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economiaepolitica

Terza Repubblica e “coscienza di classe” dei ceti medi

di Giorgio Gattei, Gianmarco Oro

terza repubblica1. Quando un partito di centrosinistra, come il Pd, esce da sette anni di larghe intese nel nome delle riforme e dell’austerità, forse ci si sarebbe aspettato un messaggio di speranza che parlasse di lavoro e di protezione sociale (entrambi in crisi già da diversi anni) che da parte di una socialdemocrazia europea sarebbe quantomeno augurabile. Ebbene, a questi livelli di disoccupazione, con i molteplici fallimenti delle imprese e una disuguaglianza distributiva sempre più accentuata, a chi si è rivolto il Pd quando ha parlato di aver fatto “cose buone” citando un Pil in crescita e un rapporto debito/Pil leggermente in discesa? A nessuno. Perché perdere le elezioni il 4 marzo, dopo aver fatto a suo dire “cose buone”, è un’aggravante e non una scusante, perché significa che si è perso sul campo più importante, cioè quello della rappresentanza politica.

Dall’inizio dell’esperienza repubblicana tutte le forze politiche, sia di destra che di sinistra, si sono contese l’egemonia della sovrastruttura statale mediando gli interessi economici di quella parte della popolazione che nella composizione sociale, se letta en marxiste, si pone tra la borghesia e il proletariato e che costituisce il cosiddetto ceto medio: impiegati privati e pubblici, liberi professionisti, lavoratori autonomi e piccoli imprenditori, artigiani e commercianti. Per lungo tempo visto a sinistra come l’arma, niente affatto scarica, che la borghesia puntava contro il proletariato per tenere in mano l’equilibrio della distribuzione del reddito in una economia capitalistica, il ceto medio ha approssimato il suo credo politico agli ideali della classe sociale che mostrava di essere la migliore rappresentante dei suoi interessi, condividendo quindi per lungo tempo con la borghesia le aspettative di benessere economico e la coscienza d’elevazione sociale e culturale, sia pure subendo, come il proletariato, lo stato di sottomissione agli stessi rapporti di lavoro coercitivi validi in un mercato concorrenziale.

Costituitosi nel Novecento a seguito dell’affermarsi del regime di produzione fordista e dell’intervento dello Stato nell’economia, questo ceto medio ha preso ad espandersi socialmente, assorbendo nel corso del secolo gran parte dell’occupazione espulsa dalle campagne (in Italia soprattutto nel secondo dopoguerra) ed ingigantito dal processo di “burocratizzazione” della società (che ha provocato una crescita della domanda di servizi) fino a diventare la maggioranza della popolazione (esemplari sono stati gli studi di Paolo Sylos Labini che ne hanno documentato statisticamente la “presa di potere”).

 

2. Le vicende politiche che si sono succedute dal secondo dopoguerra ad oggi in Italia sono il fedele ritratto di una società caratterizzata da una forte e rapida mobilità sociale trainata dallo sviluppo capitalistico: sul principio il Psi e il Pci, i due partiti di “parte operaia” coalizzati nel Fronte popolare, hanno spinto la borghesia a convergere a sua volta, accantonando il secolare conflitto tra percettori di rendita agricola e di profitto industriale, sul simbolo unico della Democrazia cristiana. Ma poi la Dc è riuscita a cooptare al governo il Psi sulla base delle politiche riformistiche del centrosinistra, provocando la frattura nel fronte opposto di classe ed isolando il Pci che, per evitare l’insignificanza politica, ha dovuto concedere, a sua volta, un compromesso storico alla Dc. Fallito però quest’ultimo tentativo di rivalsa, a seguito del crollo del muro di Berlino nel 1989 con la relativa perdita del referente internazionale sovietico il Pci si è affrettato ad abbandonare sia il nome che il simbolo, trasformandosi dapprima in Pds e poi in Ds pur di recidere, quanto più possibile, il cordone ombelicale con la sua origine rivoluzionaria comunista (a Livorno nel 1921).

