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lavocedellelotte

Razzismo di Stato e Capitalismo

Django Renato intervista Iside Gjergji

L’attuale fase politica segnata dal governo Lega-5Stelle, un governo che ha il suo marchio di fabbrica nella manipolazione di temi reazionari e in primis del razzismo per coprire la sua sostanziale subalternità al grande capitale e all’UE capitalista, impone un approfondimento teorico e politico, necessario anche nella misura in cui l’opposizione legata all’associazionismo o alla “sinistra” tradizionale spesso non riesce ad andare oltre un astratto anti-razzismo (se non cede, addirittura, alla retorica del “controllo dell’immigrazione”). In questo solco, abbiamo intervistato Iside Gjergij, sociologa (attualmente tiene un corso alla Stanford University), ma soprattutto compagna, impegnata da tempo nello studio dei legami tra migrazioni, razzismo, politiche di Stato e capitalismo (qui sono disponibili alcuni suoi lavori). Giovedì la seconda parte dell’intervista

g0000009LVDL: Nel senso comune il razzismo è concepito come l’ “idea della superiorità biologica di una razza su un’altra”, come un fenomeno strettamente culturale, magari risultato del difficile incontro tra popoli, dell’ignoranza etc., dal quale possono al limite derivare determinate politiche statali. Sul piano storico invece il rapporto sembra ribaltato: il razzismo viene teorizzato per la prima volta quando gli europei entrano in contatto con i popoli indo-americani, la cui inferiorità è giustificata in quanto essi non basavano la propria convivenza sulle istituzioni che all’epoca si affermavano nel vecchio continente (agli albori dello sviluppo capitalistico): la proprietà privata e lo Stato territoriale. Anche oggi il rapporto Stato-Razzismo è più stretto di quanto appare; infatti autori come te non parlano mai di Razzismo in astratto, ma di Razzismo di Stato: potresti approfondire questo concetto?

ISIDE: C’è una frase, attribuita al poeta basco Miguel de Unamuno, che si ripete e diventa virale sui social ogniqualvolta vi è la necessità di comprendere e opporsi a un episodio razzista: «Il fascismo si cura leggendo e il razzismo si cura viaggiando». Al di là delle intenzioni del poeta, la frase è storicamente falsa, oltre che fuorviante. Falsa perché il razzismo contemporaneo non ha a che fare, in primo luogo, con le credenze, l’ignoranza e l’alterità, e fuorviante perché, nascondendo le radici storico-materiali del razzismo contemporaneo ci indica, come piano di opposizione a esso, soltanto quello culturale. Il danno che ne deriva, da un punto di vista politico, è enorme.

Il razzismo contemporaneo nasce con il colonialismo, il quale è alla base della nascita e riproduzione del capitalismo. Dunque, il razzismo che noi conosciamo – per quanto possa suonare paradossale alle orecchie di molti – ha una data di nascita. Lo storico ed economista sudafricano, Hosea Jaffe, ha dimostrato nei suoi lavori come il concetto di “razza” fosse «pressoché sconosciuto prima del colonialismo capitalista». Egli ha spiegato, infatti, come a far nascere, nutrire e sviluppare la teoria della “razza”, la psicologia del pregiudizio razziale legato al colore della pelle e la pratica del razzismo a ogni livello sia stata «la “necessità storica” del colonialismo capitalista»1. Immanuel Wallerstein2, Jean-Paul Sartre3 e molti altri ritengono che razzismo, colonialismo e capitalismo siano nati insieme, nello stesso giorno. Del resto, quando Marx parla della «sanguinosa nascita del capitalismo» si riferisce proprio alla violenta colonizzazione e depredazione di interi continenti, alla spogliazione materiale e culturale di milioni di persone, che è stata alla base del processo di “accumulazione originaria”4.

