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Della guerra. Crisi e conflitti dell'imperialismo

Giulia Bausano - Emilio Quadrelli

“La guerra oggi non è niente di diverso da quello che era prima. Essa aumenterà la domanda di navi, aumenterà i rischi dei trasporti e i prezzi delle merci; la speculazione avrà una ripresa...Al contrario se non viene alla guerra, il mondo dovrà ancora aspettare a lungo un miglioramento naturale che è ancora lontano” (In P. Togliatti, La preparazione di una nuova guerra mondiale da parte degli imperialisti e i compiti dell'Internazionale comunista)

In9N4eJIncipit

Mentre si stava completando la revisione del presente saggio Parigi era sotto attacco. Cellule islamiche combattenti, legate all'Isis, hanno portato la guerra non solo dentro le metropoli imperialiste ma lo hanno fatto colpendo direttamente la popolazione. Non si è trattato di un attacco indiscriminato, come sostenuto da gran parte dei commentatori e analisti distratti, bensì di una serie di azioni che miravano a colpire i rituali maggiormente frequentati dalla popolazione: la cena al ristorante all'inizio del week–end, un concerto live e, rituale tra i rituali, lo stadio. Nessuna “follia terrorista” ma una lucida e razionale strategia di guerra. Il suo obiettivo, ampiamente raggiunto, è stato quello di riportare la dimensione di massa della guerra proprio là dove, il “pensiero strategico”, l'aveva archiviata nel museo della storia. L'imperialismo fondamentalista, con questa mossa, spiazza l'intero archetipo della forma guerra coltivato dagli imperialismi occidentali ponendolo in una oggettiva situazione di crisi. Mettendo sotto scacco lo stile di vita della popolazione raggiunge un triplice obbiettivo: in prima istanza pone in una condizione cognitivamente impensabile, e probabilmente insostenibile, le popolazioni occidentali le quali, della guerra, avevano un'idea non distante dal videogame; in seconda battuta logora il nemico il quale, di fronte ad attacchi simili, non può che precipitare in una situazione di panico permanente obbligandolo a consumare, senza che la cosa apporti, con ogni probabilità, a qualche risultato concreto, enormi quantità di mezzi e di risorse nell'illusione di garantire la sicurezza dentro i propri territori; infine, ma non per ultimo, rafforza l'opera di consenso tra le popolazioni sulle quali esercita direttamente il suo potere politico in quanto fa subire alle popolazioni nemiche lo stesso trattamento al quale sono, o sono state, sottoposte le popolazioni vittime dell'aggressione imperialista occidentale coniugando così, all'operazione bellica, un'opera di proselitismo il cui effetto a cascata è pressoché garantito. Quanto accaduto sembra, pertanto, rafforzare e confermare le ipotesi di seguito sostenute. La guerra imperialista, oggi, non è più una tendenza ma la nuda e cruda realtà con la quale fare i conti. Il contributo che segue prova ad andare esattamente in tale direzione.

 

A che punto è la notte

Il testo che segue prova a delineare gli scenari attuali della guerra e le sue tendenze. Lo fa utilizzando una serie di “schemi concettuali” ovvero attraverso un'analisi essenzialmente teorica. Una procedura che va spiegata e argomentata. Il nostro punto di partenza è l'imperialismo e le contraddizioni oggettive che questo si porta appresso. Contraddizioni che, nel momento in cui questi entra in una crisi generale, non possono che acutizzarsi. La guerra, a quel punto, diventa realisticamente l'unico sbocco possibile che questi ha per fuoriuscire dalle secche in cui è precipitato. Crisi–guerra–ricostruzione è il solo modo che, il capitalismo giunto alla sua fase imperialista, può mettere in campo per rilanciare un nuovo ciclo di accumulazione. Solo attraverso la distruzione di ingenti quantità di capitale costante e capitale variabile, l’imperialismo è in grado di risorgere e dare vita a una fase più o meno lunga di espansione economica e stabilità politica. Di ciò l'intera storia novecentesca ne è stata una puntuale conferma. Se questa è la cornice generale, o astratta, entro la quale prende forma il politico all'interno della crisi imperialista la sua dimensione concreta è il frutto di tensioni e conflitti tra diversi attori politici [1]. Se, per il sistema imperialista nella sua astrazione, è sostanzialmente indifferente chi uscirà vincitore dal conflitto interimperialista (in ogni caso le distruzioni belliche obbligheranno alla ricostruzione e, con questa, a una nuova ed espansiva fase di valorizzazione del capitale), per i diversi gruppi imperialisti le cose stanno ovviamente in altro modo. A questi, a conti fatti, poco importa la ripresa del sistema imperialista in astratto bensì chi, nel concreto, sarà in grado di governare e dominare il ciclo storico fuoriuscito dalla crisi. Dentro la crisi, inevitabilmente, si ridefiniscono le gerarchie e i rapporti di forza tra le diverse consorterie imperialiste.

La Prima guerra mondiale stabilì la sostanziale egemonia britannica sul mondo e l'ascesa degli Stati Uniti e del Giappone mentre, la Seconda, vide il gigante statunitense ergersi a potenza imperialista pressoché incontrastata. Per una fase piuttosto lunga, sicuramente sino a quando il “blocco sovietico” è rimasto in sella, tutti i gruppi imperialisti hanno dovuto marciare, volere o volare, piegandosi agli interessi strategici della potenza statunitense [2]. Nonostante le non secondarie frizioni presenti tra i diversi potentati imperialisti questi, durante questa fase, non hanno mai potuto configurarsi configurarsi come alternativa strategica alla potenza statunitense. Nessuno di loro, infatti, sarebbe stato in grado di reggere il confronto militare con il “blocco sovietico”. In tale scenario, per lo più, i conflitti interimperialisti potevano assumere una dimensione tattica, anche acuta, mai strategica. In virtù della sua potenza militare l'imperialismo a dominanza americana [3], governava saldamente le gerarchie interne alle forze imperialiste. Impossibile, in quello scenario, ipotizzare il ribaltamento delle gerarchie internazionali. Tuttavia la dominanza USA poggiava su una palese contraddizione. Alla potenza militare, obiettivamente difficile da contestare e ancor più da contrastare (tenendo a mente il “volume di fuoco” del “blocco sovietico” considerato come il nemico principale da parte di tutte le forze imperialiste), l'imperialismo a dominanza stelle e strisce cominciava a non vantare più la medesima forza in campo economico. Il declino industriale degli USA, a partire dagli anni '70 del secolo sorso, si è mostrato come il possibile tallone d'Achille della potenza americana [4]. Su questo terreno, senza troppi clamori, gli imperialismi concorrenti hanno iniziato a erodere, gradatamente, il potere statunitense.

