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Dopo queste elezioni: superare l’irrilevanza con una vera costituente comunista

di Alessandro Mustillo

Copertina referendum 660x4002xHa ragione chi tra gli osservatori politici, analisti, giornalisti ha commentato che a vincere queste elezioni è stata la stabilità. Una sorta di conferma, in alcuni casi quasi plebiscitaria, del potere costituito tanto a livello nazionale quanto locale, il cui vero significato va ben al di là di una semplice consultazione elettorale. Un dato quindi che dovrebbe farci riflettere come preludio di una potenziale via d’uscita dalla crisi in atto, a tutto vantaggio del capitale.

Ma procediamo per passi. Ad uscire rafforzato dal voto è certamente l’asse di governo. La spallata annunciata da parte del centrodestra fallisce in Puglia e Toscana. La vittoria del Sì al referendum cementa l’asse della maggioranza PD con i Cinque Stelle, blindando il Governo fino alla fine della legislatura, salvo macroscopici imprevisti, e tramutando definitivamente i cinque stelle in parte del campo di centrosinistra che si contrappone alla destra Salvini-Meloni. Difficile pensare ad elezioni politiche data la situazione generale, la pandemia, le scadenze istituzionali tra cui l’elezione del Presidente della Repubblica. Difficile pensarci anche a causa di quella forza centripeta rappresentata dalla consapevolezza della futura diminuzione del numero dei Parlamentari che trasforma i deputati di Cinque Stelle, Italia Viva, e di Forza Italia, nei più feroci avversari di ogni scioglimento delle Camere.

L’Italia si avvia così a discutere l’ennesima legge elettorale, risultando pressoché l’unico Paese al mondo a modificare il sistema elettorale quasi ad ogni legislatura da trent’anni a questa parte, sintomo evidente della crisi latente che però trova sempre una sua stabilizzazione. Il PD incassa la modifica degli equilibri interni alla maggioranza e passerà all’attacco sul MES/Recovery Fund e sulle riforme, rompendo l’ormai inesistente resistenza grillina.

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I risultati ufficiali della consultazione

La vittoria del Sì, scontata, si palesa in proporzioni nette. È un dato di fatto che la sinistra schierata per il No sia apparsa ancora una volta agli occhi delle classi popolari forza di difesa dello status quo, interessata a mantenere proquota i propri privilegi, insieme alle altre microformazioni politiche (Radicali, Renziani ecc…) sostenitrici del No. Le ragioni del No hanno ottenuto maggiori consensi nei quartieri bene delle città, mentre nelle periferie il Sì ha stravinto. Un elemento solo apparentemente contraddittorio rispetto ai risultati del voto elettorale nelle regioni, ma che di fatto testimonia la capacità egemonica delle classi dirigenti di costruire elementi di sintonia con le classi popolari nel raggiungimento indisturbato delle proprie finalità. Nei fatti questo referendum ci riguardava poco. Il nostro No è stato convinto solo dalla necessità di non prestare il fianco ad un conclamato e formalizzato peggioramento del quadro istituzionale, di fronte ad un peggioramento nei fatti già verificatosi da tempo.

Tanto gli argomenti a favore del Sì erano pretestuosi, quanto quelli a favore del No erano davvero poco comprensibili – non a torto – da parte della stragrande maggioranza dei lavoratori e delle classi popolari. L’utilizzo politico del risultato del referendum, trasformato parzialmente in un plebiscito sul Governo, è stato certamente una mossa intelligente di Conte.

 

Il peso della pandemia sulle elezioni

Il Governo Conte, alla prova dei fatti, si sta dimostrando tutt’altro che incompetente, tanto da resistere persino all’assedio mediatico di quanti volevano sostituirlo con un Governo di unità nazionale. Nelle stesse ore in cui in Italia ci sono meno di duemila nuovi contagi al giorno, in Francia e Germania la quota è tredicimila, ossia sette volte tanto. La Francia ha annunciato nuove zone rosse con metà del Paese chiuso, in Spagna nello scorso weekend si sono registrati oltre 31.000 nuovi casi, il Regno Unito si appresta a varare nuove misure di contenimento.

Allontanare lo spettro di un nuovo lockdown è la prima preoccupazione di Confindustria e di tutti i settori del capitale italiano. Sulla base della capacità dei rispettivi governi di arginare la diffusione del virus evitando o riducendo i periodi di blocco della produzione, si giocheranno le nuove guerre commerciali, la tenuta o la conquista di quote di mercato. La pandemia è un enorme rimescolamento di carte, messa in discussione di equilibri tra settori capitalistici, stati, alleanze internazionali, e questo i capitalisti lo sanno bene.

Ma evitare una nuova chiusura è anche la prima aspirazione dei settori della piccola e media borghesia, dei lavoratori autonomi, che sperano di riprendersi velocemente dalla crisi, e persino dei lavoratori dipendenti, che in larga parte sono impauriti – tutt’altro che pronti a mobilitarsi in massa – per la perdita dei posti di lavoro. La richiesta/speranza di tornare il prima possibile alla “normalità”, quella stessa normalità che è parte del problema, è più forte di ogni spinta verso la contestazione. La paura e il timore passivo vincono sull’attivazione e la lotta, la speranza che tutto possa risolversi e l’idea di delegare la soluzione prevalgono sulla consapevolezza di dover prendere in mano il proprio destino. È qui, di fronte a tutte le contraddizioni del capitale, che si dimostra, nella realtà, la sua straordinaria capacità egemonica, la sua pervasività in campo culturale e sociale, come freno potente ad ogni cambiamento.

