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Su Emiliano Brancaccio e la malattia della sinistra

di Alessandro Visalli

baraccopoli 400x300L’economista marxista Emiliano Brancaccio è da molti anni uno dei più coerenti e determinati critici dell’assetto delle cose, con il tempo ha guadagnato, dalla sua cattedra periferica a Benevento, una certa capacità di intervento nella sfera pubblica, anche su testate rilevanti come L’Espresso (o il Sole 24 Ore). È il caso di questo intervento agostano, nel quale costruisce un sillogismo piuttosto schematico:

1. se la sinistra di governo si è in passato schiacciata sul liberismo (inseguendo la svalutazione del lavoro, la liberazione dei capitali e la riduzione del ruolo dello stato in economia),

2. e se lo ha fatto in cerca di una identità (suppongo dopo il crollo dell’identificazione con il socialismo, più o meno “reale”), “scimmiottando l’avversario”,

3. allora anche oggi la tendenza a introdurre elementi di critica alla piena liberazione dei flussi di emigrazione dai paesi poveri del mondo è solo un’altra manifestazione di questa “tentazione”. Quella di andare dietro questa volta alla “destra xenofoba” (l’altra volta a quella tecnocratica neoliberale), emulandola.

Insomma, la sinistra sarebbe in crisi perché attua politiche di destra e si dimentica di essere se stessa. Sul finale ci dirà in una frase che significa per la sinistra essere se stessa: “La sinistra può prosperare solo se radicata nella critica scientifica del capitalismo, nell’internazionalismo del lavoro, in una rinnovata idea prometeica di modernità e di progresso sociale e civile.”

In effetti si tratta di una visione molto tradizionale dell’ispirazione centrale della sinistra di derivazione marxista, che si autocomprende come radicalizzazione e completamento dell’illuminismo e dello scientismo sette-ottocentesco. Però “Rinnovare” una idea “prometeica”, a chi si è formato, o ha anche solo incontrato, la cultura filosofica e di critica sociale del novecento, è frase che non si lascia leggere senza qualche attenzione e distinzione.

Ma Brancaccio non è certo un filosofo, dunque per ora lasciamo questo piano e torniamo sull’economia (anche se qui il piano dirimente è politico): perché avere dubbi sull’apertura “internazionalista” del lavoro, ovvero sulla piena fluidità degli spostamenti dei lavoratori (qui, attenzione, non si parla affatto di richiedenti asilo, che dall’epoca della Convezione sui Rifugiati del 1951, sono tutelati e non possono essere respinti in un paese nel quale sarebbero a rischio), sarebbe semplicemente “xenofobia”, magari ben mascherata? Secondo l’argomentazione prodotta in questo articolo il motivo è essenzialmente che non corrisponde ai fatti del mondo (ovvero che la limitazione non fa male, o che l’apertura fa bene). Ma leggendo altri interventi, come di seguito faremo, si vede che qualche corrispondenza l’ha. Dunque il tema è un altro: il tema esiste, ma è pericoloso, non dovrebbe essere quello sul quale giocare la battaglia dell’egemonia in quanto il vero tema sono i capitali. Ci torniamo.

A supporto dell’implicita affermazione forte che l’immigrazione non ha effetti (che, altrimenti, oltre alla xenofobia -ovvero all’emozione irrazionale ed alla coscienza corrotta- ci sarebbe anche la razionalità come possibile spiegazione), in questo articolo Brancaccio porta una scheletrica confutazione della “pretesa che gli immigrati contribuirebbero ad abbassare i salari e le condizioni di vita dei lavoratori nativi”. Ovvero dell’affermazione che insieme ad altri fattori anche singolarmente più rilevanti (come la libertà di movimento di capitali e merci) l’indiscriminata attrazione di lavoratori deboli immigrati contribuisca ad abbassare i salari ed anche le condizioni al contorno non salariali (ovvero le condizioni di lavoro e le altre protezioni) almeno di alcune sezioni dei lavoratori nativi. Affermazione che, come ricorda è stata in alcune occasioni avanzata anche da Corbyn e Sanders, oltre che da Melenchon.

