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palermograd

Dopo il consenso. L'Europa terreno di scontro fra paradigmi

di Angelo Foscari

[Non una Recensione, ma una Presentazione dal (mio) punto di vista ‘politico’ del libro di Saraceno, per mettere a fuoco il dibattito in occasione della sua presentazione al circolo ARCI Porco Rosso. Qui le informazioni sulla presentazione. AF]

“Solo la fede nell’esistenza di un equilibrio ottimale e universale propria della teoria neoclassica porta a eliminare l’aggettivo da ‘scienza sociale’; solo che così facendo si svilisce lo studio dell’economia, la si trasforma in scienza inutile”.

È soltanto alla penultima pagina del suo nuovo libro (La scienza inutile, pubblicato dalla LUISS University Press) che Francesco Saraceno – vicedirettore dell’OFCE (Observatoire Français des Conjonctures Économiques) di Parigi, dove insegna macroeconomia internazionale ed europea – rende esplicito il senso del titolo; ma tutte e 171 le pagine in cui si sviluppa il suo discorso – rigoroso e insieme perfettamente accessibile al lettore non specialista – sono animate da una polemica contro il ‘Nuovo Consenso’ che tra gli anni Ottanta e Novanta ha prevalso nella comunità degli economisti. In base a tale Consenso – detto in estrema sintesi – il compito della politica economica fondamentalmente consisterebbe nell’eliminare, attraverso “riforme strutturali”, tutte quelle “rigidità” di prezzi e di salari riconducibili agli agenti economici che “non allocano in modo ottimale il proprio consumo su diversi periodi della loro vita”, determinando imperfezioni del mercato che mettono capo ad assetti socio-economici caratterizzati da una persistente disoccupazione involontaria.

Le politiche macroeconomiche discrezionali vengono invece considerate inefficaci entro tale schema di pensiero, che privilegia piuttosto l’adozione di regole fiscali e monetarie che rendano la politica economica “prevedibile […] [così da] integrarne gli effetti nelle aspettative e nei piani ottimali degli agenti” (p.103).Non è questo il luogo – né io ne avrei la competenza – per approfondire la problematica di cui sopra; mi limito a consigliare caldamente la lettura del libro e, nelle righe che seguono, a sottolinearne la grande rilevanza rispetto alle vicende della crisi dell’Eurozona e dell’UE; tenterò infine di ricavare – perché no? – dalla seconda metà della trattazione di Saraceno qualche spunto utile all’attuale polemica a sinistra tra gli (impropriamente definiti) ‘europeisti’ e gli (anche questa etichetta è molto approssimativa) ‘exitisti’. A tal proposito scopro subito le mie carte e dichiaro di ritrovarmi nell’impostazione del problema data da Tommaso Baris qui su PalermoGrad circa tre anni fa, per cui: “non c’è un ‘altrove’, un ‘luogo altro’, in cui rifugiarsi per sfuggire al capitalismo mondiale nelle sue attuali forme. Da qui dovrebbe scaturire un’altra acquisizione di fondo […]: politicamente non si può che restare dentro e, al contempo, restare contro e continuare a combattere contro la presente organizzazione politica ed economica dell’Europa costruita intorno alla moneta unica, allargando lo spazio politico della contrapposizione a tali assetti”[1].

Ciò premesso, veniamo al succo della questione. Nell’ottobre del 2009 il premier Papandreou annunzia che lo Stato greco è a un passo dal fallimento: Atene entra in un tunnel dal quale – nove anni dopo – non è ancora uscita. Il debito pubblico greco viene declassato a “titolo spazzatura” nell’aprile 2010 e un mese dopo i paesi dell’Eurozona e il Fondo Monetario Internazionale approvano un prestito di salvataggio per la Grecia da 110 miliardi di euro, vincolato all’adozione di severissime misure di austerità. La medesima medicina viene in seguito proposta a vari paesi della periferia dell’eurozona: il problema – secondo quella che Francesco Saraceno definisce la ‘Dottrina di Berlino’ (propugnata dalla classe dirigente tedesca, ma fatta propria anche da Commissione Europea e BCE) – starebbe tutto nell’eccesso di spesa pubblica e nell’omissione delle necessarie “riforme strutturali”. Ne consegue che i paesi che non hanno ancora ‘fatto i compiti a casa’ (per dirla con Angela Merkel) per ritrovare dinamismo dovranno far smagrire il settore pubblico [per definizione ‘inefficiente’] e migliorare la competitività a colpi di de-regolamentazione del lavoro [in Italia, leggi Jobs-Act]. “La dottrina di Berlino” – osserva Saraceno a p. 104 – “ha il merito di fornire una spiegazione semplice della crisi, un’identificazione chiara delle responsabilità”. Spiegazione e identificazione che fino a qualche tempo fa sono largamente “passate” e hanno fatto senso comune: chi di noi in questi anni non si è sentito ripetere allo sfinimento che “lo stato sociale greco era troppo generoso”, ovvero che “in Italia bisogna privatizzare il privatizzabile”? Tuttavia, “anche se la dottrina di Berlino ha trionfato […] l’interpretazione della crisi come emanante dal comportamento dei paesi fiscalmente irresponsabili non sembra ritrovarsi nei dati”. E, di fatto, le condizioni in cui versava la Grecia nel 2007 (debito pubblico al 110% del PIL, deficit al 6,8%) non trovavano riscontro nei conti pubblici degli altri cosiddetti ‘PIIGS’, ovvero il Portogallo, l’Irlanda, la Spagna e (se ci riferiamo al deficit) la stessa Italia. È evidente infine che tale dottrina, dacché limita il ruolo della politica economica all’eliminazione, tramite le suddette ‘riforme strutturali’ – anche a scapito di salario e welfare – degli ostacoli al libero funzionamento dei mercati, si regge in larga misura sul ‘Nuovo Consenso’ economico di cui s’è detto sopra, e ne costituisce in ogni caso una delle “letture” più forti in circolazione.

