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jacobin

Il governo gialloverde sfida davvero i dogmi liberisti?

di Danilo Corradi e Marco Bertorello

È bastato un timido aumento della spesa pubblica per creare l'allarme dei custodi europei dell'austerity. Ma Di Maio e Salvini non hanno un vero progetto economico alternativo

In queste settimane quel che resta dei partiti di sinistra ha dibattuto sul Documento di economia e finanza (Def) del governo intorno a due poli opposti: da un lato vedendo nei provvedimenti un semplice approfondimento delle politiche dei governi precedenti dall’altro enfatizzandone le positive novità. Ci si può sottrarre da queste polarità se si prova a ragionare nel merito dei provvedimenti in via di approvazione ponendosi in una logica di scarto dalle politiche economiche dominanti.

Il Def giallo-verde ha un parziale segno diverso da quelli degli ultimi governi. È moderatamente espansivo, ovvero attenua la prospettiva dell’austerità ma senza arrivare a una rottura. L’attenuazione è evidente nella parziale controtendenza sul piano della spesa, l’assenza della rottura sta nella dimensione di questa controtendenza, nelle forme concrete che assume e nella mancanza totale di una strategia politica capace di fare i conti con il costo del debito pubblico. Per rompere davvero servirebbe una strategia di livello internazionale che tenga insieme ridiscussione del debito, politiche fiscali redistributive e limiti alla competizione al ribasso sul lavoro.

 

Cosa c’è di reale nello scontro con l’Ue

Nonostante questo, la pur modesta critica alle politiche dell’austerity è stata sufficiente a determinare la contestazione della manovra in sede europea. L’espansione del deficit consente un parziale passaggio di risorse ad alcune fasce deboli. Infatti a dare il segno alla manovra sono soprattutto reddito di cittadinanza e riforma della legge Fornero sulle pensioni. Nella legge di bilancio, approdata in questi giorni alla camera, non ne sono esplicitati i criteri, che saranno precisati in due decreti specifici. La mancanza di concretezza lascia molte perplessità sulla capacità di padroneggiare i processi necessari per attivare questi provvedimenti, in particolare per il reddito di cittadinanza e il rilancio dei relativi centri per l’impiego. Le indiscrezioni e le anticipazioni segnalano diverse criticità: l’obbligo di formazione e la necessità di svolgere lavori socialmente utili, insieme alla retorica sui giovani fannulloni che poltriscono sul divano, tradiscono una visione ideologica lontana dall’idea di rafforzare il lavoro per trasformare la qualità dell’occupazione. Il reddito, così concepito, rischia di dilatare un mercato del lavoro precario che genera lavoratori poveri (si legga su questo l’interessante intervista a Francesca Coin). Tuttavia al momento vengono accantonati circa 16 mld, pari a oltre la metà dell’ammontare dell’intera manovra (41,6 mld) se da essi si sottraggono i 12,6 mld necessari a sterilizzare gli aumenti dell’Iva previsti per gennaio 2019. Le risorse messe a disposizione dall’esecutivo sono quindi evidentemente superiori a quelle previste dal governo precedente, che aveva ipotizzato per il 2019 un deficit pari solo allo 0,8% del Pil. Il deficit al 2,4% si traduce in quasi 23 miliardi di euro in più di disavanzo e come sottolinea Andrea Fumagalli, «per la prima volta dopo tanti anni questo non è un Def improntato all’austerità, fondato su tagli della domanda e sussidi alle imprese».

Non tutti i provvedimenti in realtà vanno nella direzione redistributiva, basti vedere gli interventi sul piano fiscale: dal condono ai nuovi sgravi Ires (valore stmato 1,5 mld) per le aziende che investono in ricerca e sviluppo, passando per gli incentivi alle assunzioni stabili (in una logica simile a quella del renziano jobs act) e alle start-up, fino alla cedolare secca per le locazioni commerciali e industriali. Contemporaneamente viene abolita l’Ires agevolata per chi investe e assume (che doveva partire il primo gennaio del prossimo anno) e l’Ace di Monti che premiava fiscalmente le imprese che ricapitalizzavano. Le due operazioni dovrebbero valere un risparmio di 3 mld. Anche l’estensione del forfait al 15% per gli autonomi fino a 65mila euro di reddito dichiarato e al 20% fino a 100mila euro, dovrebbe valere 600 mln per il 2019 e circa un miliardo e mezzo a regime. Il saldo tra vecchi e nuovi incentivi non sembra insomma particolarmente favorevole per le imprese. Ciò che è indubbio è che ci siano risorse per chi non ha il lavoro, per chi ha la pensione bassa o per la riduzione dell’età pensionabile. Provvedimenti che sono di segno diverso rispetto alle politiche precedenti e che possono apparire come un parziale risarcimento per le scelte rigidamente neoliberiste adottate dai governi di Centro-sinistra in questi anni.

In questo senso lo scontro con l’Europa non è fittizio, ma reale, perché l’Italia, diversamente dalla Francia che ha deciso di fare deficit per il 2,8% nel 2019, è un paese politicamente periferico con un debito pubblico di un terzo superiore e con un costo persino doppio di quello transalpino, a cui si aggiunge una crescita largamente inferiore alla media Ue. La rigidità della Commissione, e dietro a lei di tanta parte dei paesi dell’Unione europea, compresi quelli trainati da forze a varia declinazione sovranista, rappresenta l’opzione dominante dentro lo scontro sulla disciplina della governance continentale. L’austerità deve rimanere la cifra delle politiche economiche, tanto più per i paesi più deboli con fragilità maggiori, le tanto evocate cicale.