Nonostante siano già stati persi centinaia di migliaia di posti di lavoro, il governo ha agito con intelligenza. Ha frenato le richieste immediate degli industriali che, invocando la libertà assoluta di licenziamento, avrebbero messo a rischio la pace sociale del Paese e – agendo da vero e proprio capitalista collettivo di fronte agli egoismi individuali delle imprese – ha assicurato così una gestione più diluita della crisi, rendendola affrontabile con minori sconvolgimenti. Ha incassato prestiti a Bruxelles come richiesto, che consentono elargizioni dirette per le imprese, avviando quel programma di investimenti pubblici attraverso incentivi che chiedevano settori dell’edilizia, ma garantendo al tempo stesso ampi profitti al settore bancario attraverso la cessione dei crediti. Ha distribuito fondi a pioggia per assicurare la pace sociale nel momento più acuto dell’emergenza. Quanto potrà durare tutto questo? Vedremo.

Il capitale, forte di una egemonia indiscussa, sta riuscendo fino ad oggi nell’impresa di presentare la pandemia come un fattore del tutto naturale, riuscendo cioè a mascherare efficacemente le concause della sua diffusione e dei suoi effetti che sono tutte invece frutto della direzione e delle scelte economiche e politiche che sono dettate dalle esigenze del capitale stesso. Il virus è un fattore naturale, la riduzione dei posti letto negli ospedali no, come non lo è la catena di contagio sui luoghi di lavoro, e non lo sono state le scelte politiche che hanno ritardato la chiusura lo scorso inverno aggravando i numeri di contagiati e morti.

L’emergenza come fattore naturale ed estraneo, unisce, compatta e soprattutto nasconde. La riprova è che all’esito di questa tornata elettorale vengono confermati pressoché tutti i Governatori regionali, esponenti di partiti responsabili dei tagli alla sanità effettuati in questi anni, vince il partito guidato da un segretario che, come governatore del Lazio, ha contribuito a chiudere decine di ospedali. A queste elezioni nessuno, insomma, ha chiesto il conto per quanto accaduto, accontentandosi di valutarne la gestione immediata di fronte all’emergenza assoluta della pandemia: Zaia stravince perché il Veneto non fa la fine della Lombardia, De Luca perché le sue prese di posizione tranquillizzano il sentire medio dei campani e risvegliano anche quell’orgoglio meridionale di rivalsa. Localismi, nazionalismi, tutti elementi con cui si salda la tenuta dei sistemi di potere ad ogni livello.

L’astensione non aumenta, anche se certifica l’ormai chiara disaffezione di una fascia importante di elettori, per lo più parte delle classi popolari, di fronte alle elezioni. Ma più che la protesta è la passività a vincere, in assenza di qualsivoglia alternativa che risulti presentabile e credibile agli occhi di questi settori, che sappia incarnarne le aspettative immediate come oggi non fanno più neppure i Cinque Stelle e neanche la stessa Lega, che perde consensi.

 

Il deserto a sinistra

Le liste di sinistra e le diverse liste comuniste si contendono uno spazio residuale comune tra loro, nonostante l’agguerrita concorrenza in alcuni casi a livello locale. Potere al Popolo in Campania prende poco più dell’1%, le varie liste comuni promosse dal PRC, con la partecipazione alterna del PCI o di Sinistra Italiana, tutte al di sotto dell’1% eccezione fatta per la lista di Fattori in Toscana che comunque passa dal precedente 6% all’attuale 2,2%. Un quadro di prevedibile desolazione da cui non sfuggono neppure le liste comuniste, dove presenti.

Prendiamo il caso della Toscana. Il P.C. alle politiche del 2018 aveva preso oltre 22 mila voti (1,04% alla Camera), alle Europee del 2019 31 mila (1,68%) alle regionali piomba a meno di 17mila (0,96% presidente, 1,05% lista). Di fronte a questo risultato il primo commento del suo segretario è “il nostro posizionamento prosegue in crescita” una sorta di mantra recitato ad ogni occasione, anche di fronte all’evidenza contraria della perdita di quasi metà dei voti in un anno[1].

In Toscana le due liste comuniste P.C. e P.C.I. prendono rispettivamente lo 0,96% e lo 0,9%, a suggellare l’imbarazzo di una campagna elettorale condotta con continue dichiarazioni in cui si invitava a votare per il simbolo con la bandiera rossa e la falce e martello bianca, tentando goffamente di evitare la confusione e finendo per passare per scemi agli occhi dei più.

