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carmilla

Il lavoro tra frammentazione e ricomposizione

di Fabio Ciabatti

Figure del lavoro contemporaneo, introduzione e cura di Carlotta Benvegnù e Francesco E. Iannuzzi, postfazione di Devi Sacchetto, Ombre corte 2018, pp. 167, € 12,75

cover figure del lavoroDiversità e frammentazione appaiono come la cifra principale del mondo del lavoro contemporaneo. Allo stesso tempo, però, l’integrazione crescente dei processi economici all’interno delle catene del valore, nelle quali coabitano regimi lavorativi estremamente diversi, aumenta l’interconnessione tra le molteplici figure del lavoro. Detto altrimenti, il luogo di lavoro non costituisce lo spazio in cui le diversità si appianano, ma esso può costituire un momento di convergenza. E’ questo, in breve, il filo conduttore di Figure del lavoro contemporaneo, un libro composto da otto ricerche sul campo, realizzate da giovani studiosi e studiose, che hanno come protagonisti facchini, portuali, lavoratrici del sesso, operai e operaie del circuito elettrodomestico, del comparto moda, delle imprese recuperate, migranti impiegati nel settore agricolo del Sud Italia, lavoratori e lavoratrici di piattaforme digitali.

Nell’introduzione, i curatori Benvegnù e Iannuzzi chiariscono che i lavoratori e le lavoratrici non vengono considerati come mero oggetto di processi che passano sopra le loro teste. Il tentativo, con esiti sensibilmente differenti in base ai casi studiati, è quello di porre l’attenzione sulla loro agency. Ciò, nell’intenzione degli autori, contribuisce sia a superare visioni eccessivamente pessimistiche sull’insufficienza delle risposte organizzate da parte dei lavoratori sia ad analizzare simultaneamente la sfera della produzione e della riproduzione, considerando anche quest’ultima come punto di emergenza di soggettività e resistenze.

Per comprendere l’agency della forza-lavoro contemporanea, proseguono i curatori, è importante capire che le trasformazioni delle forme organizzative e tecnologiche non seguono un percorso lineare di rottura e sostituzione delle fasi precedenti, ma generano forme ibride di organizzazione e regolazione del lavoro. Ad essere integrate e rifunzionalizzate sono composizioni di manodopera eterogenee sulla base di differenze e di attributi sociali quali genere, origine etnica, nazionalità, cultura e stili di vita.

Da un lato la mobilitazione delle differenti identità sociali diventa la base che acuisce lo sfruttamento economico, dall’altra essa è fonte di “alternative creative” in quanto fornisce elementi di soggettivazione che  possono costituire la base per veicolare la comunicazione politica tra lavoratori/lavoratrici. Seguendo questa direttrice il saggio più interessante è quello di Niccolò Cuppini e Mattia Frapporti, “Insubordinazione del lavoro nella pianura logistica del Po” sul quale ci soffermeremo nel seguito dell’articolo.

Il 22 marzo 2013, ci ricordano gli autori, i magazzini di Tnt, Dhl, Sda e delle maggiori e minori aziende della logistica sono bloccati per 24 ore da picchetti di centinaia di facchini, sindacalisti di base e militanti di centri sociali. “Se toccano uno toccano tutti” è lo slogan che circola echeggiando la frase utilizzata un secolo prima dagli Industrial Workers of the World statunitensi. Negli stessi anni in molte parti del mondo gli hub della distribuzione e della logistica sono stati attraversati da scioperi alle volte molto radicali: Rotterdam, Los Angeles, Hong Kong, Vancouver, Anversa, i magazzini di amazon in Germania, i centri commerciali di Walmart negli Usa.

Le condizioni di lavoro nel settore della logistica, sottolinea il saggio, hanno una certa somiglianza con quelle dell’operaio fordista: grosse concentrazioni di lavoratori in magazzini lontani dai centri urbani, mansioni ripetitive e standardizzate con una forte integrazione tra uomo e macchina. In italia il settore ha delle peculiarità. La imprese sono in grande maggioranza cooperative che costituiscono parte di un blocco di potere fortemente strutturato, dato il forte collegamento con partiti (per lo più il Pd) e sindacati. Un sistema nato nel passato come forma di emancipazione del lavoro, ma oggi funzionale esclusivamente alla creazione di una struttura piramidale in cui si disperde e si occulta la catena di comando e si abbattono i costi di produzione e di circolazione a danno dei lavoratori.

