può essere compreso solo con un’analisi teorica rigorosa. Nonostante esistano sulla Cina contemporanea una letteratura vastissima ed una messe di informazioni e dati empirici sterminati, le opinioni sulla natura del sistema sociale cinese non solo divergono ma conducono a risposte opposte.
Da un lato stanno i corifei del capitalismo i quali, con baldanzosa perfidia, affermano che, se dopo il crollo dell’URSS, anche i comunisti cinesi hanno restaurato il capitalismo, ciò indica che il vituperato capitalismo è il solo possibile tra i mondi, anzi il migliore dei mondi possibili, eterno e dunque senza possibile alternativa. Dall’altro lato vi sono i filo-cinesi che invece considerano la Cina, proprio dopo aver demolito le basi collettivista dell’era maoista, un paese socialista, e addirittura, grazie alla sua forza propulsiva, il socialismo goda di ottima salute e stia avanzando a scala storica e mondiale.
Due mitologie che paradossalmente si sorreggono a vicenda.
…Un empirismo
Cercheremo di spiegare che i filo-cinesi si sbagliano e come la loro posizione abbia gravi conseguenze teoriche e politiche.
Ogni giudizio su un fenomeno sociale s’appoggia necessariamente su un’impostazione gnoseologica, implica un metodo. Non è difficile scoprire che il procedimento conoscitivo dei filo-cinesi è empiristico quanto quella dei corifei del capitalismo. Per gli empiristi la verità risulta dall’accertamento dei fatti esperiti, dei dati, dei fenomeni. Dal concreto all’astratto, è infatti il metodo induttivista degli empiristi. Ci spieghiamo così come possa accadere che da medesime osservazioni fattuali si possa giungere a conclusioni teoriche diverse e addirittura opposte. Ce lo spieghiamo se ammettiamo che non esistono dati osservativi puri (né osservatori neutrali). Come infatti leggere i dati? Come elaborare il materiale frutto dell’osservazione? Con quali criteri stabilire relazioni connettive tra i fatti?
La verità è che l’atto del conoscere non avviene per mero “rispecchiamento”, ex post, che per conoscere serve una visione teorica ex ante dalla quale discende il metodo di indagine e con la quale leggere e interpretare i fatti. Scrisse giustamente l’epistemologo Feyerabend: «la richiesta di ammettere solo quelle teorie che derivino dai fatti ci lascerebbe senza alcuna teoria». [1] La scienza non procede infatti dal basso verso l’alto, dai fatti alle teorie, ma dall’alto verso il basso, ovvero dall’astratto al concreto. Per dirla con Marx:
«il metodo di salire dall’astratto al concreto è il solo modo in cui il pensiero si appropria il concreto, lo riproduce come un che di spiritualmente concreto». [2]
L’empirismo impedisce di cogliere l’essenza dei fenomeni sociali che si nasconde dietro alla loro apparenza.
Una prova lampante dell’empirismo usato dai filo-cinesi ci viene fornita da un intellettuale prolifico come Carlo Formenti — ha dato alle stampe, sostenendo anche tesi molto diverse l’una dall’altra, una ventina i di libri. Dopo aver scomunicato coloro che non credono che la Cina sia socialista come “negazionisti” (sic!), il nostro si chiede come possa spiegarsi questo “negazionismo” e, con singolare candore, risponde:
«La vera questione è, a mio avviso, per quale motivo certi fatti, anche se conosciuti, non vengono considerati sufficienti a definire socialista il sistema cinese». [3]
I fatti dunque, ma i dati fattuali da soli, senza una chiave teorica per interpretarli e comprenderli, con buona pace di Formenti, non sono mai sufficienti per capire “l’immensa portata storica dell’esperimento cinese” — più è grande e complesso l’“esperimento” più decisiva la ricchezza del procedimento conoscitivo.
Solo chi si pone giuste domande può ottenere giuste risposte, può quindi analizzare fatti e fenomeni, svelare la loro connessione, ricavarne un risultato, cioè un giudizio ponderato su un sistema sociale.
Equivoci e antinomie
Posto che non si deve mai giudicare qualcuno da ciò che dice di sé stesso, non si può non prendere atto che sia i filo-cinesi sia chi governa in Cina, si dichiarano comunisti, Xi Jinping proclama anzi di considerarsi un marxista-leninista. Ma rispettano davvero i principi ed i criteri che contraddistinguono la teoria marxista? Vedremo che la risposta è negativa, che proprio usando principi e criteri marxisti la Cina non è un paese socialista e che, al contrario, esso è una forma, come spiegheremo più avanti, di capitalismo di ultima generazione.
Quali sono dunque le domande che chi proclama di seguire il modo di pensare e analizzare di Marx dovrebbe porsi per rispondere alla questione di quale sia la natura sociale della Cina? Proviamo ad elencarle: è il modo di produzione il principale metro di giudizio? O criterio primario è la sua sovrastruttura statuale e ideologica? Cos’è un modo di produzione? Di che tipo sono quindi i rapporti di produzione e di proprietà che ne discendono? Valgono in Cina la legge del valore e le leggi di mercato come in ogni altra società capitalistica? La forza lavoro è anche in Cina una merce? Come si determina la divisione del lavoro? La pianificazione centrale è impostata dal principio della produzione e dello scambio dei beni come merci oppure come valori d’uso? Il pluslavoro (la parte eccedente del lavoro fornita dal lavoratore oltre quella necessaria con cui ottiene il salario) da chi viene appropriato? In che misura è socialmente distribuito e in quale viene invece accaparrato dal capitale come plusvalore? Possono i lavoratori organizzarsi ed esercitare un controllo della produzione? Posto il ruolo guida dell’élite politica, che tipo di relazione c’è tra questa e le masse? Esistono, e nel caso che sostanza e ampiezza hanno, forme di democrazia socialista?