Il capitalismo, insomma, non nasce con la “rivoluzione industriale” in Inghilterra e con l’ipersfruttamento e l’oppressione della classe operaia inglese; nasce nelle colonie, con l’ipersfruttamento e l’oppressione razzistica dei lavoratori delle colonie. Già Cortez, il più famoso tra i conquistadores, nel XVI secolo, in una sola delle sue piantagioni, sfruttava il lavoro di non meno di cinquantamila “indios”. Gruppi così numerosi di lavoratori non saranno visti in Europa almeno fino al XX secolo. Lo sfruttamento lavorativo (nelle miniere e nelle piantagioni), sin dall’origine del colonialismo, era talmente spietato da diventare una delle cause primarie del genocidio delle popolazioni colonizzate (secondo Jaffe più di 300 milioni tra America, Africa e Asia). Crosby, Stannard, Todorov e Galeano hanno confermato questo dato. Il lavoro schiavistico, imposto alle popolazioni colonizzate, non era un modo di produzione a sé stante, ma l’elemento costitutivo del modo di produzione capitalistico, oltre che l’elemento costitutivo della sua struttura sociale, una struttura gerarchica e spietata. Questa affermazione merita forse una specificazione: pensare lo schiavismo razzista praticato nelle colonie come elemento costitutivo del capitalismo significa riconoscere il fatto che, come osserva Jaffe, «la schiavitù fu la principale relazione di classe in quel periodo della genesi colonialistica del capitalismo che va dalle crociate feudali-colonialiste al 1492, e poi fino all’abolizione formale della schiavitù stessa». Bisogna pensare infatti il capitalismo, per ciò che riguarda la propria riproduzione, come sistema capace di convivere e profittare, in diversi luoghi e momenti storici, di forme di produzione e istituzioni che gli sono per natura estranei, senza perdere per questo la sua essenza. Gli importanti lavori dell’antropologo Claude Meillassoux lo hanno ampiamente dimostrato. Tutto ciò, del resto, era molto chiaro a Marx, il quale, in una lettera diretta a Pavel Valissevic Annenkov, scriveva: «[…] Non mi riferisco alla schiavitù indiretta, la schiavitù del proletariato, ma alla schiavitù diretta, la schiavitù dei neri in Suriname, in Brasile, nelle regioni meridionali del nord America. La schiavitù diretta è uno dei cardini essenziali su cui l’industria moderna muove le macchine, il capitale, ecc. Senza la schiavitù non ci sarebbe il cotone, senza il cotone non ci sarebbe l’industria moderna. Fu la schiavitù a conferire la loro importanza alle colonie, le colonie dettero vita al commercio globale e il commercio globale è la condizione necessaria per l’industria su larga scala»5.

Le popolazioni colonizzate erano tenute in regime di schiavitù o semi-schiavitù con la forza brutale degli eserciti, ma anche attraverso il razzismo e le sue pratiche inferiorizzanti. Come giustificazione della loro inferiorizzazione si usava, tra l’altro, – come giustamente sottolinei – l’estraneità di queste popolazioni alla dimensione dello stato e della proprietà privata («Nessuno stato, nessuna storia», dirà Hegel nel XIX secolo). Era inconcepibile, oltre che non funzionale, per la nascente borghesia europea, lasciare intatta una società senza stato e proprietà privata, una società in cui, come ci ha spiegato l’antropologo Pierre Clastres, si assiste «allo sforzo permanente per impedire ai capi di essere capi, [al] rifiuto dell’unificazione, [alla] fatica di scongiurare l’Uno, lo Stato»6.

Il modo di produzione capitalistico si fonda su una struttura sociale gerarchica, basata sullo sfruttamento e sull’inferiorizzazione di alcune popolazioni, classi e gruppi sociali. Per la realizzazione e conservazione di una simile struttura, il razzismo è imprescindibile. Sperimentato e sviluppato nelle colonie, è poi diventato elemento strutturale della società capitalistica, ovunque si sia sviluppata. Come tale, il razzismo contemporaneo va concepito sempre – come giustamente sosteneva Sartre – nella sua dimensione operativa: «Il razzismo deve farsi pratica: non è un risveglio contemplativo dei significati incisi nelle cose; è in sé una violenza che si dà la propria giustificazione: una violenza che si presenta come violenza indotta, contro-violenza e legittima difesa»7. Il razzismo contemporaneo, dunque, non è una ideologia (come quelle che si possono trovare al mercato delle ideologie), ma una violenza, perché si colloca sempre in una dimensione pratica. Si tratta, però, di una violenza complessa, perché contiene in sé la propria giustificazione teorica. Oltre a inferiorizzare le classi lavoratrici, alcune popolazioni e gruppi sociali, il razzismo ottiene come effetto anche la creazione di un collante identitario per le classi dominanti.

