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sebastianoisaia

C’è disagio e disagio!

Alcune riflessioni sulla Teoria della classe disagiata

di Sebastiano Isaia

classe agiataChe sospendendo il lavoro, non dico per un anno,
ma solo per un paio di settimane, ogni nazione
creperebbe, è una cosa che ogni bambino sa.
Karl Marx

Amico, non fare il sogno più lungo del tuo conto in banca!
Il Nostromo

Penso che le due citazioni in epigrafe colgano molto bene lo spirito del brillante saggio di Raffaele Alberto Ventura Teoria della classe disagiata (minimum fax, 2017), almeno per quello che ho potuto ascoltare dalla viva voce dell’autore (ero presente alla presentazione del libro fatta al Teatro Coppola di Catania), dalle pagine del libro che circolano sul Web e sulla scorta delle molte recensioni (alcune davvero interessanti, altre assai meno) che hanno avuto per oggetto questo saggio di successo. Ebbene sì, non ho ancora letto il libro.

Devo d’altra parte confessare di averlo furtivamente compulsato stando comodamente seduto in una libreria Feltrinelli della mia città; essendo chi scrive un proletario economicamente assai disagiato, la confessione assume qui un significato a suo modo puntuale e critico: con 16 euro, il prezzo appunto dell’opera di cui si tratta, un proletario, ancorché “politicamente impegnato”, compra un paio di pantaloni in un negozio gestito dai cinesi, o fa una bella spesa in un Hard Discount. A certi livelli di disagio sociale il senso di colpa può manifestarsi con un volto molto prosaico, direi senz’altro meschino, e di certo non intendo odiarmi tutte le volte che il mio occhio si posa sul libro di Ventura ospitato in casa mia!

Questo, sia detto en passant, anche a proposito di priorità nei bisogni e nelle scelte e di come si vive il disagio nelle diverse classi sociali. D’altra parte, anche Ventura apre il suo libro parlando di sé, delle sue esperienze personali, per poi toccare temi molto più generali. Come diceva il filosofo, nella particolarità si cela la totalità: si tratta di afferrarla e raccontarla nel modo migliore. Un’impresa tutt’altro che facile. C’è riuscito il nostro autore? Per rispondere aspetto di leggere il libro con calma, con tanto di penna e di matita pronte all’uso, perché io in realtà non leggo, studio. Ecco perché alla Feltrinelli soffrivo nel non poter sottolineare e chiosare alcuni passi del testo particolarmente “sfiziosi”, ad esempio quando a pagina 192, mi pare, Ventura mostra, con garbo, i limiti di interpretazione di Carlo Formenti sulla reale (non ideologica) natura economica del consumo “intelligente” («Nell’attuale processo di riproduzione del capitale, il consumatore va considerato alla stregua di un fattore produttivo: non tanto perché “lavora senza saperlo” quando gioca su Internet – come hanno sostenuto Carlo Formenti e Wu Ming – quanto piuttosto perché il plusvalore si realizza soltanto quando la merce viene comprata e così compiuto il ciclo denaro-merce-denaro»), o quando cita Henrik Grossmann (se ricordo bene a pagina 222) sulla guerra imperialista come una delle «controtendenze modificanti» che frenano il crollo del Capitalismo attraverso la svalorizzazione e la distruzione di capitale (*), o alla fine del libro (mi pare a pagina 253), là dove si trova la seguente domanda: «Insomma, siamo vittime della crisi economica oppure colpevoli delle nostre ambizioni smisurate?». Una domanda che nella sua disarmante ingenuità forse getta un potente fascio di luce sulla “concezione del mondo” che, ipotizzo, informa il saggio in questione. In ogni caso, quella che state leggendo non è una recensione, ma una riflessione su ciò che ho letto e ascoltao.