Senza ancora scomodare la dialettica, noi riassumiamo questa serie di domande in un sillogismo:
Premessa maggiore: se ad un polo abbiamo chi per vivere deve vendere la sua forza-lavoro come merce a chi possiede i mezzi di produzione, se i prodotti del lavoro assumono la forma di merci, e se la produzione di merci è la forma economico-sociale dominante;
Premessa minore: al polo opposto dev’esserci necessariamente capitale che agisce per valorizzarsi e accrescere plusvalore, e se c’è plusvalore il lavoratore, non potendo disporre dei frutti del suo lavoro, subisce sfruttamento e alienazione.
Conclusione: se ci sono sfruttamento e alienazione dei lavoratori, non c’è socialismo ma una qualche forma di capitalismo.
I filo-cinesi non negano che in Cina ci siano varie forme di capitalismo, sostengono tuttavia che esse non sono dominanti, e quindi si fanno scudo con Lenin secondo il quale, nelle prime tappe della transizione dal capitalismo al socialismo, necessariamente sopravvivono forme mercantili, beni prodotti come merci. Torneremo più avanti su Lenin, la Rivoluzione in Russia e la Nuova Politica Economica (NEP), non c’è ovviamente alcun dubbio che non si passa al socialismo dal giorno alla notte, che non si aboliscono mercato e relazioni mercantili con dei decreti; ed è vero che nella coabitazione (per sua natura antagonistica) tra settori economici ancora capitalistici e quelli socialisti esordienti, questi ultimi dovranno mostrare nella pratica di essere superiori e vincenti. Vero, a patto di ricordare che proprio Lenin non si stancò mai di affermare che il compito di un governo rivoluzionario, se tiene fede allo scopo del socialismo, è proprio quello di dedicarsi anima e corpo all’abolizione delle forme capitalistiche, che nella fase di transizione la lotta di classe diventa per questo ancora più acuta poiché:
«Il socialismo consiste nella distruzione dell’economia di mercato, se rimane in vigore lo scambio, è persino ridicolo parlare di socialismo». [4]
Ahinoi i filo-cinesi mischiano le carte, confondono i concetti, così da far credere che ci sarebbe omologia e/o identità tra socialismo e transizione al socialismo. Mossa maldestra: per socialismo deve intendersi una società dove la transizione ha già compiuto le sue tappe fondamentali lasciandosi alle spalle il capitalismo e la divisione in classi, che va quindi realizzando sia il principio “Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”, sia una forma effettiva e onnilaterale di democrazia; mentre, per periodo di transizione dal capitalismo al socialismo, s’intende un sistema sociale ibrido, in cui persistono rapporti di produzione capitalistici, forze produttive inadeguate alla creazione di ricchezza sociale generale, nel quale non si possono ancora compiere sostanziali passi verso l’abolizione delle classi e dello sfruttamento.
Formenti, in barba al principio di non contraddizione, condannando come va di moda in Occidente le norme binarie, risponde che è ridicolo «classificare i sistemi socioeconomici in campi nettamente distinti e contrapposti, applicando in modo astratto e formale (antistorico) il concetto marxiano di modo di produzione», e pensa di cavarsela ricorrendo alla tesi dello storico Fernand Braudel per cui capitalismo e mercato non sono la medesima cosa. [5] Un alibi, quello di tirare in ballo Braudel, che è un boomerang poiché Braudel, nella sua immagine dell’economia a tre piani, pone il capitalismo al piano superiore dove, alle spalle del libero mercato comandano i colossi monopolistici che evitano di farsi concorrenza e usano il potere politico per governare il mercato dall’alto. Definizione che sembra attagliarsi quasi perfettamente alla Cina, a meno che Formenti non voglia assurdamente sostenere che lo stadio cinese sarebbe quello dell’economia di sussistenza (piano terra) o addirittura quello del piccolo commercio di una società sostanzialmente poco sviluppata e rurale (primo piano). Relazioni mercatili di produzione e scambio esistevano infatti molto prima dell’avvento del capitalismo, ma solo col capitalismo la produzione dei beni come merci, di cui l’esistenza del lavoro salariato, diventa dominante e dispiegata.
L’ultimo espediente dei filo-cinesi è quello di tirare in ballo la dialettica: “non è forse vero, ci dicono, che esiste l’unità degli opposti? che la contraddizione implica una sintesi?” Quest’idea di dialettica è mistificante, è una brutta versione dell’hegeliana idea che l’unità degli opposti consista nella loro conciliazione. Condividiamo invece la lettura che Mao diede della dialettica nel suo noto saggio del 1937 Sulla contraddizione. Tornerà sul tema nel 1964 chiarendo il suo pensiero e spiegando che per unità degli opposti non deve intendersi solo il loro legame ma la loro opposizione antagonistica:
«Cos’è la sintesi? Voi site stati tutti testimoni di come due opposti, il Kuomintang e il partito comunista, siano giunti alla sintesi sul continente. La sintesi ha avuto luogo in questo modo: i loro eserciti sono arrivati e noi li abbiamo divorati, ce li siamo mangiati un boccone dopo l’altro. Non è stata la sintesi di due opposti che coesistevano pacificamente. (…) Una cosa distrugge l’altra, le cose sorgono, si sviluppano e sono distrutte, ovunque è così. (…) Una cosa mangia l’altra, il pesce grosso mangia il pesce piccolo, questa è la sintesi». [6]
Nessuna hegeliana sottigliezza dialettica inficia il principio aristotelico di non contraddizione:
«È infatti impossibile che il medesimo <attributo> appartenga e non appartenga al medesimo <soggetto>, nello stesso tempo e sotto lo stesso aspetto». [7]
Pianificazione socialista?
