Venezuela. Il precedente: quando i nazisti rapirono Horty
di Davide Malacaria
Quanto avvenuto in Venezuela ha un precedente non eccessivamente edificante, quando i nazisti catturarono il reggente dell’Ungheria, l’ammiraglio Miklós Horthy, per vanificare l’armistizio che questi aveva siglato con l’Unione sovietica nell’ottobre del ’44. Horty, fu catturato con un blitz ordinato da Hitler per ricondurre l’Ungheria sotto il proprio giogo e farle proseguire il conflitto. L’ammiraglio invitò i suoi a non resistere, ma ci fu ugualmente uno scontro a fuoco limitato. Poche vittime, Horty arrestato, l’Ungheria piegata.
La differenza è che in Venezuela il governo chavista è rimasto in carica, guidato dalla vicepresidente Delcy Rodríguez. E non è poco. Com’è avvenuto per gli attacchi ai siti nucleari iraniani, Trump ha subito dichiarato vittoria, aggiungendo che la Rodríguez collaborerà con gli Stati Uniti per lo sfruttamento delle risorse venezuelane da parte delle imprese statunitensi. Questo il senso della sua bislacca risposta sul futuro del Paese latinamericano: “governeremo noi”.
Una prospettiva che non deve essere piaciuta affatto a Marco Rubio, che questa aggressione ha desiderato ardentemente. Soprattutto perché la dichiarazione è arrivata insieme alla doccia fredda su Maria Corina Machado, che questi e i neocon già pregustavano alla guida del Paese. Trump l’ha trattata come una Guaidò qualsiasi: “Non ha nessun sostegno né gode di rispetto nel suo Paese” (peraltro, Rubio aveva sostenuto la candidatura della donna al Nobel per la pace e nell’ultimo anno era rimasto in contatto con l’opposizione venezuelana che a lei fa riferimento). Anche il Washington Post, che da tempo spinge per l’intervento, nell’editoriale di ieri ha criticato Trump per aver scartato la Machado.
Da parte sua, la Rodríguez, pur condannando duramente e più che legittimamente l’aggressione e il rinnovato imperialismo americano e a chiedere il rilascio di Maduro, si è detta pronta a stabilire “relazioni rispettose” con gli Stati Uniti, ma nel quadro del diritto sancito dalla Costituzione del Paese.
Va ricordato che, prima dell’aggressione, Maduro più volte si era detto disponibile ad aprire il Paese agli investimenti Usa. La prospettiva potrebbe rimanere aperta, ma è ovvio che gli States cercheranno di forzare la mano per depredare quel che si può depredare. Però, il problema, più che una possibile intesa col Venezuela, sembrava essere proprio Maduro, rimosso il quale, si potrebbe trattare.
Anche perché, se è vero che gli Usa possono continuare a esercitare una forte pressione su Caracas e addirittura colpire di nuovo, come da minacce, è pur vero che ciò non permetterà ai gringos di accedere, e soprattutto sfruttare, le agognate risorse venezuelane. Innescare una guerriglia, sia tramite un intervento in forze – disastroso per Trump – sia con un regime-change, allontanerebbe più che avvicinerebbe tale prospettiva.
Inutile ribadire che quanto avvenuto appartiene alla dottrina Monroe 2.0, che Trump ha fatto sua, così che il brutale rapimento-show era anche diretto a minacciare i Paesi latinoamericani non proni agli Usa, come poi esplicitato da Trump, anzitutto Cuba e Colombia.
Una prova di forza analoga in Colombia sprofonderebbe l’intera America latina nel caos. Una variabile importante: gli Usa potrebbero considerare di attendere le elezioni di maggio 2026 che vedono l’attuale presidente, il coraggioso Gutavo Petro, non particolarmente favorito.