Alcuni passi del libro di Ventura che sono riuscito a intercettare, per così dire, mi hanno riportato alla mente lo spassosissimo dialogo tra Michele e Cristina nel film di Nanni moretti Ecce Bombo:

Michele: Senti, che lavoro, me n’ero dimenticato, che lavoro fai?
Cristina: Be’, mi interesso di molte cose: cinema, teatro, fotografia, musica, leggo…
Michele: Concretamente?
Cristina: Non so cosa vuoi dire.
Michele: Come non sai, cioè, che lavoro fai?
Cristina: Nulla di preciso.
Michele: Be’, come campi?
Cristina: Mah, te l’ho detto: giro, vedo gente, mi muovo, conosco, faccio delle cose.
Michele: E l’affitto?
Cristina: Vivo con mio fratello e non lo pago.
Michele: Be’, dico, i vestiti?
Cristina: Eh, un amico, per esempio, che va a Londra, gli dico di portarmi delle cose, degli abiti…
Michele: E questa sigaretta?
Cristina: Ho incontrato stamattina un amico e mi ha regalato questi due pacchetti».

Non c’è verso per il povero Michele di afferrare la vita concreta dell’amica; cerca l’arrosto della sua esistenza, e gli rimane tra le mani un inconsistente fumo di vita aleatoria che sembra poter esistere a dispetto di ogni più elementare regola sociale: lavorare per procurarsi i soldi che consentono l’esistenza in questa società che «si presenta come una immane raccolta di merci» (K. Marx). «La classe disagiata è avvezza a questo tipo di mistificazioni che dovrebbero servire a nascondere gli aspetti più prosaici dell’esistenza e mettere in scena una vita sognata. Le biografie degli scrittori in quarta di copertina ci parlano dei loro libri ma non di quello che fanno davvero otto ore al giorno per guadagnarsi da vivere, né delle eventuali eredità su cui si appoggiano. Per la classe disagiata vige la stessa regola che per gli aristocratici: di soldi non si parla. Ed è anzi proprio dalla capacità di non parlarne che si misura lo status» (Teoria della classe disagiata).

In colloquio con un intervistatore fin troppo “simpatetico” (al limite dell’imbarazzo!), nella presentazione catanese del suo libro Ventura ha cercato di rappresentare il disagio (come da titolo un po’ ruffiano) e la vera e propria frustrazione (non saprei definire altrimenti il sentimento di amara disillusione che traspare anche dal “linguaggio del corpo” messo in scena dal giovane intellettuale milanese) che ormai da anni vive il ceto medio in tutti i Paesi occidentali, ma soprattutto in Italia. Un ceto medio impoverito e stressato dalla lunga crisi economica partita dieci anni fa dagli Stati Uniti e completamente spiazzato dai continui rivolgimenti tecnologici che adesso minacciano da vicino anche quelle professioni intellettuali che un tempo si pensava fossero al riparo dalla competizione capitalistica globale. Come sappiamo, perfino la prostituzione “analogica” oggi rischia di venir messa fuori mercato dalla prostituzione digitale basata soprattutto sulla robotica giapponese. Sto forse cercando di evocare un qualche legame tra le professioni cognitive e l’antichissima professione? Solo chi è in mala fede può accedere a questa maligna interpretazione del mio pensiero. Nel discorso di Ventura interessante mi è parsa soprattutto la parte descrittiva della crisi che travaglia la “classa disagiata”, una crisi, mi è parso di capire, più esistenziale (identitaria) che meramente economica, la quale morde con denti affilati e spesso intinti nel veleno l’orgoglio dell’appartenenza sociale e le illusioni dei giovani di “buona famiglia”. Si tratta di quei mitici Millennials che oggi devono confrontarsi con la prospettiva di un declassamento di vasta portata che comprensibilmente essi vivono con un’angoscia che non raramente necessita di un supporto farmacologico, come denuncia lo stesso autore alludendo, fra l’altro, alle droghe sempre più diffuse in quel mondo. Per la prima volta dal Secondo dopoguerra, la generazione dei figli è destinata ad avere assai meno rispetto a quanto sono riusciti a mettere insieme, anche in termini pensionistici, la generazione dei padri, e questo peraltro è un fatto che riguarda anche la classe lavoratrice “tradizionale”. Per dirla con l’ultimo saggio di Antonio Polito (Riprendiamoci i nostri figli, Marsilio), «i padri rottamano i figli». E il processo sociale (la cattiva socializzazione di cui parlavano Adorno e Horkheimer anche per spiegare la crisi della famiglia borghese) rottama tutti: padri, madri, figli, nonni…