Dopo l'89 le cose iniziano, però, velocemente a cambiare. Cessato il confronto obbligato con il “blocco sovietico” ogni aggregato imperialista ha iniziato, più o meno a sprone battuto, a smarcarsi dalla potenza americana. La costituzione in fieri del Polo imperialista europeo rappresenta una esemplificazione non secondaria di questo processo [5]. Con il varo dell'Euro, moneta in aperta competizione con la divisa verde, l'imperialismo Continentale si è contrapposto apertamente alla dominanza statunitense internazionale [6]. Non per caso lo stesso contenitore politico–militare, la NATO, sintesi dell'alleanza interimperialista post '45, ha cominciato a vacillare. La “politica estera” europea, da questo momento, ha iniziato progressivamente a rendersi indipendente da quella statunitense, fino a raggiungere il punto in cui, a causa della stessa natura del sistema imperialista, i diversi interessi degli imperialismi occidentali sono entrati in competizione, essendo gli obiettivi politici diversi, se non addirittura contrastanti. Non a caso Francia e Germania, le “locomotive” del blocco imperialista europeo, in sempre più occasioni a partire dall’ultimo decennio del Novecento, hanno perseguito una linea di condotta in polemica con quella statunitense [7].

Dentro tale scenario, già foriero di instabilità, si è innestata la crisi sistemica del modo di produzione capitalista [8]. Il confronto interimperialista si è fatto sempre più serrato e acuto tanto che l'ipotesi di una generalizzazione internazionale del conflitto è diventata tutto tranne che una semplice esercitazione accademica. Attualmente vecchi e nuovi imperialismi si confrontano sempre più apertamente. Giovani imperialismi cercano di scalzare prima, e ribaltare poi, tutte le gerarchie politiche, economiche e militari messe in gioco dalla crisi. Fibrillazioni sempre più accentuate animano i diversi aggregati imperialisti dando vita a blocchi e raggruppamenti dove ogni partner diventa disponibile a pugnalare alle spalle l'alleato del momento, se ciò gli consente di acquisire un qualche vantaggio [9]. Le retoriche proprie delle società neoliberiste, fondate su un individualismo assoluto ed esasperato, sembrano indicare il modello comportamentale degli stessi governi [10]. A conti fatti e più prosaicamente sembra regnare il motto: “ognuno per sé e dio per tutti”. Al contempo le nazioni indipendenti, come la Russia, in grado di difendere la propria sovranità nazionale entrano in rotta di collisione con le forze imperialiste che, oggi più che mai, non sono disposte a tollerare la presenza di borghesie nazionali non soggiogate e governate, direttamente o meno, dalle forze imperialiste. Governi progressisti, come quelli dell'ALBA latino–americana [11], sono continuamente oggetto di manovre destabilizzanti da parte dell'imperialismo statunitense coadiuvato in ciò, almeno in alcuni casi, dai governi europei alla ricerca di “mercati aperti” e basi strategiche in quelle aree geografiche. Per altro verso, potenze regionali governate da forze politiche nazionaliste e aggressive, come ad esempio la Turchia, manovrano militarmente per accrescere il loro peso specifico [12]. Tutto il mondo è in ebollizione e fermento. A partire da queste constatazioni prendono le mosse le riflessioni che seguono.

Come si è detto il testo è costruito sulla base di “modelli concettuali” mentre, per quanto concerne i dati empirici, non può che fare riferimento alla pubblicistica corrente. Pubblicistica che va presa con le molle poiché, come è noto, in uno scenario di guerra la prima vittima è proprio la verità [13]. Pertanto ciò che si proverà a fare, sulla base della teoria marxista, è, in prima battuta, una disamina delle forze imperialiste in gioco, quindi si tenterà di spiegare il significato che assume il conflitto tra le forze imperialiste e le borghesie nazionali, assumendo la Russia come modello esemplificativo di ciò. Infine si proverà a riproporre la fatidica domanda Che fare?, ipotizzando una possibile linea di condotta delle assottigliate forze comuniste e del loro ruolo ultrasecondario sulla scena politica internazionale. Realisticamente dobbiamo riconoscere che l'unica e sola arma strategica di cui siamo in possesso, le uniche divisioni che possiamo mettere in campo, sono rappresentate dalla teoria marxista e dal pensiero strategico leniniano. Il presente testo, che ha la sola pretesa di contribuire alla comprensione analitica dei nodi propri dell'attuale fase imperialista, prova semplicemente ad affinare le armi della critica. Certo, in un mondo già in armi, questo può anche essere o sembrare poca cosa ma, sulla scia di Lenin, riteniamo pur sempre che il lavoro analitico e teorico rimane la conditio sine qua non per la messa a punto di una praxis comunista all'altezza dei tempi. Solo attraverso affinate armi della critica è possibile giungere al rovesciamento dialettico delle stesse [14].

Come sarà facile osservare nel testo compaiono non pochi riferimenti a quell'insieme di eventi che hanno fatto da prologo al Secondo conflitto mondiale, il che potrebbe, a un primo sguardo, non sembrare appropriato. A uno sguardo un poco più attento, almeno questa è l'opinione di chi scrive, le assonanze con quegli eventi, fatte tutte le tare del caso, non sono poche. Certo, la storia non si ripete in maniera seriale però, ed è questo il punto, i limiti concettuali e analitici, limiti storici e non soggettivi, del pensiero borghese soggiacciono pur sempre alle medesime condizioni. Ci sembra infatti che, l'incomprensione della tendenza oggettiva al conflitto interimperialistico da parte delle stesse borghesie imperialiste apertamente verificatasi negli anni '30 del secolo scorso, viva nel presente una nuova infausta stagione. Del resto è nella natura storica della borghesia comprendere e razionalizzare gli eventi sempre post festum [15].