L’elettorato comunista non solo non aumenta di fronte ad un contesto epocale come quello che attraversiamo, non solo percepisce di far parte di una sorta di riserva indiana in un mondo ostile, ma deve pure subire l’imbarazzo di dividersi sulla scheda tra progetti che appaiono alla stragrande maggioranza identici se non per le differenti associazioni cromatiche dei rispettivi simboli. Una dilemma che dall’esistenziale finisce per divenire stilistico, tra fautori dell’abbinamento su rosso del bianco o del giallo. Il tutto in ottica di fase, insieme alle tifoserie storiche sui social, appare meno attuale e interessante delle dispute tra guelfi e ghibellini, o delle fantastiche disquisizioni sul sesso degli angeli nel concilio di Costantinopoli con gli ottomani alle porte.

Al netto di tutti i ragionamenti la presenza di una falce e martello sulla scheda prende tot voti. Se sulla scheda ce ne sono due, quei voti – residuali – si dividono, e perdono anche una parte che si disaffeziona ulteriormente. Il radicamento, comunque magro, conta il minimo, ma molto meno del residuo voto al simbolo. Le dispute ideologiche sono del tutto sconosciute agli elettori. Lo stesso, salvo poche varianti, vale anche per liste come Potere al Popolo, come largamente provato alle elezioni in Emilia-Romagna e nei raffronti tra politiche, europee e regionali.

E questo non per sminuire molte questioni oggi sul tavolo, ma per dire che il peggior modo di affrontarle è pretendere di competere sul campo elettorale e non invece sul piano della discussione politica di una necessaria ricerca dell’unità comunista a partire da una riaffermazione dei compiti storici e la definizione di una strategia efficace, adeguata e rinnovata alla luce del contesto attuale.

Chi scrive propose questa strada nei mesi scorsi, il resto delle vicende è noto. Continuo a credere che sia l’unica via da percorrere.

 

Aprire una fase di discussione e ricostruzione reale per affrontare la crisi

Bisognerebbe che le dirigenze attuali dei partiti avessero un po’ di onestà intellettuale, smettendo di pensare alla propria autoriproduzione, alla soddisfazione personale delle cariche onorifiche, al minutaggio televisivo della par condicio, agli appagamenti personali di un’autorappresentazione di sé e del rispettivo gruppo priva di riscontro nella realtà. Bisognerebbe riconoscere davvero e non come premessa da tradire nelle conclusioni, la sconfitta epocale subita, il fatto che le nostre parole d’ordine sono percepite come estranee a livello di massa, anche in circostanze come queste in cui la realtà ci dà ragione da vendere. Non ha senso prospettare l’obiettivo di un cambiamento di sistema se non si agisce per realizzarlo a partire dalla società così come ci è data oggi, non come era cento anni fa, cinquanta o come ci piacerebbe che fosse.

In questo il superamento della frammentazione è una parte, ma solo una parte, premessa per evitare gli effetti più macroscopici e farseschi della sconfitta, ma non la soluzione finale. Non esiste prospettiva di superamento della frammentazione se non accompagnata da una revisione generale, da una condivisione strategica di fondo da costruire. E soprattutto non esiste prospettiva comunista che continui a voler sostenere l’insostenibile tesi della costruzione tramite le elezioni e non attraverso rinnovate modalità di radicamento, connessione, con le classi popolari, sviluppo di lotte attraverso un piano di costruzione e organizzazione di reali avanguardie e di un conflitto che oggi la maggioranza dei lavoratori stessi negano di voler realizzare.

Il movimento comunista deve sapersi ricostituire e assumere sulle proprie spalle l’esigenza di cambiamento che esiste in potenza in questa società, assorbire gli argomenti nuovi come la questione ambientale su cui si misurano concretamente i limiti del sistema capitalistico e non respingerli come elementi di distrazione[2]. Dotarsi di propri intellettuali di riferimento, di una politica culturale in grado passo dopo passo di contendere egemonia al potere e costruire i propri tecnici in ogni campo della società. Colmare la divisione tra fare per fare tipica del movimento che costruisce radicamenti territoriali privi di prospettiva politica, e ideologismi privi di riscontro e lavoro materiale nelle contraddizioni di classe per come esse si presentano oggi. Unire le avanguardie effettive, per quanto poche esse siano e a maggior ragione perché sono poche e isolate, evitando dispersioni in campo sindacale sui luoghi di lavoro.

Bisognerebbe dimostrare senso del momento storico, avere il coraggio di prendere atto che siamo a zero, non vantare primazie inconsistenti e titoli nobiliari, evitare il rinchiudersi in steccati, famiglie, sottofamiglie e guardare invece alla prospettiva strategica e alla concretezza dei compiti che dobbiamo affrontare. Riscoprire lo spirito leninista di osare, di saper coniugare la fedeltà ai principi e agli obiettivi, con l’individuazione delle forme più congeniali e utili a raggiungerli.

Avremmo bisogno, di un percorso costituente vero e di un rovesciamento completo di prospettive, che prenda atto dei cambiamenti epocali intercorsi e che eviti di reagire ripercorrendo per familiarità le strade errate già percorse. Avremmo bisogno di veri e propri “Stati Generali” del movimento comunista in Italia, in cui si discuta di tutto questo e molto di più.

Il rischio vero a cui andiamo incontro altrimenti è lasciare al capitale la possibilità di gestire la crisi attuale come già fatto nel 2008, senza alcuna capacità di utilizzare questa crisi come presupposto per rovesciare l’esistente che la ha generata.

