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sinistra

Le parole del Capitale

di Salvatore Bravo

Lo scandalo del capitale passa attraverso il linguaggio. In prima serata al TG delle 19,00 del 30/10/ 2018 su rai Tre la Boldrini commentando i dati sull’occupazione femminile afferma con automatico candore che la bassa occupazione femminile specie nell’Italia meridionale ha l’effetto di abbassare il PIL nazionale, nessun riferimento ai diritti negati ed ai motivi per i quali larghe masse della popolazione sono spinte alla marginalità sociale. Le donne a cui il sistema di censo e che esulta per l’aziendalizzazione di tutto, istruzione compresa, nega il diritto alla qualità di vita, alla scoperta di sé, sono definite dalla Boldrini capitale umano: un vero ossimoro esseri umani associati a merce o denaro per investimento. Lo scandalo è solo nei punti di PIL persi e non nelle vite disperse dalla violenza capitale, mai posto in discussione, ma sempre sostenuto. L’automatica quantificazione impedisce di guardare l’ingiustizia ed i diritti negati. L’assenza di diritto è quantificato in modo da evitare parole non gradite all’incultura del capitale. Ogni riferimento alla cultura dei diritti sociali è rimossa, al suo posto non vi è che il regno della quantificazione, il PIL come unico paradigma per cui lottare. Nessun cenno ai motivi che inducono uomini e donne a non essere appetibili per il mercato del lavoro. La risposta è che il pensiero stile Boldrini è ad immagine e somiglianza del capitale, pertanto si verificano i dati commerciali e ci si preoccupa, solo, del PIL che non c’è.

E’ cancellato in questo modo ogni riferimento alla cultura dei diritti ed ai suoi oppositori. Resta solo il lavoro astratto, il plusvalore perso, degno, lo ripeto dello scandalo. La sinistra di sistema demofobica, è anche logofobica, sostituisce i numeri alle parole, le poche rimastele spesso sono in lingua inglese: la lingua del capitale globale. Si usa lo stesso linguaggio del capitale per denunciare un’ingiustizia, per cui si è interni al capitale. Dalla sinistra del capitale non vi è nulla da aspettarsi: da destra a sinistra non si mette in scena che lo stesso teatrino delle parti: si usa lo stesso linguaggio, pertanto non vi è differenza, una prospettiva è sovrapponibile all’altra. Destra e sinistra non sono che flatus vocis, emissione di voce senza corrispondenza nel reale. Non esiste che il capitale sciolto da ogni vincolo, non più oggetto di analisi e critiche da sinistra: la qualità di vita, la liberazione dell’individuo dai ceppi dei processi di alienazione è ormai logos avversato dalla sinistra ufficiale, o meglio è sconosciuto. La sinistra fonte di legittimazione del sistema ha rimosso se stessa, la sua storia, i suoi luoghi identificativi per sostituirli con slogan e numeri di nessuna attrattiva. Imitatori seriali delle destre, per calcare le scene del palcoscenico mondiale devono osar fare ciò che le destre non hanno mai intrapreso, per timori elettorali, come l’abolizione dell’articolo 18. Il nichilismo è la cultura della sinistra ufficiale, incapace di confrontarsi con risultati elettorali ripetutamente aberranti. La crisi profonda è nell’incapacità cercata e voluta, forse prezzolata, di guardare il negativo. Senza la capacità di confrontarsi con gli effetti di politiche scellerate, sempre all’inseguimento delle destre, non vi sarà un nuovo positivo. Da sinistra della cultura a cultura della finanza, questa è stata la tragedia della sinistra. La sua parabola verso la disintegrazione che ha portato con sé il declino della comunità. Risuonano nella mente le parole di Hegel, secondo cui l’unica uscita dalle strettoie del negativo è guardare in volto il negativo, sostare presso di esso per coglierne la complessità contro ogni esemplificazione atomistica1 :

«Il fatto che l’accidentale in quanto tale, separato dalla propria sfera, il fatto che ciò che è legato ad altro ed è reale solo in connessione ad altro ottenga un’esistenza propria e una libertà separata, tutto ciò costituisce l’immane potenza del negativo: tutto ciò è l’energia del pensiero, dell’io puro. La morte, se così vogliamo chiamare quella irrealtà, è la cosa più terribile, e per tener fermo ciò che è morto è necessaria la massima forza. Se infatti la bellezza impotente odia l’intelletto, ciò avviene perché si vede richiamata da questo a compiti che essa non è in grado di assolvere. La vita dello Spirito, invece, non è quella che si riempie d’orrore dinanzi alla morte e si preserva integra dal disfacimento e dalla devastazione, ma è quella vita che sopporta la morte e si mantiene in essa. Lo Spirito conquista la propria verità solo a condizione di ritrovare se stesso nella disgregazione assoluta. Lo Spirito è questa potenza, ma non nel senso del positivo che distoglie lo sguardo dal negativo come quando ci sbarazziamo in fretta di qualcosa dicendo che non è o che è falso, per passare subito a qualcos’altro. Lo Spirito è invece questa potenza solo quando guarda in faccia il negativo e soggiorna presso di esso. Tale soggiorno è il potere magico che converte il negativo nell’essere»

Borghesi senza coscienza infelice, incapaci di dare risposte alle contraddizioni, non ascoltano il tragico nell’etico, anzi rafforzano il presente con le sue fratture, fingono di scandalizzarsi, si battono il petto, pur non avendo in seno che la logica meccanica della finanza. Dinanzi a questo perenne declino della vita pubblica e del pensiero, non resta che reimparare a parlare diversamente, con i concetti di una tradizione che ha tanto da comunicarci, in modo da mediare la storia con il presente. La prima forma per disalienarsi, per porre una cesura con l’incultura dell’immediato, è riprendere le fila di un discorso dalle radici profonde che è stato reciso per opportunismo, per miopia storica, scelta vincente in un tempo a corto raggio, ma disastroso a lungo andare. Rifiutare il linguaggio del capitale e dei servi è il primo passo per il riorientamento gestaltico la cui necessità non è più procrastinabile.


Note
1 Hegel, Fenomenologia dello Spirito , Rusconi Milano, pag. 85
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Comments   

#1 Mario Galati 2018-11-15 19:11
Una citazione di Hegel per questa gente che parla l'inglese della finanza globale, peggio, del consumo globale, è come gettare le perle ai porci.
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