Non che Formenti non avverta, nella sua ostinata apologia della Cina Socialista, di restare impigliato in paralogismi e antinomie. Non altrimenti potremmo spiegarci perché faccia sua la formulazione approssimativa e minimalistica che da il disarmante titolo al saggio collettaneo di Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Massimo Leoni e Roberto Sidoli: “Cina (prevalentemente) socialista”. [8]
I quattro, ricorrendo al maldestro stratagemma dell’avverbio “prevalentemente”, ammettono che in Cina c’è stata, dopo la fase maoista, restaurazione del capitalismo, tuttavia il modo di produzione “prevalente” sarebbe quello socialista. Peccato che né i quattro né tantomeno Formenti ci dicano in cosa consista e in quali settori operi in Cina il “modo di produzione socialista”. Essi si limitano a dirci che “nei settori decisivi come la terra, le infrastrutture, il credito, l’energia, le grandi imprese, le reti logistiche, le telecomunicazioni, le risorse strategiche e gli strumenti della pianificazione” […] lo Stato la farebbe da padrone. E siccome l’avverbio (prevalentemente) risulta imbarazzante, Formenti peggiora la sua situazione aggiungendo un aggettivo, suggerendo di assumere «l’aggettivo socialista “nel significato “debole” che vi attribuisce il compianto Alberto Gabriele». [9]
La mancanza di rigore teorico di simili formulazioni è sconcertante, il succo (sembrerebbe) è che ci sarebbe socialismo ove esistano nazionalizzazione dei settori economici decisivi e pianificazione, ecc. Chiediamo: con questi criteri la Cina maoista non era già cento volte più socialista di quella odierna? E che dire della Repubblica Popolare Democratica di Corea dove, diversamente che in Cina, sono tollerate solo piccole attività commerciali private e tutto è rigidamente pianificato collettivizzato e ci sono sorprendenti tassi di sviluppo economico?
Molto più sobria, ponderata, realistica, e sincera la posizione di un grande amico della Cina qual è Alberto Bradanini:
«Nella Cina odierna i meccanismi di produzione, pubblici o privati non fa differenza, sono basati sul profitto, non sul bisogno; il lavoro è subordinato alle priorità del mercantilismo; il profilo della nazione presenta pochi tratti di quella fisionomia vagheggiata dai padri nobili del socialismo (…) “essenziale è catturare il topo, non importa di che colore sia il gatto”, asseriva Deng. Lo sdoganamento dottrinale si è però fermato a metà del guado, accantonando due aspetti cruciali, l’identità del soggetto, che avrebbe richiesto una rimodulazione anatomica del ruolo del partito, affrontando in parallelo, sempre dal punto di vista marxiano, la sfera ideale e materiale della libertà, e l’essenza fondamentale del traguardo (il topo), che avrebbe spianato la strada a un’effettiva partecipazione al potere e al controllo democratico nella distribuzione qualitativa e quantitativa della ricchezza prodotta (il gatto)». [10]
In Cina c’è la pianificazione, gridano i filocinesi, senza minimamente considerare che possono esserci due modalità opposte di pianificazione, una capitalista e l’altra socialista. Vogliamo ricordare che a più riprese il capitalismo ha saputo sperimentare, con successo, la combinazione tra mercato e pianificazione del ciclo economico con relativa centralizzazione delle scelte strategiche — ci sembra anzi di poter dire che grazie alla cibernetica, al probabilismo predittivo e all’uso dell’intelligenza artificiale questa combinazione tende ad essere la nuova frontiera del capitale. Ma mentre la pianificazione capitalistica resta per sua natura fondata sulla produzione e lo scambio dei beni come merci, quella socialista, agli antipodi, è tale perché implica produzione e scambio dei beni come valori d’uso, il che implica il superamento dell’economia monetaria fondata sul feticcio del denaro. Riguardo alla pianificazione l’esperienza compiuta in Unione Sovietica e in altri paesi post-rivoluzionari ci ha detto molte cose, tra cui questa: posta la totale proprietà statale dei mezzi di produzione e di scambio, la pianificazione utilizzava il metodo del calcolo economico, faceva cioè pur sempre ricorso a rapporti monetario-mercantili ovvero, pur non subordinata alla realizzazione del valore e del plusvalore, agiva la circolazione pianificata dei beni come merci, attuata tramite i prezzi e il denaro.
Venendo alla categoria di Capitalismo di Stato se ne son dette, anche a causa delle definizioni ambigue di Lenin, di tutti i colori. È evidente tuttavia che Lenin usò il concetto riferendosi ad un paese arretrato il quale, compiuta la rivoluzione politica, doveva compiere quella della sfera economica e, a causa del basso sviluppo delle forze produttive, avrebbe dovuto accettare che alcuni settori dell’economia avrebbero funzionato, per un certo periodo di tempo, in maniera capitalistica, certo sotto il vigile controllo dello Stato operaio. Ai filo-cinesi che s’inchinano adoranti davanti alla Cina come potenza economica la più avanzata del mondo, chiediamo: fino a che mirabolante livello di sviluppo dovrebbero essere portate le forze produttive cinesi affinché ci siano eguaglianza sociale e democrazia socialista?
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Davanti alle critiche i filo-cinesi, aggiustano il tiro e, dopo autodifendersi postulando che “non esiste una credibile teoria marxista della transizione”, ricorrono all’arma di ultima istanza: siccome il potere dello Stato è in mano al partito comunista, e posto che il fine del partito è il socialismo, allora abbiamo che la Cina è socialista. Afferma Candidamente Formenti:
«La mia tesi è che l’unico criterio in grado di dirimere la controversia in questione è politico, quello che veramente occorre capire, è chi detiene il potere politico e quali interessi di classe promuove». [11]
Il postulato auto-difensivo è semplicemente falso, un rozzo stratagemma per giustificare l’infatuazione per il modello sociale cinese; esso equivale a sostenere che la teoria marxista e le immense esperienze storiche del ‘900 non ci abbiano consegnato risposte e insegnamenti ricchissimi su cosa sia e cosa non sia la transizione al socialismo. E che dire dell’arma di ultima istanza? Ess è una forma assoluta e grottesca di autonomia della politica la quale, en passant, priva di senso ogni ragionamento e investigazione della natura dei rapporti sociali poiché criterio auto-sufficiente sarebbe le volontà di chi si trovi, anche solo momentaneamente, al governo di un dato Paese. Formenti ci sbatte in faccia un finalismo estremistico per cui, con buona pace di Aristotele, tre delle sue quattro cause per spiegarsi i fenomeni se ne vanno in malora, così restandone solo una, quella finale.
