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manifesto

La sovranità non è uno scandalo ma neppure un feticcio identitario 

di Loris Caruso

Egemonia non è stabilirsi sul terreno avversario ma disarticolare il suo discorso. Alcuni toni della sinistra neo-nazionalista sono anche inutili dal punto di vista elettorale

A sinistra è nato un nuovo appassionante dibattito: sovranisti contro internazionalisti, nazionalisti contro cosmpoliti, rossobruni contro no-borders. Come in molti dibattiti recenti della sinistra italiana, non ci si risparmia: il tono da guerra di religione, l’illusione che il risultato della contesa sarà decisivo per le classi popolari, l’accusa all’interlocutore di essere quinta colonna dell’ideologia degli avversari, l’assenza di una traduzione concreta delle due posizioni.
Si può provare a inserire in questo dibattito un po’ di laicità?

Il ruolo della Nazione è importante nella tradizione della sinistra, anche e soprattutto quando è riuscita a fare rivoluzioni o governare nazioni. Il concetto moderno di nazione nasce con la Rivoluzione francese e le rivoluzioni democratiche dell’Ottocento. La nazione nasce quindi progressista e democratica. Senza la mobilitazione del ‘popolo’ su base nazionale contro potenze pubbliche e private straniere non ci sarebbero state la rivoluzione russa, quella cinese, quella cubana. Più recentemente non ci sarebbero stati il ciclo della decada ganada in America Latina e il socialismo del XXI secolo di Chavez e Morales.

Probabilmente non ci sarebbe stata nemmeno la vittoria elettorale di Tsipras in Grecia, dovuta anche alla capacità di Syriza di declinare il proprio ruolo nei termini di un’alleanza popolare contro un’oligarchia neo-colonizzatrice (la Troika) e la sua rappresentanza nazionale (i vecchi partiti), quindi sulla base delle fratture popolare/oligarchico e nazionale/sovranazionale. Lo stesso discorso lo fa Podemos in Spagna, che parla di patria tutti i giorni. Nessuna di queste esperienze ha scisso la sovranità nazionale-popolare dall’internazionalismo e della solidarietà tra i popoli.

Il conflitto nazionale/sovranazionale può essere compreso, declinato e comunicato in molti modi, e solo alcuni di questi sono reazionari. Questo conflitto richiama, nella situazione odierna, quello tra Stato (politica) e mercato. Può essere una rivendicazione di riequilibrio di forze tra politica e flussi economico-finanziari, così come tra rapporti sociali e individualismo competitivo. Questo conflitto non può essere giocato aggirando l’unico terreno in cui ad oggi (magari noi nolenti) esiste una politica democratica, quello nazionale. La rivendicazione della sovranità popolare non è uno scandalo per la sinistra, e la sovranità ha una dimensione ancora nazionale.

Dall’altro lato, diverse critiche si possono fare a chi pensa che la nazione, la patria e l’opposizione all’euro e all’Unione europea debbano diventare orizzonti ideali autonomi, valori autosufficienti, fonti di senso per la sinistra.

Dire che questi temi non fanno scandalo non significa farli diventare un feticcio o un fondamento identitario, a partire dal quale magari scagliare contro altre sinistre (sociali e politiche) l’accusa di essere elitarie, disinteressate al destino e alle idee del popolo, lontane dal senso comune. Proprio sul terreno del senso comune, da parte dei neo-nazionalisti di sinistra c’è un fraintendimento, lo stesso che ha caratterizzato la sinistra moderata dal 1989: quello di suppore che la gente sia ‘di destra’, sempre e irrimediabilmente, e che “essere popolari” significhi adottare almeno parzialmente discorsi e idee-forza che caratterizzano l’egemonia della destra. Da qui nascono gli inaccettabili scivolamenti di chi attacca la sinistra “immigrazionista e buonista” o definisce chi si mobilita per i rifugiati “foglia di fico del neoliberismo”, magari dopo aver votato, fino a poco tempo fa, diversi provvedimenti neoliberisti.

Il senso comune, le idee che sono prevalenti – o che lo sembrano: siamo sicuri che immigrazione, sicurezza e Unione europea siano temi prioritari per la maggioranza degli italiani? – non sono dei ‘pacchetti’ confezionati, sono elementi eterogenei e temporanei frutto anche dell’iniziativa politica, quindi modificabili. Egemonia non è stabilirsi sul terreno simbolico avversario, ma disarticolare il suo discorso anche portando alcuni dei suoi temi (in questo caso, la ‘difesa del popolo italiano’) sul proprio terreno simbolico.

Alcuni toni della sinistra neo-nazionalista sono anche inutili dal punto di vista elettorale. Qualsiasi formazione di sinistra sarà sempre votata in prevalenza da persone di sinistra: non è frustrando i principi di umanità del proprio elettorato che si raccoglie consenso.

La sinistra italiana è inefficace da così tanto tempo che sembra convinta che i discorsi che fa allo specchio siano seguiti in mondovisione. Scambia il mondo interno con quello esterno. Non è dicendo “nazione” ogni quarto d’ora che ‘il popolo’ accorrerà a votare una nuova sinistra. I principi politici non sono efficaci se declamati, ma se sono agiti, tradotti in discorsi coerenti e politiche concrete, e se chi li agisce appare credibile e abbastanza forte da supportarli realmente.

Parole come nazione, patria e sovranità non sono quindi uno scandalo per la sinistra, ma non possono costituire un orizzonte di valori. Non sono il socialismo del XXI secolo.

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