A seguito poi dello scandalo di Mani pulite del 1992, anche le correnti più sociali della Dc, scomparsa per infamia la loro “gran mamma”, sono confluite avventurosamente con i Ds in quel progetto dell’Ulivo che è stato l’occasione per la “mutazione genetica” dei Ds nel Pd, mentre a loro volta i cascami destrorsi della Democrazia cristiana si sono dati quell’ultima rappresentanza partitica della borghesia che è stata Forza Italia, poi Popolo delle libertà e adesso di nuovo Forza Italia.

Tuttavia una simile narrazione a “partiti di classe bipolari” non sarebbe esaustiva non tenendo conto che sulla scena politica, dal secondo dopoguerra in poi, si è agitato pure l’elettorato trasversale di quel ceto medio. sempre più plastico oltre che più numeroso, su cui si sono puntati gli occhi sia del partito “borghese” (prima la Dc e poi Fi) che del partito “operaio” (prima il Pci e poi Pds-Ds-Pd). Ora non c’è dubbio che il ceto medio sia una parte sociale politicamente instabile perché incapace di esprimersi in una forma propria di partito e quando ha provato a farsi valere, appoggiandosi alla borghesia agraria negli anni ‘20 del secolo scorso, ha prodotto la mostruosità del fascismo; così ben si capisce la cura straordinaria dei partiti politici “usciti dalla Resistenza” per catturarsene il consenso, “educandolo” alla democrazia col venire incontro alle sue esigenze particolari sia di benessere che di sicurezza. Inizialmente la conquista è riuscita a “mamma Dc”, ma in seguito, con un paziente lavoro di egemonia culturale, anche al Pci che ha promosso quel ceto medio, strappato alla subalternità al partito avversario, alla denominazione elogiativa di “ceto medio riflessivo”.

 

3.Tutto questo è però cambiato con l’ultimo accentuarsi della complessità della società capitalistica odierna per ragioni che vanno dai cambiamenti demografici (come l’immigrazione e l’invecchiamento della popolazione) ai mutamenti tecnologici (come globalizzazione e informatizzazione) che hanno portato al superamento della “forma” della produzione fordista (ma non alla sua “sostanza” capitalistica). Da questa trasformazione è allora emerso, come illustrato nella definizione dei gruppi sociali del Rapporto Istat 2017, un ceto medio, pur sempre tutt’altro che omogeneo e definibile, ancor più frammentato al suo interno, ma soprattutto attraversato dalla paura di molte sue componenti di precipitare verso gli strati più bassi della società. Non sentendosi più tutelato né dalla sicurezza del reddito, né dalla garanzia del titolo di studio né dallo status socio-economico guadagnato, esso ha avvertito di essere sempre più ostacolato nella sua sopravvivenza sociale dall’eccesso della fiscalità, sia generale che locale, dalle scarse opportunità d’investimento e d’occupazione, nonché dall’imporsi sul mercato del lavoro di soluzioni contrattuali di “flessibilità” che costringono molti lavoratori autonomi, seppur scolarizzati, ad una condizione di precariato che minaccia di essere addirittura permanente (si dice che “l’ascensore sociale si è rotto”).

Il risultato delle elezioni del 4 marzo è stata la conseguenza di questa insicurezza diffusa che ha portato alla luce una realtà politica assolutamente inedita che potrebbe anche leggersi come la insubordinazione di un ceto medio, deluso dalle forze partitiche da cui si era fatto rappresentare in precedenza, che si è sottratto alla doppia sudditanza a Fi (il partito della “borghesia”) e al Pd (il partito del “proletariato”) per riversare i suoi voti sulla Lega (non più Padana) e sui Cinque Stelle (non più Movimento), da utilizzare come “veicoli politici” allo scopo di esprimere, senza più mediazioni, il proprio “interesse di classe”. E valgano i dati assoluti: rispetto a quelle del 2013, alle ultime elezioni il Pd ha perso più di 2,6 milioni di voti, Fi ne ha ceduti quasi 2,8 milioni, M5S ne ha guadagnati più di 1,8 milioni e la Lega oltre 4 milioni (cfr. Istituto Cattaneo, Elezioni politiche 2018. Chi ha vinto, chi ha perso, in rete).