È ora di capire che non saranno dieci minuti televisivi in par condicio, né comizi locali in vista delle elezioni a farci recuperare il terreno perduto. Non si cresce e non si avanza. Al più si resta fermi, dopo più di dieci anni, inchiodati all’inconsistenza. Prenderne atto non è un segno di debolezza, ma la premessa per imboccare la via giusta.


Note
[1] Ad essere onesti si dovrebbe fare un bilancio ben più accurato. Il P.C. si è presentato in 3 delle 12 regioni in cui tra 2019 e 2020 si è andati al voto (Umbria, Emilia-Romagna, e Toscana) con una lista unitaria con il P.C.I. nelle Marche, per cui 4/12. Nelle restanti regioni lo scarso radicamento locale non ha consentito di raccogliere le firme. In Umbria dopo aver rifiutato l’accordo elettorale con P.a.P. e P.C.I. ha ottenuto l’1,01% (0,98% di lista), in Emilia-Romagna la lista non riuscì a raccogliere tutte le firme risultando mancante in alcuni collegi, totalizzando lo 0,48% dei voti (0,44% al candidato presidente). In Toscana e Marche la presentazione in tutti i collegi è avvenuta dopo la riduzione ad 1/3 delle firme disposta per la pandemia. Si tratta di regioni “rosse” dove alle scorse Europee il P.C. aveva preso risultati ampiamenti superiori alla media nazionale.
[2] Tanto per fare un esempio di come unità elettorale non significhi miglioramento delle posizioni, basta citare il contenuto di un volantino della lista comunista delle Marche, costruita da PC e l’ala del PCI che ha riferimento a Fosco Giannini. Si legge nel volantino: “Prova ad interessarti alle minoranze culturali quando sei disoccupato o non arrivi a fine mese. Prova ad interessarti alla libertà di stampa e alla controinformazione quando hai solo la terza media. Prova ad interessarti ai diritti LGBT quando sei costretto a dormire in strada. Prova ad interessarti ai cambiamenti climatici quando sei un disabile che non può lavorare e che ha perso il sussidio che gli spettava”. Un volantino delirante perché continua ad alimentare contrapposizioni artificiose, come se interessarsi delle une e delle altre sia incompatibile, e senza rendersi conto per di più di tradire ogni impostazione leninista vincolando i presunti lavoratori a cui si riferirebbe il testo, a un economicismo esasperato. Non rendendosi conto poi come alcuni di questi temi – come la questione ambientale ad esempio, o la critica al sistema di informazione – possano e debbano costituire argomenti per legare settori di massa su temi che evidenziano contraddizioni fondamentali del sistema capitalistico. Per finire continua ad alimentare parte del problema attuale ossia la scissione tra elemento intellettuale e materiale alimentando una distinzione utile solo a perpetuare l’egemonia capitalistica nei secoli a venire. I comunisti avevano militanti semi-analfabeti che conoscevano i quadri di Picasso e Guttuso, leggevano sull’Unità le notizie, dove venivano ospitati interventi dei massimi esponenti del mondo della cultura e di ogni branca del sapere. Questi elementi non sono estranei all’idea di società che vogliamo conquistare. “Vogliamo il pane e anche le rose” si diceva una volta. Qui si chiedono vagonate di pane nero come se fossero sufficienti a soddisfare le aspirazioni dei lavoratori, dimenticando inoltre che nel contesto attuale, una delle grandi armi del capitalismo è la capacità di fornire beni e creare bisogni. Non sono i padroni a fare le file per comprare i nuovi modelli di i-phone, ma quegli stessi lavoratori che a stento arrivano alla fine del mese e abitano le periferie delle metropoli.
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Comments

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Pantaléone
Tuesday, 06 October 2020 13:04
Il capitale è una contraddizione in processo, è il peso di queste contraddizioni che renderà sempre più problematica la sua auto-riproduzione, per il momento le sfugge solo con mezzi fittizi, il valore globale si sta assestando (leggi l'ultimo articolo di Parlemograd su questo stesso sito).
Non è un giorno che il capitale sia caduto, per niente, perché è un rapporto sociale.
Discussione aperta ciao compagno!

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Luciano Pietropaolo
Tuesday, 06 October 2020 12:47
@Pantaleone
"Il che significa, in sintesi, che finché il capitale non inciampa nell'impossibilità di riprodurlo, il momento del passaggio rimane molto probématico"
Oh,finalmente! diciamo pure "impossibile" dal momento che dopo un secolo e mezzo tale passaggio non si è MAI verificato e così chiudiamo la discussione.Tutti a casa a godersi la tv.
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Pantaléone
Tuesday, 06 October 2020 11:57
In ultima istanza dobbiamo arrivare alla soggettività.
Non siamo più gli stessi uomini degli anni Cinquanta, non siamo più gli stessi uomini degli anni Cinquanta, non siamo diventati più intelligenti, ma più conformati, più formattati alle esigenze del capitale, soggettività legata alla tendenza al ribasso del tasso di profitto e alla crisi dell'equivalente astratto generale, la crisi della nostra ontologia.
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Pantaléone
Tuesday, 06 October 2020 11:46
Luciano Pietropaolo
In effetti, la rivoluzione russa è stata una rivoluzione borghese, se si comprende che nel movimento storico la caratteristica dell'istigazione della società borghese è quella di sostituire il feudalesimo, il grande merito di questa rivoluzione è stato quello di mettere milioni di sovietici nella forza lavoro salariale, sono stati meno arretrati per tutto questo?
Per quanto riguarda la guerra di Spagna, è il CNT alleato dei repubblicani che ha sparato al proletariato, barricato, ben descritto da G Orwell.
Sulle guerre anticoloniali, ovviamente moralmente indicibile, il beneficio tratto, è stato la sostituzione del capitalismo coloniale, con un capitalista autoctono.
Il che significa, in sintesi, che finché il capitale non inciampa nell'impossibilità di riprodurlo, il momento del passaggio rimane molto probématico.