I facchini sono in grandissima maggioranza immigrati, provenienti da diversi paesi. Ogni facchino, notano gli autori, è da subito fatto oggetto di una segmentazione orizzontale in quanto inquadrato all’interno di distinzione etniche, razziali, nazionali. La forza lavoro viene così gerarchizzata attraverso l’assegnazione di differenti compiti e mansioni ai diversi gruppi identificati sulla base di appartenenze identitarie. Questa segmentazione è funzionale alla creazione di gruppi in concorrenza reciproca nell’ambito della forza-lavoro e al tempo stesso al disciplinamento dei lavoratori all’interno del singolo gruppo anche attraverso forme di caporalato.

Succede però, ed è questo l’aspetto più interessante della ricerca, che certi dispositivi di disciplinamento della forza-lavoro possono ribaltarsi di senso trasformandosi in fattori di resistenza dando vita a comportamenti solidaristici. La solidarietà su base etnica diventa fattore che contrasta l’atomizzazione e costituisce un punto di partenza per processi di soggettivazione che danno luogo, come esito finale, a forme di meticciato tra i diversi gruppi i cui membri finiscono per identificarsi a partire da una comune condizione lavorativa. Si è così generata nella pianura del Po una soggettività in lotta basata sulla comunanza di obiettivi, passioni, parole d’ordine che è dovuta passare attraverso il disvelamento degli effettivi rapporti di potere e di sfruttamento.

Essenziale in questo processo è stato il ruolo svolto da Adl e Si Cobas, piccoli e combattivi sindacati di base che hanno messo al servizio di facchini conoscenze pratiche e strumenti di lotta, che hanno consentito di connettere le diverse vertenze e che hanno favorito l’emergere di obiettivi generali di miglioramento che vanno ben al di là del solo contratto collettivo.

Il fatto che negli ultimi anni molti dei principali hub mondiali della logistica siano stati attraversati da una forte conflittualità è testimone della centralità assunta da questo settore nell’attuale modello di accumulazione.  Le grandi concentrazioni industriali fordiste, sottolineano gli autori, sono state sostituite da filiere produttive che hanno diffuso la fabbrica nei territori e hanno articolato la produzione, anche di singole merci, lungo catene del valore estese a livello internazionale. Il flusso costante  puntuale di merci finite, semilavorati e materie prime diventa essenziale anche in considerazione della produzione just in time che limita al massimo le scorte di magazzino. L’interruzione in un singolo punto dei flussi di merci è dunque in grado di causare danni gravi alla continuità produttiva non solo di una singola fabbrica, ma di intere filiere produttive.

Utilizzando la cassetta degli attrezzi messa a punto da Beverly Silver ne Le forze del lavoro, si può dunque sostenere che i facchini della logistica, nonostante le durissime condizioni lavorative e le sfavorevoli situazioni contrattuali di partenza, hanno un significativo “potere strutturale” cioè quel tipo di potere contrattuale derivante dalla collocazione strategica di un gruppo specifico di lavoratori all’interno di un settore produttivo fondamentale.1 Si tratta di una situazione che ha delle analogie con quella dei lavoratori delle grandi fabbriche di automobili fordiste. Proprio a causa di questo potere strutturale, sostiene Beverly Silver, questi lavoratori hanno dato luogo a cicli di lotte che, per modalità e radicalità, si sono ripetute in modo molto simile ovunque questo tipo di fabbriche sia stato impiantato: negli anni 30 negli USA, nel secondo dopoguerra in Europa occidentale e negli anni 80 in Paesi come Brasile, Sud Africa e Corea del Sud.

Occorre però segnalare una differenza rilevante. Le ondate di lotta dei lavoratori nell’industria automobilistica, ci ricorda la stessa Silver, hanno assunto un significato che è andato al di là del settore specifico, rappresentando vere e proprie svolte all’interno di ciascun paese nei rapporti tra capitale e lavoro. In alcuni casi, e l’Italia è da questo punto di vista è esemplare, le lotte operaie assunsero un forte valore simbolico tanto da consentire ad altri movimenti a carattere sociale di inglobarle in battaglie di più ampia portata. Nulla di tutto ciò è avvenuto con le lotte della logistica. Nonostante il generoso supporto offerto da alcuni centri sociali, non si è verificato alcun “effetto contagio”.