Si dice che sia il Partito democratico che Forza Italia hanno perso i loro “popoli” per colpa di quella malattia perniciosa per la democrazia che sarebbe il populismo. Ma, di grazia, che razza di “popolo” è quello che si è perso? Alberto Asor Rosa, che di “sinistra e popolo” se n’è sempre inteso, ha suggerito (su “La Repubblica”, 6.4.2018) di parlare piuttosto di “masse”, analogizzando con quella Ribellione delle masse descritta negli anni trenta del secolo scorso da Josè Ortega y Gasset. Però non pare che a sostituire “popolo” con “masse”, che sono entrambe categorie sociologiche a valenza generica e indeterminata, si vada molto più avanti nella comprensione della deriva elettorale in corso. Perché non ricorrere allora alla vecchia nomenclatura delle classi e dei ceti sociali, così da riconoscere nel risultato del 4 marzo una sorta di vendetta personale di un ceto medio che, messo alle strette da una recessione pesante e prolungata (analoga, questa volta sì, a quella degli anni ’30), si è preso nei confronti di una “sinistra” e di una “destra” che non l’hanno tutelato dalle conseguenze nefaste della crisi, prima dei mutui subprime e poi del “debito sovrano”?

Sono stati soprattutto i governi “tecnici” e di “larghe intese”, che si sono succeduti dal 2011 in avanti, ad aver cavalcato quelle politiche di “austerità espansiva” (che comunque espansiva non s’è affatto mostrata) che sono state adottate su istigazione europea: costretti dal cappio micidiale del fiscal compact, hanno varato la Legge Fornero per ridimensionare il debito pensionistico e poi il Jobs Act che ha peggiorato il mercato del lavoro e infine la Buona Scuola che ha sconvolto il mondo dell’insegnamento nell’illusione che una maggiore mobilità occupazionale avrebbe incoraggiato il flusso degli investimenti esteri in Italia. Il peso di tutte queste manovre si è scaricato sui pensionati, sugli impiegati, sugli insegnanti, ossia su quelle componenti del ceto medio più esposte (ma non disposte) a perdere il proprio potere negoziale in un mercato sempre più concorrenziale, anche internazionalmente. E se non è andata meglio alla classe operaia, in questo caso essa, sebbene delusa dalle politiche governative “venute da Bruxelles”, è però rimasta abbarbicata alle proprie rappresentanze sindacali tradizionali quale sua ultima e necessaria “zattera di salvataggio”.

 

4. Alla base di questa rivolta elettorale dei ceti medi c’è un paese la cui governabilità ed autonomia decisionale sono state sempre più messe in discussione sia dalla Commissione europea che dall’euro come moneta, e pertanto il ceto medio reagisce nelle due forme (siamo sicuri che siano antitetiche?) del sovranismo leghista e della anti-politica pentastellata.

A destra, infatti, cosa è successo? Che a tutelare l’interesse di coloro che un tempo si erano sentiti rappresentati da una destra liberale di estrazione borghese, adesso si è sostituita una forza nazional-popolare autarchica, sostenuta da un sentimento di anti-statalismo reazionario che rivendica la parola d’ordine di “Primagliitaliani” per favorire il rilancio di quella imprenditorialità medio-piccola del Nord che subisce troppa pressione fiscale (da cui l’invocazione ad una flat tax, o almeno ad una decisa riduzione delle tasse), mentre lotta per difendersi dalla concorrenza estera con velleità protezionistiche perfettamente in linea, tra l’altro, con le politiche trumpiste. A questa imprenditoria in sofferenza si somma poi quel “precariato operaio” che non è in grado di competere con la manodopera a basso costo generata dai flussi migratori, oppure che rischia il licenziamento per eccesso di fiscalità sulle imprese, venendo così a convergere, da sinistra, sul programma politico leghista.

