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sinistra

Immaginazione produttiva e mito di Theuth

di Salvatore Bravo

La resistenza ha una pluralità di possibilità ed espressione, rileggere i classici greci significa riannodare le fila di un dialogo interiore e collettivo sempre più spesso minacciato dalle turbolenze del capitalismo assoluto. Fichte pone al centro del suo sistema l’immaginazione produttiva: il soggetto pone il mondo, il non io, per poi riconquistarlo concettualmente, dopo il travaglio del negativo, come ebbe in seguito a definire Hegel il processo di concettualizzazione. Ripensare l’immaginazione produttiva, è ricollocare il presente su un piano di pensiero che permette di toccare il soggetto umano nella sua natura intramontabile: l’essere umano è ontologicamente fondato, teleologicamente disposto alla creazione dei concetti, a ripensare il mondo già dato per riappropriarsi del proprio destino. L’immaginazione produttiva che Fichte distingue dall’immaginazione riproduttiva, crea la forma e la materia in un circolo virtuoso che magnifica il soggetto creatore, ogni atto-dialogo è il mondo che ritorna al soggetto con la mediazione del pensiero. Il mondo è nuovo, si rigenera ogniqualvolta il soggetto crea il mondo dei significati per ripensarli nella relazione con se stesso e con la comunità: la libertà è un processo che necessita la tensione eraclitea tra soggetto e comunità, se il soggetto si estranea da se stesso e dalla comunità cade nei significati anonimi, essi diventavo la trappola della sua esistenza. Il non io lo agguanta, rendendolo parte di una storia scritta da altri, fatalmente i processi di adattamento inconsapevole pongono le condizioni per l’alienazione individuale e collettiva.

L’immaginazione produttiva, il soggetto, è il motore della storia, nell’ascolto di sé ritrova il mondo, il non io, come parte di sé e dunque può porre la prassi, quale attività di partecipazione al mondo. Essa non dev’essere intesa come creatività indefessa, creazione del nuovo ad ogni costo, vi è il rischio di interpretare l’immaginazione produttiva secondo gli schemi produttivi capitalistici, produrre il nuovo come si producono le merci. L’attività a cui fa riferimento Fichte è attività di concettualizzazione di ciò che il soggetto e l’umanità ha posto, per cui ricategorizzare il presente, aderire ad un sistema di significati e valori in modo consapevole, senza necessariamente reinventarli, è già disalienante, è prassi, è rigenerazione dello spirito che ha svolto un percorso per tornare su se stesso. Tutto il sistema del liberismo edonistico di massa lavora per impedire l’attività dell’immaginazione produttiva con la sua dialettica. Vi sono maschere della concettualizzazione dietro cui si cela la riproduzione del sistema senza la mediazione del pensiero. L’immediatezza è la cifra del capitalismo assoluto, in quanto essa prepara all’automatismo irriflesso dei concetti e del linguaggio: la mosca non vede i confini della bottiglia in cui è caduta, scambia lo spazio minimale del pensiero concessole per un orizzonte senza limiti e confini. I mezzi informatici, la veloce circolazione delle informazioni, la facile reperibilità e conservazione delle stesse ci inganna, ci fa illudere di essere sempre all’altezza dei tempi. Il facile modernismo senza pensiero è il velo di Maya che occulta le tragedie e gli effetti di un capitalismo che ha fatto della dismisura la sua legge. L’informazione ed il concetto coincidono con il mezzo di conseguenza il soggetto diventa secondario, anzi rispetto all’informazione si potrebbe affermare cartesianamente larvatus prodeo. Ci si affida al mezzo quale contenitore ed interprete dell’informazione con una ingenuità che rasenta la cieca fiducia. Da se stessi non si trae nulla, la parola significante tace per lasciare spazio al flatus vocis. Non vi è immaginazione produttiva, ma solo riproduzione del sistema che usa i singoli, ormai individui astratti separati da se stessi e dagli per autoriprodursi all’infinito. E’ il cattivo infinito che plana e germoglia con i suoi concetti infecondi. La Filosofia antica può essere da ausilio a riattivare la concettualizzazione. Platone nel Fedro con il mito di Theuth ci parla del nostro presente, i classici colgono aspetti eterni della condizione umana, nel mito si pone il problema della scrittura, del mezzo come pharmakon, ovvero il mezzo può essere dannoso se è vissuto ed usato senza la consapevolezza dei limiti e delle dosi d’utilizzo:

Socrate- Ho sentito narrare che a Naucrati d'Egitto dimorava uno dei vecchi dei del paese, il dio a cui è sacro l'uccello chiamato ibis, e di nome detto Theuth. Egli fu l'inventore dei numeri, del calcolo, della geometria e dell'astronomia per non parlare del gioco del tavoliere e dei dadi e finalmente delle lettere dell'alfabeto. Re dell'intero paese era a quel tempo Thamus, che abitava nella grande città dell'Alto Egitto che i Greci chiamano Tebe egiziana e il cui dio è Ammone. Theuth venne presso il re, gli rivelò le sue arti dicendo che esse dovevano esser diffuse presso tutti gli Egiziani. Il re di ciascuna gli chiedeva quale utilità comportasse, e poiché Theuth spiegava, egli disapprovava ciò che gli sembrava negativo, lodava ciò che gli pareva dicesse bene. Su ciascuna arte, dice la storia, Thamus aveva molti argomenti da dire a Theuth, sia contro che a favore, ma sarebbe troppo lungo esporli. Quando giunsero all'alfabeto: «Questa scienza, o re - disse Theuth - renderà gli Egiziani più sapienti e arricchirà la loro memoria perché questa scoperta è una medicina per la sapienza e la memoria». E il re rispose: «O ingegnosissimo Theuth, una cosa è la potenza creatrice di arti nuove, altra cosa è giudicare qual grado di danno e di utilità esse posseggano per coloro che le useranno. E così ora tu, per benevolenza verso l'alfabeto di cui sei inventore, hai esposto il contrario del suo vero effetto. Perché esso ingenererà oblio nelle anime di chi lo imparerà: essi cesseranno di esercitarsi la memoria perché fidandosi dello scritto richiameranno le cose alla mente non più dall'interno di se stessi, ma dal di fuori, attraverso segni estranei: ciò che tu hai trovato non è una ricetta per la memoria ma per richiamare alla mente. Né tu offri vera sapienza ai tuoi scolari, ma ne dai solo l'apparenza perché essi, grazie a te, potendo avere notizie di molte cose senza insegnamento, si crederanno d'essere dottissimi, mentre per la maggior parte non sapranno nulla; con loro sarà una sofferenza discorrere, imbottiti di opinioni invece che sapienti». Fedro- Fai bene a darmi addosso; anch'io son del parere che riguardo l'alfabeto le cose stiano come dice il Tebano. Socrate - Dunque chi crede di poter tramandare un'arte affidandola all'alfabeto e chi a sua volta l'accoglie supponendo che dallo scritto si possa trarre qualcosa di preciso e di permanente, deve essere pieno d'una grande ingenuità, e deve ignorare assolutamente la profezia di Ammone se s'immagina che le parole scritte siano qualcosa di più del rinfrescare la memoria a chi sa le cose di cui tratta lo scritto. Fedro - È giustissimo. Socrate - Perché vedi, o Fedro, la scrittura è in una strana condizione, simile veramente a quella della pittura. I prodotti cioè della pittura ci stanno davanti come se vivessero; ma se li interroghi, tengono un maestoso silenzio. Nello stesso modo si comportano le parole scritte: crederesti che potessero parlare quasi che avessero in mente qualcosa; ma se tu, volendo imparare, chiedi loro qualcosa di ciò che dicono esse ti manifestano una cosa sola e sempre la stessa. E una volta che sia messo in iscritto, ogni discorso arriva alle mani di tutti, tanto di chi l'intende tanto di chi non ci ha nulla a che fare; né sa a chi gli convenga parlare e a chi no. Prevaricato ed offeso oltre ragione esso ha sempre bisogno che il padre gli venga in aiuto, perché esso da solo non può difendersi né aiutarsi. Fedro - Ancora hai perfettamente ragione. Socrate - E che? Vogliamo noi considerare un'altra specie di discorso, fratello di questo scritto, ma legittimo, e vedere in che modo nasce e di quanto è migliore e più efficace dell'altro? Fedro- Che discorso intendi e qual è la sua origine. Socrate- Il discorso che è scritto con la scienza nell'anima di chi impara: questo può difendere se stesso, e sa a chi gli convenga parlare e a chi tacere. Fedro - Intendi tu il discorso di chi sa, vivente e animato e del quale questo che è scritto potrebbe dirsi giustamente un'immagine? Socrate- Sì, proprio questo. (Platone, Fedro, 274C-276A)”