Non diversamente dalla crisi economica la guerra interimperialista è un prodotto storico–oggettivo e non l'effetto, nel caso della crisi, di un'incompetenza manageriale diffusa ai massimi livelli, così come, nel caso della guerra, di una qualche malvagia personalità assetata di sangue. La crisi è la deriva obbligata, come Marx ha argomentato e spiegato già nell'800 [16], delle contraddizioni oggettive del modo di produzione capitalista; mentre, la guerra non è altro che il frutto maturo a cui inevitabilmente la crisi conduce, e la sua dimensione mondiale il “semplice” frutto degli intrecci economici–finanziari propri della fase imperialista [17]. Ciò è tanto più vero nel presente dove, di fatto, il “mercato mondiale” ha pressoché catturato l'intero mondo. Oggi, a ben vedere, non esistono più crisi politiche, economiche e militari localmente archiviabili. Ogni crisi reca in seno il germe della sua internazionalizzazione [18]. Ciò è il frutto di un meccanismo oggettivo all'interno del quale le soggettività politiche borghesi non possono far altro che prendere atto. La borghesia non crea la crisi ma vi finisce dentro senza, per lo più, neppure aver sentore di ciò che sta accadendo. Allo stesso modo precipita in guerra senza possedere alcun quadro d'insieme della situazione.

Tanto nel 1914, quanto nel 1939, nessuna borghesia aveva coscientemente a mente a che cosa aveva dato il la. Nel primo caso tutti i contendenti ipotizzavano che il conflitto non si sarebbe prolungato più di sei mesi [19], mentre nel secondo, la stessa Germania, la potenza imperialista che più aveva progettato la guerra, pensava di condurla attraverso delle singole operazioni militari di breve durata. A ciò, del resto, mirava la messa in–forma della guerra attraverso l'innovativa e inizialmente irresistibile strategia della “guerra lampo” [20]. In tal modo, la Germania, ipotizzava di liquidare gli avversari uno alla volta e, una volta raggiunto il suo obiettivo, negoziare quel dato di fatto chiudendo momentaneamente la partita fino a riaprirla nuovamente nel momento più opportuno [21]. Una strategia che, fino a quando non si arenò alle porte di Mosca, sembrava non conoscere ostacoli [22]. È vero, l'Inghilterra non aveva ceduto, ma le sue armate erano completamente arroccate sulla difensiva e assolutamente non in grado di incidere sullo scenario europeo. Con ogni probabilità, se Mosca fosse caduta e l'URSS costretta a ripiegare oltre gli Urali, anche questo capitolo si sarebbe chiuso in breve tempo. Lo stesso Giappone, una volta colpita in profondità la capacità militare statunitense con l'attacco a Pearl Harbour, ipotizzava di conquistare l'Asia, o almeno una sua buona parte, prima che la partita con gli Stati Uniti potesse riaprirsi [23]. Sia come sia, in quel momento, gli stessi stati aggressori, nel momento in cui attraversano la soglia del non ritorno non pensano a un conflitto di dimensioni internazionali e prolungato nel tempo, a conferma di come, tutti i paesi imperialisti, vengono trascinati nel vortice della guerra e solo quando vi sono dentro iniziano a comprenderne il portato. Nel presente non vi è alcun elemento in grado di affermare che, sul piano teorico–concettuale, la borghesia sia stata in grado di emanciparsi dai suoi limiti storici. Non diversamente che dal passato, oggi, le classi dominanti non possono che navigare a vista. La crisi sistemica in cui è approdato il modo di produzione capitalista, proprio nel momento in cui ne si elogiava, con toni apologetici [24], l'assoluta stabilità e prosperità, ne rappresenta, al contempo, l'elemento esemplificativo e paradigmatico. In fondo niente di nuovo sotto al sole. In prossimità della crisi del '29 il clima non era troppo diverso, basti ricordare, il che ha ben presto assunto i tratti del comico, i passi salienti del discorso pronunciato nel dicembre del 1928 dal presidente statunitense J. C. Coolidge sullo stato dell'Unione:

“Un Congresso degli USA non si è mai trovato in una situazione così favorevole come quella attuale. All'interno ci sono tranquillità, pace sociale e soddisfazione insieme alle cifre primato degli anni della prosperità. All'estero c'è pace e buona volontà che deriva dalla comprensione reciproca.”

Non si trattava di una boutade ma del modo in cui l'insieme dei circoli imperialisti osservavano il mondo. In fondo i vari Berlusconi e Brunetta i quali, osservando i ristoranti pieni, negavano l'esistenza stessa della possibilità della crisi non hanno rappresentato una anomalia bensì, più semplicemente, la limitatezza storico–oggettiva del pensiero politico borghese uno scenario che, per altro verso, caratterizza egualmente la “visione del mondo” della cosiddetta sinistra moderna e riformista. Al proposito vale la pena di ricordare come, mentre il mondo stava precipitando nella più radicale delle crisi economiche e politiche, Rifondazione comunista focalizzava il suo dibattito sulla “auto coscienza maschile” e la sua decisione politica si incentrava sulla partecipazione o meno di Vladimir Luxuria al programma di intrattenimento L’isola dei famosi [25]. Per l'insieme di questi motivi il richiamo al prologo della Seconda guerra mondiale è sembrato attuale. Fatta questa necessaria premessa entriamo nel vivo della questione.