Esiste un’alternativa a tutto ciò? È pensabile una mobilitazione sul terreno europeo per un cambio di paradigma, per la spesa sociale, per redistribuire la ricchezza, per contrastare la disoccupazione ? O, di fronte agli attuali disastri sociali e politici, bisogna viceversa – e nonostante tutto - rassegnarsi allo ‘smontaggio’ dell’UE, se non addirittura promuoverlo?

​Saraceno – che pure, beninteso, nel libro non si atteggia certo a leader politico, e nemmeno a “produttore di slogan” di carattere agitatorio – sembrerebbe propendere per la prima delle alternative di cui sopra; e ad ogni buon conto propone una serie di modifiche delle ‘regole del gioco’ europee di portata tutt’altro che modesta. Fermiamoci a considerarne un paio.

1. Alle pagine 140 e 141 si propone un “Doppio Mandato” per la Banca Centrale Europea: a quello della Stabilità dei Prezzi si aggiungerebbe dunque l’obiettivo della Piena Occupazione, così come avviene per la FED americana. È ovvio che tale cambiamento non ci mette di per sé al riparo da scelte antipopolari, sbagliate o controproducenti: imponendo tuttavia alla BCE di giostrare tra due obiettivi differenti e a volte incompatibili, la obbligherebbe a compiere scelte dichiaratamente politiche, squarciando il velo “tecnocratico” che tuttora ammanta la politica monetaria europea. È chiaro che “la giustificazione ultima del mandato di stabilità dei prezzi può solo poggiare sull’accettazione della visione neoclassica per la quale poteri pubblici […] la cui azione è addirittura nociva, devono limitare al massimo il proprio raggio d’azione” (p.141); ma “una volta che questa visione sostanzialmente platonica viene abbandonata”, ecco invece che le scelte della BCE assumerebbero un volto esplicitamente discrezionale se non partigiano. E si renderebbe oltretutto necessario un profondo ripensamento, nel segno di un maggior coordinamento delle politiche fiscali, di quell’“architettura istituzionale” UE che non pochi – tra i suoi sostenitori come tra i suoi critici – danno pigramente per immodificabile. L’ampiezza e la novità degli scenari che qui si intravedono non dovrebbero sfuggire a chi intende contestare fattivamente il paradigma austeritario.

2. Di importanza non minore (e per giunta di grande attualità, spettatori come siamo oggi del minuetto tra governo italiano ed istituzioni europee) è un’altra proposta che figura in La scienza inutile, alle pagine 159-161. Andando oltre la cosiddetta ‘Regola d’Oro’ adottata a suo tempo dall’ex Cancelliere dello Scacchiere britannico Gordon Brown (per cui, se il bilancio corrente dev’essere sempre tenuto in equilibrio, l’investimento pubblico può invece essere finanziato attraverso l’indebitamento), già da qualche anno Saraceno, insieme all’economista turco Kemal Dervish, propone una ‘Regola d’Oro Aumentata’, in base alla quale l’Unione Europea potrebbe periodicamente discutere e definire categorie di spesa pubblica che possono riguardare non solo la capitalizzazione (giusta la ‘Regola d’Oro’ di Brown), ma anche – e qui risiede l’originalità della proposta – le spese correnti, “come ad esempio un programma di spesa per aumentare il tasso di partecipazione sul mercato del lavoro, o un programma d’investimento nella sanità pubblica. Ogni spesa che rientri nelle categorie convenute potrebbe essere esclusa dal calcolo del deficit, ed essere quindi considerata ‘investimento’ ai sensi della regola d’oro aumentata”. Qui l’idea di fondo è quella di uno ‘Stato imprenditore’ che possa investire in capitale sia materiale che immateriale, “nella spesa sociale come nelle infrastrutture tradizionali”, in base a scelte risultanti da un processo democratico. “Soprattutto” conclude Saraceno, l’esito della discussione “non sarebbe l’inevitabile conseguenza di regole la cui motivazione profonda è proprio la negazione della politica economica discrezionale” (p.161, corsivo mio). Nulla di meno di una ri-politicizzazione dell’economia, in definitiva.

È evidente che idee e proposte come queste non “camminano” da sole, e non prevarranno in seguito ad un asettico dibattito fra “specialisti”. Occorrerà invece aggregare quelle forze sociali – al momento sparpagliate – che possano mobilitarsi per fare davvero dell’Europa il “terreno di scontro fra paradigmi” opposti (Saraceno a p.163), senza coltivare alcuna illusione riguardo ad ipotetici Tecnocrati Illuminati, per i quali ripeterò la battuta che il filo-giacobino inglese William Hazlitt dedicava ai ‘Sovrani Illuminati’: “meno male che non esistono, perché se fossero illuminati ci fregherebbero meglio”.


Note
[1] http://www.palermo-grad.com/grecia-la-lotta-deve-continuare.html
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