Questo tipo di razzismo è stato supportato e sviluppato, sin dall’inizio, dallo stato coloniale. Nelle colonie, l’occupazione, l’espropriazione delle terre, la cacciata dei braccianti, il reclutamento, il lavoro forzato, le istituzioni politico-amministrative, le politiche sanitarie, l’istruzione… fino alla repressione e alla tortura sono tutte operazioni sostenute finanziariamente e realizzate concretamente dallo stato colonizzatore. Il capitalismo europeo, senza lo stato, non avrebbe potuto far fronte a tutte le spese necessarie per la colonizzazione di interi continenti, non senza finire in bancarotta.

La fonte primaria del razzismo contemporaneo, ovunque e sotto qualsiasi forma esso si manifesti, è da individuarsi nello stato, nella sua struttura e nelle sue istituzioni (politiche, militari, amministrative e culturali). Non è un prodotto diretto dell’ignoranza, della paura, dell’incontro con l’altro. Tutti questi elementi (l’ignoranza, la paura, l’alterità) c’entrano, ovvio, ma in un secondo momento. Il razzismo, organizzato e gestito dallo stato, per conto del capitale, si fa strada e attecchisce nelle coscienze degli individui a causa della loro lacerazione, che è anche l’esito diretto delle contraddizioni storiche e materiali del contesto in cui essi sono situati; un contesto caratterizzato dalla competizione e dalla gerarchia, ad ogni livello dell’esistenza.

 

Hai detto che il razzismo opera attraverso la creazione di sotto-uomini, praticata dallo Stato coloniale. Si potrebbe obiettare che i ragionamenti che hai fatto sono validi per il passato, ma non per “i giorni nostri”, in cui vige lo “Stato Democratico”. Sappiamo che ti sei occupata molto della “governance delle migrazioni” e della gestione del fenomeno migratorio attraverso la “circolari amministrative”, analizzando le quali è possibile rendersi conto di come dietro alla sua facciata “neutrale”, costituzionale, lo stato-apparato svolga una funziopne eminentemente politica (e di classe). Hai voglia di parlarcene?

Nel campo dell’immigrazione, lo stato italiano – dall’unità a oggi – ha espresso le sue politiche attraverso la forza. Il diritto formale è sempre stato considerato un orpello inutile, trascurabile. Le norme per gli immigrati, quelle effettive, si sono sviluppate prevalentemente sul piano amministrativo; attraverso circolari amministrative, per quanto riguarda il territorio nazionale, e attraverso accordi informali o “tecnici” (i cosiddetti “memorandum d’intesa” tra singoli uffici dell’amministrazione) per quanto riguarda il territorio oltreconfine. Questi atti sono circondati da informalità e segretezza. Le politiche dell’immigrazione, dunque, si sono distinte per il loro carattere opaco, informale e autoritario.

Le categorie moderne del diritto, quelle su cui si fonda il cosiddetto “stato di diritto”, non hanno mai riguardato le popolazioni straniere, neanche nell’era della costituzione democratica (dal 1948 a oggi), con buona pace dell’art. 10, co. 2, il quale prevede che la condizione dello straniero sia regolata soltanto dalla legge (e non anche dalle circolari o accordi bilaterali segreti). Il modello – e qui ritorniamo al ‘peccato originale’ – si è costruito nelle colonie italiane, laddove ogni decisione e provvedimento era espressione della funzione amministrativa, dell’ordine del capo. Gli ordini amministrativi sono stati il paradigma di governo dei popoli colonizzati, ossia il nomos del dominio italiano (e anche europeo) nelle colonie, un dominio volto alla riduzione dei colonizzati in sotto-uomini. È stato proprio il dinamismo dell’agire burocratico e le prassi amministrative che hanno sostenuto e messo in atto le elaborazioni ideologiche del colonialismo. L’ordinamento liberale, ovvero quello fondato sulla ripartizione dei poteri e sulla supremazia della legge astratta e generale, non è mai entrato (neanche formalmente) nelle colonie, perché – come si affermava nei trattati giuridici e politici dell’epoca – sarebbe stato «assurdo mantenervi le forme parlamentari, i distinti poteri od alcuno di quei meccanismi che ne formano il nostro vanto»8. Le popolazioni delle colonie, infatti, anche secondo Santi Romano (uno dei più importanti giuristi italiani), erano apertamente considerate dei «semplici obbietti di dominio da parte dello Stato». Va detto che tutto ciò non è una peculiarità italiana. Del resto, la soggettività moderna (con tutto il corollario di diritti) nasce su una montagna di cadaveri (il genocidio nelle colonie) e sulla radicale espulsione dalla sfera della cittadinanza (qui intesa come possibilità di accesso ai diritti) di altri soggetti (popolazioni non bianche, classi lavoratrici, donne, ecc.). Il modo violento con cui i giacobini bianchi trattarono i giacobini neri, insorti in nome dell’uguaglianza contro i padroni bianchi, dimostrò il grado di astrazione del motto rivoluzionario “Liberté, Égalité, Fraternité”.