Già queste poche e confuse riflessioni sono sufficienti, a mio giudizio, a far comprendere quanto scivoloso e, alla fine, piuttosto inconcludente sia parlare in astratto di «classe disagiata» e di «generazione», contenitori concettuali che potrebbero riguardare individui appartenenti agli strati sociali più disparati, a cominciare da quelli economicamente più disagiati. Il disagio giovanile non si dà allo stesso modo nelle famiglie di diversa estrazione sociale. Il “disagio sociale” non è l’hegeliana notte in cui tutte le classi sociali sono uguali. D’altra parte è anche vero che lo spirito piccolo borghese è l’elemento ideologico che nella modernità affascia un po’ tutte le stratificazioni sociali, generando nelle classi subalterne l’ingannevole sensazione che in fondo siamo tutti attori dello stesso film. Non sembra esserci una grande differenza tra il padrone e il suo “collaboratore” salariato: vestono allo stesso modo, parlano allo stesso modo delle stesse cose, guardano gli stessi film, ascoltano la stessa musica, e via di seguito; magari uno indossa un abito firmato e l’altro una sua “cineseria” (probabilmente Made in Napoli); magari il primo porta al polso un orologio di marca e l’altro una sua imitazione più o meno riuscita, ma queste differenze scompaiono sotto i riflettori di una sempre più accecante superficialità. Al cinema o in teatro nessuno chiede agli attori se l’orologio che portano al polso è davvero placcato in oro come sembra agli spettatori. Sulla scena si recita una parte, ed è tutto. Ma spesso tra il reality e la realtà avviene una polarizzazione che dà luogo a un cortocircuito dagli esiti imprevedibili. Allora l’attore che recita la parte del povero vuole essere ricco, ma non nella finzione, ma nella realtà: «Perché tu devi portare l’orologio placcato in oro e io solo una sua miserabile imitazione? Perché tu guidi una Ferrari e io una modesta utilitaria?». Già, perché? Scriveva Wilhelm Reich: «Per la psicologia sociale la domanda si pone [in questi termini]: non si chiede perché l’affamato ruba o perché lo sfruttato sciopera, ma il motivo per cui la maggior parte degli affamati non ruba e perché la maggior parte degli sfruttati non sciopera» (Psicologia di massa del fascismo). Ma il mio è un modo di porre la questione che denuncia, per un verso la mia origine sociale e il mio attuale “status” sociale, come già detto, e per altro verso il punto di vista politico (radicalmente anticapitalista) da cui approccio le cose del mondo. Ma non divaghiamo!Tanto più che il giovane disagiato di cui parla Ventura aspira a «beni posizionali» che nulla a che fare hanno con la volgare mercanzia cui aspira un giovane proletario non del tutto in sintonia con la propria condizione sociale. Un buon titolo di studio, buoni libri, buoni film, buoni concerti, buona cucina, buoni viaggi, una buona religione (tipo Buddhismo): è questo genere di «funzioni d’uso» che ricerca il disagiato della classe media; altro che Rolex e macchine di lusso!

«”Scusi, quest’orologio potrebbe mica vendermelo un po’ più caro?”. Ecco una richiesta che ai negozianti non capita di sentire spesso. Eppure il mondo è pieno di persone ben contente di pagare per un certo prodotto un costo ben superiore al suo valore d’uso: gli economisti lo chiamano “effetto Veblen”». Inutile dire che l’effetto Veblen non si può usare per capire il disagio delle classi economicamente più disagiate, i cui figli imparano fin da subito a trattare con i negozianti per strappare il miglior prezzo possibile. Mia madre ancora oggi riesce a ottenere degli sconti anche su merci il cui prezzo è davvero risibile. Contrattare sul prezzo per molte “popolane” della vecchia generazione è quasi una “filosofia”, una cerimonia religiosa.