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Paolo Selmi
Tuesday, 06 October 2020 10:02
Breve PS.

"Примеру русских рабочих последуют неизбежно – может быть, не завтра (революции не делаются по заказу), но неизбежно – рабочие и трудящиеся по крайней мере двух великих стран: Германии и Франции." [L'esempio degli operai russi sarà seguito inevitabilmente - magari non domani (le rivoluzioni non si fanno su commissione), ma inevitabilmente - dagli operai e dai lavoratori perlomeno di altri due grandi Paesi: Germania e Francia] V. I. Lenin, "Esiste una via per una pace giusta?" (Есть ли путь к справедливому миру?), PSS, vol. 32, p. 111.

Mi veniva in mente questa frase pensando, paradossalmente, all'oggi e ribaltando - ahimé - i termini di confronto. "L'esempio degli operai russi" un secolo dopo diventava l'esempio delle "primavere" (arabe, russe, ...) delle rivoluzioni "colorate" (... più che altro monocolore, e non rosso), dei gilet, delle sardine, dei plebisciti sul web chiamati "democrazia diretta", dei BLM da una parte e dei bianchi disoccupati che votano Trump dall'altra, di tutto e di più, pur di confondere le acque e confinare, ancora una volta ricorre questo termine, nell'IRRILEVANZA, qualsiasi altro modo di intendere e fare politica. Un enorme valvola di sfogo entro cui convogliare malcontento, istanze di cambiamento, energie, risorse, per poi chiudere poco dopo il tappo e buttare tutto nell'indifferenziato.

Un secolo fa, nel bene o nel male, con tutti gli auspici di cui sopra, auspici rivelatisi magari anche infondati (tuttavia, l'ESEMPIO - Пример lo costituirono, eccome!, e non solo per i "grandi Paesi", ma ovunque nel mondo, magari dove meno se lo sarebbero aspettati!), ma si "costruiva", e si costruiva "dal basso": oggi si tende a convogliare la tempesta, magari indurla così da lasciarla ben bene sfogare (o usarla per i propri fini), quindi dare una bella sanificata alla tabula divenuta rasa e proseguire.

D'altra parte, se non si inizia, si non si parte neppure, non ci si può nemmeno aspettare nulla.

Un abbraccio a tutti.
Paolo
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Paolo Selmi
Tuesday, 06 October 2020 08:31
Cari compagni,
diciamo che da settimana scorsa nulla è cambiato, a livello mediatico, rispetto al mio primo intervento: guerra "europea", nel senso che interessa due Paesi appartenenti al Consiglio d'Europa, siamo ormai alla decina di migliaia di morti, fra entrambe le parti, rallentata soltanto dal fatto che, essendo quello azero il sessantaquattresimo esercito al mondo e quello armeno il centundicesimo (prima del conflitto, ora saranno scalati entrambi e di brutto), in due settimane di combattimenti intensi e con l'impiego di tutti i corpi delle forze armate esclusa la marina militare, si sono esauriti sia i mezzi già al fronte, distrutti, catturati o fuori uso, che le riserve o scorte. Si stanno scannando quotidianamente con quello che è rimasto, i campi minati son già saltati tutti con la carne da macello mandata per la prima "passata" (mercenari siriani ex-An Nusra & co. da Idlib via Erdogan) e gli armeni non han fatto in tempo ad allestirne altri sulla seconda linea difensiva, ogni tanto qualcuno da sfoggio dei propri sistemi a medio raggio, senza peraltro troppa convinzione perché ormai non ne hanno più, visto che entrambi han finito i riservisti e stanno ricorrendo ai propri diciottenni in servizio di leva (e dopo quelli rimangono solo i vecchi, le donne e i bambini). Persino gli aerei son quasi "finiti", tirati giù dalle rispettive contraeree, così come i droni azeri di recente acquisto turco e israeliano con cui avrebbero dovuto fare la differenza: l'han fatta, perché sono strumenti micidiali e con una notevole potenza di fuoco moltiplicando, in maniera vigliacca, le insidie per un soldato non immediatamente dislocato in trincea o sulla linea di fuoco nemica: da un momento all'altro ti può ronzare qualcosa sopra e hai finito di vivere. Han fatto la differenza finché non li han tirati giù quasi tutti. E siccome son giocattoli che costano, i rincalzi stentano ad arrivare.