La lunga ‘tradizione’ dello stato italiano nel trattamento delle popolazioni straniere – che si inscrive in una più ampia ‘tradizione’ europea – si è conservata nel tempo, prolungandosi fino al momento in cui tali popolazioni sono immigrate in Italia. C’è una sostanziale continuità nel modo in cui lo stato italiano, prima liberale e fascista e poi democratico, ha trattato le popolazioni straniere, in particolare i lavoratori stranieri. Le circolari amministrative – dalle ultime di Salvini fino a quelle che si perdono nel tempo – costruiscono uno status precario e inferiorizzato per gli immigrati, assai peggiore di quello delineato nei provvedimenti legislativi, i quali devono in qualche modo mostrare una certa armonia di facciata con la costituzione.

Le circolari risultano essere poi anche le ‘vere’ fonti del diritto degli stranieri, in quanto i funzionari, i dipendenti e gli operatori degli uffici pubblici tendono a dare attuazione a queste piuttosto che alle norme formalmente in vigore. La ragione di tale comportamento – come è emerso nelle mie ricerche – andrebbe cercata, in primis, nella struttura gerarchica dell’amministrazione statale, la quale, com’è noto, così come è accaduto anche per la fabbrica, non ha mai conosciuto processi di democratizzazione nel corso dei secoli, conservando sostanzialmente una struttura di tipo assolutistico. Questa (accettata e serena) convivenza tra un regime democratico di superficie (costituzione, leggi, luoghi assembleari, votazioni, ecc.) e uno assolutistico nell’organizzazione concreta della macchina statale (gerarchia di tipo militare, ordini, sanzioni, paura di tipo feudale nelle relazioni interne) finisce per creare uno spazio che legittima l’uso quotidiano della forza (e non l’applicazione della legge) nei confronti delle popolazioni straniere (e non solo).

Negli ultimi 20 anni, con l’introduzione del modello della governance nella gestione di ciò che è pubblico, il carattere gerarchico e autoritario dello stato si è intensificato. La governance – che è parte di una strategia generale di ristrutturazione del sistema socio-economico occidentale (e poi globale), in risposta alla sua crisi multilevel, manifestatasi già alla fine degli anni Settanta del secolo scorso e protrattasi fino alla crisi odierna9 – privilegia procedure e pratiche operative mutuate dal privato, caratterizzate dal primato degli organi esecutivi, da forme para-giuridiche nell’esercizio del potere e dalla logica del just in time. Il modello è quello della gestione della fabbrica toyotista. Il just in time, secondo il suo ideatore, Taiichi Ohno, significa che «ciascuna fase del processo riceve i pezzi che le sono necessari nella quantità e nei tempi voluti»; così, anche il processo di gestione di ciò che è pubblico si sviluppa su una struttura di decisioni e ordini da trasmettere quando necessari, nella quantità, nei luoghi e nei tempi voluti, modificabili a seconda delle contingenze economiche e delle esigenze politiche.

Il “caso Diciotti” rappresenta, in questo senso, un esempio perfetto, perché ha portato in superficie molti elementi nascosti del fenomeno: nonostante le garanzie costituzionali e le norme dell’ordinamento nazionale e internazionale, ciò che davvero ha contato nella gestione delle vite degli immigrati sono stati gli ordini (e gli umori) espressi via Twitter o Facebook dal ministro dell’interno. Di colpo, istituzioni, costituzioni e leggi sono finiti relegati sullo sfondo, come nulla fosse, nel mentre il destino dei 170 immigrati si decideva just in time, sulla base degli interessi politici e mediatici di Salvini. Ciò a cui abbiamo assistito è stata la fotografia, anzi la gif della violenza del potere esercitato sulle popolazioni straniere. Per loro le leggi, le garanzie e le tutele formalmente sancite sono da sempre un miraggio irraggiungibile.

Ora si prenda il “caso Diciotti” e lo si moltiplichi per svariati milioni, collocandolo fisicamente nei corridoi di questure, prefetture, centri di accoglienza, uffici dell’anagrafe, uffici delle Asl, ecc.; ciò che si otterrà sarà una mappa molecolare della violenza (di varia intensità) a cui milioni di immigrati sono esposti in Italia, ogni volta che si rapportano con lo stato italiano.