Tutto ciò appare strano, perché come abbiamo già detto in alcune altre occasioni lo stesso Brancaccio aveva ammesso il punto (certo, a rovescio, per così dire), ma ora solo dirlo è direttamente “emulazione” e cedere ad una “tentazione”. Ora invece tutto ciò è semplicemente falso; infatti: “a nulla valgono le evidenze scientifiche sull’assenza di legami causali tra immigrazione e criminalità e sui controversi e modesti effetti dei flussi migratori sulle dinamiche salariali. Considerato che anche la tesi opposta secondo cui gli immigrati sarebbero essenziali per la sostenibilità del sistema previdenziale presenta varie inconsistenze logiche ed empiriche, si deve giungere alla conclusione che a sinistra in tema di migrazioni non si fa che saltare da una mistificazione all’altra”.

Questo è il cuore tecnico dell’argomento economico di Brancaccio, dunque leggiamolo con calma. Ci sono, per l’autore, non meglio precisate “evidenze scientifiche” che individuano due cose distinte che restano in qualche modo confuse nello sviluppo del testo: l’assenza di legami causali tra immigrazione e criminalità e la presenza di effetti dei flussi migratori sulle dinamiche salariali, ma il loro carattere complessivamente modesto e controverso (per alcuni positivi, per altri negativi). Scritto così suona diverso, vero?

Suona ancora diverso se si prova ad uscire dall’effetto del pollo e ci si chiede per chi è modesto, per chi è significativo, quindi per chi è positivo (ad esempio per chi ha bisogno di un domestico, o di un operaio, e li vuole pagare di meno), per chi è negativo (ad esempio per chi è un domestico o un operaio, e deve abbassare le proprie assurde pretese, ovvero, come dice Boeri ed altri, non vuole più fare quei lavori – a quel prezzo-). Suona cioè diverso se si fa caso a come si concentrano gli effetti.

Ma qui, a fare distinzioni, per Brancaccio, si “sta a guinzaglio”. Meglio quindi chiudere il lupo dentro la stalla che riconoscere che c’è.

Eppure ci sono economisti famosi, certamente non privi della capacità di analizzare i dati, come l’ultimo Stiglitz che dicono esserci “più di un fondo di verità” nella relazione tra immigrazione e riduzione della forza contrattuale (e quindi salariale) dei lavoratori nell’occidente industrializzato. L’economia mainstream sostiene che l’apertura dei commerci e della forza lavoro, dato che le persone sono reinserite in ambienti molto più produttivi, e per una serie di effetti di sostituzione in sequenza che ben funzionano nei modelli matematici senza attrito della disciplina, produce un miglioramento complessivo di utilità; ovvero, sostiene, che si ottiene più ricchezza. Certo, la stessa economia, come Stiglitz ricorda, dice anche che questa ricchezza si produce su alcuni e non su altri (ad esempio va come maggior utile agli imprenditori, e maggior reddito agli immigrati, data la loro base molto bassa, ma, contemporaneamente va come minor reddito a chi a quel prezzo non può più lavorare).

È esattamente lo stesso meccanismo del libero commercio. E come questo nello spazio astratto dei modelli ha una facile soluzione: si toglie a chi guadagna e si dà a chi perde. L’idea è tanto semplice da sembrare, come molte della disciplina economica, infantile: se ad esempio per produrre un bene avevo una distribuzione 3/7 tra imprenditore (tra profitto e sostituzione beni capitali) e lavoro, e introduco un lavoro più efficiente, che può produrre il bene con 4 unità di remunerazione avrò ora 6/4, oppure potrò produrre 1,3 beni (lasciando il rapporto tra 3 e 4, ovvero impegnano solo 7 unità di remunerazione per produrre il bene). Certo, chi lavora prima aveva 7 ed ora ha 4, ma sono persone diverse, in realtà chi aveva 7 ora ha 0 e chi aveva 0 ora ha 4 (semplifichiamo). Posso, dunque, prelevare dall’imprenditore una parte del surplus, qualificandolo come “sociale”, e spenderlo per consentire a chi aveva perso di riqualificarsi e spostarsi su un segmento superiore di produttività, e quindi remunerazione. In altre parole, prelevo 2 unità di profitto, delle 3 liberate, e le utilizzo per politiche di formazione, ampliamento del welfare, politiche industriali, ricerca: tutte cose che rendono più efficiente la società.

