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Gli eco-colpevoli

di Andrea Zhok

In Francia da giorni va in scena una delle sempre più frequenti incarnazioni dello spirito dei tempi (abituatevi, è appena cominciata).

Il governo e il presidente francese Emmanuel Macron hanno deciso di andarci giù duri contro la “racaille”, come la definiva il suo predecessore Sarkozy, la plebaglia che si oppone alla “tassa ecologica”. E vivaddio, quanto bruto e analfabeta funzionale devi essere per opporti ad una cosa proverbialmente buona come una “tassa ecologica”?

Ciò che sfugge a Macron, proprio come accade similmente a tutte le sedicenti ‘elite’ in giro per l’Europa, è la propria distanza, oramai direi ontologica, dai popoli che governano.

E’ ovvio che una tassa che colpisce il carburante per la macchina non tocca minimamente proprio i ceti che una tassa del genere neanche la noterebbero: il ceto professionale e l’alta borghesia che abita nei centri storici delle grandi città e che può permettersi di andare a lavorare a piedi o in bici (esibendo la propria ‘ecofriendliness’).

Si tratta invece di una tassa che colpisce la massa di coloro che vivono in aree poco o nulla servite, quelli che vivono nei sobborghi delle grandi città, dove gli immobili hanno prezzi tollerabili, e che hanno come unica connessione al posto di lavoro e al resto del mondo l’automobile (magari un’automobile vecchia, puzzolente, manifestamente ‘eco-colpevole’).

L’iniziativa di Macron è semplicemente l’ennesima goccia che fa traboccare il vaso dell’incomunicabilità di classe. Essa sancisce e sigilla l’incapacità delle élite di comprendere come vivono gli esseri umani finanziariamente normodotati, e soprattutto esercita quella tipica sottile violenza, quello schiaffo, che caratterizza l’elitismo ‘progressista’ odierno: dice implicitamente che la tua povertà (o anche semplicemente la tua mancata ricchezza) equivale sostanzialmente a una tua colpa morale.

Questa è, di passaggio, la ragione per cui l’ecologismo di sinistra è tendenzialmente naufragato politicamente: l’ecologia è stata vissuta da chi la proponeva, ed è stata perciò così presentata, come una ‘preoccupazione da ricchi’. Poco conta che di fatto non lo sia.

Se da un lato fai la faccia feroce per la scadente raccolta differenziata dei quartieri popolari o per i carburatori a torba delle automobili di periferia, e dall’altro lasci andare senza freni un sistema produttivo internazionale che macina il pianeta, e difendi con le unghie e coi denti i suoi azionisti, beh, naturalmente lasci intendere che l’ecologismo è semplicemente un ‘bene morale di lusso’, di quelli che servono per demarcare una volta di più le appartenenze di classe.

Questo sputtanamento dell’ecologismo non è tra i peccati minori delle elite neoliberiste.

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