L'appello all'ONU pronunciato il 28 settembre 2015 da Vladimir Putin per la costituzione di una coalizione internazionale contro l'ISIS e la minaccia fondamentalista, equiparata a quella realizzatasi negli anni '40 del secolo scorso contro il nazifascismo, offre l'occasione per delineare i tratti essenziali non solo della guerra in corso ma, soprattutto, delle sue derive [26]. La guerra, occorre ancora una volta ricordarlo, è sempre il frutto maturo di una decisione politica [27], la quale, a sua volta, soggiace alla “visione del mondo” degli attori politici in gioco. Nella guerra, e questo è tanto più vero nell'epoca della fase imperialista del modo di produzione capitalista, sono presenti molteplici volti. Se, ed è palese, la guerra imperialista è la cornice generale entro la quale il conflitto prende forma, al suo interno se ne delineano altre due: la guerra nazionale e la guerra di popolo. Ciò è stato vero nel corso del Primo conflitto mondiale dove, dentro la guerra imperialista, si sono sviluppate sia le premesse che hanno portato all’emancipazione alcune popolazioni dell’est Europa, sia la guerra di popolo iniziata con l’ottobre sovietico, conclusasi dopo quattro anni di accaniti combattimenti con la vittoria della Repubblica dei Soviet contro la controrivoluzione interna e l’appoggio fornita a questa dalle potenze imperialiste. Uno scenario simile è possibile osservarlo anche nel corso della Seconda guerra mondiale, anzi, in quel contesto guerra nazionale e guerra di popolo, tra loro intrecciate all'interno di quell'eroico fenomeno che è stata la Resistenza, sono state il permanente lato oppositivo alla cornice della guerra imperialista [28].

Al termine del conflitto, in Francia, Italia e Grecia la guerra nazionale ebbe il sopravvento sulla guerra di popolo mentre, in Bulgaria, Polonia, Cecoslovacchia, Romania, Ungheria, Albania, Jugoslavia, Cina e parte della Germania [29] prevalse la dimensione della guerra di popolo ampiamente supportata dalla forza politica e militare dell’URSS. Ciò è vero anche quando, almeno nell’immediato, il conflitto non si generalizza. Al proposito è sufficiente ricordare, avendo a mente gli anni che intercorrono tra le due guerre mondiali, quanto accaduto soprattutto in Spagna nel 1936 [30]. Un conflitto locale, tutto interno a una dimensione nazionale, divenne immediatamente una questione internazionale, tanto da poter essere considerato il corposo prologo di quanto, di lì a poco, avrebbe preso forma su scala mondiale. Tutte le potenze imperialiste, in qualche modo, vi furono direttamente coinvolte ascrivendo così nell'ambito delle tensioni imperialiste un conflitto che, altrimenti, sarebbe rimasto ampiamente circoscritto e velocemente archiviato dal legittimo governo. Difficile infatti ipotizzare che, senza l'intervento diretto italiano e tedesco, la rivolta franchista avrebbe avuto i mezzi per reggersi in piedi, così come, senza la criminale politica del “non intervento” [31] perseguita dalle “democrazie occidentali”, al fine di ingraziarsi i regimi fascisti e isolare l'URSS, ben difficilmente le forze fasciste spagnole sarebbero state in grado di vantare una superiorità militare sull'esercito repubblicano. Per forza di cose l'imperialismo non poté far altro che appropriarsi di quella guerra e piegarla ai propri fini.

Per altro verso, in epoca più recente, Vietnam [32] e Algeria [33] rappresentano ottime esemplificazioni dei diversi volti che assume la guerra imperialista. Due lotte nazionali, tipicamente anticoloniali, divennero l'epicentro del rapporto tra le forze imperialiste e quelle socialiste e democratiche. Due conflitti che, non per caso, finirono con il delineare precisi campi di amicizia e inimicizia anche all'interno dei paesi imperialisti. Vietnam e Algeria abbandonarono ben presto l'ambito della dimensione locale per diventare a pieno titolo sintesi di quella guerra civile internazionale della quale l'Ottobre sovietico ne era stato l'incipit [34]. Da quando il capitalismo ha raggiunto lo stadio imperialista ciò appare una costante difficilmente contestabile. Nessun conflitto locale, in linea di massima, è destinato a rimanere tale. Per questo, studiare le dimensioni del conflitto attuale, è il solo modo per comprendere il cuore del politico in un contesto storicamente determinato.

Per provare a decifrare e anticipare quanto il futuro prossimo sembra riservarci occorre delineare i presupposti politici attraverso i quali i vari attori politici si attrezzano al conflitto. Sappiamo che il ciclo oggettivo dell'imperialismo si gioca tutto nella dialettica tra crisi e guerra, la quale, a sua volta, può dare adito a due diverse sintesi: la ricostruzione, ovvero un nuovo ciclo di accumulazione e valorizzazione del capitale forte delle distruzioni, sia di capitale costante sia di capitale variabile, che la guerra inevitabilmente si porta appresso; oppure, la rottura rivoluzionaria in una o più parti del mondo con la conseguente edificazione di un modello politico, sociale ed economico socialista. Nel primo caso, sotto il dominio dei vincitori, l'imperialismo è in grado di conoscere una nuova fase, più o meno lunga, di espansione e prosperità, mentre, nel secondo caso, a farsi attuale diventa il passaggio dalla preistoria alla storia. Realisticamente, quindi, dentro la guerra si giocano le sorti del mondo e degli individui non solo in relazione agli eventi bellici contingenti ma per tutta un'arcata storica. Provare a comprendere i diversi sensi che il conflitto assume, pertanto, non è uno sfizio intellettuale, bensì qualcosa di estremamente pratico e concreto. Notoriamente, per quanto si possa ignorare la guerra, questa non ignorerà noi. Detto ciò torniamo a Putin e al suo appello rivolto all'ONU e, in primis, alle potenze delle “democrazie occidentali”. Appello che, queste, si sono ben guardate dal prendere in considerazione, cestinandolo immediatamente e non solo. USA, Francia e Inghilterra, nel momento in cui la Russia, attraverso il suo parlamento, ha deliberato l'intervento in piena autonomia in Siria, a supporto delle forze che combattono sul serio l'ISIS, ovvero l'esercito regolare siriano, i volontari iraniani e l'organizzazione politico–militare Hezbollah, hanno manifestato non solo estraneità ma avversione. Ogni giorno che passa l’irritazione delle potenze occidentali sembra mostrarsi sempre più radicale, ma non solo. Giorno dopo giorno l’imperialismo è costretto ad ammettere che, ai suoi occhi, il nemico non è il terrorismo fondamentalista bensì l’unico governo laico della regione, ovvero il legittimo governo di Damasco contro il quale, come ammettono ormai senza pudore, le potenze occidentali hanno armato, finanziato e addestrato numerose forze musulmane prone alla jihad. Palesemente, per le forze occidentali, il vero obiettivo è l'attuale governo siriano nei confronti del quale si auspica una rimozione non dissimile da quella consumata, in epoca recente, contro Gheddafi e il governo libico. Ne consegue che, a conti fatti, per l'imperialismo, nel suo insieme e indipendentemente dalle diverse prospettive coltivate, tutte le forze che si battono contro Assad sono ben accette. Se il nemico è Damasco, tutti coloro che lo combattono sono obiettivamente amici. Sotto ogni latitudine, geografica e storica, la legge del beduino mantiene inalterata la sua fascinazione. Ma torniamo all’appello di Putin.