Ovvero se introduco nuova forza lavoro più economica ho un surplus complessivo che mi consente di investire in efficientizzazione del sistema economico e sociale, cosa che alla fine va a vantaggio di tutti.

Bella la teoria, vero?

Quale la pratica? Che i profitti sono invece accompagnati da riduzione delle tasse alle imprese, da indebolimento dei sistemi di controllo, che altrimenti il sistema diventa meno competitivo, e da smantellamento accelerato del welfare (che, tanto, non funziona più).

Allora, se non si cambia tutto il sistema economico (cosa che Brancaccio in effetti non si stanca di chiedere), come funziona la cosa? Come funziona se, mentre si aumenta progressivamente la competizione sul lavoro, sia attraverso l’apertura del commercio sia attraverso l’apertura dei flussi di lavoratori di sostituzione, si riduce la redistribuzione (sotto la spinta della cosiddetta “austerità”)? Lo ricorda Stiglitz: “con curve discendenti della domanda (il caso abituale), un incremento dell’offerta porta normalmente a un prezzo di equilibrio più basso. Sui mercati del lavoro questo significa che un afflusso di lavoratori dequalificati porta a una diminuzione dei salari. e quando i salari non possono scendere oltre, o non vengono diminuiti, ne consegue una maggiore disoccupazione” (p.347).

Sarà anche un effetto “modesto” (ma non è controverso), ma è necessario? E, soprattutto, quanto è modesto su chi? E dove? La verità è che, magari non a Benevento (che ha un’economia piuttosto chiusa e dipendente da un’agricoltura piuttosto ricca, vinicola, e da lavoro pubblico), ma in generale, “l’onere ricade tutto sulle spalle di chi è meno equipaggiato a sostenerlo” (Stiglitz, p.348).

Non è questo un problema per la sinistra?

Dirlo significa imitare Salvini? Io credo, sinceramente, di no. Anche se è vero che, nei luoghi in cui è radicata sono decenni, sono i ceti popolari, a bassa scolarizzazione e relativamente deboli sul mercato del lavoro, ovvero chi è “meno equipaggiato”, a sentirsi rappresentati dalla Lega Nord, mentre la sinistra si radica nei quartieri borghesi e in alcune nicchie specifiche.

Siamo tornati molte volte sul tema, e altre lo faremo, dunque non credo utile ora accumulare altri argomenti sulla rilevanza del fenomeno (che, certo, si accompagna a molti altri, anche singolarmente molto più forti), ma qui mi pare interessante chiedersi perché oggi prenda questa posizione lo stesso autore che nel 2013, ad esempio, scrive che nelle condizioni di piena mobilità dei capitali, i lavoratori nativi non possono che perdere e “saranno costretti a ripartire con gli immigrati una parte residuale della produzione”. Ripartire, dunque, una quota calante di reddito socialmente disponibile (i 10 dell’esempio), sapendo che “questa ripartizione del residuo evidentemente rischia di scatenare la più classica guerra tra poveri, specialmente in una fase in cui la produzione cade o ristagna”. L’articolo del 2013 è interessante, perché qui Brancaccio si riconosce meglio:

• nega recisamente che l’immigrazione sia “indispensabile alla nostra economia”,

• e che “aiuti il sistema previdenziale”.