Putin deve aver detto qualcosa a Erdogan, senza troppi clamori come nel suo stile, senza darne notizia proprio. Questa è l'unica differenza e senza di lui gli azeri vincono, conquistando una manciata di paeselli e paesoni, senza sfondare (al momento, il futuro poi è sempre un'incognita...). Dal punto di vista umanitario è un bene, visto che nei paesini conquistati han già proceduto alla pulizia etnica e relativa rinomina del suddetto paesello con nome azero, in pieno stile balcanico. Probabilmente, rispediranno non appena si calmeranno le acque un po' di profughi e un po' di esterni amanti della vita in montagna, e "amici come prima"... (amici, soprattutto). Avrebbero voluto farlo anche per STEPANAKERT, probabilmente hanno venduto questo alle masse che stan passando ora in quell'orrendo tritacarne, cercheranno in tutti i modi di farlo (l'ultimo paese conquistato a sud è stato attaccato passando di nascosto dall'Iran e posto quindi nella classica manovra a tenaglia dove, se non ne hai, ben presto soccombi e, anche se ne hai, non duri a lungo senza - inesistenti - ponti aerei). Si applicano quindi, gli azeri. Il problema è che di là han tirato fuori la corda che arriva non al cuore, ma al midollo osseo, di ciascun armeno: il genocidio turco. E gli azeri son mezzi turchi (e mezzi persiani, ma qui non conta più), per giunta alleati dei turchi, quindi per gli armeni son turchi. E se tocchi quella corda il soldato armeno il colpo di pallottola lo prenderà sempre in fronte e mai sulla schiena. Per questo non avanzano come vorrebbero e, salvo qualche carta a sorpresa, la guerra assumerà quel carattere odioso di tritacarne sulla stessa posizione, metro più, metro meno.

Tutto questo solo per dire, riprendendo il titolo, che una questione di una tale gravità è mediaticamente IRRILEVANTE, così come è irrilevante il conflitto in Yemen, in Libia finché non arriva a qualche grande città (allora arriva la copertura mediatica), in Siria, ecc. Sono IRRILEVANTI i dati sul PIL, dati per dovere di cronaca, idem con patate per il tasso di disoccupazione e inoccupazione, per i rapporti del SVIMEZ, per dati sul dissesto idrogeologico, ecc.

L'IRRILEVANZA genera nelle masse disinteresse, disimpegno, mancanza di partecipazione, rassegnazione. Esattamente come nelle satrapie dell'Est Europa e del continente asiatico. Non crediamoci quindi più "democratici" di loro. Poi succede che, in maniera del tutto "elementare", nella sua ciclica e disarmante schematicità, arrivano le "rivoluzioni colorate". Quello che è accaduto ieri in Kirghizia è quello che volevano accadesse in Bielorussia, e quello che è accaduto, senza troppi cinema, un po' di tempo fa in Armenia (anche per questo, il presidente armeno amico di Soros è già andato due volte in tre giorni a Mosca tornando a mani vuote... sempre per il momento, giusto per fargli capire qualcosina, per esempio, che non si chiama Robert Kocharian... ma tant'è, queste son le logiche). In genere i satrapi sono - ancora - filorussi e filocinesi, come nel caso della Kirghizia, oppure non ostili ai russi, come nel caso di Bat'ja Lukasenko, che ultimamente stava giocando a fare il Principe machiavellico, salvo poi far entrare in casa tutte quelle Fondazioni occidentali da cui è partita l'organizzazione delle "rivolte spontanee". I rapporti di forza sono altri, c'è una nuova guerra fredda in corso, C'E' MALCONTENTO (dovuto a crisi, covid, a tutto... ma c'è), e vai di rivoluzione colorata. Peraltro, in Crimea, caso poco studiato - per ovvi motivi! - assistiamo nel 2015 alla cosiddetta "russkaja vesna", alla "primavera russa", ovvero alla contro-contro rivoluzione colorata. Stesse modalità di maidanistiche, ma anti-maidan. Poi arrivano l'esercito degli incappucciati, il referendum, i passaporti russi al volo, la guerra nel Donbass, il ponte, ecc. MA IL PASSAGGIO INVERSO (DA ANTI A PRO-RUSSO) TRAMITE UNA RIVOLUZIONE COLORATA E' STATO SINORA TROPPO POCO ANALIZZATO. D'altronde, hic sunt leones...

Torniamo alla Kirghizia. qui alcuni video e foto di prima mano:
https://colonelcassad.livejournal.com/6222340.html
La "casa bianca" Kirghiza occupata dai manifestanti (e già occupata similmente nel 2005 e nel 2010), con foto di rito sulla scrivania del Presidente, mentre si dà una pedata al Presidente (al suo ritratto), mentre si gioca fra le varie stanze. Se l'operazione va a buon fine, tra un po' questi manifestanti saranno ricondotti a più miti consigli con tritacarne "democratici" dai nuovi satrapi, questa volta fedeli agli yankee e spina nel fianco fra Russia e Cina; se va a cattivo fine finiranno nel "vecchio" tritacarne a opera dei vecchi satrapi. In ogni caso, sempre carne da cannone.

Scappo al timbro.