Questa considerazione ci riporta al testo recensito e al problema della frammentazione. Il fatto è che oggi “i soggetti del lavoro si relazionano reciprocamente sempre più sulla base di identità sociali piuttosto che in termini di appartenenza di classe”. Da ciò deriva che “queste soggettività sono per loro stessa natura particolariste”.2 Gli autori si tengono alla larga dal tipico un approccio post moderno o post colonial che esalta le particolarità in quanto oppositive rispetto all’universalismo astratto del capitale. Se le lotte dei facchini ci devono insegnare qualcosa, allora possiamo assumere che il lento e precario tentativo di convergenza tra i diversi segmenti della forza-lavoro può avere come punto di partenza le identità particolaristiche, in quanto esse possono essere cariche di storie, memorie e tradizioni non neutre, ma per portare dei risultati i soggetti coinvolti devono essere disponibili a “tradire i legami ancestrali del privilegio del colore della pelle”.3

Cercare di andare oltre il particolarismo dei soggetti lavorativi contemporanei, però, non significa andare alla ricerca a tutti i costi del “soggetto archetipico”. Benvegnù e Iannuzzi sottolineano giustamente che  la ricerca di tale figura comporta il rischio di ignorare la molteplicità delle soggettività oggi in gioco e al tempo stesso di creare delle gerarchie che possono anche riprodurre prospettive di natura etnocentrica. E fin qui siamo d’accordo. Occorre però non farsi paralizzare da questo rischio: si può parlare di frammentazione senza intenderla come sinonimo di molteplicità indistinta; si può cercare di individuare segmenti trainanti della forza-lavoro in ragione del loro potere strutturale, senza scadere in una sorta di mitologia di un idealtipico soggetto generale. In altri termini, se la frammentazione del mondo del lavoro contemporaneo non può che essere il punto di partenza di una seria analisi, ciò non ci deve portare ad abbracciare una acritica retorica della diversità. I singoli segmenti non sono tutti uguali. Un’analisi storica di lungo periodo, come quella della già citata Beverly Silver, ci mostra che l’intensità delle agitazioni operaie è correlata geograficamente e temporalmente allo sviluppo dei settori trainanti del capitalismo, per quanto siano anche frequenti fenomeni di conflittualità resistenziale nei settori in declino. Senonché la stessa studiosa sostiene che oggi non è possibile individuare una industria che a livello mondiale possa svolgere lo stesso ruolo trainante che in passato hanno avuto l’industria tessile, in una prima fase, e quella automobilistica, nel periodo successivo. Per di più la tendenza attuale alla disintegrazione verticale delle singole industrie indebolisce il potere strutturale dei lavoratori rispetto al ciclo passato.

Per tutti questi motivi diventa rilevante il tema del “potere associativo”  della forza lavoro, e cioè la questione delle “varie forme di potere derivanti dalla formazione di organizzazioni collettive di lavoratori”.4 Le tradizionali organizzazioni sindacali si sono dimostrate sostanzialmente inadeguate, anche perché, ci ricorda Devi Sacchetto nella postfazione di Figure del lavoro contemporaneo, sono falliti i tentativi delle parti sociali di gestire una precarizzazione limitata alle fasce marginali del mercato del lavoro al fine di salvaguardare il nucleo di occupati stabili. Dai saggi che compongono il volume, conclude lo stesso Sacchetto, emerge dunque “sia la crisi sindacale sia la costante necessità di costruire organizzazioni collettive all’altezza di un lavoro mobile e informale e che risponde ai cicli produttivi sempre più inseriti nell’economia internazionale”.5

In sintesi possiamo affermare, anche sulla scorta della lettura del testo recensito, che la ricetta per la ricomposizione di un lavoro ancora frammentato non è a portata di mano (vale la pena sottolineare che ci siamo soffermati sul saggio in cui la soggettività dei lavoratori emerge in modo di gran lunga più forte), ma che è possibile individuare alcuni ingredienti: la ricerca di settori produttivi trainanti, senza che ciò implichi il tentativo di individuare una nuova figura centrale ed egemonica simile a quella dell’operaio massa; la considerazione del contesto della riproduzione e degli elementi “comunitari” che contrastano l’atomismo sociale alimentando l’emersione di soggettività resistenti, senza presupporre la immodificabilità delle identità particolaristiche; la sperimentazione di forme organizzative in grado di connettere le disiecta membra del proletariato senza che l’organizzazione stessa assuma il ruolo di un deus ex machina destinato a sostituire o sovradeterminare le soggettività in lotta.


Note
  1. Cfr. Berverly Silver, Le forze del lavoro, Mondadori Bruno, 2008, p. 17. In realtà Silver riprende il concetto di potere strutturale e quello, citato più avanti, di potere associativo da Erik O. Wright, ma li inserisce in una cornice teorica più ampia e originale. 
  2. Carlotta Benvegnù e Francesco E. Iannuzzi, “L’eterogeneità del lavoro contemporaneo” (Introduzione dei curatori), in Figure del lavoro contemporaneo, Ombre corte 2018, p. 11 
  3. Devi Sacchetto, Postfazione, in Figure del lavoro contemporaneo, ed. cit., p. 144. 
  4. Berverly Silver, Le forze del lavoro, ed. cit., pp. 16-17. 
  5. Devi Sacchetto, Postfazione, in Figure del lavoro contemporaneo, ed. cit., p. 144. 
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