La nuda verità, lo vedremo con chiarezza più avanti, è che il modo di ragionare dei filo-cinesi, conduce ad una tremenda conclusione: il socialismo è una chimera, Marx è stato un grande utopista, e vana risulta quindi tutta la sua monumentale critica del capitalismo. È certamente vero che ci sono tratti utopistici nella visione marxista, che saltano agli occhi in Stato e rivoluzione di Lenin (dove si vaticina non solo l’eliminazione delle classi sociali ma addirittura la scomparsa dello Stato, di ogni forma di governo politico). Giusto sbarazzarsi di queste velleità utopistiche, giusto gettare l’acqua sporca, ma il bambino va salvato, ovvero la possibilità di una società che si lasci alle spalle il capitalismo fondata sull’eguaglianza sociale e la libertà.
Che la teoria marxista abbia numerose falle, lo abbiamo ammesso, indicando però con la massima precisione quali fossero. [12] Del corpus teorico lasciatoci da Marx, pena perdere la bussola e andare alla deriva, va salvata senz’altro la sua fisiologia critica del capitalismo con le sue leggi di movimento, dalle quali ha ricavato la sua concezione del socialismo e della transizione. Due aspetti che sono le due facce della stessa medaglia.
Sentenziando che la Cina abbia raggiunto il socialismo i filo-cinesi rischiano di commettere la stessa sciocchezza di Stalin il quale, nel 1936 affermò in pompa magna che l’URSS aveva appunto raggiunto il socialismo. Come ebbe a dire Mao Zedong, che dei disastri compiuti da Stalin ne sapeva qualcosa:
«Nel 1936 Stalin disse che l’URSS era socialista e la lotta di classe eliminata, ma nel 1939 ha dato il via ad un’altra purga di controrivoluzionari. Non era anche quella lotta di classe?» [13]
L’atteggiamento dei filo-cinesi rispetto alla Cina odierna rassomiglia come una goccia d’acqua a quello dei filo-sovietici che nel partito comunista cinese si opponevano alla frazione maoista negli anni ’50-‘60 (quelli durante la Grande Rivoluzione Culturale vennero accusati di voler restaurare il capitalismo e che dopo, con Deng alla testa, riconquisteranno il potere politico). Parlando di loro Mao ebbe a dire:
«Noi non possiamo seguire ciecamente i sovietici, ma solo dopo un esame critico. Vi sono peti di odore insopportabile e peti puzzolenti. Non bisogna credere che ogni peto sovietico sia di buon odore. Se altri affermano che tra i sovietici qualcosa puzza, noi diciamo che puzza». [14]
Nemmeno i peti di Xi profumano.
Una transizione al contrario
Che prevalga in Cina l’economia di mercato, e che la forza-lavoro sia merce, la sola che abbia la magica capacità di creare plusvalore per chi l’acquista, è un fatto che nessuna contorsione semantica può occultare. Non altrimenti ci spieghiamo l’entrata a pieno titolo nel 2001 nell’imperialistico Wto (World Trade Organization), ingresso che sancì l’avvenuto incapsulamento dell’economia cinese nel circuito della globalizzazione neoliberistica, e che venne accettata appunto perché il governo cinese ebbe avviato profonde riforme sociali e istituzionali tese ad allineare il proprio sistema sociale e normativo a quello dell’Occidente globalizzato. Senza dimenticare i solenni discorsi (2017, 2021 e 2022) di Xi Jinping al supremo cenacolo dell’oligarchia capitalistica mondiale, il Wef (World Economic Forum) di Davos dove, lungi dal presentare la Cina come araldo della rivoluzione socialista, ben al contrario la esibì come il più convinto baluardo della globalizzazione economica, del liberoscambismo e del multilateralismo in salsa mercantilista. Su questi aspetti è illuminante il contributo di Ernesto Screpanti. [15]
Per i filo-cinesi, contano solo i “puri” fatti, non i “dogmi teorici”, ma è un fatto che anche come conseguenza di grandi e successive privatizzazioni di aziende pubbliche di vario tipo e grandezza (le privatizzazioni tra gli anni ’90 del secolo scorso e l’inizio del ventunesimo ammontarono a 700 miliardi di dollari, poco meno del totale realizzato in tutto il resto del mondo!), il settore capitalistico privato, già nel 2005, sette anni prima dell’arrivo al potere di Xi Jinping, forniva in Cina un contributo al Pil poco superiore a quello del comparto pubblico. Oggi, a quattordici anni dall’ascesa di Xi, la tendenza non si è invertita, al contrario si è consolidata, visto che il settore privato contribuisce al Pil per oltre il 60%, il 48% delle attività di import-export, il 56% degli investimenti in capitale fisso.
Che in Cina lo Stato detenga fondamentali posizioni monopolistiche in diversi settori economici è assodato. Giusto affermare che si tratta dunque di un’economia mista, dove coesistono settori privati e pubblici. Potremmo dire che il partito comunista cinese applica, mutatis mutandis, il modello italiano delle partecipazioni statali per cui lo Stato non solo gestiva grandi aziende nei settori chiave dell’energia, della chimica, dei trasporti, della siderurgia, comunicazioni,li connetteva ai settori privati in base ad una programmazione strategica. Ma un’economia mista viola le categorie marxista? O può essere compresa proprio alla loro luce? In un’economia mista come quella cinese i beni sono pur sempre prodotti come merci, esistono salario e plusvalore, il processo lavorativo è processo di valorizzazione del capitale, il capitale è soggetto alla logica dell’accumulazione e ai suoi cicli e tempi di rotazione, c’è concorrenza e si forma un saggio di profitto, c’è capitale commerciale e commercio con l’estero, c’è circolazione monetaria e infine un sistema finanziario e borsistico con una classe di rentier che vivono di speculazione.