 

L’assenza di progetto alternativo al liberismo

L’intervento su reddito e pensioni cerca di dare credibilità all’idea della rottura con l’austerity, e ciò spiega almeno in parte la tenuta sul piano del consenso da parte del governo, ma la rottura con il liberismo e con la sua logica di fondo non c’è.

La marcia indietro sul deficit del 2020 (2,1%) e del 2021 (1,8%) e il rinvio di alcuni mesi dei due provvedimenti simbolo della legge finanziaria rendono visibile la debolezza delle posizioni del governo. Si aggiunga che tale slittamento incrina ulteriormente i già dubbi numeri forniti dall’esecutivo. Se apparivano ottimistiche le previsioni di crescita, a fronte di un rallentamento del ciclo internazionale previsto da organismi come il Fmi, rimandare l’entrata in vigore dei provvedimenti più espansivi non può che far slittare anche il loro effetto moltiplicatore su scala locale, finendo per rendere ancor meno credibili le ipotesi di deficit almeno fino al 2020 compreso.

Non si vede insomma un vero progetto economico alternativo. Il ritorno all’equilibrio della finanza pubblica resta un obiettivo perseguito unicamente attraverso una futuribile crescita economica, sebbene i tempi siano di tendenziale stagnazione, come ancora le recenti indicazioni dell’Istat confermano (crescita ferma nel terzo trimestre e allo 0,8% su base annua). Tutta la finanziaria insomma poggia su un incremento della spesa corrente e sugli effetti espansivi sul Pil che dovrebbe produrre ma sul piano degli investimenti c’è poco, nulla sulla messa in sicurezza del territorio, nulla sull’espansione dei trasporti pubblici, mentre vengono accettate molte delle grandi opere contestate in questi anni dai movimenti, Cinque stelle compresi.

Può bastare una tale impostazione a far ripartire l’economia italiana? I dubbi si fondano su un recente precedente e su una considerazione più di fondo.

Anche Renzi puntò sulla crescita del Pil attraverso l’aumento della spesa che avrebbe dovuto essere garantito dai famosi «80 euro». Gli effetti del provvedimento sono oggetto di studi contrastanti. Ciò che sembra più evidente è che il contributo degli 80 euro al Pil non è stato certamente risolutivo rispetto a un possibile rilancio dell’economia italiana. Per quale ragione? Innanzitutto per le modeste dimensioni dell’intervento, quantitativamente paragonabile, seppur inferiore, ai soldi stanziati oggi per il reddito di cittadinanza.

Per creare uno shock positivo bisognerebbe rompere radicalmente non solo con i parametri europei, ma anche con i vincoli finanziari che l’alto debito pubblico impone costantemente in termini di costo del suo finanziamento. Ma questo non è l’unico problema. La crescita produttiva che attiva un aumento del consumo non si «scarica» al 100% all’interno del paese. Con gli 80 euro di Renzi, così come con il reddito di cittadinanza, si acquistano beni e servizi che solo in parte vengono prodotti all’interno dei confini, così come i benefici fiscali relativi alla tassazione di profitti e aziende con sede all’estero solo in parte rafforzano le entrate dello Stato. Un problema che non si risolve certamente con l’uscita dall’euro, e che potrebbe essere solo attenuato da una spesa finalizzata ad alcuni specifici investimenti, perché anche la produzione di beni e servizi è ormai sottoposta a una catena del valore globale. Questo problema, insieme agli alti livelli di indebitamento pubblico e privato, determina la fragilità di una soluzione tutta dal lato della spesa al problema della crescita economica, anche nel caso si andasse quantitativamente oltre le cifre stanziate dall’attuale governo.

Un progetto che sia in grado di rompere con la logica dell’austerity non potrebbe che essere complesso stanti i livelli di iper-competizione imposti a livello globale. Come complicata non può che essere la stabilizzazione del debito pubblico dentro un quadro internazionale perlomeno incerto (dazi, guerre valutarie, crescita del debito mondiale), con stime al ribasso sulla crescita e con una paura estrema di una ricaduta economico-finanziaria complessiva.

Una politica economica alternativa dovrebbe sicuramente partire dal tema del debito pubblico e del suo costo insostenibile. Un debito che andrebbe parzialmente annullato per dare effettivo respiro al paese. Contestualmente andrebbe operato un piano redistributivo opposto alla logica della Flat Tax, che pure trova poco spazio in questa manovra. Nemmeno questi due ingredienti costituirebbero «la soluzione», ma l’inizio di un processo, con una prospettiva necessariamente internazionale, di costruzione di un modello economico alternativo a quello dell’austerità e dell’iper-competizione, che scardini questo «liberismo asimmetrico», per usare un’espressione di Emiliano Brancaccio, , fatto di protezione per il capitale e concorrenza sfrenata per il lavoro.


*Marco Bertorello, si occupa di economia e finanza, collabora con il manifesto ed è autore tra l’altro di Non c’è euro che tenga. Danilo Corradi, dottore di ricerca in storia, insegnante di filosofia e storia e docente a contratto presso l’università di Tor Vergata, è coautore tra l’altro di Capitalismo tossico.
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