L’ordine amministrativo – poco importa se trasmesso tramite circolare, telefono, Facebook o Twitter (con il governo giallo-verde siamo entrati nell’era della “tweet-governance”) – è l’elemento invariante nella gestione delle popolazioni straniere. L’utilizzo di un sotto-sistema normativo di tipo amministrativo nella gestione della loro condizione sociale è un confine che ha costantemente impedito l’accesso (anche formale) allo “stato di diritto”, è un processo che le ha spogliate di ogni soggettività giuridica, per consegnarle, di conseguenza, alle “leggi ferree” del mercato. L’inacessibilità alle tutele e garanzie formali produce oggettivamente dei sotto-uomini, ovvero soggetti precari, piegabili, ricattabili e ipersfruttabili, esattamente ciò di cui ha sempre più bisogno il sistema di produzione capitalistico.

Dal ragionamento fin qui fatto, è chiaro che la categoria dello “stato di eccezione” appare insufficiente, se non fuorviante, nella spiegazione delle tendenze reali e della fisionomia del fenomeno. Per “stato di eccezione”, com’è noto, si intende solitamente quel fenomeno politico-giuridico che nasce come tecnica di governo dell’emergenza, che rappresenta cioè la sospensione della costituzione in situazioni emergenziali. Qui, a me pare evidente, che l’esperienza nella gestione delle popolazioni straniere, prima nelle colonie e poi nel territorio italiano, piuttosto che alla logica dell’emergenza, sembra rinviare alla logica della normalità e della quotidianità della pratica del dominio coloniale. Agamben e Foucault, del resto, tra i massimi teorici dello stato d’emergenza e della governamentalità, non si sono mai curati di tenere dentro le loro analisi l’economia politica. Per loro, tutto si gioca all’interno dell’instabile relazione che si instaura tra diritto e politica. Scompare il capitale, le forze che questo mette in campo, la sua capacità di condizionare le istituzioni, il diritto, oltre che i soggetti in carne e ossa. Ma questa è forse un’altra storia da raccontare.

 

Rimanendo sul tema “emergenzialità”-”economia politica”, del quale, come giustamente osservi, i post-strutturalisti non parlano: se ad esempio esiste – o è possibile agitare – in Europa un’emergenza immigrazione ciò avviene nella misura in cui negli ultimi decenni si è approfondito lo sfruttamento imperialista dell’africa sub-sahariana, con annessi fenomeni di proletarizzazione ed espropriazione su larga scala, da cui l’ “esodo” verso il vecchio continente. Impugnare l’esigenza di “risolvere l’emergenza dei migranti”, è d’altro canto sempre più funzionale alla stessa penetrazione imperialista in Africa, mascherata da “politiche di controllo esterno dei flussi”, sostegno finanziario per garantire la stabilità dei paesi ove i “migranti” transitano, “aiuti allo sviluppo”, etc. Questa la logica perversa delle politiche portate avanti da Minniti, e che Salvini promette di proseguire. Qual’è il tuo giudizio in merito?

Se si considerano soltanto i numeri, la cosiddetta “emergenza migratoria” degli ultimi anni, attorno alla quale si costruiscono propagande e carriere politiche in Europa, oltre che legislazioni razziste e repressive, in realtà non esiste. Basti pensare, ad esempio, che soltanto nel 1999 l’Europa (con la Germania in prima fila) ha ricevuto più di un milione di profughi provenienti dalla ex-Jugoslavia. Questo, però, non significa che la situazione attuale non presenti elementi inediti rispetto al passato. La crisi del capitale, avviatasi nel 2008 e mai risolta, sta producendo cambiamenti epocali in ogni angolo del mondo, oltre che in ogni ambito dell’esistenza. Gli attuali movimenti migratori sono una diretta conseguenza di questo gigantesco processo di trasformazione e ristrutturazione in corso.