E a sinistra? E’ tutta di sinistra quella parte del ceto medio che vota Cinque Stelle? Non necessariamente. Ciò su cui i pentastellati sono intervenuti “nel sociale” è stata la realtà di un livellamento verso il basso prodotto dalle riforme inutilmente “necessarie”, se non per l’Europa. Essi hanno saputo cogliere le difficoltà di quei settori del ceto medio che, soprattutto al Sud, hanno sempre vissuto delle elargizioni monetarie pubbliche, come i pensionati, i dipendenti statali, i disoccupati, i cassaintegrati e quant’altro. Ed è proprio da questi strati sociali che il M5S ha potuto sottrarre buona fetta di elettorato al Pd rivendicando un reddito di cittadinanza che poi non sarebbe altro che l’estensione (questa sì necessaria) del troppo scarso “reddito d’inclusione” governativo, anche violando gli accordi europei che impongono un assurdo vincolo di pareggio al bilancio pubblico.

E siamo così al post-voto. Come il proletariato ebbe la forza, alla fine dell’Ottocento, di prendere coscienza di sé e darsi una forma partitica propria (quel Partito socialista che fu capace di collegare con intelligenza gli interessi dei salariati dell’industria con quelli dei braccianti delle campagne), così dalle elezioni del 4 marzo potrebbe essere nata la coscienza di “classe per sé” di un ceto medio proiettato addirittura verso una convergenza, sia pure ambigua e contraddittoria, tra le sue due “anime” di Lega e M5S pur di perseguire i propri scopi senza più la tutela dei partiti delle altre parti sociali, sia “borghese” che “proletaria”. Se così sarà, sarebbe veramente un inedito nella storia da osservarsi con attenzione sia per la consistenza programmatica che, soprattutto, per la durata temporale.

