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gramsci oggi

Il ruolo dell'imperialismo italiano

di Giuliano Cappellini 

Premessa

argeliaL’imperialismo è un sistema di conservazione sociale sia nei paesi che controlla, sfrutta e ai quali impedisce lo sviluppo, sia in casa propria perché lo sfruttamento di quei paesi serve a conservare quegli equilibri sociali interni che consentono alle classi dominanti di rafforzare le proprie posizioni. Limita perciò lo sviluppo economico e sociale anche nelle metropoli imperialiste.

Non è difficile verificare nella storia d’Italia la relazione complementare tra lo sviluppo socio-economico e l’influenza dell’imperialismo nazionale sulla politica del paese: dove aumenta l’uno diminuisce l’altro e viceversa. Il libro “In ricchezza ed in povertà”1 di Giuseppe Vecchi, professore di Economia Politica dell’Università di Roma “Tor Vergata”, è un importante lavoro di ricostruzione scientifica e di divulgazione che ci consente ora di disporre delle serie storiche italiane, dall’Unità d’Italia ai giorni nostri, che mostrano i tanti aspetti in cui si esprime lo sviluppo di una società. Specialmente (ma non solo) le serie del reddito e della sua distribuzione suggeriscono una divisione della storia italiana in pochi grandi periodi in cui si rilevano dinamiche più o meno uniformi e diverse da quelle degli altri periodi. Tale periodizzazione ci consente perciò di comprendere le caratteristiche di fondo della politica italiana diverse anch’esse tra periodo e periodo, e l’influenza che su questa ha avuto l’imperialismo “made in Italy”.

Nel grafico seguente2 , della serie del Pil per abitante,

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si isolano facilmente tre periodi particolari della storia italiana:

  • Il periodo della stagnazione, dall’Unità d’Italia alla II Guerra Mondiale, in cui il paese si muove tanto lentamente dalle sue condizioni iniziali da sembrare fermo.

  • Il periodo dello sviluppo, dal 1948 al 1998, dei 50 anni in cui l’Italia recupera in pieno il divario con gli altri paesi europei di riferimento, non solo sul piano economico ma anche su quello sociale e civile.

  • Il periodo del declino, dal 1998 ai giorni nostri.

In ognuno di questi periodi l’imperialismo nostrano gioca la partita del controllo politico e sociale in circostanze diverse e con esiti diversi. Nel primo periodo nasce e diventa lo strumento fondamentale delle politiche di conservazione preesistenti; nel secondo è costretto ad arretrare in seguito alla sconfitta nella II Guerra mondiale; nel terzo, riprende il controllo della società italiana sfruttando i processi della restaurazione capitalistica mondiali.

 

Nascita e ruolo dell’imperialismo italiano

Fin dagli esordi come paese unitario, nelle istanze politiche più aperte ai bisogni del paese maturava la richiesta di un’azione riformatrice per superare l’arretratezza sociale ed economica ereditata dai regimi semifeudali precedenti e i limiti di una borghesia conservatrice. La forza sociale che esprimeva la classe dirigente del paese era, infatti, un capitalismo debole e, anche al nord, più agrario che industriale. Gli effetti di tale condizione sono ben sintetizzati nelle Tesi di Lione3 : “La debolezza intrinseca del capitalismo […] costrinse però [le classi dirigenti] a porre come base dell'ordinamento economico e dello Stato borghese una unità ottenuta per via di compromessi tra gruppi non omogenei [il capitalismo industriale del nord e quello agrario]... Ogni forma di compromesso fra i diversi gruppi dirigenti della società italiana si risolve in un ostacolo posto allo sviluppo dell'una o dell'altra parte della economia del paese.”

I liberali giustificavano la politica di compromessi tra gruppi non omogenei per mantenere l’unità del Paese. Ritennero, dunque, necessario fare ogni sforzo per “deviare” la pressione politica e sociale per la soluzione dei problemi politici ed economici nazionali che, a loro dire, minacciava di rompere proprio quei compromessi. D’altro canto, tali compromessi impedivano la modernizzazione del paese e, in ultima analisi, erano un ostacolo allo sviluppo stesso del capitalismo.