Detto questo, quello dell’uso più o meno fondato e “sociologicamente” puntuale del concetto di classe disagiata non mi sembra qui l’aspetto più rilevante da mettere in luce. Tanto più l’autore non assegna alla generazione dei disagiati una funzione storicamente rivoluzionaria, e anzi la considera una classe in via di esaurimento: «La classe disagiata è il residuo umano lasciato dalle crisi di sovrapproduzione nel momento in cui non è più possibile finanziare il consumo improduttivo». E qui arriviamo alla parte del libro che ha colpito il mio interesse.

Come dicevo, compulsando il Web sono riuscito a procurarmi alcune, e devo dire assai interessanti e piacevolmente sorprendenti, pagine del libro di Ventura che sicuramente hanno disturbato non poco molti cosiddetti marxisti, e certamente la totalità dei keynesiani e neo/post keynesiani del nostro Paese. Si tratta della parte del saggio che critica il Capitalismo di stampo keynesiano entrato in sofferenza alla fine degli anni Sessanta, quando il lungo ciclo espansivo postbellico incominciò a dare evidenti segni di “stanchezza”, e la vulgata costruita intorno alla “controrivoluzione neoliberista” dalla “sinistra radicale”. Già solo questo fatto pone, a mio avviso, il libro di Ventura assai al disopra del “monumentale” (e molto sopravvalutato) saggio di Thomas Piketty sul Capitalismo del XXI secolo, il quale affronta il tema della diseguaglianza sociale in chiave classicamente keynesiana: «La lezione complessiva della mia ricerca è che il processo dinamico di un’economia di mercato e di proprietà privata, se abbandonato a se stesso, alimenta potenti fattori di divergenza» (p. 919).  Non la dottrina di qualche economista eterodosso, ma la prassi capitalistica già da tempo, e comunque certamente alla fine del XIX secolo, non dava alcun peso al mito del laissez faire. Paradossalmente – ma a ben considerare meno di quanto non sembri a prima vista –, solo gli antiliberisti ideologici hanno continuato a dar credito alle teorie dogmaticamente liberiste, attribuendo alla loro maligna influenza sui governi le magagne che minano la cosiddetta convivenza civile fondata sul – mitico – Patto sociale. Forse Ventura potrebbe convenire con questa mia interpretazione dei fatti.

«Il meccanismo descritto da Keynes suona ragionevole sulla carta, e ha funzionato magnificamente per decenni. Perché il sistema funzioni, lo Stato deve fare al capitalista quello che il capitalista fa al lavoratore. Da una parte preleva una quota del profitto privato, dall’altra la spende per assorbire il surplus prodotto dagli incrementi di produttività. Tutto perfetto, se non fosse che non c’è limite agli incrementi, quindi non c’è limite alla ricchezza che deve essere consumata per inseguirli, quindi non c’è limite alla quota che deve essere prelevata. In un contesto concorrenziale caratterizzato dalla corsa al ribasso dei prezzi – la famigerata competitività – questo inseguimento infinito non è possibile». Trovo particolarmente interessante la critica di Ventura del «paradigma keynesiano» perché essa si fonda sui concetti di lavoro produttivo e lavoro improduttivo, concetti di cui spesso mi sono avvalso anch’io per dar conto dell’ultima crisi economica internazionale (vedi Dacci oggi il nostro pane quotidiano**), della natura del cosiddetto Capitalismo cognitivo (vedi Capitalismo cognitivo e postcapitalismo. Qualunque cosa ciò possa significare), della cosiddetta controrivoluzione neoliberista e così via. Questo per far comprendere meglio la ragione del mio interesse.

Adesso mi pare di capire il retroterra politico-ideologico di non poche recensioni negative. Interessanti sono anche le citazioni di Paul Mattick, peraltro allievo di Grossmann, il quale criticò le politiche keynesiane dal punto di vista marxista quando ancora esse venivano considerate dai governi occidentali come l’ultima parola in fatto di economia politica, come la soluzione finalmente scoperta delle più gravi contraddizioni capitalistiche. Come ha detto il figlio di Mattick riflettendo sulla sfida lanciata dal padre al keynesismo, «Si è trattato semplicemente del tentativo di affermare che se Marx aveva ragione Keynes doveva essere in errore. Ed è successo che Marx aveva ragione e Keynes torto». Forse anche il nostro autore la pensa così.