Partiamo dall'equiparazione tra fondamentalismo e nazifascismo. Cos'è che li accomuna? Una risposta superficiale direbbe che a legare il fondamentalismo al nazifascismo è la comune brutalità [35]. Una risposta certamente non contestabile ma che, di per sé, significa ben poco. Ciò che unisce fondamentalismo e nazifascismo è il loro essere forze imperialiste nuove e fresche alla ricerca di un ruolo egemone, o per lo meno di prim'ordine, nella contesa internazionale. Solo se assumiamo il tratto imperialista del fondamentalismo possiamo comprendere il senso della posta in palio che, intorno a questi, si è iniziata a giocare. In quanto marxisti non consideriamo i movimenti politici come espressioni organizzate di determinate e concrete classi sociali, politicamente organizzate, e dei loro interessi. Al pari di qualunque altro movimento politico, il fondamentalismo islamico, deve essere colto e osservato avendo a mente gli interessi di classe ai quali soggiace. Deve essere compreso come “storia materiale” e non come “storia delle idee”. Questo il presupposto intorno al quale ruotano per intero le argomentazioni che seguono. Si tratta, infatti, di leggere la realtà attraverso le lenti del marxismo e del suo metodo materialistico e dialettico o accodarsi all'empirismo e/o idealismo dei teorici borghesi e, con questi, limitarsi a interpretare i fatti storici come una contingenza dietro l'altra, perdendo e ignorando la dimensione generale, oppure ricondurre il tutto all'interno di una battaglia delle idee tanto astorica quanto immateriale. In altre parole o si affronta la questione riconducendo il tutto alle contraddizioni proprie della fase imperialista, tenendo ovviamente a mente le trasformazioni che la cosiddetta era globale vi ha apportato, oppure non si può che finire nella scia dei teorici dello scontro di civiltà [36]. In qualche modo si torna alle origini: o la lettura della realtà attraverso la dialettica materialista o l'eterna salsa idealista variamente declinata [37]. Delle due, una.

 

Vecchi e nuovi imperialismi

Molti, nel momento in cui si sono apprestati ad analizzare le vicende relative al fondamentalismo, si sono limitati a osservare il non secondario ruolo di sponsor che alcune potenze occidentali, in primis USA e Inghilterra, hanno avuto nei confronti di questo. Un dato che, certamente, nessuno si sogna di contestare ma che, almeno a nostro parere, non coglie che un lato, e forse il meno incisivo, della questione [38]. Dobbiamo chiederci se, ISIS e propaggini varie, non siano altro che l’obiettiva conseguenza di quella “strategia del caos” perseguita dagli USA nel momento in cui si sono resi conto che, non potendo più essere il gendarme del mondo, l’unico modo per continuare a svolgere una funzione di primaria importanza sullo scenario internazionale, fosse trasformare questo in un caos permanente dove la presenza militare degli USA diventasse un fatto imprescindibile [39]. Da questa prospettiva, sarebbero gli USA, e in parte il suo storico alleato inglese, a muovere le fila della jihad internazionale. Un’ipotesi affascinante e tranquillizzante al contempo, la quale, però, non tiene conto del peso che oggi può vantare il capitale finanziario. Se questo è vero, e lo è, allora diventa difficile eludere il peso che paesi come l’Arabia Saudita o le varie petromonarchie possono vantare nello scenario del capitalismo globale. Un peso che le pone in diretta concorrenza, il che non esclude alleanze tattiche, con altre potenze economico - finanziarie. Occorre, in qualche modo, “provincializzare” sul serio l'Occidente, prendendo realmente atto che l'era del capitalismo globale ha modificato in profondità le dinamiche stesse del sistema imperialista. Dobbiamo, cioè, uscire dalla logica “tardo colonialista” all'interno della quale, in fondo, nulla è cambiato dall'epoca del fardello dell'uomo bianco [40]. Se, come è difficilmente contestabile, oggi è in prima istanza il potere del capitale finanziario a tessere le fila del mondo capitalista, è ben difficile non considerare, in veste di competitori globali, paesi che, su questo piano, sono in grado di mettere in campo risorse illimitate [41]. Continuare a pensare a questi paesi come sudditi, o come borghesia locale al servizio di interessi internazionali, significa non comprendere quanto, e ormai da tempo, il mondo capitalista sia cambiato. Quote non secondarie del denaro che ogni giorno viaggia sulle autostrade informatiche è denaro legato a determinati interessi di classe, non ai capricci di vanitosi miliardari petroliferi interessati unicamente a sperperare le loro ricchezze ai tavoli delle roulette, in automobili esclusive e notti brave. Questa visione un po' naif del mondo arabo, al quale di fatto si nega la possibilità di esistere come classe, per limitarlo all'ambito dello “individuo eccentrico” è un retaggio razzista che non trova alcun riscontro empirico [42]. Ma se ciò è vero, se cioè la formazione di settori di borghesia imperialista è un prodotto del sistema imperialista sotto qualunque latitudine, per quale motivo questa classe, economicamente in ascesa e, per di più, determinata come qualunque classe giovane ansiosa di farsi largo nel mondo e mettere in pensione le vecchie élite dominanti, dovrebbe rinunciare ad esercitare sino in fondo il suo “diritto di predatore”? Perché dovrebbe rinunciare al suo imperialismo? Perché, in fondo, dovrebbe seguire un iter diverso da quello che, volta per volta, i giovani imperialismi hanno intentato? Perché dovrebbero rinunciare a lottare come classe e accontentarsi di essere un insieme di individui ricchi ma politicamente inesistenti? Esistere e affermarsi come classe egemone internazionale non è stato forse, dentro le rotture storiche, l'obiettivo coltivato e perseguito dalle diverse borghesie imperialiste in ascesa? Non si sono forse queste scontrate, senza esclusione di colpi, contro le vecchie e, in apparenza, consolidate gerarchie internazionali? Ogni crisi non ha forse dato il la a una ridefinizione sanguinosa dei rapporti di forza interni all'imperialismo? Sulla risposta non è pensabile che sorgano dubbi. Ogni borghesia imperialista in ascesa ha combattuto per conquistarsi il proprio “posto al sole”. Questa è la legge storica del sistema imperialista.