La scrittura, il mezzo, se sostituisce l’attività razionale della persona, perché si dipende da essa, e la s sostituisce al dialogo con se stessi e con la comunità, riduce l’essere umano ad un esecutore del mezzo, la comunità-synousia, luogo della parola che crea è così sostituita dal mezzo depositario della verità ed idolatrato feticisticamente. Allarghiamo l’orizzonte al nostro presente, i mezzi mediatici depositari delle informazioni si moltiplicano ed occupano ogni spazio temporale delle nostre vite con il sostegno degli apparati didattici asserviti al potere dei venditori. Non vi è alcun discorso pedagogico sull’uso consapevole dei mezzi, anzi l’uso massiccio è osannato come modernizzazione, mentre siamo in presenza di una condizione pregiudizievole ed irrazionale. I classici ancora una volta, nella struttura di un mito apparentemente semplice muovono alla configurazione del mondo, a renderlo esistente non come immagine o rappresentazione ma come concetto, come processo che riattiva l’immaginazione produttiva. I classici come resistenza al dilagare senza freni di una tecnologia senza fine altro che sterilizzare la capacità di trarre da se stessi concetti. Con l’affinamento delle forme di dipendenza mascherate da libertà senza limiti, il capitalismo assoluto ha fatto un altro balzo in avanti verso l’anestetizzazione delle coscienze. La cultura classica ancora c’è e malgrado tutto, le nuove generazioni negli spazi dove è praticata, si volgono ad essa con interesse, perché attraverso l’antico ci si prende cura delle nuove generazioni. Il senso di abbandono diffuso spesso sfocia nella violenza, la quale resta, in assenza di una lettura di ordine storico-materialistico, una semplice irruzione dell’irrazionale in un mondo perfetto. I nostri giovani subodorano sotto lo scintillio delle perenni novità di mercato la condizione di sudditi: non dobbiamo dimenticare che la consapevolezza del subire è la condizione imprescindibile per ribellarsi, per essere alternativi alla condizione di suddito. La condizione dell’alienato, dell’estraneo a se stesso è la peggiore delle vite, è condannare ad una sorta di prigione interiore per una colpa kafchiana che non si comprende, è questa la condizione-situazione più pericolosa. Non una mina dovremmo mettere nelle contraddizioni del sistema ma i classici per far “deflagrare” il pensiero.

