Iran: il regime-change che viene da lontano
di Davide Malacaria
“Grazie alla vigilanza della popolazione e delle forze dell’ordine, è stata ripristinata la calma”, Così oggi il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Narrativa di parte, ovvio, che stride con i resoconti dei media occidentali che parlano di tanti morti, una conta variabile perché in realtà nessuno sa nulla. Non c’è internet, le uniche fonti a cui si attengono i media sono o i cosiddetti attivisti o le ong finanziate dal Dipartimento di Stato americano, che hanno tutto l’interesse a rendere la drammatica situazione ancora più tragica, così da urgere un intervento.
E se avesse ragione Araghchi? In realtà a dargli ragione è una fonte del tutto inattesa, il Critical Threats Project, un’emanazione dell’Institute for the Study of War e dell’American Enterprise Institute, due think thank affiliati ai neocon, che da sempre sostengono l’intervento Usa in Iran.
Un’analisi pubblicata dal CTP, infatti, “suggerisce che le proteste in Iran sembrano essersi attenuate dopo giorni di disordini a livello nazionale, con solo sette proteste registrate in sei province martedì, un netto calo rispetto a giovedì scorso, quando sono state documentate 156 manifestazioni in 27 delle 31 province dell’Iran” (Haaretz).
Eppure ieri, come mai dall’inizio delle proteste, i media erano inondati da notizie e reportage sulla repressione brutale del regime, di cifre astronomiche di morti etc. Un film già visto nei precedenti regime-change orchestrati dagli Stati Uniti. Ma perché il picco drammatico di ieri?
Semplice, era convocato il consiglio di guerra americano che doveva decidere il da farsi e la drammatizzazione serviva a sostenere le ragioni dei falchi all’interno dello stesso, ai quali si contrappongono esponenti non così assetati di sangue, primo fra tutti il vicepresidente J.D. Vance.
La riluttanza di Vance – che alcuni giorni fa ha visto la sua casa assalita da un pazzo che ha mandato in frantumi i vetri delle finestre – è riferita dal Washington Post, secondo il quale, rispetto alla prima presidenza Trump, “la maggior parte degli attuali consiglieri del presidente è meno incline a intervenire in Medio Oriente”. Lo stesso presidente, che ieri ha inviato un messaggio incendiario, non è affatto convinto su un intervento alzo zero.
Così il Wp: “Nonostante l’accesa retorica pubblica, Trump sembra meno sicuro di sé in privato, secondo le persone vicine alla Casa Bianca. Alcuni lo hanno descritto meno entusiasta rispetto agli attacchi di giugno”, quando decise di bombardare i siti nucleari iraniani, mentre altri hanno descritto la sua retorica come il “lancio di una moneta”, un azzardo.
A corroborare questo quadro, il pranzo di sabato alla Casa Bianca con Tucker Carlson, che nel primo mandato di Trump ebbe un ruolo decisivo nell’aiutare il presidente a evitare un attacco all’Iran che il suo Consigliere per la Sicurezza nazionale, John Bolton, aveva già predisposto e portato alla sua attenzione, sicuro dell’approvazione.
I resoconti spiegano che l’incontro tra Trump e Tucker non era anzitutto sull’Iran, ma è ovvio che ne avranno parlato, come note sono le posizioni dell’anchorman televisivo sul tema (peraltro, da poco è stato dichiarato “antisemita dell’anno” dalle autorità israeliane… l’incontro serviva anche a cercare la protezione di Trump, che è arrivata nella forma di uno sperticato elogio).
Nonostante la riluttanza, Trump è obbligato dalla sua stessa retorica a colpire. L’incertezza è sul come: se opterà per un attacco non devastante o per un’aggressione vera e propria. Peraltro, e al di là delle pressioni e dei ricatti che sta subendo perché decida per la seconda opzione, c’è anche da considerare la crisi interna.
I disordini innescati nel Minnesota dall’assassinio di un’attivista da parte degli agenti dell’Ice, l’agenzia anti-immigrazione gestita in modalidà gestapo da Kristi Noem, dilagano.
C’è una brutta aria negli States, da guerra civile, ipotesi da tempo ventilata da intellettuali e media. Una bella guerra estera potrebbe aiutare a sedare il nervosismo com’è avvenuto in tante occasioni del passato.
C’è ancora tempo, anche perché Israele, secondo il Timesofisrael, avrebbe chiesto a Trump di aspettare che il governo iraniano si sia logorato, richiesta invero forse motivata più dalla necessità di raccogliere maggiori informazioni sui bersagli e per dar modo agli agenti del Mossad non necessari sul campo di esfiltrare.
Ma che Israele si prepari a una nuova guerra, certi che Trump farà quel che “deve”, lo segnala anche la disponibilità di Benny Gantz, leader di un partito di opposizione, a sostenere il governo Netanyahu. Gantz è un indicatore: nonostante sia critico di Netanyahu, nei momenti più critici gli ha sempre porto il suo aiuto.
Quanto alle nazioni arabe, inutile dire che sono preoccupate, dal momento che una guerra su ampia scala contro l’Iran destabilizzerebbe forse in maniera irreversibile il Medio oriente. Ma contano nulla sul tema: l’Iran è il cinghialone, il cardine di tutto l’attivismo di Netanyahu e dei neocon degli ultimi decenni (anche per questo sul nostro sito abbiamo sempre dato spazio alle notizie su questo fronte).
Incenerire l’Iran è stato il nodo gordiano sotteso a tutte le manovre e le guerre americane e israeliane del Medio oriente (e non solo, vedi Venezuela) dalla guerra Iran-Iraq (con Saddam che agiva su mandato di Washington) a oggi. E oggi che sembra che quel nodo possa sciogliersi con la spada, non demorderanno tanto facilmente.
Quanto alla dissidenza, se è vero che nella popolazione c’è malcontento, è pur vero che tanti oppositori non vogliono l’intervento Usa, reputando che i problemi del Paese verrebbero aggravati e che debbano risolversi attraverso la dialettica interna (sul punto vedi Meddle East Eye).
Intanto, la crisi venezuelana e quella iraniana hanno oscurato il genocidio di Gaza, come dettaglia Middle east eye (vedi “Gaza ‘sta morendo lentamente’ tra edifici crollati e freddo intenso“), e la brutale oppressione della Cisgiordania, mirata a cacciare i palestinesi dalle loro terre. Così Israele passa al primo incasso del recente iper attivismo trumpiano.









































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