L’occasione delle guerre coloniali venne a proposito.

Nelle grandi potenze coloniali che si spartivano il mondo la “fase” imperialista del capitalismo si apre a partire dagli anni ’70 del 1800 e, agli inizi del ‘900 il processo di trasformazione è completato. Il capitalismo italiano entrò in una “frenesia imperialista”, circa trent’anni dopo l’Unità d’Italia, anche se il livello di industrializzazione del paese non era ancora pronto a sostenere guerre coloniali, come si vide presto con le sconfitte in Abissinia. Dovendo riconoscere la propria inadeguatezza come potenza coloniale, l’imperialismo italiano cercò di pilotare il paese nel consesso delle potenze europee. Perciò l’Italia si dotò di una forza militare, esercito e marina, consistente e di una attiva politica estera. I governi liberali, infatti, cambiarono alleanze in Europa nella speranza di poter approfittare delle fortune degli alleati del momento4 . Ma, dovettero riconoscere i predominanti interessi delle altre potenze e cercarono di partecipare alla depredazione imperialista come potenza secondaria, senza ricavare un bottino sufficiente ai bisogni dell’industria del nord Italia e a far fronte alle crisi sociali.

Intanto le grandi masse vivevano in condizioni misere e nel paese erano ancora aperte le fratture che l’unità d’Italia non era riuscita a chiudere. Ma la politica italiana contagiata dal mito nazionalista, guardò alle politiche imperialistiche come la strada per realizzare una vera modernizzazione del paese come avevano fatto le altre potenze europee. Il capitalismo industriale sfruttò il mito nazionalista nella previsione che le commesse militari avrebbero aiutato lo sviluppo industriale italiano, che comunque dipendeva dal capitale e dalla tecnologia straniera.

 

Il periodo della stagnazione (1861-1938)

Abbiamo mantenuto unito un periodo storico lunghissimo, in cui sono successi fatti importanti, come la I Guerra Mondiale, l’avvento del fascismo e l’inizio della II Guerra Mondiale, perché governi liberali e fascismo non liquidarono neppure le pesanti strutture semifeudali preesistenti all’Unità d’Italia e, da un certo punto di vista, si distinguono tra loro in particolare per la violenza della repressione antisociale ed antidemocratica. Sarebbe, però, sciocco confondere i due periodi, non notare, ad esempio che durante il periodo liberale nacque e si consolidò, pur attraverso dure e persistenti repressioni, il movimento operaio italiano e che, infine, molte personalità liberali approdarono ad una dimensione più “democratica” della politica e si opposero al fascismo. Abbiamo mantenuto unito un lungo periodo di 77 anni, perché le classi dirigenti del paese furono assorbite nelle le finalità dell’imperialismo nazionale, ma non dimentichiamo che se le colpe dei liberali furono enormi5 , il fascismo fece anche di peggio.

La condizione del paese in questo periodo, ben risalta dalle citate serie storiche. Dal 1861 al 1913 (governi liberali) il PIL per abitante aumenta solo dello 0,90% l’anno, mentre dal 1922 al 1938 (fascismo6 ), dell’1,47% l’anno. Complessivamente nel periodo in esame, poco più dell’1% l’anno. Se si pensa alle condizioni di arretratezza iniziali e alla questione meridionale irrisolta, se non è fermo, il paese si muove appena.

Fin dall’inizio, l’imperialismo nazionale costrinse i governi a impegnare lo stato in dispendiose guerre coloniali e in vertiginosi aumenti delle spese militari7 . Nei primi anni del ‘900, la marina militare italiana disponeva di una delle più grandi flotte militari del Mediterraneo. Per affermare una politica di potenza8 , lo Stato italiano, si indebitò. Ma era in atto quella che viene chiamata “La grande emigrazione” che, fino alla prima Guerra Mondiale portò 9 milioni di italiani, la maggior parte del sud, nelle Americhe e in Africa. A parte la dimensione citata del fenomeno, mette conto rilevare che le rimesse dall’estero degli emigrati italiano furono una parte rilevante delle risorse che evitarono la morte per inedia di tanta parte delle popolazioni agricole del sud e del nord Italia. Ben lungi dal promuovere la soluzione della questione meridionale, il Pil per abitante delle regioni meridionali continuò disperatamente ad abbassarsi in assoluto ed in confronto con quello delle regioni del nord Italia9 cronicizzando un divario ancor oggi presente nel paese.