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#2 Mario Galati 2018-11-25 15:39
Oltre ai punti sottolineati da Sandro Dell'Orco, mi sembra che l'articolo intenda evidenziare il significato umano e sociale di un sapere che, più che essere interiorizzato, rielaborato e fatto proprio (quindi comunicato come espressione della propria personalità, ma non necessariamente "nuovo", come il narcisismo individualistico e mercantile vorrebbe), viene affidato ad una memoria esterna (la scrittura, anticamente, o il web, attualmente) e utilizzato come cosa, come oggetto estraneo alla propria personalità, che da ciò risulta impoverita e dominata.
Basti pensare agli elaborati scolastici dei ragazzi, alle loro ricerche e tesine, costruite come rassemblamento di spezzoni scaricati da internet, la cassettiera da cui prendere ciò che occorre (alla fine, i ragazzi perdono anche la capacità di capire ciò che occorre).
Non per nulla, alcune scuole per figli di classi privilegiate non sono le scuole dei tablets, destinate invece, con logica classista, ai "poveracci".
L'assumere consapevolmente e criticamente i risultati del sapere, consapevoli della storicità e dei processi che vi stanno dietro, è un problema ancora più difficile nella realtà degli algoritmi, con la loro logica di pronta risposta predeterminata e di guida e di induzione obbligata.
Una piccola considerazione su un aspetto di superiorità della scrittura rispetto all'oralità: la possibilità di elaborazione e organizzazione meditata del proprio pensiero, per lo scrittore, e la possibilità di riflessione non frettolosa e di dialogo ideale con lo scrittore, da parte del lettore. D'altronde, fu Machiavelli a dire che, leggendoli, intratteneva un dialogo con i grandi del passato.
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#1 Sandro Dell Orco 2018-11-20 14:25
Interessante articolo che tocca i fondamenti della comunicazione linguistica. Basata sulla trasmissione di concetti e giudizi da una testa ad un’altra. Se la comunicazione è orale, il parlante può adattare il suo discorso alle possibilità dell’ascoltatore e, interloquendo con lui, spiegare in ogni dettaglio il suo discorso. Se invece scrive, tutto questo non è possibile e la trasmissione dei contenuti al lettore non è garantita integralmente. Come ovviamente non è data la situazione reale del dialogo, cioè lo scontro – incontro tra due soggetti viventi, dalla cui frizione scocca (estemporanea e imprevista, come portata da un demone) la scintilla della soluzione, la risposta al ti estì. Inoltre, la lettura disabitua all’uso della memoria che è la categoria centrale dell’Io penso e dunque della stessa soggettività umana. Questo si può dedurre, dal citato passo del Fedro e anche dalla VII Lettera di Platone, sulle differenze tra oralità e scrittura. Ulteriori colpe la scrittura non sembra averne per Platone. Né per noi, a distanza di 2500 anni da lui. Ciò che è in gioco nel testo citato del Fedro non è il rischio che la scrittura in quanto tale favorisca un’adozione passiva e acritica da parte del lettore (questo infatti può avvenire anche nella comunicazione orale), ma il fatto che essa sia più povera di contenuto rispetto all’oralità.
La passività, l’inerte assunzione di un messaggio, oggi non ha che fare, in linea di principio, con la sua particolare natura (scritta, orale ecc.), né con l’autorità dell’emittente (dietro cui ognuno ormai scorge l’interesse economico o politico), ma con l’incapacità intellettuale di capirlo e soprattutto con la coazione psicologica e sociale ad aderirvi. Si accoglie passivamente un messaggio non perché sia vero o falso, ma perché, pragmaticamente, dà un tornaconto in termini psicologici e sociali. Dunque è la debolezza dell’Io, intellettuale, psicologica e sociale, a portare all’assunzione acritica di tutto ciò che propina l’industria culturale. E se è vero che quest’ultima non è altro che un’immane psicotecnica volta a produrre pensieri e comportamenti coatti nei destinatari dei messaggi, è altrettanto vero che un Io ben strutturato li rifiuterebbe come indegni di un essere umano.
In conclusione il famoso giudizio “il medium è il messaggio”, che ratifica la situazione denunciata dall’articolo di Salvatore Bravo, è una tipica verità ideologica, cioè un’apparenza socialmente necessaria, che riflettendo la realtà della comunicazione sociale come è, o come è diventata, la ipostatizza a verità scientifica e oggettiva, ipostatizzando così una condizione di minorità delle persone del tutto storica e transeunte.







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