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Comments   

#8 Eros Barone 2018-06-06 13:17
Riprendendo e verificando, sotto il profilo della teoria marxista del valore-lavoro, le osservazioni di Galati sul ruolo del lavoro improduttivo e, in particolare, sul ruolo del lavoro svolto dagli insegnanti, mi sembra importante ricordare il dato attinente al rapporto fra pluslavoro e minuslavoro (dato che si ricava da K. Marx,"Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica", La Nuova Italia, Firenze 1968, vol. I, p. 417): "Alla creazione di pluslavoro da un lato corrisponde una creazione di minuslavoro relativamente inutile (o nel caso migliore non produttivo), dall'altro [...] In rapporto all'intera società la creazione di tempo disponibile è d'altra parte anche una creazione di tempo per la produzione della scienza, dell'arte ecc.". Molte attività, da quella dell'insegnamento a quelle connesse con la cultura di massa, il tempo libero, l'informazione e, in genere, tutte quelle che si riferiscono alla produzione e riproduzione della cultura sono collegate a questo fattore. Anzi, sono rese possibili, nella loro consistenza e nella loro estensione attuali, dalla creazione di sempre maggior tempo disponibile, cioè, per usare il termine poc’anzi introdotto, dalla creazione di minuslavoro e quindi, necessariamente, dalla crescente creazione di pluslavoro. Vale la pena di aggiungere, a questo proposito, che il rapporto fra proletariato e lavoratori intellettuali (o ‘intellettuali-massa’, una sezione importante dei quali è costituita proprio dagli insegnanti) è largamente influenzato e reso difficile dal reciproco condizionamento sociale fra pluslavoro e minuslavoro, che sussiste non solo in una società capitalistica ma anche in una società in cui sia stata abolita la proprietà privata dei fondamentali mezzi di produzione. Infine, riguardo alla questione degli insegnanti delle scuole private (un buon numero delle quali sono scuole cattoliche), è ancora una volta opportuno, a titolo di ulteriore ed icastico chiarimento sulla differenza tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo, citare il seguente passo del “Capitale” (libro primo, quinta sezione, capitolo quattordicesimo, p. 556, Editori Riuniti, Roma1989): “Un maestro di scuola è lavoratore produttivo se non si limita a lavorare le teste dei bambini, ma se si logora dal lavoro per arricchire l’imprenditore della scuola. Che questi abbia investito il suo denaro in una fabbrica d’istruzione invece che in una fabbrica di salsicce, non cambia nulla nella relazione. Il concetto di operaio produttivo non implica dunque affatto soltanto una relazione fra attività ed effetto utile, fra operaio e prodotto del lavoro, ma implica anche un rapporto di produzione specificamente sociale, di origine storica, che imprime all’operaio il marchio di mezzo diretto di valorizzazione del capitale.”.
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#7 Mario Galati 2018-06-03 17:53
Certamente, anche il lavoro improduttivo concorre alla realizzazione e al mantenimento delle condizioni esterne del processo di valorizzazione. Tuttavia, la distinzione tra lavoro produttivo e improduttivo permane.
La privatizzazione, l'estensione dei criteri mercantili, coinvolge gli insegnanti, che sono pauperizzati e, di fatto, oggettivamente, proletarizzati. Il problema è che non so quanto lo siano soggettivamente (anche se il problema della coscienza di classe oggi riguarda pure il proletariato classico o il nuovo proletariato produttivo).
Anche gli avvocati si lamentano della mercantilizzazione della professione, che ne lede il prestigio e che sostituisce l'onorario col vil compenso commerciale. Da arte liberale a semplice commercio di prestazioni. Una critica antiborghese che parte dal punto di vista della società semifeudale.
Non vorrei che il punto di vista critico di molti insegnanti dinanzi alla perdita di ruolo, di status e di prestigio, oltre che di condizione economica, invece di scaturire dalla consapevolezza e dalla solidarietà di classe con i lavoratori, il proletariato, scaturisse da sentimenti meno progressivi o più scopertamente reazionari.
In fondo, se sono stati (non tutti, ovviamente) una base della sinistra imperial-liberista qualcosa vorrà dire. Costanzo Preve li annoverava nei ceti medi semicolti che formavano la base dell'ideologia imperial-liberista di "sinistra" (quella sinistra che si contrapponeva alla "becera" piccola borghesia forzitaliota o leghista e che da questa veniva avversata come culturame statalista parassitario)
Oggi, continuando ad essere colpiti dalla crisi abbandonano la tradizionale rappresentanza politica (soprattutto PD) e confluiscono nel blocco piccolo borghese che tenta una sua rappresentanza autonoma, come sostiene l'autore dell'articolo.
