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In difesa del marxismo

di Dino Greco

Dino Greco sottopone ad esame critico il breve saggio Sinistra transgenica pubblicato giorni or sono su SOLLEVAZIONE. Fedeli alla massima che per cambiare occorre agire, ma prima di agire occorre pensare, siamo ben lieti di consegnare la critica di Dino ai nostri lettori

karl marx 1024x682Cari compagni,

scusandomi per l’eccessivo schematismo provo a mettere in fila alcune considerazioni sul breve ma importante saggio di Moreno Pasquinelli, “Sinistra transgenica”, che mi pare contenga il nocciolo duro, il fondamento teorico e il presupposto politico della Confederazione per la Liberazione Nazionale (CLN).

Rovesciando l’ordine del discorso di Moreno, comincio dal tema “cruciale” che per me come per voi è il progetto su cui far nascere una soggettività sociale e politica capace di mettere sul serio (e non per finta) in discussione l’ordine delle cose presente.

Quella che nella vulgata corrente, per uno di quei paradossi che la storia talvolta ci riserva, continua a chiamarsi (e ad essere chiamata) sinistra, credo abbia da tempo superato lo stadio della manipolazione transgenica.

Qui si è perfettamente compiuta una totale mutazione.

Del ceppo originario non vi è più la ben che minima traccia. Questo è talmente vero che le classi dominanti usano la “destra” e la “sinistra” politica indifferentemente, solo in base a calcoli di convenienza.

Possiamo tranquillamente definirle “destra e sinistra del capitale”.

La tua ricostruzione/decostruzione dell’ideologia progressista, (dalla rinunzia a rovesciare i rapporti di proprietà capitalistici per sostituirvi la mitologia della crescita, all’infatuazione per la sola rivoluzione di cui si può parlare, quella tecnologica, all’astratta declamazione di diritti e valori, in un mondo in cui non esistono più classi, ma solo individui in reciproca concorrenza) non fa una grinza.

Ne deriva che non soltanto il Pd, ma anche i suoi transfughi, di qualunque genia e provenienza, del tutto interni a questa ideologia e – diciamolo – avvinti agli interessi di cui sono espressione, sono per noi come la peronospora per la vite. Igiene mentale, prima che politico, impone che da costoro ci si tenga lontani come da una malattia infettiva.

Quella che invece chiami (e per comodità chiamiamo) la “sinistra radicale”, essa vive davvero, nella sua caleidoscopica frantumazione, un processo di straniamento, essendo il frutto svergolo di un sincretismo culturale che ha fuso in un mix incoerente teorie o pezzi di teorie le più varie, spesso ridotte a vuoti catechismi e a imparaticci ideologici, che mentre hanno svuotato di potenzialità euristica la potente elaborazione dei classici, non hanno saputo dotarsi della strumentazione critica indispensabile per decifrare la struttura complessa del mondo moderno, con categorie non già  bell’e pronte, ma da elaborare analizzando la mutata realtà, come Marx ha sempre raccomandato di fare e come i grandi rivoluzionari, da Lenin a Mao a Gramsci hanno fatto. Solo quando si è conquistato questo bagaglio critico si è potuto tentare di cambiare il mondo e non – parafrasando Marx - solo “le frasi” di questo mondo.

Ebbene, la “sinistra radicale” oscilla dalla recita stucchevole di improbabili vangeli all’improvvisazione che la rende succube e dunque vittima di altrui ideologie e di interessi sociali ben più consapevoli di sé.

L’approdo ad un ingenuo globalismo cosmopolita, la credenza che “porsi al livello del capitale” significhi collocarsi sul terreno da esso scelto per riaffermare il proprio dominio, l’idea che battersi per riconquistare la sovranità popolare, nazionale, non rappresenti che una gravissima capitolazione nei confronti dello sciovinismo nazionalistico della destra fascistizzante, la credenza che il potere – esso sì sovrano – dell’oligarchia capitalistica europea sia contendibile non mettendo in discussione l’architettura monetaristica che ne rappresenta l’instrumentum regni, dicono di quanto carente sia la comprensione di cosa sia la formazione economico-sociale europea, il “blocco storico” che ad essa ha dato vita. E, soprattutto, di quale strategia, essa sì radicale, si debba costruire per abbattere il mostro e per tornare a parlare a quei proletari, a quelle masse diseredate di cui ci si erige, senza sense of humor, a rappresentanti.

