
Covid-19. Per la socializzazione delle strutture sanitarie
di Alain Bihr
La situazione creata dalla pandemia di Covid-19 è una dimostrazione a grandezza naturale e incontrovertibile della falsità della tesi martellata, per decenni, dai sostenitori della liberalizzazione del sistema sanitario. Il loro postulato di base: ognuno è detentore di un "capitale di salute" di cui è il principale, o addirittura l'unico, responsabile (spetta a lui preservarlo e, ancora meglio, valorizzarlo - migliorarlo), è totalmente smentito da diverse settimane su scala planetaria [1].
Sia la diffusione del virus responsabile di questa pandemia, sia le misure (inegualmente efficaci) adottate dagli Stati per proteggere le loro popolazioni dimostrano, se fosse necessario, che la salute è prima di tutto un bene pubblico: che lo stato di salute o di malattia del corpo di ciascuno o di ciascuna di noi dipende innanzitutto dallo stato di salute o di malattia del corpo sociale – il primo è solo un effetto derivato, una semplice appendice del secondo - e dalla capacità o meno del corpo sociale di difendersi, da solo o attraverso le sue istituzioni politiche, dai fattori patogeni, in particolare sviluppando un efficace sistema sociale di cura e una politica della sanità pubblica che metta a disposizione della società i mezzi (umani, materiali, finanziario) necessari e sufficienti.
Si obietterà che la situazione creata da questa pandemia è del tutto eccezionale, e che pertanto sarebbe sbagliato o almeno avventuroso cercare di trarne delle conclusioni di ordine generale. Ma questo argomento può essere completamente rovesciato. Per il suo carattere davvero straordinario, per il fatto che riguarda un fattore patogeno che minaccia rapidamente e in modo massiccio l'intera popolazione, l'eccezione può al contrario confermare la regola nel senso più elementare del termine: farla apparire in piena luce, mentre le condizioni ordinarie, al contrario, tendono a mascherarla. Ciò che questa pandemia ci ricorda (non ce lo insegna, poiché dovremmo saperlo) è ciò che molti studi epidemiologici precedenti ad essa ci avevano insegnato negli ultimi decenni, ed è stato trascurato da coloro che avrebbero dovuto tenerne conto, gli irresponsabili che ci governano: il tributo pagato annualmente dai lavoratori e dalle lavoratrici a causa di condizioni di lavoro pericolose, malsane, estenuanti, che provocano patologie croniche o pesanti e riducono di anni l'aspettativa di vita [2 ]; quello pagato non meno regolarmente dalle popolazioni umane, specialmente urbane, a causa dei molteplici inquinamenti (dell'atmosfera, delle acque, ecc.) causati dal produttivismo capitalista [3]; lo spaventoso bilancio di decenni di cibo spazzatura di cui l'industria alimentare capitalistica è responsabile [4]; eccetera
E ci ricorda anche - ancora una volta, niente di nuovo - ciò che il personale ospedaliero in Francia, in lotta durante tutto l'anno scorso, ha ripetutamente affermato: che l'ospedale pubblico è vittima di politiche di strangolamento finanziario, che lo hanno reso sempre meno in grado di adempiere ai suoi compiti di accoglienza e di cura dei pazienti; ma che è anche vittima di una medicina di città liberale che volta, in gran parte, le spalle alla sua missione, spingendo verso l'ospedale pubblico pazienti usciti dalla sua assunzione di responsabilità; mentre prosperano cliniche private nelle quali gli alti costi selezionano una “clientela scelta”, che evita la doppia insidia precedente. Di modo che quando si verifica lo shock di una pandemia, è l'intero sistema, consapevolmente fatiscente, che risulta incapace di far fronte alla situazione, costringendo il personale sanitario ad operare uno smistamento dei pazienti in base alle loro aspettative di sopravvivenza ... e alla loro età. Proprio come fanno i chirurghi di guerra negli ospedali da campo nelle retrovie!
Ora, il postulato indicato prima è servito da garanzia e giustificazione per tutte queste politiche. Non appena partiamo dall'idea che è compito di ciascun individuo prendersi cura del proprio "capitale di salute", assumendosi le sue responsabilità ("scegliendo" di monitorare o meno il proprio stile di vita, ad esempio) e assicurandosi (stipulando una polizza assicurativa sanitaria privata in funzione delle sue "scelte", ossia dei rischi che è pronto a correre, ma in realtà in base alle sue risorse monetarie), ecco che diventa sensato ridurre l'assicurazione sanitaria pubblica a pelle di zigrino, lasciare campo aperto all'assicurazione privata o mutualistica, non senza garantire che siano debitamente messe in una situazione di "concorrenza libera e senza distorsioni", e privilegiare le cliniche private rispetto all'ospedale pubblico, aprendo così due nuovi campi alla valorizzazione del capitale. Perché la liberalizzazione dell'offerta deve andare di pari passo con quella della domanda, come si deve in una "economia di mercato".