Sono perfettamente d'accordo con Eros Barone sull'analisi della scuola e sul ruolo degli insegnanti. Sono meno convinto della natura di classe della loro presa di coscienza e protesta. Mi sembra più di natura corporativa, anche se sacrosanta.
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#6 Eros Barone 2018-06-03 14:43
Mi verrebbe da dire che la nozione (ideologica) di 'ceto medio' e, quindi, anche il suo uso sono il prodotto di una identificazione del 'definiens' con il 'definiendum', essendo ambedue i termini congeneri... Ma lasciamo perdere. Raccolgo invece l'invito di Mario Galati ad approfondire l'analisi di quello specifico strato sociale che è la categoria degli insegnanti, osservando preliminarmente che, se è vero che questi lavoratori non sono produttivi in quanto non scambiano lavoro contro capitale e quindi non producono plusvalore, è pur vero che, realizzando la formazione della forza-lavoro, introducono in essa un valore-istruzione che è parte integrante e decisiva di quel "valore storico-morale" che concorre alla determinazione del valore complessivo della forza-lavoro e che è rappresentato da un insieme di conoscenze, linguaggi, competenze, saperi e modelli di comportamento corrispondenti al livello di sviluppo delle forze produttive. Questa correlazione spiega anche perché i livelli retributivi della categoria non possano superare una soglia "bronzea" che è determinata dalla collocazione che occupa la forza-lavoro nei processi di valorizzazione/svalorizzazione in corso. In primo luogo, un’analisi delle condizioni concrete in cui si trovano oggi gli insegnanti del nostro paese deve pertanto porre l'accento sui processi di proletarizzazione che hanno investito il 'corpo docente', laddove tali processi sono oggettivi e, all’interno del sistema economico-sociale capitalistico, irreversibili (un sintomo inequivocabile di tali processi è, ad esempio, la crescita della sindacalizzazione che, tra sindacati confederali, autonomi e di base, coinvolge più della metà della categoria). Sennonché l'intensità e l'estensione dei processi di proletarizzazione implica che l’idea di un’emancipazione della categoria ‘ut talis’, che si realizzi indipendentemente dall’insieme delle classi lavoratrici, è altrettanto illusoria quanto fu, nel corso dei dibattiti dell’800, l’idea di un’emancipazione degli ebrei ‘ut tales’, come dimostrò a suo tempo Marx nella “Questione ebraica”. Ciò detto, è assolutamente vero che i docenti devono riacquistare la piena consapevolezza della funzione (non socio-assistenziale ma) intellettuale e morale inerente al loro lavoro, contrastando in secondo luogo i processi di privatizzazione e, in particolare, la “madre di tutte le privatizzazioni”, che è stata, con il governo Amato del 1992, la privatizzazione del rapporto di lavoro nel pubblico impiego. Prima di allora, infatti, in base alla tradizione umanistica della scuola italiana il rapporto di lavoro era stato sempre concepito come un rapporto di lavoro del tutto disinteressato rispetto alla didattica e agli studenti: i diversi insegnanti ricevevano una retribuzione sostanzialmente omogenea per un lavoro sostanzialmente omogeneo, privo di qualsiasi competitività, regolato dai meccanismi dell’anzianità e dalla stima dei colleghi, del preside, degli allievi e delle famiglie. La privatizzazione del rapporto di lavoro è stata poi accolta nel contratto collettivo di lavoro del 1994, che ha trasformato il ruolo ordinario in rapporto di lavoro a tempo indeterminato (quindi, in linea di principio, risolubile), ha introdotto forme di retribuzione accessoria per un ampio spettro di prestazioni aggiuntive e ha realizzato una scala mobile alla rovescia, agganciando la dinamica retributiva al tasso d’inflazione programmata, cioè pianificando la riduzione degli stipendi e abolendo gli scatti biennali, sostituiti dagli incrementi retributivi per anzianità ogni 6 anni.
Fu a questo punto che la logica perversa dei rapporti mercantili poté innestarsi nel profondo dell’attività scolastica. Infatti, a causa dell’impoverimento economico che ha investito la categoria, le attività aggiuntive, svincolatesi dalla dimensione del volontariato che una minoranza del corpo insegnante aveva sempre espresso, sono diventate uno strumento improprio ma generalizzato di recupero retributivo. Le forze dominanti hanno così giocato due carte allo scopo di privatizzare il rapporto di lavoro nella scuola, modellandolo su quello proprio dell’industria privata: la crescente insicurezza di tale rapporto, conseguenza sia della diminuzione della popolazione scolastica che delle politiche di riduzione della spesa pubblica nel settore dell’istruzione, e la disponibilità degli insegnanti a prestazioni aggiuntive di lavoro per un recupero retributivo.