Scrive Ventura: «Nel suo breve testo del 1971 Divisione del lavoro e coscienza di classe, il pensatore marxista Paul Mattick forniva una sintesi efficace del rapporto tra crisi del capitalismo, misure keynesiane e sviluppo del lavoro improduttivo: “L’espansione della produzione improduttiva indotta dallo Stato e da esso finanziata con il deficit del bilancio, cioè con massicce iniezioni di credito nell’economia ha mantenuto l’impiego a un livello che, lungi dal corrispondere al tasso di accumulazione indispensabile, è legato all’aumento costante del debito pubblico, della pressione fiscale e dell’inflazione. Allo stesso tempo, cresce regolarmente la parte del lavoro improduttivo nei confronti del lavoro sociale globale”. Mattick si riferisce all’attività di “insegnanti, medici, ricercatori scientifici, attori, artisti, ecc.”. A questi settori si possono aggiungere, senza troppe difficoltà, la funzione pubblica e la speculazione finanziaria».

Ancora il nostro: «La cosiddetta “rivoluzione neoliberista” degli anni 1970/1980, di fatto, non va considerata come una rottura ma come un’evoluzione del capitalismo monopolista di Stato di matrice keynesiana. Al fine di correggere le nuove contraddizioni che erano sorte in seno al sistema capitalista, gli avversari di Keynes spinsero per la liberalizzazione su due mercati: quello finanziario, così lubrificando la circolazione del capitale e il credito al consumo, e quello del lavoro, aumentando il tasso di sfruttamento (la quota dei salari sul plusvalore prodotto) per compensare la caduta del saggio di profitto». Adesso mi pare di capire il retroterra politico-ideologico di non poche recensioni negative del suo libro. Interessanti sono anche le citazioni di Paul Mattick, peraltro allievo di Grossmann, il quale criticò le politiche keynesiane dal punto di vista marxista quando ancora esse venivano considerate dai governi occidentali come l’ultima parola in fatto di economia politica, come la soluzione finalmente scoperta delle più gravi contraddizioni capitalistiche. Come ha detto il figlio di Mattick riflettendo sulla sfida lanciata dal padre al keynesismo, «si è trattato semplicemente del tentativo di affermare che se Marx aveva ragione Keynes doveva essere in errore. Ed è successo che Marx aveva ragione e Keynes torto». Forse anche il nostro autore la pensa così.  

Ora, mentre io, sulla scorta delle opere di Marx, di Grossmann e di Mattick e sul fondamento di un istintivo “odio di classe” nei confronti della vigente società disumana, traggo da tutto questo la conclusione che bisogna farla finita con il Capitalismo, con la maledizione del lavoro salariato, con la divisione sociale del lavoro, con ogni forma di dominio e di sfruttamento, cosa che postula necessariamente il superamento della divisione classista degli individui; ecco, mentre io avanzo al mondo (vedi quali smisurate ambizioni possono coltivare certi nullatenenti!) questa necessità, questa meravigliosa possibilità, Ventura mi sembra invece che si limiti a suggerire al “sistema” e ai suoi “colleghi di classe” che annaspano nel mare in tempesta della trasformazione sociale delle soluzioni (in primis, riscoprire l’importanza del lavoro produttivo, ossia della maledizione sociale di cui sopra) idonee a rendere economicamente sostenibile il Capitalismo, con un notevole beneficio anche sul terreno del Welfare (perché non esistono pasti gratuiti nel Capitalismo! ). Una leggerissima differenza fra le due posizioni mi sembra di scorgerla.

