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Giuseppe Rensi, Contro il lavoro

di Benoit Bohy-Bunel

silhouette construction workerIn Francia, le edizioni Allia rieditano il libro di Giuseppe Rensi, "Contro il lavoro" [che può essere liberamente letto e/o scaricato, in italiano, da qui], tradotto in italiano da Marie-José Tramuta, e con prefazione di Gianfranco Sanguinetti. Pubblicato nel 1923, lo stesso anno di "Storia e coscienza di classe" (Lukács), questo saggio propone una critica radicale ed originale del lavoro, la cui dimensione "morale" viene affermata in ogni pagina. Rensi, pensatore sovversivo che si era opposto alla destra neo-hegeliana dei suoi tempi, propone una filosofia scettica e post-leopardiana. Venne condannato in contumacia a 11 anni di prigione, mentre dirigeva la rivista "Lotta di Classe", e più tardi, nel 1927, venne estromesso dalla sua cattedra di filosofia morale all'Università di Genova. Nel 1903, mentre era esiliato in Svizzera, era stato il primo deputato socialista eletto in Ticino. Con questo suo appello contro il lavoro, può essere considerato al vertice delle avanguardie artistiche della sua epoca, e rimane un precursore dei situazionisti.

 

L'Antilogia del Lavoro

In maniera coerente, Rensi per prima cosa fa riferimento alla dualità del termine "giustizia", che si rende necessario allorché parliamo della questione del lavoro. La cosiddetta "giustizia" borghese, che si impone genealogicamente con la forza (espropriazioni), rimanda all'ingiustizia dello spossessamento e dell'indigenza: l'individuo che lavora viene spossessato dei suoi strumenti di lavoro, e del prodotto del suo lavoro. L'estorsione di un plus-lavoro, condizione del profitto borghese, aggiunge un'ingiustizia ancora più esplicita, cinicamente istituzionalizzata. Il pseudo-contratto di lavoro che lega un datore di lavoro al suo dipendente ratifica "giuridicamente" una situazione che è di fatto ingiusta, che viene imposta con la forza. Il "libero lavoratore", che dispone solo della sua forza lavoro, non lavora affatto in modo "libero", né perciò in modo "giusto", ma è costretto a vendersi, se non altro per poter sopravvivere.

Rensi non si riferisce in dettaglio a questa dimensione economica, ma la sua invettiva mora contiene in germe tutto l'oltraggio capitalista relativo alla reificazione dell'individuo diventato lavoratore; reificazione che Lukács descriverà proprio in quello stesso anno. Oppone ad una pseudo-giustizia, che viene affermata ideologicamente, ma che viene imposta con la forza, una vera giustizia, che consiste nel rivendicare l'emancipazione dal lavoro. L'apparato poliziesco e militare di cui dispone la borghesia, per mezzo del quale fa rispettare il "diritto" alla proprietà privata, si basa su una violenza espropriatrice a partire da un principio, il cui monopolio della forza è "legittimo" sono nell'inversione ideologica. Chiunque volesse rovesciare questa pseudo-giustizia lo dovrebbe fare nel nome di una giustizia più urgente, ossia quella che riconosce la dignità di ogni persona umana, ed il suo diritto a disporre di sé, e ad avere un dominio reale sulla propria attività.

In un certo senso, qui Rensi evoca una dissociazione in atto: quel che viene detto "giusto" nel capitalismo patologico, è ingiusto in sé, socialmente e praticamente parlando. La tesi di Rensi è chiara e semplice: quanto più questa pseudo-giustizia ideologica, nel corso del processo economico, si accompagna ad una realtà cinicamente ed esplicitamente ingiusta, tanto più essa verrà combattuta con fermezza, poiché nella lotta contro "l'ordine" ammesso si potrà sviluppare un sentimento di legittimità più forte.

In quella stessa epoca, un filosofo tedesco, Walter Benjamin, era riuscito a dare una risonanza originale, "adamitica", a questa intuizione di Rensi relativa alla dissociazione che si cela nel cuore stesso della designazione dei fatti attraverso le parole, in un mondo realmente invertito, laddove il vero è un momento del falso.

 

Il lavoro è morale o immorale?

Il lavoro viene considerato come se fosse la condizione morale di ogni elevazione spirituale, e allo stesso tempo, dal momento che tale elevazione, nel suo dispiegarsi, non è contemplativa, viene simultaneamente considerato come se fosse un fardello, un affaticamento ingiustificabile, uno scandalo.

