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Xenofemminismo. L’aberrazione è già qui

di Silvia Guerini

Le ideologie del cyborg, del trans-xeno-femminismo queer dalle polverose stanze accademiche dove sono nate si stanno diffondendo in contesti anarchici, antispecisti, femministi.

Ideologie figlie di questi tempi postmoderni, senza memoria, alienati e biotecnologici, fatti di attivismo virtuale, di pornoattivismo accademico e di rivoluzioni a ormoni che passano attraverso la trasformazione delle lavatrici in sex toys per arrivare alla toilette. Idee, pratiche e rivendicazioni che vorrebbero presentarsi alternative e sovversive, quando corrono perfettamente allineate a questo sistema tecno-scientifico abbracciando logiche di dominio e aspirazioni transumaniste.

Dal libro “Xenofemminismo” di Helen Hester emergono molte fobie.

Una fobia del corpo che diventa una “tecnologia da hackerare”, una “piattaforma rielaborabile”, “un’entità malleabile e modellabile” in cui le biotecnologie possono offrire nuove possibilità.

Una fobia della natura, “Se la natura è ingiusta, cambiala!” è il nuovo slogan xenofemminista, quando il problema non è la natura da cambiare, ma un sistema da stravolgere. La crisi ecologica in atto mette in evidenza proprio l’indispensabilità del mondo naturale e l’impossibilità di sostituirne o di artificializzarne i processi.

Una fobia delle bambine e dei bambini, una fobia della procreazione in cui la gravidanza è vista come “deformazione”. Le tecnologie riproduttive, compresa l’ectogenesi, sono considerate un mezzo per liberarsi dalla “tirannia riproduttiva”. Così si consegna in mano ai tecnici la dimensione della procreazione cancellando la nostra autonomia rimasta.

La fobia e il conseguente rifiuto della sofferenza come componente della vita e della nostra vulnerabilità: nello xenomondo la liberazione del corpo è intesa come liberazione dal corpo e dai suoi limiti. L’oppressione femminile non è più così da ricercare in un contesto sociale, ma frugando dentro i corpi aspirando flussi mestruali, passando con disinvoltura da uno strumento semplice come il Del-Em all’ingegneria genetica, dal self-help al biohacking.

Hester come possibili tecnologie xenofemministe prende ad esempio il collettivo queerSisterSong” che discute via Twitter di “querizzazione della giustizia riproduttiva” rivendicando “l’accesso agli ormoni, il diritto di usare la toilette che si preferisce e la difesa delle lavoratrici sessuali”: Big Farma, mercificazione del corpo delle donne e la rivoluzione che passa per la porta del bagno…

Significativo un progetto di coltivazione di tabacco transgenico per autoprodurre liberamente ormoni senza impedimenti normativi, chiedendo l’accesso alle risorse scientifiche per sviluppare “metodi accessibili per produrre biotecnologie”.

Senza giri di parole si vuole “portare il laboratorio alle comunità queer” e fare di queste un laboratorio. Così il laboratorio non è più un luogo di dominio da distruggere.

“Il nostro destino è legato alla tecnoscienza, dove nulla è tanto sacro da non poter essere riprogettato e trasformato […] Non vi è nulla, sosteniamo, che non si possa studiare scientificamente e manipolare tecnologicamente.” Bisogna: “schierare strategicamente le tecnologie esistenti per riprogettare il mondo”.

Tutto ciò che esce da un laboratorio non può essere considerato quale elemento potenzialmente in grado di scardinare una struttura di potere di cui è intriso. Il laboratorio che da tempo ha aperto il proprio campo sperimentale al mondo intero e ai corpi stessi che diventano dei laboratori viventi.

È ingenuo pensare di poter gestire e controllare gli sviluppi tecno-scientifici e non è possibile un’emancipazione con tecnologie che manipolano il vivente: il danno e il dominio sono insiti nell’idea di riprogettazione del mondo che rende i corpi tutti disponibili, smembrabili e modificabili ad uso e consumo del sistema. E l’accelerazione dei processi tecnologici non può portare alla riduzione delle disuguaglianze, ma ad un’aggravarsi della distruzione di interi ecosistemi naturali, di comunità umane e animali, con tutto un portato di irreversibilità e di ricombinabilità degli stessi disastri.

Lo xenofemminismo non pecca di ingenuità, è un’adesione entusiasta al tecno-mondo e aspira a una partecipazione alla società biotecnologica. È un entusiasmo di chi può permettersi di fascinarsi pensando alle chimere transgeniche con voli pindarici che hanno perso la realtà delle conseguenze sul mondo e sull’intero vivente.

Hester segue il pensiero di Preciado che identifica l’intervento tecnico sul corpo e all’interno di questo come mezzo di contestazione. Prendere testosterone non è un atto politico e non ci fa diventare dissidenti, ma clienti delle multinazionali farmaceutiche. Doparsi con ormoni è una delle nuove frontiere della trasgressione pseudoalternativa. Una sperimentazione e una propaganda tra l’altro irrispettose nei confronti di chi quegli ormoni li assume per un disagio con il proprio corpo.

Quando un bisogno privato diventa lo sguardo e la prospettiva, la rivendicazione politica diventa solo una richiesta di soddisfazione di tale bisogno e questo non ha nulla di sovversivo. La sofferenza e il disagio non possono rappresentare il criterio con cui costruire la nostra analisi, altrimenti sarà fuorviata da sofferenze, bisogni e interessi personali.

“Nell’ultimo decennio, un’altra grande sfida all’ordine medico è stata lanciata da un attivismo genderqueer, transessuale e intersessuale che lotta per i diritti umani e medici […] comprendendo procedure come la chirurgia plastica e ricostruttiva e la consulenza psicologica, così come il test genetico, le terapie ormonali e le tecnologie per la fertilità. […]”

Nessuna grande sfida, non sono neanche istanze che potrebbero essere recuperate e riassorbite, vanno di pari passo con questi tempi e sono perfettamente conformi alla tendenza di questo sistema. Tempi di riproduzione artificiale e di editing genetico, di GPA e PMA invocate a gran voce per tutti e tutte con la retorica dell’uguaglianza contro le discriminazioni, di risignificazione della maternità e della donna, di attacco da parte della teoria e della politica queer al corpo femminile, di autoimprenditoria e autogestione del proprio sfruttamento.

Nel libro viene criticato l’ecologismo per il suo senso di responsabilità verse le nuove generazioni e per la denuncia delle mutazioni genetiche causate dall’inquinamento. Per lo xenofemminismo queste mutazioni genetiche rappresentano “ambiguità, variabilità, mutevolezza”: in altre parole, una fonte di ispirazione. Gli effetti dei perturbatori endocrini come benzene, diossina, PCB… rientrerebbero in “un’ontologia malleabile della vita”: una “queerness tossica”. Una neolingua per nascondere quel sotteso sempre presente di adorazione per le manipolazioni genetiche.

Nel pensiero ecologista una foresta rappresenta un fitta rete di piccole e grandi interrelazioni tra organismi viventi, nuove generazioni che si affacciano nel mondo, pronte a interagire con esso. Nello xenomondo quello che nasce proviene da un intruglio di laboratorio, unico luogo dove può essere compreso e dove può farsi comprendere. Lo xenofemminismo non ha bisogno della natura perchè nella sua premessa l’ha già sostituita con la biologia sintetica, i semi che si appresta a diffondere sono come quelli terminator della Monsanto.

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