Buona giornata a tutti.
Paolo
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Luciano Pietropaolo
Monday, 05 October 2020 23:31
Scrive Anna: "Le parole Marx e Comunismo, se si associate a Stalin, diventano impronunciabili". Si potrebbe obiettare, battuta per battuta, che la parola Comunismo,se dissociata da Stalin, diventa un "flatus vocis". Altra affermazione buttata lì (ma alquanto rivelatrice) è che la Rivoluzione d'Ottobre "non è esattamente in linea con Marx",
Già Gramsci parlava di "rivoluzione contro il Capitale" (inteso come il libro di Marx) per confutare le teorie kautskiane presunte ortodosse: oggi ancora vogliamo dare ragione a Kautsky oppure, se permettete, sarebbe il caso di rispondere volgarmente : "ma chi se ne frega" ?
Invece succede che l'ontologia del Comunismo prevale sulla sua fenomenologia e quindi le citazioni del Maestro (Ipse dixit!) soppiantano l'analisi e la comprensione degli eventi storici concreti, che semplicemente "non ci appartengono" Ma questi eventi di enorme portata (trasformazione della Russia da paese arretrato semifeudale in grande potenza industriale, guerra mondiale, ruolo determinante nella rivoluzione anticoloniale ecc.) hanno comunque avuto luogo e sono stati una grandiosa epopea: se non appartengono a noi, a chi appartengono? già, i crimini e il dispotismo che "Marx non avrebbe mai avallato"!
Mario Galati ha già risposto esaurientemente su ciò (e concordo pienamente con lui). Il fatto è che è tutto molto generico: sia i crimini attribuiti a Stalin, sia il suo dispotismo. Per esempio, quanto ai crimini,non credo proprio che l'assassinio dell'anarchico Camillo Berneri ad opera di miliziani del Psuc catalano (uno degli episodi più foschi della guerra di Spagna) sia avvenuto per ordine di Stalin, né credo che la carestia in Ucraina negli anni Trenta sia stata artatamente da lui programmata, e nemmeno che abbia fatto assassinare Kirov, uno dei suoi migliori amici, per scatenare le purghe. E se in Urss consumavano "tonnellate di carta e di cartone" (così da noi si ironizzava) per festeggiare i suoi compleanni, non credo proprio che questo spreco deprecabile avvenisse in osservanza alle sue direttive.
La Storia non è neutrale, è un campo di battaglia sul quale bisogna misurarsi con l'avversario di classe e forse qualcuno che non se la sente di affrontare uno scontro così aspro, decide che è meglio abbandonare quel campo, pensando magari di vincere su altri campi, ma è puro idealismo.
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Mario Galati
Monday, 05 October 2020 14:42
A pantaléone allora piacerá il peperoncino, anche se coltivato in Francia. Probabilmente Pantaléone è originario di un paese vicino al mio che ha San Pantaleone come patrono. Quanto alle sue considerazioni sul segno/influenza capitalistico nell'intera società mondiale, anche nei paesi del socialismo reale, sono d'accordo, se ciò viene inteso correttamente all'interno di una visione dialettica, non nel senso di un determinismo meccanicista. Sicuramente ciò rientra tra le cause della sconfitta di gran parte di quelle esperienze.
Quanto alla replica-precisazione di Anna, prendo atto di ciò che scrive, ma ritengo che non si può sostenere che il movimento comunista guidato da Stalin ha realizzato una grande spinta emancipatrice e, nello stesso tempo, sostenere che il nome di Stalin non è associabile a quella emancipazione. Dire che sia avvenuta nonostante Stalin è una tesi fragilissima e inconsistente: una frase vuota, di fronte alla storia concreta del periodo (soltanto il fatto che la vittoria di Stalingrado è stata la prima grande vittoria anticoloniale basterebbe a scolpirne per l'eternità gli incommensurabili meriti storici. Ma non mi riferisco solo a questo: il discorso sarebbe molto più lungo e complesso).
Dire ciò, non significa non guardare criticamente a quella storia ed ai suoi protagonisti, in primis Stalin. Ma la demonizzazione sulla base del paradigma antiStalin della guerra fredda non è accettabile; anche perché la ricerca storica (proprio nei paesi capitalistici. Anzi, proprio negli USA) sta andando avanti e sta smentendo e smontando il cumulo di invenzioni e sciocchezze insegnato come verità indiscutibile (come pregiudizio). L'associazione negativa a Stalin operata dal capitalismo è l'associazione allo Stalin da loro inventato. L'antistalinismo pregiudiziale (non quello, per es., di Lukacs, dimostratosi comunque errato alla prova della storia) è già anticomunismo. Se il comunismo è un cumulo di crimini e orrori e il suo capo uno psicopatico criminale gemello di Hitler; nazismo e comunismo totalitarismi uguali e speculari (in ciò, un grosso contributo l'ha fornito la guerriera fredda Hannah Arendt, la quale si faceva ospitare volentieri nelle strutture di lusso messe a disposizione dalla CIA, soddisfatta di essere servita come una regina da camerieri in divisa. V. su ciò La CIA e la guerra fredda culturale, di Stonor Saunders); le scemenze contenute in Orwell (la spia dei servizi segreti inglesi Orwell. È provato documentalmente e inconfutabilmente), nelle sue opere conservatrici e reazionarie (la fattoria degli animali e 1984), fossero vere (ossia, il messaggio trasmesso che ogni tentativo reale di emancipazione e di instaurazione dell'uguaglianza si convertono inevitabilmente nel loro opposto); mi spieghi come puoi ancora dirti comunista e proporre il comunismo come soluzione ai problemi storici posti dal capitalismo? Ma come si fa a non capire una cosa così elementare?