Per poterci elevare alla dignità morale, ci dicono gli ideologhi del lavoro, bisogna lavorare, ma allo stesso tempo ogni lavoro impedisce l'esercizio di tale dignità. Qui, Rensi si riferisce ad un sistema di ricompense che fa pensare al cristianesimo. Egli non specifica mai questo fatto, ma è l'etica protestante che fa del lavoro una virtù quella che viene messa qui in discussione. In quanto religione che accompagna i primi passi del capitalismo (l'anglicanesimo), il protestantesimo tenta di giustificare, già con Lutero, l'ingiustificabile: lo sfruttamento in quanto tale. E lo fa, per l'appunto, facendo del lavoro un valore morale in sé. Più in generale, si tratta anche del mito del "peccato originale" che viene messo in dubbio: il lavoro è una condanna conseguente alla caduta. Come "riscatto", può essere considerato come qualcosa di "morale". Ma come marchio della colpa, ci ricorda l'immoralità dell'essere umano.

Più generalmente, per Rensi si tratta del dualità della vita attiva e della vita contemplativa: solo la contemplazione permette di considerare serenamente quello che è il dovere morale, ma per "meritare" l'accesso a questa contemplazione, bisogna ancora aver agito nella sfera del lavoro. La sofferenza dell'individuo che lavora lo rende degno della moralità, e finalmente degno della felicità che verrebbe garantita da questa moralità, tanto per riprendere un'idea del grande protestante Emmanuel Kant.

Solo che, secondo Rensi, il cinismo del sistema borghese risiede nel fatto che coloro che lavorano accedono a questa dignità morale senza mai poter accedere alla vita contemplativa, sebbene il loro lavoro sia attraversato da parte a parte dall'ingiustizia. Sono stati i dirigenti borghesi ad aver "inventato" questa moralità del lavoro per poter meglio sottomettere i lavoratori, per fare loro meglio amare la loro servitù. "L'orgoglio", la "dignità" del lavoratore, sono dei sentimenti che vengono patologicamente estorti ai lavoratori che dimostrano solo una cosa: l'efficacia radicale dell'ideologia borghese del lavoro.

 

La svalorizzazione morale del lavoro crea la plus-valorizzazione economica

Qui, il ragionamento di Rensi è abbastanza semplice: se il lavoro viene considerato come una virtù, i lavoratori non devono essere esigenti per quanto riguarda la retribuzione monetaria, dal momento che dovrebbero essere già "felici" di essere così "moralmente" retribuiti. Ma se il lavoro viene in maggior misura concepito come un fardello, come una pena, come uno scandalo ingiustificabile, allora i lavoratori tendono ad inasprire le loro rivendicazioni, e la retribuzione del lavoro ne deve conseguire.

Quanto più cresce la razionalizzazione del lavoro, tanto più il lavoratore viene dislocato soggettivamente, e tanto più diventa chiaro che il lavoro è una sofferenza ingiustificabile. L'ideologia del lavoro come "virtù" perde ogni sua credibilità. Negli anni '20. Rensi scrive: «si sta sviluppando il taylorismo, e diventa sempre più evidente che il lavoratore non è altro che un'appendice della macchina, la quale cristallizza le teorie scientifiche che lo privano della sua attività. Sempre più, quindi, appare che il lavoro è una disumanizzazione, un fardello, e non è in alcun modo una "elevazione morale"». A partire da questo, se seguiamo la logica di Rensi, i lavoratori chiederanno la rivalutazione economica del loro lavoro, poiché le dissociazioni ideologiche borghesi non sono più sostenibili. Troviamo quindi in Rensi, un'interpretazione originale, morale, per l'appunto, del "circolo virtuoso" del fordismo.

 

Le giuste basi dell'odio per il lavoro

Rensi riprende qui un argomento che ritroveremo nella penna di Arendt, ne "La crisi della cultura" e ne "La condizione umana". Il lavoro sottomette gli individui ai cicli biologici della sopravvivenza: assegna all'individuo umano il punto di vista animale della riproduzione della specie. Di conseguenza, lo priva di ciò che lo rende specificamente umano, della sua propria libertà e della sua spiritualità. Se gli esseri umani non fanno altro che inserirsi in una cultura ripetitiva della produzione e del consumo, non facendo altro che lavorare. vengono privati della linearità storica propriamente umana. Vengono respinti fuori dalla loro umanità e fuori dalla loro storia.