Il periodo liberale, in cui il capitalismo italiano completa la sua trasformazione imperialistica, finisce dopo la partecipazione dell’Italia al primo conflitto mondiale che fu lo scontro tra due blocchi di potenze spinte dalle crisi economiche ad eliminare i concorrenti della rapina imperialistica, che penetrava anche nei mercati delle metropoli imperialiste.

A guerra vinta, l’Italia misurò una crisi sociale rovinosa che pagava gli ingenti profitti di guerra degli industriali e il proletariato industriale pose la questione della rivoluzione socialista per colpire al cuore il sistema imperialista che aveva generato tante sciagure al paese. Tra il 1919 ed il 1920 (il biennio rosso) esplose la lotta di classe. Soprattutto nell’Italia centro-settentrionale vi furono mobilitazioni contadine, tumulti annonari, occupazioni di terre e fabbriche con importanti esperienze di autogestione.

Intanto, l’epoca dei governi liberali che volgeva al tramonto e le trattative di pace di una guerra vinta, che nel sentimento della piccola borghesia apparivano un tradimento, aprirono la strada ad un nazionalismo estremo. Il capitalismo agrario più reazionario, seguito poi da quello “liberale”, assegnarono al fascismo il compito primario di distruggere la resistenza della classe operaia la cui critica alla guerra imperialista alimentava le simpatie verso la Russia dei soviet e la sua rivoluzione.

Il fascismo, la prima grande dittatura dell’imperialismo su scala mondiale, aggravò tutti i problemi del paese, aumentò le caratteristiche aggressive tipiche dell’imperialismo, dichiarando che lo scopo del suo nazionalismo era quello di costruire un impero con le armi, anche a costo di uno scontro con le grandi potenze dell’epoca che avevano colonizzato l’Africa10 ed il Medio Oriente, e che contrastavano le ambizioni dell’Italia sui Balcani.

Per giustificare il loro espansionismo, l’imperialismo italiano e tedesco agitarono la necessità di conquistare un loro “spazio vitale, [lebensraum]), il primo, come abbiamo visto, in Africa e nei Balcani, il secondo in Russia, immenso serbatoio di materie prime e di manodopera da schiavizzare. Accumunati dagli tali interessi, l’Italia fascista e la Germania nazista, nonché il Giappone installatosi in Cina, si allearono e scatenarono, con i ben noti e drammatici esiti finali, la II Guerra Mondiale.

 

Il periodo dello sviluppo o delle riforme (1948-1998)

La partecipazione dell’Italia fascista alla II Guerra Mondiale assieme alla Germania nazista, procurò tante sciagure al popolo italiano. Una loro pallida idea viene suggerita dal precipitare del Pil per abitante ai livelli dei primi anni dell’Unità d’Italia.

Tuttavia la sconfitta del nazi-fascismo fu una durissima sconfitta dell’imperialismo italiano e tedesco ed il proletariato italiano colse l’occasione, non solo per far imboccare al paese la strada di una democrazia progressiva11 , ma per sviluppare il suo protagonismo sul piano delle lotte e delle conquiste delle necessarie riforme economiche e sociali.

Vero è, però, che la sovranità della Repubblica nata dall’antifascismo si dovette subito confrontare con i limiti della Guerra Fredda, fu cioè una sovranità limitata. I garanti politici verso gli Stati Uniti furono il Vaticano e la Democrazia Cristiana che impedirono l’accesso del PCI al governo. Ma anche in queste condizioni, fuori dalle grinfie dell’imperialismo nazionale umiliato dalla formidabile vittoria dell’Unione Sovietica che per molti decenni impedì il risorgere di ogni sorta di nazionalismo revanscista in Europa, il Partito Comunista diresse le dure lotte rivendicative e politiche delle grandi masse lavoratrici, in primis di una classe operaia sempre più cosciente della sua funzione nazionale, lotte che strapparono alla grande borghesia italiana quelle profonde riforme economiche e sociali che diedero uno slancio formidabile al Paese.

