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sinistra

La volontà non basta: oltre Scilla e Cariddi

di Paolo Bartolini

In un bel libro appena pubblicato per Rosenberg & Sellier (Per un nuovo materialismo Presupposti antropologici ed etico-politici ), il filosofo Roberto Finelli dedica un capitolo a Spinoza che, a un certo punto, recita: «Ed è appunto la critica presente nell’Etica a ogni etica che pretenda di istituirsi su presunte e inconcepibili autonomie dell’intelletto e della volontà, la critica radicale di ogni intellettualismo e volontarismo etico, a far dire a Spinoza che le passioni e gli affetti non possono essere vinte e domate da nessun atto conoscitivo, da nessun appello ad astratti ragionamenti e a forzature volontaristiche, ma solo dalla forza maggiore di altre passioni e di altri affetti» (p. 97).

Parole illuminanti che sembrano descrivere in maniera fedele il vicolo cieco in cui rischiano di finire molti di quelli che vorrebbero porre un freno alla deriva razzista e parafascista nel nostro Paese. Basterà, dunque, fare appello ai diritti umani, alla tolleranza universale di matrice laica e illuminista, al bisogno di cultura in un paese che precipita a picco nel baratro della giustizia “fai da te”? Inutile pretesa di una volontà disincarnata. Game over.

Qualcosa di simile lo suggerisce Rocco Ronchi in un articolo uscito alcuni giorni fa su DoppioZero.

Non si fronteggia il populismo di destra dando degli ignoranti a coloro che si riempiono la bocca con gli slogan sovranisti di una banda di governo che non intende certo scasare dal terreno del neoliberismo contemporaneo, ma solo renderlo più abitabile per agevolare gli interessi industriali del capitale nazionale. Ronchi evoca la necessità di una riflessione sui punti di contatto tra gli anarco-capitalisti e i seguaci del Salvini-pensiero (si scusi l’accostamento tra queste parole antitetiche), ovvero i troppi italiani che abbracciano del fascismo non l’orizzonte politico, ma il profilo etico-estetico. Il “me ne frego” di mussoliniana memoria, riattualizzato in piena globalizzazione economica, caratterizza un individuo anarco-populista che intende la libertà come sfogo, come puro egoismo ed esclusione del “diverso”. In questo possiamo registrare la segreta solidarietà tra capitalismo neoliberista e reazione populista-sovranista. Entrambi i fronti promuovono esclusione, scissione e unificazione preventiva del molteplice.

Detto questo, diventa necessario guardarci dentro e cercare ragioni appassionate se vogliamo comprendere il nostro tempo e virare oltre Scilla e Cariddi dell’odierna e falsissima alternativa globalismo/sovranismo. Il populismo è certo un fenomeno complesso, esiste persino un “populismo di sinistra” fiero di esserlo e pronto a ingaggiare, in nome della madre patria, lo scontro con le istituzioni europee.
In attesa che venga Godot, sono tuttavia i sovranisti della iperdestra a giocare la carta della pseudoribellione nei confronti dell’Unione Europea. Inutile negare che la compagine governativa abbia intercettato i malumori della gente, altrettanto folle negare che il suo consenso massiccio – per fortuna non ancora totale – derivi dal tradimento della sinistra nei confronti dei ceti medi e subalterni. Sinistra che, abbracciando una mondializzazione uniforme a misura di capitale, ha contribuito – certo non da sola – a svuotare di senso il concetto stesso di sovranità popolare e a minimizzare il dettato costituzionale.

Ad essa, in questi mesi di preoccupante ascesa dell’idiozia in Italia (si ricordi che il termine “idiota” in greco attiene a ciò che è “privato”, quindi parlando di idiozia qui intendiamo la tendenza di parecchi italiani a sognare una chiusura ermetica dentro il recinto dei propri interessi: noi contro l’Altro!), non possono certo bastare lo sdegno morale e l’invito, miseramente volontaristico, a costituire un nuovo comitato di liberazione nazionale che accorpi tra le sue fila socialdemocratici, liberali progressisti e timidi critici del sistema. In queste intenzioni vane lampeggia come un dardo l’arretratezza etica, politica e filosofica dei sinistrati nostrani. Il populismo, che associamo qui a un sintomo vertiginoso della crisi di sistema della governance capitalistica in Europa e in America, parla certo alla pancia della gente, ma riesce a convertire in qualche modo la rabbia in un’energia propulsiva. Riteniamo, a scanso di equivoci, che tale energia stia alimentando solo una reazione simmetrica all’azione disgregatrice del potere tecno-capitalista, ma ci stupisce comunque la natura esangue e volatile delle risposte che una parte dell’opinione pubblica oppone a questa fase regressiva della vita politica e civile italiana.