Per dirla con Marx:
«In tutte le forme di società è una produzione determinata che assegna rango e influenza a tutte le altre, come del resto anche i suoi rapporti assegnano rango e influenza a tutti gli altri. È una luce generale in cui sono immersi tutti gli altri colori e che li modifica nella loro particolarità. È un’atmosfera particolare che determina il peso specifico di tutto ciò che da essa emerge». [16]
La diagnosi della Cina non sarebbe completa se non dicessimo che sotto molteplici aspetti il capitalismo con caratteristiche cinesi si presenta in effetti come quello più vivace e performativo; non è per caso che la Cina si trova in cima a diverse classifiche mondiali, anzitutto quella della produttività del lavoro — ciò che smentisce che i salari cinesi siano “alti”, sono invece bassi data l’enorme produttività. Il Paese supera gli stessi Stati Uniti ed i paesi occidentali in settori come quelli delle alte tecnologie, della robotica, dell’automazione. Si disquisisce da anni sul recente culto di Confucio (vera grande bestia nera dei rivoluzionari cinesi a cominciare da Sun Yatsen per non parlare dei comunisti ai tempi della Cina maoista) e del recupero dei valori tradizionali (rispetto della famiglia, dell’ordine e delle gerarchie sociali, l’obbedienza sociale, l’identità nazionale,) ciò per potenziare l’influenza globale della Cina nel mondo (soft power). Sull’efficacia del neo-confucianesimo come strumento per scalare l’egemonia culturale occidentale nutriamo forti dubbi; di sicuro non sono i valori socialisti dell’eguaglianza e della libertà ad alimentare il soft power della Cina, ma il mito delle forze produttive, le sue capacità tecno-scientifiche, la correlata caparbia consapevolezza di riportare l’Impero di mezzo in cima al mondo, una politica che pare riuscire a domare gli spiriti animali e le contraddizioni del capitalismo, l’apparente disciplina sociale.
La morale della favola è che anche stando ai “puri” fatti, se analizzati e correlati in modo corretto, se interpretati alla luce dei criteri marxisti, questi indicano che il modo di produzione e i relativi rapporti di produzione sono in Cina capitalistici e di gran lunga dominanti; che con un processo ininterrotto iniziato nel 1978 la quantità si è trasformata in qualità, e da una struttura sociale collettivista a basso sviluppo delle forze produttive si è passati ad una capitalistica con forze produttive ad altissimo potenziale. La transizione è sì avvenuta, ma al contrario, e non si vedono segni di inversione di tendenza, né di misure che puntino ad eliminare i dominanti tratti capitalistici.
LENIN, LA NEP E I NUOVI SMENOVEKHISTI
Nel rifiuto di ammettere che in Cina, sulle rovine della Grande Rivoluzione Culturale, è avvenuta una transizione al contrario, noi vediamo una rottura profonda, certo con il maoismo come pure con il marxismo.
Formenti afferma infatti a chiare lettere che se si giudicasse la Cina usando i “calissici” parametri e criteri marxisti la inevitabile conclusione è che non c’è socialismo:
«Le sinistre negazioniste hanno ragione se definiamo il socialismo in base ai criteri classici (ottocenteschi) enunciati dai padri fondatori del marxismo”. (…) Chi nega il carattere socialista del sistema cinese può andare in cerca di argomenti nella teoria “classica” della transizione che, in buona sostanza, si fonda sulla Critica al Programma di Gotha e su alcuni passaggi del Capitale di Marx e dell’Anti-Dühring di Engels. Soprattutto in quest’ultima opera, l’autore scrive che il socialismo non è solo caratterizzato dalla socializzazione dei mezzi di produzione ma implica la scomparsa della produzione mercantile e dei rapporti monetari». [17]
Vorremmo dire: Amen!
Invece non possiamo. Commesso il pacchiano errore di affermare che “anche Rosa Luxemburg fu contro la NEP” (in verità morì tre anni prima), nel suo viscerale e inaccettabile rancore terzomondista contro il “marxismo occidentale” e per amore delle riforme capitalistiche, Formenti, nella tomba della confusione teorica, deve trascinare anche Lenin. Leggiamo infatti:
«Lenin manda in pensione tale tesi nei primi anni Venti (siamo ai tempi della NEP), allorché liquida le posizioni della sinistra bolscevica e ammette che la transizione sarebbe stata lunga e inevitabilmente caratterizzata dal persistere di rapporti mercantili e monetari». [18]
Nel dare questo lapidario giudizio su Lenin che “manderebbe in pensione” Marx e la teoria classica della transizione, il nostro si ripara dietro a Vladimiro Giacchè, e fa encomio del suo libro Lenin, Economia della rivoluzione. [19]
La tesi di Giacché, utilizzata deliberatamente per giustificare la cinese “economia socialista di mercato”, è drastica: con la Nuova Politica Economica (NEP), che ripristinava nella Russia post-rivoluzionarie misure capitalistiche, Lenin non propone solo una “ritirata strategica” ma, abbandonando ogni ”purezza ideologica”, concepisce una nuova idea di transizione a socialismo, lenta, senza strappi, senza forzature soggettivistiche, come una fase lunga di coabitazione col capitalismo. La tesi che Giacché vorrebbe far passare per leninistico oro colato è però falsa da cima a fondo. Ci chiediamo: imperdonabile incompetenza o deliberata contraffazione del pensiero e dell’opera di Lenin? Forse il primo caso, visto che il libro di Giacché pare una copia conforme di quello pubblicato a Berlino dalla casa editrice Dietz nel centenario della nascita di Lenin. [20]
Sia come sia Giacché ha compiuto una grossolana censura, escludendo dalla sua corposa raccolta tutti gli scritti di Lenin, ma proprio tutti!, che vanno nella direzione esattamente contraria al suo teorema. Sarà facile dimostrarlo, ma prima è bene sottolineare le quattro essenziali ragioni che stanno alla base della “ritirata strategica” della NEP e dell’adozione di riforme economiche capitalistiche. Prima: la devastante carestia del 1920; Seconda lo stato di anarchia sociale seguito a sette anni di guerre; Terza: la profonda arretratezza delle forze produttive e dell’industria; quarta: la sconfitta della rivoluzione in Europa e l’accentuato accerchiamento della Russia sovietica.