«Anche Carlo Formenti – scrive Ventura – mi attribuisce, sulla base dell’articolo di Valeria Finocchiaro, una tesi che nel libro non c’è, ovvero “l’ipotesi che l’inflazione di giovani laureati, a fronte di un mercato del lavoro che offre loro (se e quando li offre!) posti di lavoro sottopagati e mansioni al di sotto delle loro competenze, andrebbe affrontata praticando una sorta di “decrescita culturale” (riducendo cioè drasticamente il numero delle iscrizioni ai corsi universitari, in particolare a quelli di orientamento umanistico)”. […] Per risolvere questo problema non è necessario “ridurre drasticamente il numero d’iscrizioni ai corsi universitari”. Sebbene nel libro io eviti di formulare prescrizioni, resto convinto che non ci sarebbe bisogno di nessun numero chiuso in entrata se il sistema formativo fosse in grado di produrre dei ranking in uscita come avviene il qualsiasi altro paese OCSE. Questo motiverebbe un numero più alto di famiglie meno agiate a investire delle risorse nella formazione universitaria, che non sarebbe più percepita come l’inutile truffa che oggi evidentemente è». Il cuore della precisazione di Ventura credo stia nella frase: «non ci sarebbe bisogno di nessun numero chiuso in entrata se il sistema formativo fosse in grado di produrre dei ranking in uscita”», con cui Ventura fa quello che nega di aver fatto nel libro, e cioè prescrivere. Seguendo il suo ragionamento, se la sua prescrizione, ossia il suo programma politico, è trasferire la funzione di selezionare ed allocare le risorse umane dall’anarchia irrazionale (come a lui appare!) del mercato al dispositivo della formazione, occorre che quest’ultimo si doti di operatori all’altezza del compito, e cioè di specialisti prelevati dal segmento “alto” della classe media. E chi potrebbe farlo meglio dei giovani brillanti e intraprendenti che dimostrano di sapersi districare nella vexata quaestio, scrivendo ad esempio libri così lucidi e puntuali come Teoria della classe disagiata? La puzza di meritocrazia qui è forte. Ma mi posso anche sbagliare, si capisce.

La sto facendo lunga ed è tempo di mettere un punto conclusivo. Chiudo facendo correre un mio “cavallo di battaglia” (o chiodo fisso che dir si voglia): il «socialismo reale» come la più gigantesca balla speculativa del XX secolo. Scrive Ventura: «Non è solo nella contabilità che la teoria smithiana-marxista del lavoro improduttivo si è incarnata ai tempi dell’Unione Sovietica: esisteva addirittura una legge “contro il parassitismo sociale”, che puniva chi rimaneva senza lavoro per oltre tre mesi. Gli intellettuali potevano operare solo se iscritti all’Unione degli scrittori, che rilasciava la qualifica ufficiale di letterato e li retribuiva. In caso contrario, soprattutto se invisi al partito, gli scrittori rischiavano di essere condannati ai lavori forzati, come avvenne a Mandelstam e Brodskij. Sicuramente il dispositivo servì a controllare la produzione culturale. Ma più profondamente si trattava di sanzionare il lavoro improduttivo perché questo non era una risorsa per il sistema socialista bensì una minaccia. Nell’economia pianificata non c’è nessun plusvalore da realizzare, nessuna sovrapproduzione da tamponare: ci sono soltanto delle risorse (limitate) da spartire. Gli atti del processo a Brodskij del 1964 sono un documento eccezionale perché mostrano una concezione del lavoro culturale radicalmente diversa dalla nostra: anzi per noi spaventosa, assurda, ingiustificabile. Sicuramente la burocrazia sovietica non ha prodotto strumenti efficaci per regolare il rapporto tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo, eppure se proviamo ad astrarci un attimo dalla nostra ideologia, molte delle osservazioni mosse contro il poeta in quell’aula non sono così assurde».