Agli slogan xenofobi, alle azioni dimostrative di qualche gruppo neofascista, agli inviti ad armarsi per difendere i confini (di casa, del quartiere, della penisola), alla serie di condoni e strizzatine d’occhio ai potenti di turno, non si può rispondere con un semplice (e semplicistico): “Torna la barbarie, ma dove siamo finiti signora mia?!”. Questa barbarie, innanzitutto, è l’esito del dominio ancora incontrastato del neoliberismo nelle nostre vite, a cui fingono di opporsi proposte politiche di basso profilo, fondate sull’urlo, sulla parolaccia, sul machismo, sull’odio per gli intellettuali, sulla nostalgia per modi di convivenza umana gerarchici e controllati (law & order).

Piaccia o meno, il problema è e resta il tecno-capitalismo, la sua logica brutale di estrazione del valore da umani e non umani (la marxiana accumulazione primitiva che non smette mai di accadere). Se ci fermiamo un attimo a considerare il presente, troviamo quindi uno scenario che, spinozianamente, si può descrivere così: a) il potere attuale manipola le emozioni, le sollecita solo per imprigionarle in forme svuotate e ripetitive, le controlla giocando su un’alternanza algoritmica di letizia e tristezza, soddisfazione momentanea e frustrazione programmata (su questo e molto altro si legga l’ottimo La grande alienazione. Narciso, Pigmalione, Prometeo e il tecno-capitalismo di Lelio Demichelis, Jaca Book, 2018); b) i populismi vari (più o meno nazionalisti) captano la rabbia di molti e la incanalano, nel breve periodo, in una passeggera e illusoria letizia connessa alla sconfitta del vecchio monopartitismo competitivo in Italia (Berlusconi Vs PD), per preparare, nel lungo, la tristezza depressiva di una società ripiegata sull’egoismo, sul localismo, sul “si salvi(ni) chi può!” e sulla lacerazione del tessuto di solidarietà che, trasversalmente, ha permesso a questo paese di non franare completamente negli ultimi vent’anni;
c) le residue anime della sinistra, oltre a non parlare più al cuore della gente, insistono a parlare freddamente alla testa, senza mai prendersi una responsabilità netta sulle premesse all’odierno sfacelo italiano. Per non parlare dell’assenza di una prospettiva geo-politica per i prossimi trent’anni (periodo nel quale i cambiamenti climatici costringeranno milioni di esseri umani a fuggire per cercare rifugio anche in Europa: Dio non voglia che, ad aspettarli, trovino solo le destre più violente, negatrici del disastro ambientale e fedeli alleate dei capitani di ventura che, in nome dei mercati e della libera concorrenza, hanno contribuito in questi decenni allo scasso ambientale ben al di là delle “frontiere nazionali”).

Chiunque sappia leggere tra le righe, avrà capito che la passione che ci serve, per superare l’impotenza e transitare – come direbbe ancora Spinoza – da una minore a una maggior perfezione aumentando la nostra gioia di vivere e la potenza di agire, non riguarda in primis la risurrezione della sinistra nelle vecchie forme partito, ma la rinascita di una diffusa cultura democratica, solidale e pazientemente anticapitalista. La lotta, a livello locale, nazionale e internazionale, va rilanciata per riaffermare, insieme alla giustizia sociale e ambientale, il piacere dell’incontro con altri esseri umani, la riappropriazione dei beni comuni (altro che Tap e Tav!), il godimento di un rapporto empatico profondo con i sistemi naturali non umani (flora, fauna, bellezza del creato), la liberazione dell’in-conscio dalle brutture del consumismo e dell’ideologia utilitarista, la necessità concomitante di una vera ridistribuzione economica e della cura dei beni relazionali (quelli che non si comprano), l’irrimandabilità di una riforma dell’Istruzione che vada in direzione di una formazione umana più incarnata e rispettosa del binomio cognizione-emozione nelle nuove generazioni. L’unica passione che può dare all’indignazione un’efficacia reale è, ben oltre le uscite apocalittiche sul presente, il desiderio di un futuro che vuole imparare dagli errori passati. Serviranno idee di mondo, certamente, ma anche tanta creatività e un tenace amore per il bello. Un amore per la vita come libertà-in-comunione. E, ovviamente, una filosofia che privilegi la ricerca di senso agli approdi facili del moderno smarrimento.

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