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lantidiplomatico

Venezuela: la partita è aperta

di Pino Arlacchi

E’ difficile, in situazioni come questa, ragionare con la testa e non con altre parti del corpo, come fanno Trump e il codazzo politico-mediatico che approva il suo tentato cambio di regime in Venezuela. Dico tentato perché fino adesso non ci sono gli elementi essenziali di un colpo di stato, eccetto il sequestro e il rapimento del Presidente di uno stato sovrano. Avvenuto a quanto sembra grazie a qualche classico tradimento da guardie del corpo, e non come espressione di una rete di congiura e di malcoltento interni.

Un cambio di regime è la sostituzione di un governo con un altro grazie a un piano, che consiste molto spesso nella combinazione di un attacco esterno e una cospirazione intestina, politica e soprattutto militare. Si rovescia un assetto di governo e ci si presenta al popolo come titolari di un potere sovrano alternativo. Ma è proprio questo che finora non è accaduto a Caracas.

Dov’è il nuovo esecutivo che nel corso di un vero colpo di stato si installa a palazzo Miraflores nelle stesse ore delle bombe? Dove sono i militari ribelli che si impadroniscono dei mezzi di informazione, delle sedi di Parlamento, Corti costituzionali e ministeri? Da nessuna parte. Esecutivo e forze armate del Venezuela sono rimasti compatti al loro posto, senza la minima smagliatura, e senza che apparisse sulla scena alcun governo provvisorio già formato, e sostenuto da alcuna forza reale di opposizione.

Nessuno sta prendendo sul serio i deliri presidenzialisti della Machado, neppure gli Stati Uniti. L’operazione è interamente predatoria, coloniale vecchio stile. Trump ha dichiarato che saranno gli USA a reggere direttamente il Venezuela e a decidere dell’uso delle sue risorse. E, visto che già si trovava in argomento, ha minacciato di nuovo Colombia e Messico di subire la stessa sorte.

Lo stile coloniale di tutta la vicenda si è rivelato nella dinamica dei bombardamenti, che hanno accuratamente evitato le raffinerie di petrolio, e nelle dichiarazioni del Segretario di stato e di quello della Difesa che hanno vantato la supremazia assoluta della forza armata americana senza riconoscere alcun concorso ad alleati interni, a quinte colonne pronte a prendere il potere.

L’operazione golpe in Venezuela, perciò, è riuscita finora a metà, oppure è fallita. Molto dipende dai punti di vista, e da ciò che accadrà nei prossimi giorni. Se le forze armate resteranno al fianco del governo, come è probabile, e se non si verificherà, com’è altrettanto probabile, alcun movimento di giubilo antichavista che spazzi via l’esecutivo in carica, sarà l’attuale esecutivo che continuerà a governare il Venezuela, sotto la guida della vicepresidente esecutiva Delcy Rodriguez.

E’molto difficile che si verifichi una capitolazione. A norma di Costituzione, la vicepresidente dovrebbe convocare entro un mese le elezioni, che si svolgerebbero all’ insegna di un patriottismo favorevole alla causa chavista.

Trump potrebbe prendere atto di questo sviluppo, dichiarare come al solito una vittoria immaginaria e riportare a casa le truppe, come già accennato da Rubio. Altrimenti dovrà lanciare un’invasione e/o una guerra vera e propria, mettendosi contro, oltre al deep state che non ha alcuna voglia di esporsi a un alto rischio di sconfitta, la stragrande maggioranza dei suoi elettori che è contraria a nuove guerre.

Il Venezuela diventerebbe un campo di battaglia tra una milizia popolare di 5-6 milioni di chavisti armati e addestrati, guidati da militari professionisti in possesso di droni e missili da un lato, contro soldati americani agli ordini di generali che hanno ben presente il verdetto del Vietnam e dell’Afghanistan. E dotati di armamenti obsoleti, impotenti nel corso di un conflitto asimmetrico.

E’ anche possibile che si arrivi a una trattativa secondo la quale il Venezuela, in cambio di una sovranità limitata e sorvegliata, riconosce agli Stati Uniti una sorta di diritto di prelazione a prezzi stracciati sul suo petrolio a scapito del maggiore acquirente attuale, che è la Cina. Pechino potrebbe non sollevare forti obiezioni alla proposta dato che il petrolio venezuelano incide per pochi punti sul suo fabbisogno, ma in questo caso il governo Rodriguez rischierebbe di soccombere alla prima tornata elettorale di fronte al malcontento della sua base politica che vedrebbe tradito il progetto socialista.

Non dovremo attendere a lungo l’esito di questa partita.


*Articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano del 4 gennaio. Riproposto su gentile concessione dell'Autore
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Comments

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Michele Castaldo
Tuesday, 06 January 2026 05:44
Un certo superficialismo ideologico alla Mario M. ha già prodotto troppi danni di comprensione di cosa sia realmente il capitalismo.
L'azione trumpista di queste ore non è la continuazione del solito banditismo USA, no, è una cosa molto diversa sul piano della TEMPORALITA' del MOTO di produzione dove si tende non a invadere ma A FRENARE L'ASCESA DELLA CINA CAPITALISTICA IN SUD AMERICA.
È N'ANDRA COSA. È una difesa disperata di un l'imperialismo in crisi!!!!
Non lo si capisce, perché si inforcano gli occhiali ideologici dell'alternativismo CAPITALISTICO dandogli un nome che li aggrada.
Al capitalismo non c'è alternativa capitalistica di sinistra, ma la messa in discussione dello SCAMBIO, e nuove relazioni coi mezzi di produzione.
L'attuale caos generera' un nuovo e ben più grave caos fino al l'implosione generale del MOTO. È questa la tendenza obbligata.
Può piacere o non, ma questo è.
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Mario M
Tuesday, 06 January 2026 14:24
Nell'azione di Trump io vedo il desiderio di dominio, di egemonia; che è un disegno degli USA che continua da parecchi decenni. Anche prima della rivoluzione industriale e del Capitale di Marx, vari imperi hanno cercato di imporsi con la forza delle armi, niente di nuovo. Matteo Brandi ha citato Tucidite: “I forti fanno ciò che devono fare, e i deboli accettano ciò che devono accettare.”
https://t.me/MatBrandi/8385

In questo quadro (come nel corso della farsa pandemica) l'inserimento del Capitale e di Marx è una forzatura, distrae, impedisce una risposta adeguata, ci si cristallizza in schemi inutili.
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Michele Castaldo
Monday, 05 January 2026 18:40
A Marco da Zurigo dico: prima di chiedersi cosa fare varrebbe la pena capire cosa abbiamo di fronte.
Negli ultimi 200 anni - o per essere più precisi dal 1848 - c'è stato chi - Marx e Engel - non avendo ancora compreso cosa fosse il capitalismo, scrissero il Manifesto dove sostenevano che la storia è fatta da lotta di classi, che la borghesia aveva rivoluzionato i rapporti sociali impadronedosi dei mezzi di produzione e sfruttando il proletariato che sarebbe stata la classe ancora più rivoluzionaria, che avrebbe disarcionato dal potere la borghesia, si sarebbe impossessata dei mezzi di produzione e avrebbe dato vita al Socialismo o Comunismo che dir si voglia.
Questa tesi fu smentita da loro stessi, ammettendo e scrivendo: "CI SIAMO SBAGLIATl".
In cosa avevano sbagliato? Nel non aver capito che gli artefici del capitalismo non erano le classi, e in modo particolare la borghesia, no, ma che le classi venivano prodotte dal rapporto degli uomini coi mezzi di produzione. Un rapporto impersonale.
Oggi a distanza di circa 200 anni abbiamo potuto constatare con mano che Marx e Engels avevano avuto ragione a dire di essersi sbagliati e anziché partire da dove avevano avuto ragione partiamo da dove loro dicevano di aver avuto torto.
Siamo o no un poco ingenui? Domando a Marco da Zurigo!
Ora Pino Arlacchi, non avendo compreso cosa è realmente il MODO DI PRODUZIONE CAPITALISTICO si immagina un capitalismo diverso definendolo socialismo. Contento lui felicissimo io.
Ma la realtà è un'altra cosa e cioè che a partire dalla Rivoluzione russa tutti i tentativi di organizzare nuovi rapporti sociali sono stati INVASI dalle leggi del MOTO-MODO di produzione capitalistico e le azioni di "Trump", di oggi, sono l'effetto DISPERATO DI UN CAPITALISMO IN CRISI proprio lì, dove era il faro brigantesco del mondo, ovvero negli USA con l'Europa a fare da codicillo.
Sicché Pino Arlacchi anziché vedere e leggere nella CRISI GENERALE del modo di produzione capitalistico la possibilità marciante di una straordinaria fase rivoluzionaria si attarda a IPOTIZZARE MODELLI SOSTITUTIVI DI CAPITALISMO dandogli il nome che gli aggrada.
Beato lui, ripeto, felice io.
Poi i fatti, come sempre, si incaricheranno di spiegare a Pino Arlacchi che dovrà ancora capire cosa vuol dire veramente Modo di Produzione Capitalistico.
È va bene così.
Michele Castaldo
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Marco da Zurigo
Monday, 05 January 2026 16:56
Ed allora compagno Castaldo ... che fare?
Aspettiamo la mutazione spontanea e miracolosa del proletariato?
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Michele Castaldo
Monday, 05 January 2026 07:08
Caro Pino Arlacchi,
faccio qui una dichiarazione perentoria:
Tu come mille altri intellettuali di sinistra non avete capito che il modo di produzione capitalistico è un SISTEMA MONISTA I CUI TUTTO SI TIENE O NIENTE SI TIENE. TUTTE LE CLASSI CHE VENGONO PRODOTTE SONO, PERCIÒ, COMPLEMENTARI.
IL PROLETARIATO VENEZUELANO NON È DIVERSO DAGLI ALTRI PROLETARIATO CHE GUARDANO AL CAPITALE, AL CAPITALISTA E AL CAPITALISMO COME I GIRASOLI GUARDANO IL SOLE.
QUESTA LEGGE È VALIDA DAPPERTUTTO COMPRESA LA CINA!
Tutto il resto sono chiacchiere da osteria a tarda sera.
Michele Castaldo
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Mario M
Monday, 05 January 2026 18:14
Non mi sembra attinente il commento di Castaldo. Qui si commenta e denuncia l'ingerenza di una nazione, un atto banditesco.
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