Al di là dei miti invalidanti
di Alberto Giovanni Biuso
Tra le evidenze della fine del XX e di questo primo quarto del XXI secolo ci sono il ritorno esplicito - e rivendicato come faro di civiltà – del colonialismo anglosassone; il corrispondente declino dell’Europa, dominata e dissolta da un’Unione Europea che del colonialismo anglosassone è espressione; la incipiente ma già ben delineata divisione del pianeta in sfere di influenza, divisione che in realtà è sempre stata causa di conflitti distruttivi.
Un’ulteriore evidenza, che delle precedenti è conseguenza e insieme causa, è il declino di un mito politico invalidante: la separazione topologica tra Destra e Sinistra. Una differenziazione nata durante gli Stati Generali che si riunirono a Versailles nel maggio del 1789 e che ormai è arrivata al suo termine. La stanca sopravvivenza di tale schema è favorita da uno dei caratteri di fondo delle società umane: la forza di inerzia, alla quale si aggiunge in questo caso la comodità di una distinzione elementare e il suo ancora massiccio utilizzo da parte della pubblicistica e in generale dei media.
Tentare di andare oltre la «morta gora» (Inferno, VIII, 31) di tale dicotomia è dunque un dovere insieme civile e intellettuale. Tra gli spazi che cercano di oltrepassare tale sterile palude c’è la rivista fiorentina Diorama Letterario. Arrivata al suo XLVI anno, anche il numero più recente (11/12; novembre-dicembre 2025) rappresenta una sintesi delle tematiche privilegiate dalla rivista e delle sue posizioni su una varietà di questioni.
Anzitutto l’apprezzamento critico verso il marxismo, come si evince da una lunga intervista di Alain de Benoist, nella quale il filosofo francese afferma che «quel che a mio parere rende imprescindibile Marx è che egli ha messo in luce meglio di chiunque altro l’essenza di un sistema capitalista caratterizzato dall’illimitatezza del ‘sempre più’» (p. 4); dismisura che lo stesso De Benoist riprende in un articolo dedicato alla ‘megamacchina’ contemporanea, quando osserva che «gli antichi temevano la dismisura, i Moderni la idolatrano. […] Spengler aveva ragione di dire che la cultura antica e la cultura occidentale, faustiana, sono per molti versi culture diverse - e persino culture opposte. È un errore credere che l’una costituisca il ‘seguito’ assolutamente naturale dell’altra. La cultura antica è dalla parte degli dei, la cultura occidentale dalla parte dei titani» (p. 10).
Poi: la necessità di una conoscenza storica accurata e rigorosa, senza la quale le posizioni politiche che si assumono – qualunque esse siano – rimangono impressionistiche, emotive, sostanzialmente infondate. La competenza storica, ad esempio, permette di comprendere «che l’Occidente si comporta oggi con la Russia così come si è comportato in passato verso Bisanzio» (p. 12) e, molto più in generale, di comprendere che il Polemos, il conflitto, è inestirpabile dalla vicenda umana. Proporsi di cancellare ogni ragione di separazione, divisione e differenza, significa proporsi la morte. Questa è l’essenza metafisica ed eraclitea della storia umana, tanto che «in un mondo definitivamente ‘pacificato’ gli uomini vivrebbero come se fossero già morti» (p. 13). Qualche tempo fa una persona che nel proprio immaginario crede di essere ‘di sinistra’ scrisse in una mailing list che sarebbe stato opportuno non affrontare una certa tematica poiché si trattava di un argomento ‘divisivo’. Caro amico, ritieni che ad esempio la lotta di classe non sia divisiva? Evitare a tutti i costi le ‘divisioni’ è in realtà uno dei caratteri della cultura ‘organica’ che è una tipica cultura ‘di destra’.
Ancora: la critica costante e argomentata a ogni forma di colonialismo e imperialismo, i quali costituiscono delle strutture e degli strumenti politici che stanno dissolvendo l’Europa in un servilismo pluridecennale agli Stati Uniti d’America. Sottomissione che nel 2026 sembra arrivare al suo culmine: «I governanti europei, per debolezza o per accecamento, appaiono determinati, qualunque siano i rospi che fa loro trangugiare l’imperatore biondo, a non uscire dal loro schema mentale americano» (Gilles Carasso, p. 18).
E soprattutto Diorama Letterario ha sempre sostenuto il primato delle idee, della filosofia, della metapolitica sul semplice impegno politico nelle strutture partitiche o istituzionali. E questo «perché ogni azione che non rimanda a delle idee è solo una imbarcazione senza timone» (p. 6).
Senza un pensiero sempre umile ma sempre anche consapevole della propria centralità, la vicenda umana conoscerebbe soltanto una legge (più di quanto già non la conosca), la legge della violenza del più forte, la legge dei Titani, come scrisse Ernst Jünger in una pagina ricordata da Antonio Chimisso: «Nessuna conoscenza delle lingue antiche, del mito greco, del diritto romano, della Bibbia e dell'etica cristiana, dei moralisti francesi, della metafisica tedesca, della poesia di tutto il mondo. Nani nella vita vera, e però Golia tecnici - quindi giganteschi nella critica, nella distruzione, nella quale si cela il loro compito, che ignorano. Incredibilmente chiari e precisi in tutti gli ambiti meccanici; deformi, atrofizzati, confusi in tutto ciò che riguarda la bellezza e l’amore. Titani guerci, spiriti delle tenebre. Negatori e nemici di ogni forza creatrice - loro, che potrebbero sommare i loro sforzi per milioni di anni senza lasciarci un'opera in grado di eguagliare un filo d'erba, un chicco di grano, l’ala di un moscerino. Lontani dalla poesia, dal vino, dal sogno, dai giochi, irretita senza alcuna speranza dalle false dottrine di maestri presuntuosi. Ma hanno il loro compito» (Annotazione diaristica, 22.9.1945, in La capanna nella Vigna. Gli anni dell’occupazione (1945-1948), trad. di A. Iadicicco, Guanda, Parma 2009).
Il compito, probabilmente, di portare a compimento la dissoluzione dell’Europa. Perché tutto finisce, anche le vicende più grandi.









































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