Una strategia di patriottismo costituzionale, che ridia significato alla seconda parte dell’articolo 1 (“La sovranità appartiene al popolo”), sorretta da un solido impianto programmatico di classe, è ciò di cui ha bisogno come l’aria la sola sinistra che si può fregiare di questo nome. Il resto sono solo giaculatorie al vento che lasciano il tempo che trovano.

Per quanto riguarda la prima parte del lavoro di Moreno, quella che si riferisce al “teorema fondazionale”, più precisamente al pensiero di Marx, mi permetto qualche sommaria osservazione.

Ogni autore, persino il più lungimirante e acuto – e dio sa quanto Marx lo sia stato – è figlio del suo tempo.

Anche il Moro, malgrado la stupefacente potenza innovativa del suo pensiero, non è immune da condizionamenti culturali (la vulgata positivista, l’evoluzionismo darwiniano, ecc.), ma gli faremmo un torto grave se gli intestassimo una sorta di filosofia della storia, una cosmologia sociale che vaticina l’immancabile trionfo del comunismo e l’uscita dalla preistoria della società umana.

La famosa “Prefazione a per la critica dell’economia politica” del 1859 è stata spesso usata come la prova regina, come la ‘pistola fumante’ che inchioderebbe Marx e ne farebbe il mandante morale del meccanicismo secondo-internazionalista:

“Una formazione sociale non perisce finché si siano sviluppate tutte le forze produttive a cui può dare corso; nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai, prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza”.

In realtà, tutta l’imponente opera di Marx, vista nel suo insieme, dalle opere filosofiche giovanili (pensa a quell’autentico giacimento teorico condensato nelle due paginette che hanno per titolo “Tesi su Feuerbach”) fino alle opere più mature, non è che la confutazione del materialismo meccanicistico, del soggettivismo idealistico e di ogni escatologismo rivoluzionario.

In Marx non c’è nessuna torsione deterministica.

Marx è un pensatore dialettico. Egli ritiene che date determinate condizioni si dia la possibilità di un’azione rivoluzionaria, non la necessità di essa.

L’interazione reciproca fra struttura e sovrastruttura, fra realtà oggettiva e soggetto che operando consapevolmente forza la situazione data è sempre presente in Marx.

Non si capirebbe altrimenti perché egli abbia dedicato l’intera sua vita alla costruzione del partito rivoluzionario.

Lenin rovescia il paradigma (la gramsciana “rivoluzione contro il Capitale”) e applica il suo straordinario genio tattico ad un processo di trasformazione rivoluzionaria nel punto d’Europa in cui il capitalismo è meno sviluppato, immaginando (vale la pena sottolinearlo) che di lì a poco la rivoluzione avrebbe infiammato l’Italia e la Germania e stramazzando di fronte alla successiva constatazione che la Russia sarebbe rimasta sola.

Chiedo: è lecito pensare che l’arretratezza dello sviluppo delle forze produttive e l’inesistenza di un’esperienza di democrazia borghese in quel paese (si passa d'emblée dall’autocrazia semifeudale zarista al socialismo) abbiano fortemente segnato di sé la storia successiva, i tratti dell’esperimento profano, come lo ha definito Rita Di Leo, e segnato, per così dire, una rivincita del Capitale sulla rivoluzione?

A scanso di fraintendimenti: io credo che (al di là di ogni ricostruzione controfattuale di quell’evento epocale) noi dovremo essere eternamente grati a quel pugno di uomini e di donne che hanno provato a scrivere un’altra Storia.

Allo stesso modo, penso che la lezione di Lenin e quella dei Quaderni del carcere di Gramsci sulle ragioni della storica subalternità del proletariato italiano alle classi dominanti e sulle condizioni per una rivoluzione in Occidente - oggi totalmente rimosse anche a causa del drammatico analfabetismo politico che regna sovrano nell’arcipelago comunista - dovrebbero essere ritrascinate a forza nel dibattito politico, insieme al tema centrale della nazione e dello Stato, trattati, per una clamorosa amnesia politica, come cani morti.