Qui, le osservazioni di Rensi hanno qualcosa di antropocentrico: Rensi è un pensatore del proprio tempo. La sua distinzione fra la vita contemplativa ed il lavoro fa riferimento ad antiche distinzioni aristocratiche (greche) dalle quali oggi sarebbe necessario emanciparsi. La società da lui promossa, in un certo senso, sarebbe la democrazia ateniese, al netto della schiavitù. Ma simili raccomandazioni anacronistiche non si adattano alle esigenze moderne, e forse bisognerebbe criticare questa distinzione ancora troppo "umanistica" fra la vita attiva e la vita contemplativa (distinzione che lo stesso Marx, come pensatore utopico, poteva sostenere, qui o là). Tuttavia, quest'idea secondo cui la sfera del lavoro è una sfera della sopravvivenza che abolisce ogni possibilità di vita libera ed emancipata rimane una portante, e non ha perduto affatto la sua attualità.

 

Lavoro e Gioco

Il gioco, il giocare, come attività artistica, scientifica o filosofica, sono tutti dei fini in sé, che bastano a sé stessi, secondo Rensi, contrariamente al lavoro, il quale non è altro che un mezzo per la sopravvivenza. La distinzione fra libera creazione e produzione meccanica, viene qui fatta implicitamente: il primo emancipa, e fa nascere il nuovo in quanto nuovo, l'irreversibile, laddove il secondo si sottomette all'implacabile necessità del "corso delle cose", ciclico e ripetitivo. Dal momento che non è un fine in sé appagante, ma un mezzo obbligato, il lavoro viene visto come una pura penalità, e pertanto dev'essere abolito. Qui, Rensi non considera il fatto che, in una società di mercato, le attività che egli ha descritto come "fini in sé" diventano sempre più dei mezzi produttivi, non solo in vista della sopravvivenza, ma anche e soprattutto in vista della valorizzazione del valore economico. Perdendo così ogni altruismo. L'arte, lo sport, per esempio, finiscono per aver valore solamente nella relazione con il denaro che fatturano.

Inoltre, Rensi non percepisce abbastanza il fatto che la scienza e la filosofia, ad esempio, come ideologie, non hanno nulla di disinteressato, ma consolidano in maniera retroattiva una situazione materiale e sociale nella quale il lavoro intellettuale, come organo della gestione dell'insieme sociale, ha interesse a tenere in piedi i rapporti di produzione. Su questo argomento, la prima sezione de "L'Ideologia Tedesca" (Marx) offre degli interessanti spunti. Ma è anche interessante mostrare che alcuni individui, che fanno tutto il giorno della filosofia o della scienza, e sono retribuiti a tal fine, non subiscono le costrizioni che altri lavoratori "manuali" subiscono quotidianamente e, a partire da questo, concepiscono in maniera diversa la critica del lavoro (vale a dire, forse, "dall'esterno").

 

Il "lavoro" intellettuale merita una retribuzione?

A priori, il lavoro intellettuale è esso stesso la sua propria retribuzione: è appagante. Laddove il lavoro manuale, che schianta sempre più gli individui, esige in maniera imperiosa una retribuzione in misura della costrizione subita. Tuttavia, risulta che il lavoro intellettuale, che definisce legittima una "cultura", implica una posizione sociale privilegiata, laddove il lavoro manuale viene mal pagato. I proletari perdono su entrambi i fronti: viene loro negata ogni "elevazione spirituale", e inoltre conoscono la miseria. Rensi, in quanto socialista coerente, per i proletari sostiene la riappropriazione dell'attività spirituale, e quella dei beni che vengono prodotti.

 

Il carattere di "fine in sé" dell'uomo condanna il lavoro

Il borghese acquista degli strumenti di lavoro, delle materie prime, e della "forza lavoro", per poter produrre delle merci che poi rivenderà ad un prezzo più caro di quello che ha pagato.

Si trae un profitto, proprio perché la forza lavoro rende più di quanto costa: il lavoratore salariato viene pagato in maniera tale da poter sopravvivere (riprodurre la sua forza lavoro), ma deve lavorare gratuitamente per un certo numero di ore.

In tutto questo processo, il lavoratore viene reificato in maniera triplice: non possiede il suo strumento di lavoro, ma deve sottomettersi all'organizzazione tecnica di tale strumento; non possiede il prodotto finale; viene sfruttato e dislocato soggettivamente nella produzione. Non è più un essere umano la cui dignità dovrebbe consistere nel definirsi come fine in sé, ma è solo un mezzo nelle mani del capitalismo, una "risorsa", una "cosa" sfruttabile, allo stesso modo in cui lo sono le materie prime e gli strumenti di lavoro. Ne consegue che è l'imperativo morale kantiano quello che viene costantemente violato dalla società del lavoro; quest'imperativo dice che non si deve trattare l'altra persona come se fosse semplicemente un mezzo, ma innanzitutto come fine. Per seguire le orme di Lukàcs (1923), diremo qui che la società borghese è una società che non ha coscienza di sé stessa, che provoca inconsciamente la propria dissoluzione: per esempio, essa asserisce l'esistenza di forme morali pure (come le forme kantiane) che nella realtà dei fatti non fa altro che contraddire. Moralmente parlando, quindi, desidera inconsciamente la propria auto-abolizione, e secondo Lukàcs sono le lotte proletarie che realizzeranno consciamente questo inconscio desiderio borghese.

