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voxpopuli

Una nuova fase della globalizzazione

di VoxPopuli

Nel mondo pazzo e frenetico della globalizzazione sembra che più di un problema stia emergendo. Tutto sembra rallentare ed annunciare una nuova fase in cui lo scontro tra macroaree si farà più intenso sul mercato globale, a colpi di guerre commerciali.

Le prime pagine di tutti i giornali sono occupate dal confronto tra Cina ed USA, con una guerra commerciale sempre più calda con le varie ramificazioni politiche, come il sostegno yankee alla rivoluzione colorata di Hong Kong.

Recentemente Trump ha accusato la Cina di manipolare la propria moneta quando nella realtà è il dollaro che sta aumentando il proprio valore, facendo svalutare lo yuan con il consenso del governo cinese, in quanto bene rifugio. La causa di tutto ciò sono proprio le turbolenze di questa guerra commerciale che si inserisce in un generale rallentamento dell’economia globale.

Qualche anno fa la Cina sarebbe entrata nei mercati valutari per comprare lo yuan ed impedire che un fatto simile si verificasse, ma evidentemente non è accaduto ed è un segno del deterioramento dei rapporti con Washington. La Cina inoltre risponderà ai dazi statunitensi sulla propria tecnologia creando enormi ostacoli all’entrata nel proprio mercato, con molte aziende statunitensi che già guardano alle opportunità di delocalizzazione offerte dal Vietnam e dall’India, ostacolando ogni processo di reshoring, ma soprattutto non acquistando più i Titoli del Tesoro USA, facendo lievitare il debito pubblico statunitense molto velocemente.

Un conflitto aspro a cui dobbiamo aggiungere il rallentamento dell’economia globale che ha messo in discussione tutte le economie orientate all’export, in primis la locomotiva d’Europa, la Germania. L’economia tedesca segna -5,2% nel confronto anno su anno, con lo spettro della recessione che si fa sempre più vicino, e a pagare il rallentamento è il settore manifatturiero. Questo rallentamento colpisce tutti i paesi integrati nella filiera produttiva tedesca, come il nostro. Non è un caso che la Lombardia segni un dato negativo (-0,9%) per il secondo trimestre dell’anno per la prima volta dal 2013 e questo a causa del rallentamento dell’industria automobilistica tedesca che ha il proprio settore della componentistica in Italia.

L’attuale rallentamento dell’economia sta esacerbando anche i conflitti tra paesi capitalistici, basti vedere la guerra commerciale in atto tra Corea del Sud e Giappone ma anche i rapporti tesi degli USA con Francia e Germania. Trump ha imposto i suoi dazi alle merci tedesche ed ha criticato fortemente la decisione del governo francese di tassare i colossi yankee della Silicon Valley.

Nuovi scontri tra macroaree si profilano all’orizzonte, ma ci farà ancora compagnia questo folle mercantilismo europeo?

Con il mercato globale che rallenta e le guerre dei dazi non è più possibile legare la propria economia alle esportazioni, con tutto ciò che ne consegue in termini di deflazione salariale. Bisogna pompare ossigeno al mercato interno per rilanciare la domanda, seguendo delle logiche classicamente keynesiane.

La Germania sembra apprestarsi all’abbandono dell’avanzo primario, tornando ad investire in ricerca e sviluppo, anche perché si è accorta che le proprie auto non vendono più, in quanto la deflazione salariale sta uccidendo la classe media in Europa ed i propri modelli iniziano ad essere vecchi rispetto ai concorrenti coreani, giapponesi e cinesi che primeggiano nel mondo dell’auto elettrica.

Noi?

Noi ancora non abbiamo la minima idea di futuro, la nostra classe dirigente ancora parla di shock fiscale e trickle-down [teoria secondo cui i benefici ai ricchi colino con effetti positivi sulle classi meno abbienti] come se fossimo negli anni ’80. Dal 2015 al 2018 la produttività del settore manifatturiero italiano è aumentata del 9,3% ma i salari?

Tutto è andato nelle casse dei padroni italiani ancorati alla logica del “paga meno per esportare di più e guadagnare”, con i sindacati timidi a chiedere un minimo di redistribuzione della ricchezza prodotta. Recentemente il caro Bentivogli ha addirittura proposto meno della CGIL in termini di aumento nel nuovo contratto nazionale dei metalmeccanici, il 3% contro l’8% proposto da UIL e CGIL. Un sistema che ha puntato tutto sull’estrazione di plusvalore assoluto è destinato ad essere insostenibile nella nuova fase della globalizzazione, mentre quello che ha puntato sul plusvalore relativo, investendo in ricerca e sviluppo, avrà il fiato lungo. Mentre noi ancora ci rompiamo la testa sulle esportazioni, la Cina sta sviluppando il proprio mercato interno, ha tagliato le tasse ai lavoratori, non ai padroni come vorrebbero fare in Italia, e dipende sempre meno dalle esportazioni. In 11 anni il surplus delle partite correnti cinesi è calato dal 10% allo 0,1%, stimolando politiche di reflazione salariale, con un mercato costituito ormai per il 76% da consumi interni.

L’esatto opposto di quanto fatto in Europa dove invece il surplus delle partite correnti tedesche è il 7,3% del Pil, un modello diventato dogma nel nostro continente ma che dovrà fare i conti con la realtà in mutamento.

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