• Rivendica l’appartenenza di queste affermazioni al sistema logico neoclassico, per il quale in effetti “la disoccupazione non esiste” e in conseguenza “l’immigrato contribuisce automaticamente alla crescita del prodotto sociale”, oppure che “i mercati del lavoro sarebbero segmentati, per cui il lavoro svolto dagli immigrati sarebbe complementare e non si sostituirebbe mai a quello dei nativi”.

• Afferma che “in condizioni di libera circolazione dei capitali – e di relativo smantellamento della produzione pubblica – non è certo la volontà dei singoli ma è il meccanismo di riproduzione capitalistica, con la sua instabilità e le sue crisi, che decide della distribuzione, della composizione e del livello della produzione e dell’occupazione”, dunque che “l’immigrato non costituisce di per sé un fattore di crescita della ricchezza. Piuttosto, è la dinamica capitalistica a determinare il suo destino, ossia il suo impiego in aggiunta oppure in sostituzione – e quindi in competizione – con i lavoratori nativi”.

Il lavoratore immigrato è dunque in competizione con i lavoratori nativi, Brancaccio dixit.

Ancora, e più chiaramente: “Bisognerebbe insomma guardare in faccia la realtà, e abbandonare sia gli alibi della teoria dominante sia le fantasiose rappresentazioni del conflitto suggerite dagli ultimi epigoni del negrismo. Il migrante, infatti, non rappresenta necessariamente né una ‘forza produttiva’ né una ‘forza complementare’ né tantomeno una ‘forza sovversiva’, ma può al contrario rivelarsi, suo malgrado, uno strumento di repressione delle rivendicazioni sociali”.

Come esce il nostro da questa contraddizione? Con una svolta a sinistra, ovviamente: ciò che bisogna fare è “arrestare i capitali”, se si vuole “liberare i migranti”. Insomma, il problema è ben altro.

Più che giusto, il “labour standard sulla moneta”, che altrove aveva proposto sarebbe utile e forse decisivo, ma nel frattempo?

Ci teniamo solo la “rinnovata idea prometeica di modernità e di progresso sociale e civile”?

Per troppi non è sufficiente.

Io credo che, rifiutando il ricatto morale implicitamente proposto da Brancaccio (non si è necessariamente xenofobi se si riconosce il vero), occorre distinguere e procedere per grado di urgenza:

• Bisogna salvare chiunque è a rischio di vita, sempre e indiscriminatamente;

• Rispettare il diritto di asilo e la clausola di non-refoulement;

• Ma riuscire a farlo senza far crescere la pompa idrovora che sta svuotando, letteralmente, le periferie del mondo per riempire le nostre. Ogni periferia (termine che prendo qui principalmente sotto il profilo della posizione rispetto al processo di produzione e riproduzione sociale), è da considerarsi sul piano morale eguale quanto ai suoi intrinseci diritti e dignità, ma resta il fatto che, come quando si alimenta un'industria dei rapimenti remunerandola, il processo è rafforzato dalla riduzione dei suoi relativi costi di produzione.

• Dunque bisogna operare sui due corni, riducendo la domanda di lavoro servile ed agile da noi, e riducendo il bisogno di prestarvisi da loro. Ogni altra strategia è semplicemente utile a potenziare il fenomeno (ed in ultima analisi a fare più morti).

Per me dunque la mia posizione si può riassumere così:

1. bisogna togliere l'interesse privato dalla tratta dei corpi delle persone che, a torto o a ragione, vogliono venire in occidente, ovunque si annidi;

2. bisogna ripristinare la legalità che è la prima condizione perché i diritti non siano svuotati e la sovranità annullata; bisogna dunque che tutti siano tratti in salvo, se sono anche solo in potenziale pericolo, direttamente dalle autorità pubbliche o da chi opera per esse. In questo modo il fenomeno sarà ricondotto a più ragionevoli dimensioni, evitando che ci sia qualcuno che guadagna dal suo potenziamento.