Si ritorna alla "purezza" di Marx e ci si sbarazza della lezione storica? Non è, questo, dottrinarismo inutile e senza alcuna presa sulle masse, che chiedono conto di ciò che abbiamo fatto alla prova dei fatti?
Chi non è interessato a rafforzare il capitalismo cercherà di non abbeverarsi esclusivamente alle sue fonti storiche, informative e ideologiche avvelenate. A meno di essere così ingenui da credere che la scienza e la cultura capitalistica non difendano gli interessi di classe e non siano per loro natura, strutturalmente, false (il capitalismo è il mondo della realtà capovolta e falsificata per definizione. Se c'è una cosa che ci hanno insegnato Marx ed Engels è proprio questa).
Dico ad Anna che anch'io nel PCI di allora ero stato educato al pregiudizio antistalinista. Quando avevo circa 18 anni polemizzai con mio padre che lo difendeva. Ebbene, aveva ragione mio padre, non io. Ho conosciuto e approfondito molte cose e respinto il pregiudizio che si inculca da decenni. Non mi sono abbeverato solo alle fonti avvelenate della borghesia, nelle quali si trovano delle enormità tali che soltanto dei bambini sprovveduti e senza raziocinio, non solo senza conoscenze, potrebbero bersi.
Invito tutti a non ascoltare soltanto la voce del padrone.
Dopo di che, stabilita con serietà la verità storica, non si tratta di fare l'apologia acritica e l'esaltazione di chicchessia e di ogni esperienza. La storia è anche un processo di apprendimento.
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Pantaléone
Sunday, 04 October 2020 20:26
Certo, il capitale e i suoi interessi hanno tutto l'interesse a mantenere la confusione tra comunisti e stalinisti o anche maoisti, anche se su quest'ultimo punto, il PC schizofrenico cinese non vede alcun incentivo ad essere un PC puramente capitalista.
Nella coscienza comune tutto questo sembra molto confuso.
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Anna
Sunday, 04 October 2020 19:26
In realtà ho un profondo rispetto per quella generazione di compagni, non solo, anche io, per sentimenti famigliari (mia nonna è stata una dirigente del partito comunista togliattiano), ma perché penso che, se pur dall'opposizione, siano stati determinanti per l’emancipazione di milioni di persone. Questo non mi impedisce di criticarne gli errori, in senso costruttivo ovviamente. E, per lo stesso motivo, ho un profondo rispetto per la Rivoluzione d’Ottobre (se pure non la ritenga esattamente in linea con Marx). In “I dieci giorni che sconvolsero il mondo” c’è un passaggio dove Reed spiega, appunto a proposito del 1917 in Russia, che una marea di gente, senza nulla , quando lo incontravano non gli chiedevano pane, ma se avesse portato volantini politici e libri : c’era fame di Politica e di Emancipazione; e nel giro di 3 o 4 anni questa effervescenza positiva divampa in ogni angolo del mondo : tutti i partiti comunisti del mondo, dagli USA al sud est asiatico, come sappiamo nascono allora, senza risorse , senza internet , ma con un entusiasmo inarrestabile . Lo stesso entusiasmo che fa dire a Kant, a proposito del 1789 (ora non l’ho qui con me , vado a memoria) “l’entusiasmo provato dalle altre popolazioni per la rivoluzione francese è la prova ontologica dell’esistenza di Dio”. Stessa passione positiva si può osservare nel 1848, 1871 (grazie alla Comune di Parigi) , 1943 (grazie alla vittoria a Stalingrado, l’inizio della Resistenza etc) , 1968 (in Italia fino al ’77 ) , 2001 etc.
Circa il potere dispotico dello Stato staliniano sulla società, si può (anzi si deve) dire che il resto del mondo non si faceva certo portatore di libertà e uguaglianza, se mai di imperialismo, colonialismo, sfruttamento, razzismo etc ; che ha comunque alfabetizzato milioni di persone; poi lo si può storicamente comprendere ( la società russa del tempo non conosceva, se non in una sua parte irrisoria, il contrattualismo figlio del medioevo europeo etc.etc. ); inoltre era geopoliticamente accerchiato etc.etc.etc. Ma non si può tacerne i crimini e le storture. Per due ragioni. La prima per onestà. La seconda è per potersi dire comunisti. Le parole Marx e Comunismo, se le si associa a Stalin, diventano impronunciabili. Giustamente impronunciabili. E questa associazione non a caso è sempre stata sollecitata dai media anticomunisti, dalle case editrici anticomuniste, dagli interessi capitalisti, dai fascisti. Io non voglio, contro tutti loro, che la parola Comunismo sia impronunciabile.
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