I mutati rapporti di forza tra le classi sociali, consentirono le nazionalizzazioni e l’attivazione delle Partecipazioni Statali (PPSS) che sottrassero al capitalismo monopolistico e finanziario il controllo dell’industria di valore strategico per lo sviluppo dell’economia italiana12 . Assieme alle grandi riforme sociali (pensioni, sanità, istruzione pubblica, case popolari, ecc.) di cui beneficiarono tutti, alla eradicazione di alcune plaghe sociali come l’analfabetismo, quelle che sono ricordate come riforme di struttura furono il formidabile presupposto per una programmazione (purtroppo mai realizzata) di un’economia indirizzata a soddisfare i bisogni delle grandi masse italiane. Anche la differenza tra le regioni del centro-nord e quelle del mezzogiorno d’Italia cominciarono a scendere vistosamente. Se nel 1951 la differenza del Pil per abitante era del 102%, 20 anni dopo era praticamente dimezzata. C’era ancor molto da lavorare, se si vuole, ma le vicende politiche successive interruppero un processo di riavvicinamento che si prospettava sempre più accelerato.

Nel complesso, tra il 1948 ed il 1998, il Pil per abitante aumentò in Italia del 4,3% l’anno ed il divario dell’Italia con le alle altre nazioni europee di riferimento (Francia, Germania, ecc.) fu, praticamente annullato.

Lo sviluppo del paese del secondo dopoguerra, non fu l’effetto di un’esplosione naturale o “miracolistica13 ” di energie accumulate nella contraddittoria vicenda del capitalismo italiano. Al contrario il motore dello sviluppo furono le riforme, specie quelle che limitarono al capitalismo il controllo su tutta l’economia del paese perché inadatto a promuovere lo sviluppo del paese e incapace di generare una classe dirigente estesa all’altezza dei tempi. Le riforme assunsero, quindi, i tratti tipici delle riforme di struttura con elementi di socialismo14 .

La politica estera italiana cercò vie autonome di mediazione con gli Stati Uniti. Riconobbe, ad esempio, i diritti dei paesi del nord Africa e del Vicino Oriente da poco emancipati o che si aprivano all’emancipazione dal colonialismo, offrendo rapporti di scambio economici (in particolare per gas e petrolio) estremamente favorevoli che ne sostenevano l’autonomia e la crescita.

 

Il periodo del declino o delle controriforme (1998-oggi)

Prima parte: la restaurazione capitalista

Poco alla volta, la condizione di sovranità limitata del paese mise fine alla fase delle riforme progressiste e diede nuova vita all’imperialismo italiano che gli Stati Uniti facilmente cooptarono nelle loro strategie di dominio globale. Decisivi furono i mutamenti degli equilibri internazionali a seguito della crisi e della scomparsa dell’URSS. L’imperialismo italiano aderì subito al progetto di dominio mondiale degli USA, riguadagnando il controllo di ultima istanza sulla politica italiana.

Il controllo dei partiti italiani ed in particolar modo del Partito Democratico della Sinistra (PDS), ossia della parte di maggioranza uscita dalla scissione e dalla liquidazione del PCI, poteva sembrare una questione delicata. Tuttavia, questo partito manteneva il controllo delle strutture portanti del movimento operaio (sindacato, movimento cooperativo, municipi), disponeva di una rilevante una forza elettorale e non poteva rimanere ancora all’opposizione. Ed infatti, il PDS fu invitato a partecipare a governi di coalizione finché, nel 1999, il suo esponente di spicco, D’Alema, il cui minaccioso slogan elettorale era “Facciamo dell’Italia un paese normale”, guidò un governo di coalizione a maggioranza PDS. Il normalizzatore D’Alema intervenne nella guerra contro la Repubblica Serba conferendo al comando della Nato la rilevante forza aerea italiana di 50 aerei da combattimento. Verso la fine del conflitto autorizzò l'eventuale partecipazione dell'Italia alla formazione di un corpo di invasione, con una imponente aliquota di forze.