Come si vede, anche il giovane intellettuale qui preso di mira assume il punto di vista della vulgata intorno alla natura “socialista” del regime stalinista, menzogna che ha grandemente favorito quella chiusura dinanzi alla possibilità di una Comunità semplicemente umana: «Se questo è il Socialismo, meglio tenerci il Capitalismo!». Non c’è dubbio, se non fosse che per la quisquilia che segue: l’economia sovietica non fu affatto un’economia socialista, né “reale” né “irreale”, ma un’economia che potremmo definire con molte cautele “dottrinarie” capitalistica di Stato; un Capitalismo di Stato largamente assistito dalla cosiddetta “economia informale” (privata e perlopiù illegale). Per questo sorrido quando leggo che «Nell’economia pianificata [dell’Unione Sovietica] non c’è nessun plusvalore da realizzare». Sulla natura storico-sociale dello stalinismo rimando ai miei diversi scritti sul tema scaricabili dal Blog.

Penso che l’impasse per così dire programmatica (il problematico che fare?) che ho colto nella presentazione catanese del libro di Ventura abbia in qualche modo a che fare con la chiusura dinanzi a un futuro di reale emancipazione umana realizzata in molta parte dalla menzogna epocale di cui parlavo. Solo lo strapotere sociale che non ci lascia vivere umanamente ci impedisce oggi di cogliere col pensiero le eccezionali possibilità di emancipazione che l’attualità del Dominio, al contempo, ci nega e ci offre. Come scrisse una volta qualcuno, oggi è più facile immaginare la fine del mondo che quella del Capitalismo. È ciò che chiamo tragedia dei nostri tempi, alla cui scrittura hanno concorso appunto i “comunisti” un tempo devoti a Stalin, a Mao e a qualche altro leader “comunista” impegnato a costruire da qualche parte il “paradiso terrestre”. Hanno costruito l’inferno e lo hanno chiamato paradiso! Non c’è, dunque, di che stupirsi nel costatare il disorientamento e l’impotenza politico-sociale che segnano la condizione dei dominati e di quanti avvertono il disagio di vivere in una società ostile all’umano. Per questo l’impasse programmatica di Ventura né mi stupisce né mi infastidisce, e anzi la preferisco di gran lunga a molte certezze “socialiste” esibite da personaggi che straparlano di “socialismo” e di “comunismo” mentre hanno in testa un regime sociale autenticamente capitalistico.

Il punto che però volevo evidenziare è questo: sotto sotto, il nostro ex disagiato sembra in qualche modo simpatizzare con l’approccio sovietico al tema e, soprattutto, alla prassi del lavoro improduttivo. E qui il pensiero di Ventura incrocia quello di Carlo Formenti, il quale scrive: «Ciò significa che dobbiamo arrenderci al realismo, smetterla di ragionare sull’ampliamento dei benefici sociali associato ai livelli di istruzione? Assolutamente no, però dobbiamo essere consapevoli che le uniche società che assumono tale ampliamento come obiettivo strategico, a prescindere dalle esigenze contingenti del ciclo capitalistico, sono le società socialiste. Altrimenti vale il principio di sostenibilità di cui parla Ventura». Ora, è appena il caso di ricordare la forte simpatia che Formenti nutriva per gli “esperimenti sociali” in atto in America Latina, soprattutto nel Venezuela chávista, per capire che quando egli parla di “socialismo” è il caso di impugnare la metaforica pistola.

La riflessione di Ventura conferma una delle pochissime certezze che mi trascino (non stancamente, per fortuna!) ormai da molti decenni: se non c’è rivoluzione, c’è solo conservazione. Ma anche: senza coscienza rivoluzionaria il pensiero che soffre ma non comprende rischia di precipitare nella disperazione o nel cinismo. Non esiste alcuna “terza via”, alcuna fase intermedia, alcun accomodamento possibile con il mondo disumano in vista di “tempi migliori”. Ed è per questo che spesso la mera descrizione di una realtà oggettivamente cattiva, finisce per far diventare cattivo (in tutte le accezioni possibili) anche il pensiero di colui che la descrive e che magari soffre, senza tuttavia comprendere la radicalità del male che denuncia. A volte rischiamo di avvitarci e di crogiolarci nel nostro stesso malessere, per addomesticarlo e placarlo in qualche modo, se non troviamo la via di fuga da esso. Del resto Ventura è uno che alla fine ha avuto il meritato (e non uso a caso questa parola) successo, o che “rischia” seriamente di averlo, e questo lo rende “oggettivamente” esposto alle critiche del collega di classe che annaspa nel retrobottega sociale e si sente dire da uno che (beato lui!) ce l’ha fatta che forse la soluzione consiste nel deflazionare le sue aspettative di vita, le sue infondate e velleitarie pretese, così inclini a trasformarsi in altrettante frustranti delusioni. Volere troppo è sommamente deleterio, se poi non hai la possibilità materiale di realizzare i tuoi sogni: non vivere al di sopra delle tue capacità e possibilità. Ecco, la società del – falso – benessere ha venduto a piene mani e a basso costo (vedi anche i voti politici di sessantottina memoria) irrealizzabili sogni di promozione sociale a tutti.

