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Della parola d’ordine “integrità”

di Alessandro Visalli

61093VFX4ALCome avevo scritto nel precedente post sulla parola d’ordine “onestà”, credo che le attuali forze che reggono il governo stiano articolando, non so quanto consapevolmente, un potente discorso pubblico che ruota intorno a pochi capisaldi la cui articolazione è intesa direttamente in senso sociale, ovvero che sono diretti alla formazione di un nuovo corpo sociale: “integrità”, “onestà”, “sicurezza”. Come avevo scritto mi pare fondamentalmente una reazione alla forza disgregante del modernismo, all’angelo della storia che, volgendo le spalle al futuro (che non conosce, vivendo nel presente), distrugge come un turbine il mondo al suo passaggio.

Si dice “populismo” intendendo proprio questa aspirazione alla ricerca di un senso, ed alla ricostruzione (rischiando il pastiche) del paesaggio ormai distrutto al passaggio dell’angelo. Si può provare a dire anche in questo modo: ciò che è in gioco è la ricostruzione di un ‘popolo’, con il quale guadagnare un rapporto diretto sul quale ri-fondare la legittimità e quindi politiche più attive, superando gli eccessi di questi ultimi anni. Questa ricostruzione, che lavora in direzione diversa dal movimento disgregante della modernizzazione capitalista (ovvero, da quel che buona parte della sinistra e della destra liberali sono soliti chiamare ‘progresso’, spesso ancorandolo al processo europeo letto come razionalizzazione), offrendo quindi un risarcimento, è obiettivamente strutturalmente in frizione con la direzione principale presa, già dalla rivoluzione americana (e in misura molto diversa e minore da quella francese) dello “stato di diritto” (non per caso evocato in merito alla difesa disperata della posizione della Società Autostrade nel caso del ponte Morandi) e della “democrazia” fondata sulla delega alle élite (ovvero “rappresentativa”, cfr. Bernard Manin “Principi del governo rappresentativo”).

Quella democrazia impostata per garantire che il risultato della competizione elettorale selezioni sempre degli aristoi e che deve quindi essere controbilanciata da meccanismi di selezione più egualitari e per questo più democratici. Individualizzazione e secolarizzazione (si veda anche “Lo scontro delle secolarizzazioni”, e “Identità e universalismo”), insieme all’enorme ineguaglianza e ai rapporti di forza tra i ceti sociali di cui solo alcuni (sostanzialmente l’aristocrazia e la borghesia) riuscirono a farsi ‘classi’ (chi nel contesto francese ed americano provò a fare classe dei ceti popolari fece una passeggiata sulla ghigliottina, come Hebert, o fu represso nelle campagne), indusse nel passaggio rivoluzionario settecentesco questo equilibrio, al quale è intrinseca la ‘degenerazione’ della ‘democrazia dei notabili’ (tra ottocento e primo novecento), dei ‘partiti’ (sul finire del novecento) e ‘del pubblico’ (in questi anni di populismo ‘bastardo’). Del resto già Madison e Seyes, sulle due sponde dell’oceano, trovarono accordo circa la prioritaria necessità di tenere sotto controllo ‘il popolo’, che è da sempre il nemico della democrazia liberale. L’indipendenza rispetto ai desideri dell’elettorato è, da questo angolo, una necessità funzionale per garantire la protezione delle classi superiori. Per questo i contrappesi ‘democratici’ (ad esempio le elezioni regolati e obbligatorie, frequenti, la libertà di espressione e critica, la ‘prova del dibattito’) sono necessari. Ciò perché in una vera democrazia il potere politico deriva dal popolo, e viene anche esercitato da esso sia negli organi esecutivi, come nei tribunali, nei governi e nelle amministrazioni (cfr. art 2, comma 2 della Costituzione tedesca) e sussistono “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (Cost. Italiana, art 2) che la Repubblica deve richiedere ai cittadini; per questo “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (Cost. Italiana, art. 3).

D’altra parte il radicamento della forma democratica elettiva affonda in principi che ci sono cari e che costituiscono la modernità in modo non eliminabile, e rispetto alle quali non dobbiamo, nè possiamo, ‘retrocedere’; nel “Secondo trattato sul governo” di Locke si legge: “nessuno può essere assoggettato all’altrui potere politico senza il suo consenso”. Per misurare la permanenza di questa idea nel dibattito politico anche contemporaneo si può rileggere “Sovranità popolare come procedura”, la conferenza del 1989 in cui Habermas si richiama alla tradizione illuminista tedesca.

Alla luce di questa discussione si capisce meglio in che senso il politologo anglo-tedesco Jan-Werner Muller sostenga, con qualche ragione, che il populismo sia nella sua sostanza più profonda uno stile ed una posizione antiliberale, ostile allo “stato di diritto” (ovvero a quella forma nella quale il diritto limita la democrazia, cosa che nella forma europea non implica sia necessariamente da questa autorizzata) e “maggioritaria” nel senso portato da Majone nel suo famoso libro del 2000 “Lo Stato regolatore”.