Ed è lo stesso postulato a cui oggi i governi devono voltare brutalmente le spalle, decretando misure di contenimento più o meno drastico della popolazione, nel tentativo di arrestare la diffusione della pandemia ed evitare che i servizi ospedalieri vengano travolti, quei servizi ospedalieri di cui essi stessi hanno ridotto le capacità operative. Questa è la fine dell'implicita esaltazione della libertà di scelta di ciascuno per quanto riguarda la strategia di valorizzazione del proprio “capitale di salute”! Confinando tutti a casa, limitando la libertà di movimento e, più in generale, l'insieme delle libertà pubbliche, queste autorità riconoscono implicitamente che la salute è prima di tutto un bene pubblico che richiede di essere preservato come tale. Salvo che ora non c'è altro modo di difenderlo se non mettendo in pericolo le nostre libertà, senza tuttavia proteggerci dal pericolo potenzialmente fatale di questa pandemia. Ma il fallimento pratico delle politiche sanitarie neoliberiste non deve solo fornirci l'opportunità di esporre la falsità delle sue basi ideologiche. Apre una breccia dalla quale noi (forze anticapitaliste, associative, sindacali e politiche) dobbiamo trarre vantaggio, denunciando la responsabilità dei governi, presenti e passati, che hanno guidato queste politiche che ci hanno portato all'attuale disastro, un disastro dei cui costi la popolazione sta diventando sempre più consapevole. Rovesciando il postulato di queste politiche, difendendo l'idea che la salute è innanzitutto un bene pubblico e deve quindi essere principalmente di competenza delle autorità pubbliche, possiamo considerare di proporre, per quanto riguarda Francia
*l'immediata abrogazione della domanda di risparmiare 800 milioni di euro sul budget degli ospedali nel corso del 2020;
*l'immediato stop alla chiusura degli ospedali, dei servizi al loro interno e dell'abolizione del personale e dei letti all'interno dei servizi, come programmato dalle agenzie regionali di cura (ARS);
*la cessazione immediata del finanziamento degli ospedali realizzato attraverso la tariffazione per servizio e il ripristino del finanziamento sulla base di un bilancio globale commisurato alle esigenze valutate dal personale ospedaliero;
*l'adozione di un piano di emergenza per far fronte alla pandemia, che prevede in particolare l'assunzione di personale ospedaliero e una rivalutazione dei loro trattamenti, unitamente all'adozione di un programma pluriennale per riattrezzare e modernizzare gli ospedali e assumere altro personale (medici, infermieri, assistenti infermieristici, paramedici, barellieri, ecc.), il tutto sulla base delle rivendicazioni di tale personale e delle sue organizzazioni sindacali;
*il finanziamento di tutte queste misure urgenti con un'imposta eccezionale di solidarietà sui grandi patrimoni;
*la requisizione di tutte le cliniche private, del loro personale e dei loro materiali, per far fronte alle emergenze della lotta contro il Covid-19;
*la cancellazione di tutte le misure che esentano le imprese dal pagare i contributi sociali; un aumento di questi stessi contributi per tutte le filiali e gli ospedali che presentano rischi per la salute dei propri dipendenti e delle popolazioni circostanti;
*la cancellazione di precedenti misure di "delisting" di medicinali;
*la riorganizzazione della medicina di città intorno ai centri sanitari locali, mettendo insieme specialisti, generalisti, dentisti, professioni paramediche;
*l'obbligo di tutto il personale medico, al termine degli studi, di esercitarsi per un certo periodo in questi centri di cura, in cambio dell'assunzione del costo totale o parziale dei loro studi da parte del Ministero della salute;
*un serio potenziamento dei mezzi (finanziari, materiali, del personale) di tutti gli organismi pubblici di ricerca medica sotto forma di un piano pluriennale; una perfetta autonomia dei ricercatori nella definizione dei programmi di ricerca prioritari;
*la nazionalizzazione dei grandi gruppi farmaceutici, che hanno ampiamente dimostrato, in questa come in altre occasioni, l'insufficienza del loro programma di ricerca e sviluppo rispetto alle priorità di sanità pubblica; e l'abolizione del sistema dei brevetti medici, in modo da mettere i progressi della ricerca il più rapidamente possibile al servizio del maggior numero di persone.
Queste sono solo alcune proposte che possono essere avanzate nel contesto del dibattito che devono accompagnare le mobilitazioni contro il perseguimento di politiche sanitarie neoliberiste. Dopo il movimento dei gilet gialli e la lotta del personale ospedaliero, entrambe lotte che continuano, e nel corso delle quali alcune di queste proposte sono già state avanzate, la situazione attuale ci offre una nuova opportunità per far sentire la nostra voce e imporre richieste a favore della maggioranza della popolazione. Dobbiamo farci ascoltare per non permettere al governo di approfittare dell'attuale tumulto per nascondere le proprie responsabilità e continuare sulla stessa strada, una volta superata l'attuale crisi sanitaria. A quale prezzo? (17 marzo 2020)













































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