Forse sbaglio, ma la riflessione di Ventura mi sembra che spesso si muova dentro quel circolo vizioso disegnato negli ultimi anni dagli intellettuali “progressisti” (quelli “reazionari” alla Giuliano Ferrara ci sono arrivati molto prima!) che denunciano il buonismo e il permissivismo (nei costumi sessuali, nell’educazione dei figli, nell’approccio con i problemi della vita, in campo politico, in campo etico, ecc.) dilaganti nella nostra società. Questi intellettuali, alla Diego Fusaro e alla Massimo Recalcati, per intenderci, rispondono alla crisi esistenziale degli individui proponendo soluzioni in grado di portarli, non oltre il Capitalismo (ci mancherebbe), ma piuttosto dentro un assetto della società (capitalistica) meno problematico, meno frantumato, meno contraddittorio, più austero, più serio, più semplice da capire e da gestire. Una società nel cui seno il bianco è bianco, e il nero è nero; dove l’uomo è uomo, e la donna è donna (e possibilmente concepisce i figli alla vecchia e piacevole maniera, senza ricorrere a pratiche “eticamente discutibili” come l’utero in affitto); dove il padrone è il padrone e il lavoratore, soprattutto quello intellettuale, è lavoratore. Insomma, facciamocene una ragione del Karma sociale che abbiamo ricevuto in sorte.


Note
(*) In alcuni passaggi “economici” del saggio c’è forse traccia della polemica che Grossmann sviluppò contro i teorici (Rosa Luxemburg compresa) delle «terze persone» di malthusiana memoria interessate unicamente alla realizzazione del plusvalore, ossia al consumo improduttivo delle merci senza il quale il Capitalismo sarebbe crollato miseramente per eccesso di merci invendute. L’autore de Il crollo del capitalismo (1928, Jaca Book, 1971) giustamente puntò i riflettori sul processo di valorizzazione, al tempo stesso processo tecnico di lavoro e processo di creazione del valore (valore e plusvalore), per spiegare i fenomeni essenziali che rigano l’economia capitalistica (crisi, speculazione, disoccupazione, esportazione di capitale, finanziarizzazione dell’economia, e così via).
(**) «Ci sono stati in passato Paesi che hanno vissuto, in toto o in gran parte, d’intermediazione finanziaria o mercantile. Essi però hanno potuto farlo solo nella misura in cui in altre parti del pianeta il Capitale ha pompato tutti i santi giorni plusvalore dal lavoro vivo sfruttato in grandi, medie e piccole aziende industriali (agricoltura compresa, naturalmente), e l’ha immesso nelle enormi arterie della circolazione capitalistica internazionale. Sbaglia di grosso chi crede che all’inizio del XXI secolo le cose stiano in modo diverso. Se, per assurdo, tutti i paesi del mondo dovessero decidere di vivere esclusivamente d’intermediazione, per risparmiare ai loro capitali il faticoso e rischioso passaggio dal processo produttivo di merci, non solo il sistema capitalistico mondiale collasserebbe in breve tempo (il tempo dell’esaurimento delle scorte), ma vedremmo morire di fame, di freddo e di stenti gli esseri umani, i quali, come già sappiamo, in questa epoca storica vivono di merci» (Dacci oggi…, Nostromo, 2012, p. 8).
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