Ciò avviene proprio in quanto non si mette più a tema la concreta analisi di come, con quali forze, con quali alleanze, con quale attrezzatura culturale e programmatica organizzare la una seria lotta politica (compresi gli appuntamenti elettorali, purché questi non si trasformino nel feticcio che la sinistra “radicale” tenta di esorcizzare rimanendone poi sistematicamente vittima, in forme che nel tempo hanno prodotto un discreto effetto comico).

Ora, se quella che chiamavamo “classe operaia centrale” si è quantitativamente alquanto prosciugata, mentre se n’è andata evaporando la “coscienza di sé”, da trent’anni a questa parte demolita a colpi di piccone (con il contributo complice del sindacato la cui degenerazione è stata speculare a quella della sinistra post-comunista) è tuttavia aumentato fortemente l’esercito proletario, l’area vasta di coloro che sono oggetto, in varie forme e modalità, dello sfruttamento che estrae dal loro lavoro plusvalore assoluto.

Questo è il nostro démos, oggi balacanizzato e senza guida, a cui offrire una prospettiva, un progetto di riscatto, una ideologia che lo renda coeso, una credibile strategia nella quale identificarsi e per cui tornare a combattere, qui ed ora.

Dovremo farlo nelle forme possibili, con il tanto di coraggio necessario (che non è spregiudicato avventurismo), evitando di rimettere in circolo, nella sinistra che tenta di rinascere, tossine letali.

Ancora un paio di cose.

La prima.

Quando Moreno parla del processo di americanizzazione che ha snaturato la sinistra storica (del Pci, per intenderci), aprendola ad una progressiva metamorfosi, una sorta di “fuga nell’opposto”, per raccontarla con linguaggio meta-psicanalitico, dice cose vere ma compie un passo della gamba - almeno a me pare - troppo veloce.

So bene che l’uovo del serpente maturava lì dentro.

Ho vissuto personalmente e drammaticamente quella fase, la feroce lotta interna che si svolse nel partito.

Potrei persino indicare le rotture di faglia fondamentali che ne hanno sviato il percorso (una per tutte, a mio avviso la più dirompente: l’XI congresso del ’66, con la vittoria di Amendola e l’abbandono – sebbene mai apertamente dichiarato – della necessità di riforme che intervengano sui rapporti di proprietà, come scritto nel titolo III della Costituzione, non a caso oggetto di un durissimo scontro nel dibattito della Costituente del ’47 la cui attualità dovremmo ricordare).

Insomma, il processo va descritto meglio, in tutti i suoi aspetti, senza semplificazioni o salti arbitrari, non solo per dare a Cesare quel che è di Cesare, ma per capire bene cosa è successo e perché e quale utilità possiamo trarre da un’analisi seria della sinistra italiana dal ’48, dalla promulgazione della Costituzione, alla definitiva liquidazione del Pci.

Questo aiuterebbe a capire proprio perché è da lì, da quella Costituzione, che bisogna riprendere il cammino, senza sconti per nessuno. Con buona pace di coloro che pensano che essa sia un mediocre compromesso borghese e che non vale la pena di impegnarsi per meno della rivoluzione.

La seconda, ovvero, la questione migrante, che ha molte facce e che non si riduce alla questione dell’accoglienza dei profughi.

Ora, Moreno polemizza contro l’accoglienza indiscriminata, ma allora bisognerebbe capire come, con quali risposte e quali politiche si affronta l’esodo consistente (sebbene non di massa come si racconta) che è in corso.

Perché l’esodo, prodotto – per dirlo con una formula sommaria - dei disastri del neo-colonialismo che l’Occidente continua a scatenare, non si ferma.

L’Italia (come l’Europa) lo risolve sostanzialmente – al netto cioè delle chiacchiere pseudo-umanitarie – con i lager, in Libia come in Turchia, come qui da noi.