Davvero Lenin concepiva la NEP come “ritirata strategica di lungo periodo”? La NEP venne varata nel marzo 1921 e solo un anno dopo, nel marzo del 1922, una volta che l’economia e lo scambio città-campagna aveva ripreso vigore, accompagnati dal “piccolo” inconveniente della ricomparsa di ceti capitalistici (nella forma dei Kulaki nelle zone rurali e dei Nèpmeny nelle città), Lenin ammonisce in maniera perentoria:
«Noi vediamo oggi con chiarezza la situazione in cui si trova il nostro paese e possiamo dire con assoluta fermezza che la ritirata, iniziata da noi, può oramai essere interrotta e che la stiamo interrompendo. Ora basta (…) Sappiamo, d’altro canto che, data la carestia, data l’attuale situazione dell’industria, non siamo in grado di conservare tutte le posizioni conquistate tra il 1917 e il 1921. Ne abbiamo già cedute un certo numero. Ma ora possiamo dire che questa ritirata, per quanto riguarda le concessioni ai capitalisti, è terminata». [21]
Pochi giorni dopo, nel suo rapporto all’XI Congresso del Partito (27 marzo e 2 aprile 1922), Lenin ribadisce:
«Per un anno ci siamo ritirati. Ora a nome del partito dobbiamo dire: basta! Lo scopo perseguito con la ritirata è stato raggiunto. Questo periodo sta per finire o è già finito. (…) La ritirata è terminata, la ritirata è finita; si tratta ora di raggruppare di nuovo le forze». [22]
Lenin è sollecitato a sottolineare il concetto della fine della ritirata per molteplici ragioni, prima fra tutte il pericolo che i nemici interni ed esterni, immaginando che i bolscevichi stavano sic et simpliciter tornando al capitalismo, avrebbero minacciosamente rialzato la testa, e fa l’esempio di Smena Vekh, la rivista di intellettuali emigrati bianchi capeggiati da Nikolai Ustrialov:
«Arresto della ritirata (economica) e obbiettivo di mutare il raggruppamento delle forze. Un ammonimento viene dalla borghesia, che per bocca di Ustrialov, uomo del gruppo Smena Vekh, ha dichiarato che la NEP non è una “tattica”, ma una “evoluzione” del bolscevismo». [23]
Ed è proprio nella solenne sede del congresso che Lenin afferma:
«Vorrei trattare brevemente la questione: la Nuova Politica Economica dei bolscevichi è evoluzione o tattica? Così han posto la questione gli smenovekhisti, che come sapete, costituiscono una corrente che ha preso piede fra gli emigrati russi, una corrente politico-sociale alla testa della quale si trovano i più grandi uomini politici del partito cadetto, alcuni ministri dell’ex governo di Kolciak, uomini che si sono convinti che il potere sovietico costruisce lo Stato russo e che perciò bisogna seguirlo. “Ma questo potere sovietico, che tipo di Stato costruisce? I comunisti dicono che è uno Stato comunista, affermando che qui si tratta di tattica: i bolscevichi in un momento difficile si servono dei capitalisti privati e, in seguito, così dicono, riprenderanno tutto nelle loro mani. I bolscevichi possono dire ciò che loro piace, ma in realtà non si tratta di tattica, ma di evoluzione, di rinnovamento interno; essi giungeranno al comune Stato borghese, e noi dobbiamo sostenerli. La storia segue vie diverse”. Così ragionano gli smenovekhisti». [24]
Lenin precisa che la NEP non dev’essere intesa come una riconciliazione col capitalismo, sottolineando che:
«Il nemico [gli smenokhevisti] dice la verità di classe, additando il pericolo che ci sta dinanzi. Esso si sforza di fare in modo che questo pericolo sia inevitabile”; e quindi ribadisce che con la NEP non si avvia un periodo di pacificazione con le forze capitaliste ma, al contrario: «la lotta con la società capitalistica è diventata cento volte più accanita e pericolosa, perché non vediamo sempre chiaramente chi è nostro nemico e chi è nostro amico». [25]
Ognuno può ora decidere se abbia valore conoscitivo e politico l’analogia tra la situazione della Russia sovietica ai tempi della NEP e quella esistente nella Cina odierna, o tra Lenin e Xi Jinping. Ammesso e non concesso che ci sia consustanzialità tra la natura della direzione politica cinese odierna e quella leniniana di allora, non sono nemmeno lontanamente paragonabili i sistemi sociali: la Russia era appena uscita da 7 anni di guerre sanguinose e devastanti, da una micidiale carestia, la fame ammorbava i cittadini, l’economia ero allo sfacelo; la Cina è oggi, se non la prima, certo la seconda potenza economica, politica, scientifica, tecnologica mondiale; nessun paragone con la Russia ai tempi di Lenin è dunque ammissibile.
Concludendo, Giacché ed i filo-cinesi come Formenti, sulle orme del compianto Domenico Losurdo, [26] non fanno che riproporci un bucharinismo, anzi uno smenovekhismo sotto mentite spoglie.
Contrariamente agli ammonimenti di Lenin, negli anni successivi alla sua morte, quando alla guida dell’URSS c’era il duo Stalin-Bucharin, la NEP venne perseguita dando accresciuto spazio alle forme e alle forze capitalistiche — Arricchitevi!, disse proprio Bucharin, in un discorso dell’aprile 1925. [27] Il risultato, come lucidamente previsto dall’opposizione di sinistra, fu un disastro: nel 1928 le rinate forze capitaliste (soprattutto i kulaki, i contadini ricchi), causarono una nuova “crisi del grano”, presero alla giugulare lo Stato sovietico. Il partito bolscevico era posto davanti ad una decisione che sarà di portata storica.
Bukharin, accusati gli stalinisti di voler applicare le ricette “rovinose” dei trotskysti, si mise alla testa dell’opposizione di destra, o dei “genetisti” i quali, in opposizione ai “teleologi”, volevano continuare ad libitum la NEP sostenendo, in nome di una coabitazione prolungata con le rinate forme e forze capitalistiche, una concezione evoluzionistica, senza strappi e salti, fermamente gradualistica della transizione al socialismo. [28]
Si sa come andò a finire. Nel 1929, seppellita la NEP, venne avviato il primo piano quinquennale con la collettivizzazione delle campagne, l’avvio dell’industrializzazione, la liquidazione violenta delle forme mercantili e dei rapporti borghesi di produzione, ciò che consentirà, con costi umani, sociali e politici inauditi, di spingere l’URSS verso tassi di sviluppo economico straordinari, fino a farne, in un solo ventennio, nonostante le profonde ferite dell’aggressione nazista, la seconda potenza mondiale.