Già nel 1991, sostanzialmente per la prima volta dalla fine della II Guerra Mondiale, l’esercito italiano aveva partecipato alla guerra contro l’Iraq, ma il concorso italiano alla distruzione ed allo smembramento della Yugoslavia è rilevante per diversi motivi, tra i quali citeremo:

  1. L’Italia entrò in guerra, senza l’autorizzazione del Parlamento. Lo strappo più vistoso alla Carta Costituzionale, il precedente del quale approfittarono i governi successivi, anche per la guerra contro la Libia o per inviare truppe in tutti gli angoli del mondo e fu la dichiarazione del potere che l’imperialismo italiano aveva ormai recuperato nella politica italiana.

  2. L’intervento in Yugoslavia contribuì a distruggere l’unità di un paese vicino e amico e dell’Italia, ennesima prova delle sostanziale indifferenza dell’imperialismo nostrano per gli interessi nazionali,

  3. e ribadì che il rispetto degli impegni verso gli alleati, presi senza alcun avvallo popolare, era la legge (non scritta) alla quale, garante il presidente della Repubblica, si dovevano adeguare le maggioranze di governo.

Dopo la guerra alla Yugoslavia l’Italia, aderì alla Nuova Dottrina della Nato, che consente all’alleanza di intervenire nelle questioni interne dei paesi in tutto il mondo15 e in conseguenza della quale l’Italia ha dislocato nel mondo il maggior numero di militari dopo quello degli Stati Uniti16 , ospita basi militari degli Stati Uniti (dalle quali partono raid aerei e droni) con missili puntati contro la Russia e circa 90 ordigni atomici, più di quelli di ogni altro stato europeo aderente alla Nato. Partecipa alle manovre militari della Nato ai confini della Russia che i caccia militari italiani con armamento atomico sfiorano a 10 minuti la S.Pietroburgo, partecipa agli embarghi economici verso paesi che hanno un’importanza strategica per l’economia nazionale, ecc...

La restaurazione capitalista, che come tale pretese di riscrivere la storia, ebbe importanti riflessi economici. Nella strategia dell’imperialismo occidentale era necessario uniformare, secondo i principi liberisti le economie dei paesi Nato e di quelli che si intendevano sottomettere nell’Europa dell’est perché ogni riferimento al socialismo, ogni sua vestigia doveva essere cancellata. Per entrare nell’Unione Europea, l’Italia rinunciò alle sue riforme di struttura, all’intervento dello Stato in economia, e si disfece delle PPSS. Il contraccolpo fu micidiale. Svenduto il patrimonio industriale dello Stato, riprivatizzate le banche, la grande industria fu quasi sbriciolata in piccole e piccolissime imprese, inadatte a sostenere la concorrenza dei colossi industriali tedeschi. La disoccupazione crebbe subito. L’Italia subì la crisi economica occidentale senza alcun paracadute e, sui mercati internazionali degli investimenti, viepiù assorbiti dalle esigenze dei grandi monopoli tedeschi, gli interessi bancari aumentarono vertiginosamente ed esposero il paese al pericolo di crack. Ciò diede il destro all’Unione Europea per chiedere il varo di controriforme sociali atte a ridurre il costo del lavoro e a ridurre le spese per pensioni, assistenza e scuola.

Dalle nostre serie storiche ricaviamo che la caduta del Pil per abitante tra il 2007 ed il 2011 è già dell’8% circa, anche se il numero di abitanti è in diminuzione dal 2008, e si deve tener conto che il 2007 è un anno già molto sotto il trend di crescita del periodo precedente. Cresce, invece, nello stesso periodo il numero di italiani che si trasferiscono all’estero per lavoro. Poiché la serie del libro citato si ferma al 2011, ci siamo volti ad altre fonti per completarle fino al 2015. Secondo la Banca Mondiale dal 2008 al 2015 il Pil per abitante scende addirittura del 24% circa17 . Riprende ad aumentare il divario tra il Centro-Nord ed il Mezzogiorno d’Italia.