3. bisogna che chi decidiamo democraticamente di poter accogliere (e sono moltissimi), sia integrato nel modo più rapido ed efficiente possibile, in modo che non sia sfruttato a danno degli altri lavoratori deboli in forme odiose di dumping sociale di cui gli immigrati sono esclusivamente vittime;

4. in generale bisogna che la competizione per il lavoro non sia al massimo ribasso, ma si svolga in un quadro di decenza (ovvero con salari minimi adeguati, “eguale salario ad eguale lavoro”, feroce repressione degli abusi, e finanche lavoro di ultima istanza, per tutti, garantito dallo Stato).

Fino a che queste condizioni (che, certo, presumono anche nuovi controlli su capitali e scambi di merci), non saranno implementate, bisognerà operare come si può, un passo alla volta. Quel che vorrei solo sottolineare è che non si possono aiutare gli ultimi ad esclusivo danno dei penultimi (e di chi rimane a casa), dalla guerra tra poveri guadagnerebbero solo i soliti noti (di cui, se guardiamo bene, potremmo fare parte).

Neppure con la scusa che altrimenti si favorisce Salvini, o chi per lui.

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Comments   

#4 alessandro visalli 2017-08-29 22:16
Caro Fabrizio, ti ringrazio per la tua utile obiezione, che va in parte nella stessa direzione di quella di Carlo, e la comprendo. Le cause sono profonde e complesse, le condizioni di vita e di lavoro sono quelle che sono e lo sarebbero anche se nessuno immigrasse, dato che abbiamo un tasso di disoccupazione e sottoccupazione reale che si avvicina al 30%, ma questo non significa che per alcuni (non certo per me) il problema esista.

Credo che a questi si debba guardare, per questo, conoscendo i rischi, vorrei insistere, se me lo permetti.
Qui le mie osservazioni in merito.
https://tempofertile.blogspot.com/2017/08/una-discussione-sullimmigrazione-su.html
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#3 Fabrizio Marchi 2017-08-27 14:45
Partendo dall'ultima affermazione contenuta nel'articolo, se è vero che non si possono aiutare gli ultimi ad esclusivo danno dei penultimi, è altrettanto vero che non si può fare la guerra agli ultimi per "difendere" i penultimi..
Ergo, è necessario un lavoro molto paziente, lungo e difficile per spiegare sia agli ultimi che ai penultimi che le cause della loro condizione non sono determinate da loro stessi ma da altri, cioè dai veri padroni del vapore che hanno interesse a che ultimi e penultimi siano in competizione e si facciano la guerra. Mi rendo conto che è un lavoro lunghissimo e che non porta risultati immediati, però non c'è alternativa. Resto convinto che l'immigrazione sia solo un effetto, o uno degli effetti, del processo di espansione planetaria del capitalismo (quella che viene chiamata globalizazione, processo in realtà in corso da secoli e oggi giunto alla sua fase apicale) e che quindi la riduzione dei salari e il peggioramnet edele condizioni di vita dei lavoratori autoctoni sia solo in modesta parte determinato dalla presenza di lavoratori immigrati. Le cause prinicplai sono altre. La sconfitta storica del Movimento Operaio e della Sinistra nel suo complesso e il crollo del socialismo reale, hanno tolto di mezzo ogni ostacolo al capitalismo che è da trent'anni all'offensiva (dicasi guerra di classe, ma dall'alto) senza più nessun ostacolo. per non parlare dela guerra imperialista permanente in cui ci troviamo...Insistere, a mio parere, su queto tema dell'immigrazione (di fatto diventato il punto centrale dell'analisi di molti compagni) è secondo me ideologicamente e politicamente depistante
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#2 carlo 2017-08-23 13:21
a me sembra che Brancaccio volesse sottolineare che la continua discesa dei salari è causa del neoliberismo in sè, non tanto perchè c'è un esercito di riserva di extracomunitari, da qui l'invito a non prendersela troppo con i flussi migratori perchè, secondo lui, i salari sarebbero bassi anche senza immigrazione. L'invito insomma è a concentrarsi sui veri meccanismi economici che impoveriscono i lavoratori. E io concordo.
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#1 Ernesto Rossi 2017-08-23 06:30
Esatto!
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