L’intreccio sempre più stretto fra la crisi sociale della scuola, le politiche neoliberiste nel campo dell’istruzione, i processi di privatizzazione e di mercatizzazione, nonché la proletarizzazione e la deprofessionalizzazione degli insegnanti richiede dunque uno sforzo di analisi, di proposta e di organizzazione inedito. Oggi, infatti, è più che mai vero che la funzione progressiva della scuola è legata non solo all’elevamento dei livelli culturali delle nuove generazioni, non solo al riscatto degli insegnanti dalle condizioni di avvilimento e di degrado imposte dalle politiche neoliberiste nel campo dell’istruzione pubblica, ma anche alla necessità storica, per dirla ancora una volta con Marx, di “strappare l’educazione all’influenza della classe dominante”.
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#5 Mario Galati 2018-06-03 12:13
Il fatto che "siano", non "diano", dei salariati...
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#4 Mario Galati 2018-06-03 12:08
Ceto medio è un sociologema astratto di origine americana, la middle class, che nasconde la precisa collocazione sociale, nel processo produttivo. L'autore dell'articolo vi include categorie piccolo borghesi e altre che non c'entrano nulla, come i cassintegrati.
Quanto alla categoria dei dipendenti pubblici, il fatto che diano dei salariati non li colloca immediatamente nel proletariato. Innanzitutto per il fatto che spesso svolgono lavoro improduttivo, non creatore di plusvalore, e poi per il fatto che sul piano ideologico, dell'autocoscienza, della percezione di sé, della classe per sé, sono da accostare più alla piccola borghesia, come strato intermedio tra la borghesia e il proletariato. Ceti medi, appunto. Specialmente quando svolgono un lavoro intellettuale, non manuale. Gli insegnanti, per es., nonostante la loro pauperizzazione, non sono accomunati e non si accomunerebbero mai ai minatori (ricordo lo scandalo che suscitava il fatto che nella Romania di Ceausescu i minatori erano remunerati meglio degli insegnanti).
Un impiegato d'ufficio, pur essendo un salariato (stipendiato, per distinguerlo dagli operai) non viene considerato e non si sente un proletario.
Il ceto impiegatizio zarista era ufficialmente nobiltà, seppure di grado inferiore. Anche l'impiegato protagonista de "Il cappotto" di Gogol, pur conducendo un'esistenza grama, non era certo un proletario.
Nei fatti, tutto il lavoro subordinato dovrebbe essere accomunato, dall'ingegnere dipendente all'operaio. Ma il fronte viene frantumato o ideologicamente (prestigio sociale, seppure fasullo) o economicamente (migliore retribuzione), o con entrambi i mezzi.
Più evidente è il caso dei dirigenti d'azienda lavoratori subordinati. Mi sembra difficile inserirli tra i proletari.
Esistono, poi, le cosiddette aristocrazie operaie. Nel depresso meridione d'Italia, per es., un operaio Enel con un lavoro ed uno stipendio sicuro, spesso tende ad assimilarsi alla piccola borghesia (politicamente spesso votava socialista o altro, ma non comunista).
Eros Barone conosce meglio di me il mondo degli insegnanti e sa meglio di me che il PD traeva parte della sua base e della sua riserva di voti proprio da questo ceto, da considerarsi come parte di un blocco piccolo borghese insieme (in concorrenza, ma non in contraddizione) alla vera e propria piccola borghesia "produttiva" che votava Forza Italia e Lega.
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#3 Francesco Morante 2018-06-03 11:22
Principalmente le mie osservazioni sono due:
1) L’uso dei termini “classe operaia” sembra legato al concetto di “materialità”, al lavoro eseguito con le mani e con i muscoli. Sarebbe ora di abbandonare la distinzione tra lavoro manuale e lavoro tecnico, che porta semplicemente a dividere e non a unire.
2) Manca uno sguardo storico ai problemi italiani, dall’Unità ad oggi, e in particolare alla “Quistione Meridionale”.
Sul primo punto, sinteticamente, vorrei ricordare che l’indagine sulle classi sociali di Sylos Labini è un pamphlet degli anni ’70. In quegli anni si progettava una trasformazione potente del processo produttivo che avrebbe introdotto, negli anni ’80, l’automazione di fabbrica. Cioè il lavoro “muscolare” sostituito da macchine. La trasformazione della forza lavoro da “operaia” nel senso dell’uso del corpo a “tecnica” non ha sovvertito il rapporto tra lavoro salariato e capitale nel suo senso di ruolo nel circuito monetario e della vendita di forza-lavoro. Se già ai tempi di Sylos Labini era avvenuto uno spostamento corposo verso il settore terziario, adesso il fenomeno è ancora più consistente e lo sarà sempre di più. Invece ritengo importante la distinzione ricordata da Eros Barone riguardo la “piccola borghesia” intesa come il panettiere, il camionista, il proprietario del piccolo bar. Se in Italia ci sono un milione di piccole imprese che occupano 4 milioni di lavoratori, da un punto di vista sociologico un senso questo ce l’ha.