Se l’approdo naturale degli sbarchi non fossero le nostre coste il nostro governo si comporterebbe esattamente come la Francia, come l’Austria e compagnia cantante.

Parzialmente diverso l’atteggiamento della Germania, ma soltanto perché di fronte a un tasso di disoccupazione frizionale i padroni sanno di dovere rimpiazzare diversi milioni di lavoratori che entro pochi anni usciranno dal mercato del lavoro. E il ricambio autoctono non è sufficiente.

Soltanto per questo Frau Merkel resiste alla crociata xenofoba interna e obbedisce alla richiesta di apertura alla migrazione che viene dalla Confindustria tedesca.

Non un’accoglienza indiscriminata, però: Siriani sì (in quanto più colti e più pronti ad entrare nel circuito produttivo), Iracheni e Sub-Sahariani no.

Quanto al noto refrain, “aiutiamoli a casa loro”, esso rappresenta l’apoteosi dell’ipocrisia perché non c’è nessuno che vi creda, a partire da chi ne fa un uso propagandistico.

Tornando alla vexata quaestio, chiedo a Moreno: in cosa consiste l’accoglienza “discriminata”?

Permettetemi un ricordo.

Nella mia esperienza di sindacalista, quando dirigevo la Camera del lavoro di Brescia, una delle più entusiasmanti esperienze di lotta di classe fu quella che si sviluppò nel 2000 intorno alla richiesta di permesso di soggiorno di migliaia di lavoratori immigrati venuti, come quasi tutti, clandestinamente nel nostro paese e utilizzati “in nero” nell’apparato produttivo bresciano: Senegalesi e Ghanesi in siderurgia, Pakistani nei macelli e nelle aziende alimentari, Indiani Sick nelle stalle industriali, Cinesi nell’indotto delle confezioni in serie.

Non vi fu all’origine nessuna intenzione di realizzare una sorta di mistica culturale, un melting pot fra diverse etnie: il miracolo lo fece la lotta di classe, che per mesi unì i capi delle diverse comunità con i quadri italiani delle maggiori e più combattive fabbriche bresciane, Cgil e centri sociali.

Piazza della Loggia fu occupata per un mese, tenemmo in scacco la polizia che non riuscì ad attuare l’ordine di sgombero del ministero degli interni (c’era il centro-sinistra e titolare del dicastero era il ministro Bianco), si impegnò il recalcitrante governo della città, anch’esso di centro-sinistra, in un confronto permanente, l’intera società bresciana ne fu profondamente scossa.

Vincemmo. Quella lotta straordinaria, che dissolse come neve al sole tutti i pregiudizi e tutti luoghi comuni, culminò con un viaggio in pullman da Brescia a Roma, in pieno Giubileo, sfidando la “zona rossa” che portava al Viminale, squarciando persino l’ostinato silenzio dei media, per imporre la concessione dei permessi di soggiorno.

Ne dovettero concedere 5 mila, consegnati, nella stessa piazza epicentro della lotta, direttamente dai protagonisti di quella battaglia al ritmo di 500 al giorno.

La lotta ebbe come conclusione simbolica la “manifestazione delle rose”, così passata nella memoria collettiva perché i migranti, in particolare le donne, donarono ai passanti, taluni increduli, altri sorridenti, migliaia di rose rosse.

Fu quello il momento di inabissamento della Lega nord che per molto tempo non riuscì più a guadagnare ascolto.

Come Camera del lavoro di Brescia pubblicammo unistant book per ricostruire la storia di quella vicenda, fatto da 5 interviste ad altrettanti migranti che di quella epopea furono i protagonisti e da una bellissima documentazione fotografica.

La morale di questo breve raccontino è che se c’è in campo una soggettività politica e sindacale forte riesci a tenere insieme tutto, puoi dare a tutti, migranti e non, risposte convincenti e non contraddittorie. E la convinzione di un destino comune o di nessun destino si rafforza.

Dove invece la soggettività politico-sindacale latita si scatena inesorabilmente la lotta fra poveri, portatrice di mille e ancora mille divisioni di cui si pasce il potere costituto.

Ma è data un’alternativa?

Continuiamo a discuterne.

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