Cuba è altra cosa, ma anche conquistarla è altra cosa come ricorda la Baia dei porci. Non che sia inespugnabile e di certo la guida di DÍaz Canel la sta indebolendo sotto vari profili, ma che il sogno di Rubio diventi realtà e, se del caso, quale realtà, resta da vedere. Infine, ce n’è anche per la Groenlandia, tornata nel mirino di Trump.
In attesa degli eventi, val la pena tornare al blitzkrieg di sabato. La vulgata parla di un’operazione resa possibile dall’infiltrazione della Cia. Impossibile senza tradimenti o improbabilissime distrazioni (da mesi le forze venezuelane sono in allarme). Particolari ineludibili.
Strana riferisce il parere di “un esperto militare secondo il quale nessuno ha nemmeno tentato di abbattere gli elicotteri statunitensi che volavano in sicurezza sopra Caracas, nonostante le difese aeree venezuelane siano considerate tra le più sofisticate della regione. Non c’erano inoltre segnali che gli Stati Uniti avessero completamente ‘disattivato’ tale sistema (ciò avrebbe richiesto un massiccio attacco missilistico sul Paese, ma si sono verificati solo attacchi mirati)”.
Un altro articolo di Strana spiega che il successo militare potrebbe portare a un irrigidimento di Trump sul fronte ucraino, anche se, dopo aver argomentato tale tesi, conclude che “ciò sarà ostacolato dalla riluttanza di Trump a rischiare uno scontro diretto con la Russia (con la minaccia di una guerra nucleare), nonché dal suo desiderio di porre fine alla guerra nei prossimi mesi per dare punti ai repubblicani in vista delle elezioni suppletive del Congresso”.
Articolo contraddittorio, che citiamo per un cenno: “A Mosca circolano voci secondo cui tutto ciò che è accaduto in Venezuela sarebbe stato un ‘accordo’ tra Russia e Washington e, pertanto, usando il ‘metodo venezuelano’, gli americani ora faranno pressione non sul Cremlino, ma su Zelensky. Tuttavia, non ci sono prove a sostegno di questa teoria (a meno che non si consideri il vecchio video di Zhirinovsky che affermava ‘Trump si impadronirà del Venezuela e noi ci impadroniremo dell’Ucraina’)”.
Come accennato, gli States non si sono impossessati del Venezuela, a oggi hanno rapito Maduro (il cui destino potrebbe essere anche l’esilio – in Cina o Russia – dopo la scontata condanna del tribunale Usa). Un accordo per rimuovere Maduro in modalità spettacolare, che l’esilio non avrebbe garantito, sarebbe ovviamente negato allo stremo da Mosca e Washington, come anche da chi, in Venezuela, fosse stato eventualmente della partita. E se anche tale teoria avesse un qualche fondamento, è da vedere se una simile intesa possa reggere, cioè se non destini il Venezuela, e non solo, nell’abisso.
Tante le variabili che possono far deragliare certi accordi sottotraccia (vedi l’accordo Putin – Biden per un’invasione lampo della Russia in Ucraina per chiudere quella criticità a rischio guerra nucleare, intesa deragliata nel disastro attuale; sul punto vedi nota: “Zelensky: l’indicibile e la terza guerra mondiale“).
Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov si è affrettato a telefonare alla Rodriguez, che a fine novembre si era recata in Russia a sottoscrivere l’accordo sul partnerariato strategico Mosca-Caracas, per condannare l’aggressione e cercare vie di de-escalation.
Anno nuovo incerto e buio. In Ucraina, la scorsa settimana, la nomina di Kyrylo Budanov a capo dello staff di Zelensky apriva spiragli per un accordo sul conflitto. Subito dopo, il Venezuela. Chiudiamo con le uniche parole di Maduro rese pubbliche dopo il sequestro: “Buon anno”.
Ps. Ottanta gli assassinati nel blitz, che si aggiungono al centinaio di persone uccise nei raid contro i navigli dei mesi scorsi. A proposito di crimini e criminali.









































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