Sul secondo punto occorrerebbe dilungarsi, ma non è possibile. Le sovvenzioni, il reddito di cittadinanza, di inclusione eccetera, non costituiscono il problema ma la sua manifestazione fenomenica. Occorre studiare la storia economica dell’Italia. E soprattutto, per una nuova sinistra, proporre un piano di uscita. Altrimenti saranno i fatti che si incaricheranno di farlo. Il nord alla Lega e il sud al M5S rappresentano il problema, non la soluzione.
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#2 Eros Barone 2018-06-03 01:10
'Errata corrige'.
Al terzo periodo leggasi: "Questa frazione della borghesia, che è un improprio sociologema definire 'ceto medio', è caratterizzata dal possesso dei mezzi di produzione, ma è, per l'appunto, 'piccola'".
Nella citazione di Lenin, con cui chiudo il commento, vi è poi un "produttore" di troppo.
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#1 Eros Barone 2018-06-03 00:53
Forse è il caso di smettere di lisciare il pelo alla piccola borghesia, così come di includere nel "ceto medio" categorie sociali che sono in realtà proletarie, come i dipendenti statali, i pensionati (quali?), i cassaintegrati (sic!) ecc., tralasciando di focalizzare il loro rapporto con il processo produttivo e con la contraddizione tra lavoro e capitale. Orbene, se si intende parlare della piccola borghesia (tale è, in accezione marxista, la denominazione di questa 'mezza classe'), occorre identificarla con quei lavoratori in proprio che gestiscono un'azienda a cui partecipano con il proprio lavoro materiale, quindi coltivatori diretti, coloni e mezzadri, allevatori, artigiani, autotrasportatori proprietari del camion, commercianti, idraulici, elettricisti, tassisti ecc. Questo stato sociale, che è un improprio sociologema borghese definire 'ceto medio', è caratterizzata dal possesso dei mezzi di produzione, ma è, per l'appunto, 'piccola', poiché i suoi membri non possono limitarsi ad incassare i profitti o ad esercitare funzioni direttive e di controllo sul processo produttivo, ma 'devono lavorare' in prima persona per tenere in piedi l'attività, laddove è solo questa caratteristica - il 'dover lavorare' - che li avvicina al proletariato. Va detto che in questo strato sociale si fa il massimo ricorso al lavoro nero e in esso, quindi, si concentra un buon numero degli sfruttatori più feroci di lavoratori precari (in particolare stranieri), senza contare che questo strato è anche quello in cui è maggiormente diffusa l'evasione fiscale, vissuta come pratica normale e persino come forma di protesta contro uno Stato vessatorio (si pensi all'ottica leghista). Si tratta di 'un ordine del discorso' che non ha nulla di rivoluzionario e che si contrappone esplicitamente al lavoratore salariato, il quale invece subisce una pesante tassazione volta a finanziare i servizi di cui anche la piccola borghesia poi beneficia. E' del tutto evidente che questi lavoratori in proprio (o 'piccoli borghesi') sono oggettivamente, oltre che soggettivamente, data la preponderanza per nulla casuale della destra nelle loro file, in antagonismo con il resto del proletariato. Il governo Salvini-Di Maio è, essenzialmente e fondamentalmente, sia sul piano politico e programmatico sia sul piano ideologico e culturale, l'espressione più diretta che si sia mai avuta nel nostro paese degli interessi di questa classe: la piccola borghesia, membro dominato della classe dominante, che può talora sfuggire a tale dominio cambiando padrone, ma mai avversario. Così Lenin spiega il comportamento di questo strato sociale in un suo scritto del 1902 ("Osservazioni al secondo progetto di programma di Plechanov", in "Opere complete", vol. VI): durante la crisi "l'inasprimento della lotta avviene anche per il piccolo produttore produttore. Ma la sua 'lotta' è diretta molto spesso contro il proletariato, poiché la situazione stessa del piccolo produttore fa sì ch'egli in molte cose contrapponga i suoi interessi agli interessi del proletariato [...] Se al proletariato si uniscono altri elementi, questi sono soltanto degli elementi e non delle classi. E si uniscono completamente ed incondizionatamente soltanto quando 'abbandonano il proprio modo di vedere'".
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