Una legge che le versioni postmoderne socialdemocratiche, coltivate attraverso le pur suggestive teorie di Empire, non hanno intaccato di una virgola [43]. Così come, nel '900, l'imperialismo non è approdato al tranquillizzante “ultraimperialismo” [44], nel XXI secolo l'imperialismo non si è trasformato in un Empire unico e unitario ma continua a configurarsi in blocchi politici, economici e militari in aperto conflitto tra loro. Non diversamente dal '900 la guerra continua a essere il solo sbocco dei conflitti e delle crisi oggettive alle quali il sistema imperialista approda. A modificarsi, anche se non è cosa da poco, è il numero e la complessità degli attori in gioco e l'allargamento oggettivo dei partecipanti in veste di protagonisti. Anche in questo caso, però, lo scenario è meno innovativo di quanto possa sembrare. Nel Primo conflitto mondiale, una partita che sembrava essere esclusivamente europea, iniziò a emergere, come forza preponderante, la potenza statunitense. Una potenza che immediatamente entrerà in conflitto con l'Inghilterra la quale, ancor prima che contro la Germania, sarà obbligata a una lunga guerra di posizione proprio contro gli USA [45]. La Seconda guerra mondiale si è conclusa con la piena capitolazione, in quanto potenze imperialiste egemoni, delle borghesie imperialiste europee e l'affermazione dell'imperialismo a dominanza statunitense [46]. Ciò che è possibile osservare è, dentro ogni crisi, l'irrompere di forze imperialiste fresche in aperta competizione con le altre. Uno scenario che, a conti fatti, rappresenta il quadro immutabile dell'intera fase imperialista.

Sotto tale aspetto, allora, diventa facile comprendere come il fondamentalismo non sia altro che l’aspetto fenomenico attraverso il quale un giovane imperialismo tenta di scalzare la concorrenza di altri potentati. Si tratta di un imperialismo che agisce su più fronti. Da un lato, in maniera più o meno classica, mira a impadronirsi di spazio. Ciò avviene in situazioni quali l’Iraq, la Libia, lo Yemen e in parte la Siria dove, al seguito delle operazioni militari condotte dai potentati occidentali, si è creato un vuoto di potere. Per altro verso, ad esempio in Pakistan ed Egitto, mira ad acquisire l'egemonia all’interno del paese, grazie alle “quinte colonne” che può vantare tra le stesse classi dominanti e il consenso che è in grado di acquisire tra alcuni strati della popolazione. In seconda battuta cavalca o si appropria di lotte locali antioccidentali, attraverso una tattica che ricorda assai da vicino la ”rivolta nel deserto” di Lawrence [47], per creare delle enclave territoriali in grado di rendere fortemente instabili un territorio. In tal modo obbliga gli avversari a un notevole dispendio di risorse ed energie al fine non tanto di batterli sul campo ma di logorarli. Non va dimenticato che, la tattica de “la guerra nel deserto”, contribuì non poco all'implosione dell'Impero Ottomano il quale, in quella guerra, disponeva di forze militari incommensurabilmente più ampie di quella poste a disposizione della “rivolta araba”. Quell'apparato cedette non perché sconfitto bensì perché logorato da una guerriglia della quale non riusciva venire a capo [48]. Forse, anche in questo caso, occorrerebbe avere migliore considerazione delle borghesie extraoccidentali invece di continuare a pensarle pura manovalanza di interessi altrui. In altre parole, così come le borghesie imperialiste di matrice araba sono in grado di muovere capitali in piena autonomia e in funzione dei propri interessi di lasse, sono assolutamente capaci ad elaborare un “pensiero strategico” anche senza che il Lawrence di turno le prenda per mano. Infine, attraverso ristrette cellule combattenti, il giovane imperialismo islamico colpisce direttamente, con azioni di diversa intensità, le stesse metropoli imperialiste occidentali. I recenti “fatti di Parigi” ne sono un semplice, ma ben significativo, esempio [49]. Masse subalterne in cerca di riscatto, come vedremo meglio in seguito, sono attratte da forze e movimenti che, nei loro confronti, non mostrano certo il volto dell'imperialismo, bensì quello dell'emancipazione e della riscossa individuale e di classe.

Per questo insieme di motivi, pur con tutte le ovvie tare necessarie, riscontriamo non poche similitudini tra le vicende odierne e quelle che hanno portato al secondo conflitto mondiale. Abbiamo sostenuto che, intrecci oggettivi a parte, il fondamentalismo non è altro che l'avanguardia politico–militare di un'area imperialista a dominanza arabo e arabo - saudita che, nella ridefinizione degli assetti geopolitici e geostrategici post 1989, sta cercando di assurgere a un ruolo di primaria importanza. Questo ruolo, coltivato da tempo attraverso l'alleanza con le potenze occidentali in funzione anti-URSS, con l'irrompere della crisi sistemica del modo di produzione capitalista ha assunto tratti sempre più aggressivi ed espliciti. Dalla crisi esplosa nel 2008 il mondo, realisticamente, uscirà assai diverso da prima. La crisi economica è anche crisi politica e militare. Il che non può che comportare il formarsi di nuove gerarchie di potere su scala internazionale. La posta in palio è nuovamente il mondo e la sua spartizione.