Qui troviamo un certo vantaggio tattico: anche dal punto di vista della "legittimità morale" borghese, la società borghese è immorale, per cui gli individui reificati che le si oppongono possono ritorcere i suoi valori morali contro essa stessa. Rensi qui sia afferma come un abile stratega. Tuttavia, la società borghese è anche esplicitamente cinica, e lo rivendica in maniera sempre più chiara: sono gli individui sfruttati quelli che devono rispettare la morale borghese (rispettare il borghese come fine in sé), ma i borghesi, quanto a loro, che "gestiscono" questa morale, sono esenti dal doverla servire. Il cristianesimo politico fa esattamente la stessa cosa: è questo ciò che intendeva Marx, quando diceva che «la religione è l'oppio del popolo».

 

Lavoro e contemplazione

Qui, la prospettiva è quasi estetica: la vita è qualcosa di troppo breve e troppo miracolosa per essere sprecata nel lavoro. L'essere umano, gettato in un mondo così misterioso e pieno, è fatto per la contemplazione. Il lavoro manda in frantumi questa vocazione, ed è questo il motivo per cui è insopportabile.

Questo argomento estetico, se non esistenziale, è importante da ricordare: il fatto che ciascun essere umano possa elevarsi alla dignità e alla profondità della poesia, non è un'esigenza così stravagante, se consideriamo fino a qual punto sia stravagante semplicemente il fatto stesso di vivere. Ancora una volta ci soccorre l'Arendt ("Crisi della cultura", capitolo sulla libertà): «ogni vita, ed ogni vita umana, è un evento infinitamente improbabile, che spezza la circolarità dei processi naturali. Dato un universo fisico, è infinitamente improbabile che in esso si manifesti una vita cosciente». In questo senso, Arendt, si riferisce ad un'emergenza "miracolosa" non sovrannaturale, ad un principio di emergenza che dev'essere protetto. Il verificarsi della nascita, ma anche il fatto politico, racchiudono un tale principio, e lo proteggono indefinitamente. Ma per Arendt, la riduzione dell'essere umano all'animale che lavora lo riporta a dei cicli ripetitivi, prevedibili, che ostacolano l'accesso a questo miracolo. Con Arendt, dunque, si politicizzerebbero ulteriormente le intuizioni estetiche ed esistenziali di Rensi. Quest'ultime, forse, sono ancora troppo trans-storiche e tuttavia, probabilmente, forse non mirano sufficientemente alla radicale specificità del lavoro inteso in senso moderno.

 

Il lavoro necessario ed impossibile

Per Rensi, la finalità dell'essere umano è la contemplazione spirituale. Peraltro, è in tal modo che diviene esso stesso un fine in sé, e che viene quindi rispettato moralmente. Ma per poter accedere alla contemplazione spirituale, bisogna ancora lavorare. Quindi, il lavoro è necessario, nello stesso momento in cui rende impossibile ciò per cui esso è necessario. Qui, ancora una volta, l'ispirazione è troppo kantiana: si tratta di elevarsi alla stima ragionevole di sé stessi per poter essere una persona umana in quanto tale, ma questa stima presuppone il lavoro, che la fa a pezzi. Ancora una volta, qui si torna ai valori morali della borghesia contro essi stessi: la borghesia come borghesia non può venir fuori dalle proprie antinomie, ed è solo attraverso l'abolizione della società borghese che tali antinomie spariscono. Facendo riferimento qui alle summenzionate osservazioni di Lukács relative alle antinomie del pensiero borghese, sviluppate in quello stesso anno, si potrebbe dire che Rensi propone il corrispondente morale di Lukács.