Seconda parte

I pochi dati che abbiamo riportato non rendono pienamente lo stato della crisi in cui sprofonda il paese. Il debito pubblico, anche a causa degli interessi per i prestiti internazionali, resta altissimo ed il suo controllo assorbe ingenti risorse. Di conseguenza non diminuisce la disoccupazione e una drammatica mancanza il lavoro, che si cercò di tamponare introducendo il lavoro precario e senza tutele, colpisce la condizione ed il futuro delle giovani generazioni specie nelle regioni meridionali. Questo ed altro hanno esaurito ogni richiamo demagogico del centro sinistra ed il Partito Democratico (PD ex PDS) entra in una crisi mortale, perde consensi elettorali ed alla fine, il controllo del governo. È la fine del suo ciclo e non sono molti i successi di cui può vantarsi. Oppure sono successi di cui non può vantarsi come partito che si dichiara di sinistra, come la diminuzione del costo del lavoro, e l’aumento della sua precarietà, la costituzione di un esercito di riserva dei disoccupati, la tolleranza verso lo sfruttamento semischiavistico della manodopera degli immigrati. Di tutto ciò la Confindustria ringrazia ma non può impedire che i partiti ed i movimenti cosiddetti “populisti” vadano al governo e ne esprimano il leader.

È in atto un cambiamento, almeno così pare, della cui “radicalità” e ancora troppo presto per esprimersi. Siamo pur sempre il paese del Gattopardo! Ma sullo scenario internazione sono, nel frattempo, avvenuti importanti mutamenti di cui la politica italiana stenta ancora ad accorgersi. Innanzitutto lo sviluppo della Cina che prosegue nonostante la crisi economica dell’occidente capitalista. Il blocco euroasiatico si rafforza sul piano economico e militare, l’incredibile resistenza vittoriosa della Siria mette in crisi l’obiettivo della Nato di intervenire impunemente negli affari interni dei paesi in via di sviluppo ed impedir loro di scrollarsi la tutela delle potenze imperialiste.

Gli Stati Uniti ridefiniscono la loro strategia. Essi sono sempre più costretti a interessarsi della crescita commerciale della Cina e sembra diventare secondario l’obiettivo di concludere l’accerchiamento della Russia. In fondo la Russia è un paese europeo e le mire verso quel paese sono lasciate sempre più agli imperialismi europei. In un certo senso, gli americani temono che il cedimento della Russia favorirebbe più questi che il loro.

Come si orienteranno le classi dominanti italiane ed europee di fronte a questi cambiamenti? Quali sono gli equilibri interni più a rischio?

Grosso modo, in Europa c’è chi non si fida più degli USA e chi si è talmente assuefatto alla protezione USA che non riesce a concepire il proseguimento delle politiche di aggressione economica verso i paesi in via di sviluppo senza l’ombrello USA. D’altro canto, un quarto di secolo di guerre e di aggressione economica contro questi paesi (Afganistan, Iraq, Iran e Libia, ad esempio) che, sull’abbrivio dei successi cinesi, potevano ambire a salire i gradini del processo dello sviluppo economico, mostrano i conti salati che si devono pagare. La migrazione di milioni di persone dall’Africa e dal Vicino e medio Oriente, ad esempio, la cultura della povertà estrema di cui soffrono tanti paesi africani pur costretti rendere alla Francia ingenti somme derivanti dalla decolonizzazione, i rapporti con la Russia di Putin e le sanzioni economiche contro la Russia.

Senza proporre vere alternative, il nuovo nazionalismo che percorre l’Europa descrive, essenzialmente, uno stato di confusione.

 

Conclusioni

L’imperialismo italiano nato per deviare la politica dalla soluzione dei problemi nazionali imboccando la strada dell’espansionismo coloniale e della potenza militare, portò e continua a portare, attraverso alterne vicende, il paese in situazioni a volte drammatiche e, comunque, pericolose. Ma a fronte di queste situazioni i gruppi politici dirigenti espressi dal PD, il partito principe dell’imperialismo italiano oggi finalmente all’opposizione, ammutolivano sempre in attesa di ordini dall’estero. Se, per certi versi è impressionante il numero di guerre o di aggressioni verso altri paesi alle quali l’Italia ha partecipato dal 1870 ad oggi, dalla guerra alla Yugoslavia in poi la loro frequenza è aumentata e l’Italia non ha perso alcuna occasione per esibire un incongruo protagonismo militare, abbandonando ogni politica di mediazione e di allentamento delle tensioni internazionali.