In altre parole siamo di fronte a qualcosa di non troppo diverso dalla fine degli accordi di Versailles per quanto riguarda l'Europa, e dalla decisione di rompere definitivamente “l'accerchiamento europeo e statunitense”, da parte del Giappone, in oriente negli anni a cavallo tra la Prima e la Seconda guerra mondiale. In quel contesto due giovani e aggressivi imperialismi iniziarono a tessere le fila per spodestare, o almeno ridimensionare, le vecchie potenze imperialiste. A tal fine, entrambi, poggiarono su qualcosa di più che un nazionalismo esasperato. Germania e Giappone diedero vita a “ideologie imperialiste di massa” in grado di cooptare nei loro progetti parti non secondarie delle proprie classi sociali subalterne e, nel caso del Giappone, catturare il consenso, almeno inizialmente, anche delle popolazioni poste sotto tutela. Un'impresa che risultò loro neppure troppo difficile poiché, per realizzarla, non dovettero far altro che attingere a piene mani dalle contraddizioni proprie dello stesso sistema imperialista.

L' “anticapitalismo eclettico” della fase ascendente del nazionalsocialismo è sin troppo noto. L'ideologia del volk che fece da sfondo al processo di “nazionalizzazione delle masse [50]” in Germania durante il primo dopoguerra, ebbe facile presa poiché, a conti fatti, non era altro che una versione alienata della lotta di classe. Le stesse difficoltà patite dal movimento comunista nei confronti del nazionalismo radicale, paradigmatica la questione inerente al “nazionalbolscevismo” [51], testimoniano di come l'imperialismo nazionalsocialista attinse a piene mani dalle contraddizioni oggettive poste dall'imperialismo. Su questo aspetto gli scritti di Dimitrov mantengono inalterata tutta la loro freschezza e dovrebbero essere tenuti maggiormente a mente non solo in relazione alla questione in sé ma, soprattutto, sotto il profilo metodologico [52]. Ciò che negli scritti dell'epoca, Dimitrov, rimproverando non poco la linea di condotta di gran parte dei militanti comunisti, sostiene con ostinazione è la necessità imprescindibile per il movimento comunista di saper cogliere la contraddizione dialettica “concreta” della fase storica. Secondo Dimitrov, si tratta, a partire da un fatto “particolare” e “concreto” - il formarsi e il rafforzarsi di un movimento di massa, certamente reazionario in senso storico - politico, ma eclettico e “radicale” sul piano empirico - di cogliere, analiticamente prima e nella prassi subito dopo, le occasioni che la storia pone alle avanguardie di classe. Chiuso il breve inciso proseguiamo.

Ancora più interessante, per il contesto attuale, sembrano essere però le vicende giapponesi. L’imperialismo nipponico, infatti, poté giocare non poco sulle contraddizioni che le politiche imperialiste occidentali avevano esasperato tra le popolazioni asiatiche. Contemporaneamente all'attacco portato contro la base navale statunitense di Pearl Harbour, i Giapponesi iniziarono la loro avanzata in Asia. Una marcia più fulminea di quella, già impressionante, compiuta dalle armate hitleriane [53]. Ciò è reso possibile grazie, soprattutto, all'antimperialismo e anticolonialismo del quale, pur strumentalmente, il Giappone si fa portatore. Le truppe nipponiche promettono un'Asia grande e unita emancipata una volta per tutte dal dominio occidentale [54]. Per capire quanto tali retoriche abbiano avuto una base concreta si può ricordare come Gandhi rispose alla richiesta britannica di mobilitarsi contro la minaccia giapponese:

“La presenza degli inglesi in India è un invito al Giappone a invadere l'India. Il loro ritiro allontanerebbe la tentazione; ad ogni modo, se ciò non fosse, l'India libera saprebbe fronteggiare assai meglio l'invasore". [55]

Per altro verso negli Stati Uniti, come ricorda Malcom X [56], l'attacco giapponese alla base navale americana nelle Hawaii fu salutato con gioia dai neri che, a tutti gli effetti, erano una colonia interna. Si tratta di due episodi in grado di raccontarci qualcosa di non secondario. L'imperialismo giapponese non dovette inventarsi nulla ma, per catturare se non l'adesione per lo meno la neutralità di gran parte delle popolazioni che si apprestava a porre sotto tutela, gli fu sufficiente attingere a piene mani dalla situazione oggettiva in cui, l'imperialismo occidentale aveva relegato l'esistenza di buona parte delle popolazioni non bianche [57]. In altre parole l'imperialismo giapponese non dovette che far leva sul modello di potere edificato sulla “linea del colore” dalle potenze occidentali. Anche in questo caso, come per altro verso avvenne per le masse subalterne tedesche, i giovani imperialismi fecero leva su qualcosa che viveva dentro l'animo delle masse. I nazisti puntarono non poco sul carattere “operaio” e “socialista” del loro movimento mentre, i giapponesi, utilizzarono a piene mani l'avversione nutrita dalle popolazioni asiatiche nei confronti della dominazione coloniale bianca. Una colonizzazione, sembra il caso di ricordarlo, particolarmente violenta e brutale. Lo stesso Hitler non si fece remore a sfruttare una certa retorica anticoloniale. Esemplificativo il brano che segue tratto dal Diario W. L. Shirer:

“Il Führer ha affermato di aver domandato alle nazioni che dovevano considerarsi minacciate da lui, secondo Roosevelt, se si sentivano veramente tali, “e la risposta è stata negativa in ogni singolo caso”. Non aveva potuto interpellare, così disse, Stati come la Siria perché questi “per il momento non sono in possesso della libertà, bensì occupati e di conseguenza privi dei loro diritti ad opera di agenti militari dei paesi democratici”. Inoltre, “al signor Roosevelt è evidentemente sfuggito il fatto che la Palestina è occupata in questo momento non già da truppe tedesche, bensì inglesi”. E via di questo passo.” [58]

Certo, tanto i nazisti quanto i giapponesi, mostrarono ben presto quanto di ben poco socialista e anticoloniale vi fosse nella loro politica, ma non è questo il punto. Ciò che è importante registrare sono due cose: le contraddizioni oggettive proprie del capitalismo di cui si servono sia l'imperialismo nazifascista sia quello nipponico; il carattere di “massa” che fa da sfondo all'iniziativa dei giovani e aggressivi imperialismi. Dobbiamo pertanto chiederci se, oggi, l'imperialismo fondamentalista stia ricalcando una strada simile. Molti indicatori sembrerebbero confermarlo.