 

La vanità delle rivoluzioni, la necessità dell'insurrezione

Rensi parla della vanità di qualsiasi rivoluzione che voglia "umanizzare" il lavoro, o ridistribuire i prodotti del lavoro in maniera più equa, senza una severa abolizione del lavoro. Qui, egli si pone anche come l'erede di Marx, che nella Critica del programma del partito operaio tedesco affermava che non si tratta di rivendicare socialmente una retribuzione formalmente equa del lavoro, ma piuttosto l'abolizione di ogni diritto formale borghese. La retribuzione formale è di per sé iniqua, dal momento che si basa comunque su una divisione del lavoro che viene imposta, e dal momento che gli individui non vengono fuori dal mondo del lavoro. Da ciascuno secondo le sue diposizioni, a ciascuno secondo i propri desideri, sarebbe una formula esistenziale appropriata per poter definire il programma, allo stesso tempo spirituale e politico, di Rensi. Sicuramente, mette in discussione la proprietà privata dei mezzi di produzione, ma in aggiunta critica anche quel pernicioso "collettivismo" che non avrebbe affatto abolito il lavoro in quanto tale. L'insurrezione che abolisce il lavoro assume la dimensione di uno scandalo che è anche uno scandalo morale: non si vuole più lavorare, mentre le dissociazioni e le espropriazioni messe in atto sono diventate esplicite ed insostenibili. Per realizzare un mondo di individui liberi che possano fare a meno degli schiavi (Atene al netto degli schiavi), Rensi pensa, seguendo Marx, che delle tecniche adatte potrebbero emancipare noi tutti dal lavoro.

 

Osservazioni finali

Questo saggio di Rensi ha l'originalità di porre una critica del lavoro da un punto di vista morale e spirituale. Però gli possiamo rimproverare di avere una concezione ancora troppo trans-storica del lavoro.

Se seguiamo l'analisi svolta nel 1° capitolo del Capitale, il lavoro non è affatto "l'essenza dell'uomo", e neppure una condizione umana "arcaica", contrariamente a quanto tende ad affermare Rensi, quando congiuntamente sia al lavoro salariato moderno che alla schiavitù antica, ma un simile lavoro "tout court", un tale lavoro "senza aggettivi", è piuttosto una specificità radicalmente moderna.

In realtà, la modernità capitalista ha dato origine ad un nuovo principio: l'accumulazione delle merci. Una merce è un bene che possiede un valore d'uso ed un valore di scambio. Il valore di scambio è la forma empirica del valore. Il lavoro in un simile contesto si sdoppia in lavoro concreto ed in lavoro astratto. Il lavoro concreto, specifico e differenziato, è quello che produce la pluralità dei valori d'uso di mercato. Il lavoro astratto, non specifico, indifferenziato, è un tempo medio di lavoro, che diventa la sostanza del valore delle merci, rendendo così possibile la determinazione del loro valore di scambio. Il capitalista, accumulando delle merci, ha come solo fine l'accumulazione di valore, vale a dire, l'accumulazione di lavoro astratto.

Ora, si può parlare di "lavoro tout court" solo in una società nella quale si è fatto del lavoro astratto, il principio di ogni sintesi sociale: vale a dire, nella società moderna. In una società pre-capitalista, mai e poi mai avrebbe potuto germogliare nello spirito l'idea di mettere insieme due attività così diverse quali, per esempio, il fatto di produrre una bomba ed il fatto di scrivere un poema, per poi sussumerli sotto un unico concetto operazionale, il lavoro "in sé", poiché le sintesi sociali non erano "economiche" in senso funzionale (erano essenzialmente patriarcali e teocratiche). Quindi, si potrebbe parlare di attività produttive differenziate, o di lavori molteplici, ma non di "lavoro" in quanto tale.

Perciò, una critica radicale del lavoro non è la critica dell'attività umana per la sopravvivenza. ma è piuttosto una critica che ha come bersaglio essenzialmente la modernità capitalista. Attaccarsi ad un qualsiasi lavoro trans-storico - concetto confuso a tendenza "naturalistica" - non permette di cogliere la specificità dell'alienazione moderna, né quindi la possibilità del suo superamento. Retroproiettando le categorie moderne su delle realtà pre-moderne, si tende a naturalizzare tali categorie, e rendere più difficilmente ipotizzabile la loro abolizione.

La critica dell'economia politica è innanzitutto una denaturalizzazione delle categorie economiche moderne, cosa questa che a nostro avviso Rensi non percepisce abbastanza, riferendosi ad un concetto di lavoro che vuol essere troppo onnicomprensivo. È proprio la prospettiva morale o spirituale, "universalmente umana", a celare questo ostacolo.

Tuttavia, gli inconvenienti legati ad una tale approccio sono anche la misura dei suoi vantaggi certi: definendo degli scopi morali, Rensi descrive una preistoria umana globalmente insopportabile, in particolare quando il capitalismo è in decomposizione, una preistoria che deve essere superata, anche per delle determinate ragioni etiche e creative.

Combinando le analisi marxiane contro il lavoro (Grundrisse, I sezione del Capitale) e la prospettiva morale di Rensi, attraverso un principio di mutua regolazione ed arricchimento, si arriva certamente ad avere una posizione di una radicalità ed originalità altamente interessanti.


fonte: Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme
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