CyberCapitalismo o socialismo?
Uno degli aspetti che l’Occidente invidia alla Cina è l’uso bio-politico dei sistemi cibernetici di sorveglianza dei suoi cittadini. Nessun altro Paese del mondo ha costruito un sistema tanto sviluppato e capillare di controllo, monitoraggio e profilazione dei cittadini — uso invasivo e dilagante del riconoscimento biometrico, dell’utilizzazione sistemica dell’intelligenza artificiale predittiva, l’integrazione delle reti e dei sistemi tecnologici tra aziende, amministrazioni e polizia. Di qui l’esperimento del cosiddetto “sistema di credito sociale” (shèhuì xìnyòng tǐxì) “volto a valutare non solo l’affidabilità creditizia e finanziaria [come già avviene da tempo in Occidente], ma anche l’integrità sociale e civica dei cittadini”. [29] Ciò che ci dice molte cose in merito alla sfera della libertà e dei diritti civili e individuali delle persone.
Si comprende, visto il disordinato tramonto del neoliberismo a comando statunitense, il dilemma che alligna tra le menti più acute delle classi dominanti in Occidente e nel resto del mondo: se il modello sociale e politico cinese funziona meglio perché non adottarlo?
La domanda delle domande che gli anticapitalisti dovrebbero quindi porsi, se vogliono procedere ad occhi aperti, se vogliono vedere il mostro di cui è gravido il capitalismo, è se la Cina, lungi dal procedere verso il socialismo, non sia già più avanti degli Stati Uniti e del resto dell’Occidente nel trapasso o transizione verso l’incipiente CyberCapitalismo, posto che per CyberCapitalismo non intendiamo solo un cambio di pelle del capitalismo ma una nuova totalità sociale:
«Il sistema sociale che sta prendendo forma grazie al combinato disposto della Quarta Rivoluzione Industriale (caratterizzata dalla correlazione strettissima tra sfera fisica, digitale e biologica) e della visione del mondo macchinica e postumana. Il suo avvento non implica solo la nascita di un nuovo sistema sociale — al quale corrisponderanno nuove sovrastrutture politiche e istituzionali; esso comporta profondi mutamenti e ribaltamenti sul piano antropologico. Se il capitalismo ha trasformato l’essere umano in una merce, in una cosa tra le cose, genuflesso (auri sacra fames) ai piedi del più maledetto dei feticci, il denaro — il denaro non solo mezzo ma simbolo di una ricchezza materialistica che si accumula a spese dell’umana sfera spirituale, culturale e intellettuale —; il CyberCapitalismo spingerà i fenomeni della reificazione e dell’alienazione ai loro più estremi e autodistruttivi limiti, di qui l’inevitabile inasprimento, in forme certamente inedite, dei contrasti sociali». [30]
Vittime del loro idolatrico culto delle forze produttive e della tecno-scienza, i filo-cinesi non condividono la nostra critica al CyberCapitalismo; il nostro rifiuto di un “progresso” che sta già spianando la strada ad un tecno-feudalesimo in cui la grande umanità sarà retrocessa ad uno stato di vassallaggio sociale e cognitivo, con gli umani ridotti ad un ammasso di replicanti spersonalizzati asserviti alle macchine; né condivideranno la nostra visione che il socialismo, depurato dalla doppia zavorra dell’utopismo e dello stalinismo, può solo essere fondato su una concezione umanistica e rivoluzionaria del mondo. [31]
Tuttavia anche dalla Cina giungono segnali che la battaglia per l’eguaglianza sociale, per una migliore qualità della vita, per liberarsi da sfruttamento, oppressione, alienazione e reificazione di massa, è viva e si sta (ri)aprendo una strada. Un umanesimo che anche e proprio in Cina ha radici profonde, plurimillenarie, che da Mozi giungono fino a Mao Zedong, passando per incessanti rivolte popolari fino alla Grande Rivoluzione Culturale.
È di sicuro rilievo quanto accade tra la gioventù cinese, polarizzata tra un’élite mandarina e devota all’idea di fare della Cina, costi quel che costi, la più grande tra le potenze economiche e geopolitiche, e la parte opposta, segnata dal fenomeno del liulang, che sta per andare alla deriva. Riguarda anzitutto la generazione Z, i nati nel vortice del boom cinese e della rivoluzione digitale. Anche in Cina avanzano il pessimismo sul futuro, il disincanto, la delusione per i risultati del vorticoso “progresso”, per la pessima qualità della vita. Fenomeno che accompagna quello del fanxiang xiaofei, ovvero il consumo inverso. Aumentano i giovani che rifiutano di sgomitare e svenarsi per arrancare nella gerarchia sociale, che preferiscono uno stile di vita frugale e non ossessivamente competitivo e meritocratico come quello che vige in Cina. Sintomi della svolta che verrà?