Partiamo da un dato di fatto difficilmente contestabile: in Africa e in gran parte dell'Oriente, con la sola eccezione delle forze maoiste indiane e nepalesi, tutti i movimenti che, pur confusamente, si oppongono alla dominazione imperialista occidentale ruotano intorno all'Islam. Nella stessa Palestina, Hamas [59], la più forte organizzazione della Resistenza, è di ispirazione islamica mentre altre, dichiaratamene prone al fondamentalismo estremista vi hanno preso piede. Questo non significa che tutti i movimenti musulmani siano immediatamente riconducibili all'imperialismo fondamentalista ma è sicuramente vero che, questo, vi può trovare degli interlocutori. In che modo? Semplicemente dimostrandosi più attrezzato e determinato degli altri a condurre la battaglia contro i dominatori occidentali. Il punto sta esattamente qua. Nei confronti delle masse mussulmane, l'imperialismo fondamentalista, non si presenta come espressione di una determinata frazione della borghesia imperialista in guerra con altre, bensì come forza di liberazione ed emancipazione delle masse islamiche soggiogate dal capitalismo internazionale. In poche parole ciò che le retoriche fondamentaliste compiono è una declinazione in chiave religiosa del capitalismo e dell’imperialismo. A essere messo in discussione è l’aspetto fenomenico dell’imperialismo, il suo essere a dominanza cristiana e/o ebraica, tralasciando bellamente di affrontarne gli aspetti strutturali. A essere cattivo e oppressivo non è il capitalismo in sé, bensì la sua essenza “crociata” o “ebraica”. Fecero qualcosa di diverso i nazisti? Assolutamente no. Hitler e soci si presentarono forse come espressione dell'industria pesante tedesca e dei circoli finanziari? No tanto che, una volta stabilizzatisi al potere, dovettero liquidare manu militari la loro componente plebea e popolare che vagheggiava giunto il momento di por atto alla seconda rivoluzione. Ma era esattamente questa componente, a lungo posta in prima fila, che era stata utilizzata per cooptare il consenso, e in non pochi casi anche la militanza, dei settori sociali subalterni [60]. Lo stesso antisemitismo, per tutta una fase, è stato declinato in chiave anticapitalista o antiborghese. È l'ebreo ricco, possidente e borghese che viene additato come nemico del popolo tedesco. È il capitalista ebreo ad essere indicato quale responsabile della miseria delle masse. Favole sicuramente, le quali, tuttavia, ebbero non poco successo. I nazisti ebbero buon gioco nell'indirizzare l'odio di classe invece che sui padroni in quanto tali, sulla borghesia imperialista tout court verso una particolare classe capitalista etnicamente determinata. Una classe, per di più, identificata essenzialmente come classe finanziaria e quindi parassitaria. L'odio spontaneo delle masse verso le banche e i banchiere fu indirizzato, attraverso l'equazione capitale finanziario = possidente ebreo, nell'antisemitismo. Facendo leva sulle contraddizioni reali ampiamente presenti nella vita delle masse, i nazisti riuscirono a stravolgerne il senso, piegando ai voleri di una nuova forma imperialista le aspirazioni di quote non secondarie di subalterni. Con ciò diedero il via a una leggenda, quella del capitalismo buono e produttivo a fronte di un capitalismo parassitario e malsano, che, ancora oggi, vanta non pochi epigoni in gran parte dei mondi politici [61].

Notoriamente la presa fondamentalista trova ampio spazio anche dentro i paesi imperialisti. Qua, ancora più che altrove, diventa evidente come la demagogia fondamentalista poggi sulle immense contraddizioni causate dal sistema imperialista stesso. Se le cellule militanti e combattenti legate direttamente alle organizzazioni dell’imperialismo fondamentalista non hanno numeri elevati, il consenso diffuso che, “istintivamente”, quote di popolazione di pelle scura gli riservano non è secondario. È tra i “dannati della metropoli” che questo imperialismo trova decisi consensi. Chiediamocene il motivo.

Difficile pensare che un giovane arabo o nero cresciuto dentro le metropoli imperialiste, nelle quali è ghettizzato e marginalizzato, trovi nella “legge coranica”, in quanto tale e nella sua più rigida applicazione, un particolare interesse; più facile pensare che a trascinarlo verso il fondamentalismo sia la possibilità di rivalsa che questo gli offre. Molto probabile che, più della preghiera in quanto tale, a rendere particolarmente appetibile il mondo fondamentalista sia il combattimento. Infine, ma non per ultimo, come ricorda Max Weber non di solo pane vive l’uomo. Chiunque abbia minimamente idea a cosa si riduca la vita, e le sue prospettive, per milioni di subalterni dentro le “periferie del nulla” [62], dovrà convenire che lì le sirene fondamentaliste trovano, a dir poco, un terreno fertile. Anche in questo caso, come vedremo meglio in seguito, la linea di condotta dell’imperialismo fondamentalista ricalca non poco lo schema procedurale utilizzato dai nazisti. A essere posta in primo piano è un’identità forte (al proposito vale sicuramente la pena di ascoltare con attenzione il “testamento politico–esistenziale” di Amedy Coulibaly [63] espresso a ridosso dell’operazione di Parigi), insieme a una determinazione altrettanto forte di cui i neofiti del fondamentalismo si possono appropriare. Tutto ciò, però, non potrebbe darsi se l’odio non fosse diventato l’alfa e lo zenit delle masse subalterne in pelle scura, delle masse subalterne confinate dentro le periferie delle metropoli imperialiste [64]. Se l’odio, oppure la rassegnazione, non fossero diventate il sentimento maggiormente acquistabile per una parte non secondaria dei nostri mondi. Sono le contraddizioni oggettive del sistema imperialista a creare i presupposti perché un giovane imperialismo catturi quote non secondarie di consenso. Ma è altrettanto vero che, questo stesso sistema, si mostra incapace di cogliere il portato di tali contraddizioni. Per l'imperialismo l'esclusione e la marginalizzazione, in questa sua fase, di gran parte dei subalterni è qualcosa di assolutamente naturale. Difficile, per non dire impossibile, che possa guardare a ciò come a una contraddizione dalle conseguenze drammatiche.

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