Dopo la sconfitta dell’imperialismo italiano e tedesco ad opera dell’Unione Sovietica, quello italiano fu costretto a recedere. Si dette, allora, mano alle riforme di struttura e ci fu un grande progresso del paese. Quando invece, crollò l’Unione sovietica si aprì il periodo della restaurazione capitalistica mondiale. L’imperialismo italiano riprese le redini del comando e cominciò il declino del paese. Questa semplice osservazione mostra l’impatto determinante degli eventi internazionali sulle politiche nazionali. Ciò è sempre più vero dal momento che il sistema imperialistico internazionale si è riorganizzato in tre sottosistemi piramidali (Europa, Giappone e Stati Uniti), sotto, tuttavia, il comando degli USA, che vigilano, dall’alto di una potenza militare senza pari, affinché non vi siano né interessi conflittuali tra loro, né cedimenti periferici del sistema.

Ma ciò non basta. Le politiche di conservazione su scala planetaria portano alle crisi economiche, alle depressioni, alle guerre commerciali e non allo sviluppo. Matura, per contro, sempre con maggior chiarezza l’esigenza di uscire dalla fase controriformistica e di riprendere quella delle riforme di struttura. La condizione principale per riprendere quel cammino è comunque, la della sconfitta dell’imperialismo nazionale.


Note
1 Ed. il Mulino, 2012
2 Già utilizzato, ma con altra periodizzazione, da Lorenzo Battisti nell’ottimo articolo “Effetti economici del fascismo” per Marx21.it
3 Tesi di Lione del III Congresso del Partito Comunista d’Italia (1924), tesi 4-9, Analisi della struttura italiana e 10-14, La politica della borghesia italiana, da cui abbiamo ricavato la citazione (con inserimenti tra parentesi quadre per semplificare la lettura).
4La borghesia così rafforzata risolve la questione dei suoi rapporti con l'estero (Triplice alleanza) acquistando una sicurezza che le permette dei tentativi di piazzarsi nel campo della concorrenza internazionale per la conquista dei mercati coloniali”. Tesi di Lione.
5 I liberali preferirono puntare sull’anticlericalismo piuttosto che affrontare le riforme agrarie, il latifondismo e la grande proprietà terriera. La vera risposta ai problemi sociali dei governi liberali prima e del fascismo poi fu la repressione del movimento contadino e del movimento operaio.
6 Si veda l’importante articolo di Lorenzo su Marx21, “Effetti economici del fascismo” dove si cita il libro del Vecchi e alcune delle serie storiche visitate anche da noi.
7 Crispi sostenne che un terzo del bilancio statale doveva essere speso per sostenere l’esercito italiano.
8 Le ambizioni dell’imperialismo italiano erano enormi, basterà citare la partecipazione alla repressione della rivolta dei Boxer nel 1900, da cui l’Italia ottenne la concessione di Tient tsin, o le mire sui Balcani, ecc.
9 Non riportiamo, per brevità, i grafici delle serie storiche relative ad divario nord-sud d’Italia che si trovano nel libro citato.
10 Ad esclusione della Libia, colonia italiana e dei poverissimi paesi del corno d’Africa che lo diventarono nel 1938. Ma anche la Libia fu sostanzialmente riconosciuta come uno “scatolone di sabbia” ed il numero di italiani che vi si trasferirono, nonostante gli sforzi del fascismo, non fu mai rilevante.
11 Definita da una Carta Costituzionale che non restaura quella liberale precedente al fascismo ma rifiuta l’imperialismo.
12 Infrastrutture, energia, comunicazioni, acciaio, ecc.
13 Il “miracolo italiano”
14 Berlinguer disse che in Italia esistevano elementi di socialismo
15 L’on. Piero Fassino dichiarò che nelle controversie internazionali, la Nato aveva lo stesso potere legittimo e morale dell’ONU.
16 Dichiarazioni di Obama e Trump
17 Secondo altre fonti meno, ma tutti concordano che il Pil per abitante continua a scendere
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