Malgrado il governo cerchi in ogni modo di censurare le notizie delle intermittenti rivolte sociali, esse sono trapelate, ed hanno anzi spesso costretto il governo a più miti consigli, a ritirare norme considerate ingiuste o ad adottare misure per placare le proteste. Stiamo parlando delle innumerevoli rivolte rurali nel biennio 2024-2025, con protagonisti anzitutto i lavoratori, rivolte contro le requisizioni e le confische forzate delle terre agricole e demaniali per costruirvi sopra centri commerciali, nuovi quartieri residenziali, giganteschi impianti per energie rinnovabili. Non si contano le rivolte contro le decisioni delle autorità locali, spesso corrotte e colluse coi capitalisti privati. Ma rivolte dal basso esplodono per i motivi più diversi, come nella cittadina di Shindong contro una direttiva delle autorità locale che voleva imporre la sbrigativa cremazione anziché la sepoltura dei defunti, pratica tradizionale dell’etnia Miao. O la dura protesta a Jiangyou, cittadina del Sichuan, quando nell’agosto dell’anno scorso, i cittadini sono scesi in massa nelle strade per contestare le autorità che non erano intervenute in difesa di una bambina bullizzata a scuola e figlia di una donna sorda. Poi ci sono lavoratori dei diversi settori, sia privati che pubblici, costretti a scendere spontaneamente in strada (non sono ammessi sindacati indipendenti) ed a sfidare il divieto del diritto di sciopero (eliminato dalla Costituzione nel 1982) per i motivi più diversi: salari non pagati e licenziamenti collettivi. Lotte che hanno obbligato il tribunale di Hangzhou, visti i numerosi casi accaduti, a proibire licenziamenti di lavoratori per sostituirli con l’intelligenza artificiale.
L’esempio di moderna lotta di classe, che dovrebbe stare a cuore a tutti coloro che si dichiarano socialisti, è quello, memorabile, delle rivolte operaie contro la politica dispotica “Zero Covid” adottata dal governo cinese, coi duri blocchi di imprigionamento di intere zone e città, quarantene forzate di massa e restrizioni anche nei grandi impianti industriali. Tra i diversi casi il più clamoroso fu la rivolta degli operai nel giga-stablimento Foxconn a Zhengzhou, nella provincia dello Henan, di proprietà della multinazionale del miliardario taiwanese Terry Gou. Parliamo del più grande stabilimento del mondo con, ammassati, quasi 300mila lavoratori in grande maggioranza operai, alloggiati come prigionieri in veri e propri formicai denominati “campus”, già noto come fabbrica dei suicidi. Nel novembre del 2022 la giga-fabbrica è stata teatro di violente rivolte operaie e di duri scontri con la sicurezza per chiedere il pagamento di mensilità arretrati, adeguate condizioni sanitarie e alimentari, miglioramenti delle condizioni di lavoro nelle infernali catene di montaggio, quindi la fine dei rigidissimi lockdown e relative segregazioni adottate dal governo affinché non si osasse interrompere la produzione. Rotte le recinzioni avvennero vere e proprie evasioni di massa per non rimanere rinchiusi. Rivolte che obbligarono le autorità, nel gennaio 2023, ad un repentino cambio di linea, ciò che non impedì altre proteste operaie sfociate anche in scontri con la polizia. [32]
È orami luogo comune affermare che dalla posizione della donna nella società si riconosce il livello di civilizzazione della società medesima, da quella dell’operaio in un sistema capitalistico si manifesta il suo grado di barbarie:
«Entro il sistema capitalistico tutti i metodi per incrementare la forza produttiva sociale del lavoro si attuano a spese dell’operaio individuo; tutti i mezzi per lo sviluppo della produzione si capovolgono in mezzi di dominio e di sfruttamento del produttore, mutilano l’operaio facendone un uomo parziale, lo avviliscono a insignificante appendice della macchina, distruggono con il tormento del suo lavoro il contenuto del lavoro stesso, gli estraniano le potenze intellettuali del processo lavorativo nella stessa misura in cui a quest’ultimo la scienza viene incorporata come potenza autonoma; deformano le condizioni nelle quali egli lavora, durante il processo lavorativo, lo assoggettano ad un dispotismo odioso nella maniera più meschina, trasformano il periodo della sua vita in tempo di lavoro, gli gettano moglie e figli sotto la ruota di Juggernaut del capitale». [33]
Così Marx descrisse la situazione degli operai in Inghilterra quando la fase più disumana e feroce della rivoluzione industriale era alle spalle, non dissimile è stato ed è il calvario subito da quelli cinesi per alimentare il poderoso sviluppo degli ultimi cinquant’anni. Se è vero che “Il paese industrialmente più sviluppato non fa che mostrare a quello meno sviluppato l’immagine del suo avvenire”, è vero che la Cina va presa terribilmente sul serio. [34]
La Cina è infatti a noi più vicina di quanto si potrebbe pensare, e indica in che senso il capitalismo stia mutando in CyberCapitalismo, che non consiste affatto nella fine del lavoro bensì, proprio grazie al matrimonio tra capitale, tecnoscienza e meccatronica, in modalità di lavoro e di vita ancor più inumane, abbrutenti e alienanti. L’avvento del socialismo non dipende dall’incremento delle diavolerie cibernetiche ma da dall’esito delle rivolte contro il tecnodominio, per impedire che la società diventi un Panopticon, o un’immensa caverna platonica dove i reclusi rifiutano di liberarsi dalle loro catene.














































Veramente a me risulta che il socialismo é che una volta conquistato il potere il proletariato socializza la proprietà dei mezzi di produzione (non dall' oggi al domani con un semplice "fiat" ma attraverso un processo non facile né indolore,,,) abolendo così la divisione della società fra classi antagonistiche e dunque quanto le classi possidenti e sfruttatrici quanto le lassi oppresse e sfruttate, se stesso compreso).
Quoting Fabio Rontini:
Nessuno può fare la rivoluzione per gli altri, né noi per i Cinesi, nè i Cinesi per noi.
Sarebbe così se la rivoluzione avesse vinto in tutti i paesi o nella maggior parte di essi (come speravano/prevedevano i nostri Marx ed Engels quando definirono così il socialismo). Ma nel caso in cui la rivoluzione vinca in un solo paese il proletariato non può abolire le classi: farlo significherebbe isolarsi dal mercato mondiale (che per Marx era una questione di vita o di morte), dunque rimanere sottosviluppati, dunque venire sconfitti dalla borghesia internazionale. La vicenda dell'URSS insegna.
Davvero, io credo che fin quando non va al potere un partito comunista in qualche altro paese importante, il PCC non può fare di più e meglio di quello che sta già facendo (e sta facendo già tantissimo, si veda l'eliminazione della povertà assoluta).