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Capitalismo e decrescita culturale

di Carlo Formenti

Scorrendo l’ultimo numero della rivista online Città Futura, mi sono imbattuto in un lungo articolo di Valeria Finocchiaro che ingaggia un serrato corpo a corpo con un libro di Raffaele Alberto Ventura (“Teoria della classe disagiata”, edizioni minimum fax) nel quale si avanza l’ipotesi che l’inflazione di giovani laureati, a fronte di un mercato del lavoro che offre loro (se e quando li offre!) posti di lavoro sottopagati e mansioni al di sotto delle loro competenze, andrebbe affrontata praticando una sorta di “decrescita culturale” (riducendo cioè drasticamente il numero delle iscrizioni ai corsi universitari, in particolare a quelli di orientamento umanistico).

Non avendo ancora avuto modo di leggere il libro di Ventura, posso riassumerne gli argomenti solo attraverso la ricostruzione che ne fa Valeria Finocchiaro. Secondo Ventura, la massificazione (ma allora si parlava di democratizzazione) degli accessi all’istruzione superiore avvenuta sull’onda dei movimenti del ’68 e successivi, avrebbe dato origine a una “classe disagiata” composta di soggetti, al tempo stesso, troppo ricchi di capitale culturale (il che li induce a perseguire l’ideale borghese dell’autorealizzazione intellettuale), e troppo poveri nella misura in cui percepiscono salari miserabili e sono membri di famiglie impoverite (perché i genitori si sono dissanguati per farli studiare). Contro la pretesa di coloro che ritengono che tutti abbiano il diritto di aspirare a divenire artisti o filosofi (o far parte della “classe creativa”) - pretesa che secondo Ventura, a sentire quanto scrive la Finocchiaro, altro non sarebbe che un’ulteriore conferma della insostenibilità della concezione del welfare che abbiamo ereditato dal “trentennio glorioso”-, non resta che mettere in atto una realistica politica di decrescita culturale, in modo che offerta e domanda di lavoro intellettuale possano riallinearsi.

Passiamo alle critiche. Finocchiaro smonta (e qui incontra tutto il mio consenso) il concetto di classe disagiata, nella misura in cui accomuna impropriamente un insieme di individui che provengono dalle più disparate classi sociali. Aggiungerei che non se ne può veramente più di questa inflazione dell’uso della parola classe (classe creativa, classe hacker, ecc.) che si accompagna non a caso all’eclissi delle definizioni scientifiche di classe sociale (non penso solo a Marx, ma anche a Weber e altri giganti del pensiero sociologico). Sottolinea (e anche qui concordo) che il discorso sulla <<insostenibilità>> del welfare non ha alcuna valenza oggettiva, ma rispecchia l’ideologia neoliberista. Afferma che parlare di troppi laureati in un Paese come il nostro, che ne ha molti di meno di tutti gli altri Paesi europei, suona paradossale (ma di questo più avanti).

Ammette tuttavia che Ventura tocca una serie di nodi scoperti, in particolare laddove afferma 1) che il principio di uguaglianza che si invoca per garantire a tutti l’accesso all’istruzione superiore rischia di ridursi, nei fatti, a mera affermazione di principio; 2) che nella maggior parte dei Paesi occidentali studiare è vantaggioso solo per coloro che possono realmente permetterselo. Ammette inoltre – solo en passant e forse un po’ a denti stretti – che le controculture libertarie del 68 si sono dimostrate integrabili dal tardocapitalismo (dopo l’uscita del libro di Boltanski e Chiapello sul “nuovo spirito del capitalismo” è difficile negare tale evidenza).

Ora io credo che siano proprio questi spunti “realisti” a giustificare l’apprezzamento – di cui Valeria Finocchiaro si stupisce – che alcuni intellettuali di sinistra (non cita nomi, ma io ne conosco diversi, soprattutto economisti, che sottoscriverebbero la tesi della decrescita culturale) manifestano nei confronti del libro di Ventura. Vediamo di chiarire.

Il monumentale lavoro di Thomas Piketty sul capitale del XXI secolo ha chiarito una volta per tutte che il capitale culturale non è in grado di garantire una mobilità sociale statisticamente significativa. Analizzando le disuguaglianze di lungo periodo, Piketty ha dimostrato come esse manifestino un’incredibile stabilità per cui i ricchi restano ricchi (e in alcune fasi storiche, come la attuale, lo diventano sempre di più) e i poveri restano poveri, o, per dirla con Max Weber senza nemmeno scomodare Marx, le classi sociali sono comunità di destino. La massificazione dell’accesso all’istruzione superiore degli anni ‘60 e ‘70 non è stata, o almeno non è stata solo, frutto delle lotte studentesche, ma anche e soprattutto dell’esigenza del capitale di disporre di un crescente numero di lavoratori qualificati.

Oggi questa esigenza permane solo nei punti più alti dello sviluppo economico a livello globale, nei Paesi come il nostro, che la divisione internazionale del lavoro relega sempre più in un ruolo marginale, tale esigenza è al contrario in contrazione. Del resto non c’è nemmeno bisogno di innescare politiche di decrescita culturale, visto che il calo delle iscrizioni si genera spontaneamente a causa della perdita di fiducia delle classi subordinate nei confronti della laurea come strumento di mobilità sociale (come ho potuto verificare personalmente all’Università del Salento dove ho insegnato fino a pochi anni fa).

Ciò significa che dobbiamo arrenderci al realismo, smetterla – per usare le parole della Finocchiaro – di ragionare sull’ampliamento dei benefici sociali associato ai livelli di istruzione? Assolutamente no, però dobbiamo essere consapevoli che le uniche società che assumono tale ampliamento come obiettivo strategico, a prescindere dalle esigenze contingenti del ciclo capitalistico, sono le società socialiste. Altrimenti vale il principio di sostenibilità di cui parla Ventura.

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Comments   

#1 armando 2017-10-31 22:27
La decrescita culturale è già una realtà di fatto, visto il livello delle scuole medie superiori. Realtà di fatto ma non giuridica, per cui diplomi e lauree abbondano, Basterebbe rispristinare un po' di severità "gentiliana" nella scuola per risolvere il problema dell'eccesso non di cultura (che non basta mai) ma di titoli di studio fasulli. Non che sarebbe risolto il problema della mobilità sociale, un mito del capitalismo nella sua fase aurea che ora mostra la corda, ma almeno quelli davvero bravi qualche chance in pià l'avrebbero.
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