Proprio la risposta portata, nella logica populista, dal governo (in particolare dalla sua componente 5*) alla crisi di Genova illumina sia il riferimento alla “logica maggioritaria” (che, però, presuppone la creazione di una integrità del popolo) sia l’adesione delle forze tradizionali, sulla difensiva, ad una versione all’opposto tecnocratica della democrazia liberale che si affida ad agenzie sovranazionali (come FMI, BCE) o ad organi schermati in vario modo dalla legittimazione democratica diretta (come la Commissione) per garantire il passaggio dal vecchio “Stato interventista” (o welfarista), che gestiva in via diretta le infrastrutture e settori economici rilevanti, allo “Stato regolatore” nel quale enti apparentemente terzi, gestiti in modo tecnocratico e schermati rispetto al controllo democratico diretto, cercano legittimità non nel consenso, ma nella credibilità dei risultati che ottengono. Come sostiene Majone nel 2000 questa logica, che ha sovrainteso alle privatizzazioni anche dei servizi monopolisti a partire dagli anni novanta ha messo in campo la fuoriuscita da un intero modello di democrazia in cui, dice, la principale fonte di legittimità è la responsabilità verso gli elettori e verso i Parlamenti. Ciò che accade in Europa negli anni novanta e seguenti, è proprio un rovesciamento, perché a ben vedere i governi controllano i Parlamenti attraverso gli schermati organismi europei (come gli Eurogruppi o il Consiglio Europeo), (cfr. Majone p.168). La mossa vincente diventa quella di disperdere il potere fra istituzioni differenti (una mossa antica ed in effetti fondativa dell’assetto politico moderno) il più possibile al sicuro dall’opinione dei cittadini. Una democrazia “madisoniana”, dunque, portata alle sue estreme conseguenze.

Ora qui cade un punto davvero essenziale, perché ha ragione Majone: c’è un nesso forte e sistematico tra la possibilità di politiche redistributive (che necessitano di uno Stato forte, ‘gestore’ come dice, e di politiche attive ed energiche, e necessita di integrità del ‘popolo’) e la loro legittimazione, che deve necessariamente passare per maggioranze politiche altrettanto attive ed energiche. Indebolirle, frammentando il potere e portandolo oltre le braccia degli elettori (cioè passare allo “Stato [solo] regolatore”) implica una diversa fonte di legittimità, ancorata non al voto della maggioranza ma all’efficacia credibilmente rivendicata, cioè al sapere tecnico. Questi organismi sono quindi in effetti “creati deliberatamente in modo da non renderli direttamente responsabili verso l’elettorato o i rappresentanti elettivi” (p.169).

Sulla base di questo sfondo, che ho sommariamente richiamato, la seconda parola d’ordine necessaria per la costruzione di una posizione “populista”, è “integrità” del popolo.

Mentre il cittadino liberale è soddisfatto di vivere nella sua privatezza, in linea di principio separatamente da tutti gli altri, il cittadino che “svolge la sua personalità” nelle formazioni sociali che sono riconosciute come agenti dall’art 2 della Costituzione Italiana (“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalita”) devono potersi sentire parte di qualcosa di più grande, che trascende e nel quale la propria debolezza si fa forza insieme alla debolezza degli altri.

La ricerca di una forma di “integrità” collettiva (che informa anche politiche ‘identitarie’ come quelle sull’immigrazione, al di là delle loro asprezze e dell’uso strumentale, ingiusto in senso kantiano, con il quale dall’una e dall’altra parte sono agite) è intimamente connessa con questa presa di forza che si cerca di mobilitare e che è indispensabile per un progetto populista rettamente inteso. Ovvero come “risposta democratica illiberale al liberalismo antidemocratico” (Cas Mudde “Populism. A very short introduction”).  

Si tratta, da un certo punto di vista, di spostarsi dal guardare il mondo con gli occhi dei “padroni” (Hegel), che possono anche essere individualisti perché hanno fondate basi della loro esistenza, e vivono nella competizione individuale la ragione della soddisfazione di sé, a quelli degli “schiavi”, che non trovano nell’individualismo, o nel cosmopolitismo, ‘borghesi’ la sicurezza delle proprie libertà, ma solo nell’essere insieme. Ovvero nelle “formazioni sociali” di cui parla la Costituzione.

Gli “schiavi” devono stare insieme, hanno sempre il problema di essere integri per riconoscersi reciprocamente e farsi valere contro le pressanti forze sistemiche.

Ovviamente ci sono in questa mossa della ricerca di una integrità collettiva che faccia da punto di leva per agire verso le forze omogeneizzanti della modernità dei corposi rischi. Alcune forme sono simili a quelle denunciate da Merker in “Filosofie del populismo”: ad esempio quello del “populismo etnico”, che si oppone ad un astratto universalismo, ma perdendo l’intero set di valori liberali, i diritti civili, la separazione dello Stato, e le libertà individuali. È possibile però anche che le domande connesse e fatte equivalenti, dalla catena discorsiva che performativamente crea il “popolo”, come dice Laclau, siano “universali” e pluraliste. Cioè i significanti siano “più vuoti”, nel senso di più astratti, come quelli cui si riferisce Habermas quando parla di “patriottismo costituzionale” (di cui abbiamo parlato qui) e tengano ferma la necessità di lasciare distinta la “neutralità del sistema legale”, rispetto all’integrazione etica delle comunità a livello sub-politico.

Anche in questa direzione la fase rivoluzionaria, o se si preferisce costituente (nel senso che riforma la costituzione materiale, innovandola), che si apre e i cui esiti sono imprevedibili, sembra riaffermare, a fronte della anomia promossa dalla tecnica, il vincolo sociale e con esso il corpo della nazione e lo Stato che la dovrebbe rappresentare. Siamo, come si vede bene dalla discussione fatta, su temi e inclinazioni anti-liberali, che trovano buon terreno in quanto il liberalismo resta fondato su una promessa di arricchimento individuale del tutto tradita in questa fase (rinvio al classico di Hirschman del 1975, “Le passioni e gli interessi”).

La “integrità”, è dunque una parola d’ordine che lavora alla separazione tra il corpo sociale della democrazia e il meccanismo del governo sistemico, incardinato nel governo a più strati che abbiamo di fronte. Si tratta di un operatore, un significante vuoto con il linguaggio di Laclau, che contiene il rischio di una maggiore violenza (di fronte al ‘freddo’ governo liberale), ma propone la precondizione di una “protezione” di cui troppi sentono l’urgenza.

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