Ciò a cui si assiste negli ultimi anni in varie parti del mondo, ma specialmente in Africa, si può definire una nuova aggressione neo-coloniale, per garantire l’espansione dei mercati (in quei pochissimi spazi rimasti non occupati) e accaparrarsi le risorse naturali, ma anche per intensificare ulteriormente lo sfruttamento della manodopera locale. Non bisogna mai dimenticare, infatti, che il capitale non si valorizza nella circolazione, ma con il lavoro, pertanto lo sfruttamento lavorativo è obiettivo prioritario di ogni impresa coloniale. Questa volta, però, al saccheggio dell’Africa e di altri territori sono in tanti a partecipare; alle vecchie potenze occidentali si affiancano (in competizione tra loro) le nuove potenze rampanti; alle vecchie corporation e banche se ne aggiungono altre, da paesi e continenti diversi. Ciò sta producendo un gigantesco movimento migratorio interno a queste aree, portando masse di braccianti e contadini (ridotti alla fame a causa del debito, del land grabbing, dell’agro-business controllato dalle multinazionali, dal controllo monopolistico dei prezzi dei prodotti agro-alimentari, ecc.) a spostarsi verso zone urbane e industriali. Secondo le statistiche Onu, attualmente circa 4 miliardi di persone (il 54% della popolazione mondiale) vivono nelle città. Si calcola che la trasformazione capitalistica dell’agricoltura a livello mondiale produrrà lo spostamento in città di almeno altri 2 miliardi di persone entro il 2030. È questo movimento migratorio che alimenta poi quello internazionale, (una piccola) parte del quale è ora diretto verso l’Europa. Lo stesso può dirsi del Medio Oriente, dell’Afghanistan e di altre zone in guerra, le cui classi lavoratrici (della citta e della campagna) pagano il prezzo delle guerre volute dalle borghesie nazionali e internazionali e sono forzate a emigrare.

Questa realtà è rappresentata in modo rovesciato in occidente, in Europa. L’assalto all’Africa, alle sue ricchezze e manodopera, che produce guerre, disastri sociali e ambientali – cioè le cause delle migrazioni internazionali oggi – è rappresentato come invasione africana dell’Europa; i barconi di africani affamati e stremati diventano navi nemiche che invadono i sacri confini. E, come se non bastasse, si propongono da più parti nuovi piani “per aiutare” l’Africa. Talvolta ciò avviene con un linguaggio soft, si propongono dei “piani Marshall per l’Africa” e, talaltra, senza infingimenti semantici, si chiede a gran voce una “nuova” colonizzazione dell’Africa. Non molto tempo fa, infatti, abbiamo letto sulle pagine del Corriere della Sera frasi come queste: “Dopo il colonialismo, una decolonizzazione vile e piena di sensi di colpa e il feroce neocolonialismo economico delle multinazionali, forse il XXI secolo dovrebbe inventarsi il “colonialismo solidale”. Non per bontà, ci mancherebbe. Ma perché aiutando loro, aiuteremmo parecchio noi stessi”10.

Parallelamente alle politiche neo-coloniali (imperialiste), si costruiscono “politiche migratorie” volte, essenzialmente, all’inferiorizzazione delle popolazioni immigrate e, di conseguenza, alla svalorizzazione della loro forza-lavoro. Il controllo armato dei confini, l’appalto della repressione concesso agli stati africani (si vedano, in questo senso, gli accordi tra i governi italiani e quelli libici, dal 1998 a oggi), i campi di detenzione e le violenze di ogni tipo, lungi dal volere fermare i movimenti migratori (provocati dai nuovi assalti neo-coloniali), o l’invasione degli immigrati, hanno come obiettivo reale la svalorizzazione della forza-lavoro immigrata. Non bisogna dimenticare, infatti, che la stragrande maggioranza di coloro che emigrano sono persone-che-vivono-di-lavoro. I dati a disposizione ne danno conferma: secondo il rapporto dell’OIL, risalente al 2015, su circa 230 milioni di immigrati in tutto il mondo, più di 150 milioni sono lavoratori. Se si escludono i minori e gli anziani, il numero dei lavoratori appare schiacciante all’interno di questo gigantesco movimento di persone. A questo dato occorre aggiungere anche i (circa 66 milioni) di richiedenti protezione internazionale e rifugiati, i quali, al di là delle ragioni di partenza, sono pur sempre individui che, per vivere, devono vendere la propria forza-lavoro. L’elemento che accomuna e qualifica maggiormente la condizione di centinaia di milioni di persone in movimento è il lavoro, o meglio: la disponibilità a mettere a disposizione di altri la propria forza-lavoro, a vendere le proprie energie psico-fisiche in cambio di denaro.

Le imprese e i governi dei paesi di immigrazione, dunque, non sono interessati a fermare l’ingresso della manodopera immigrata nei loro mercati del lavoro. Al contrario, la vogliono, ma la vogliono svalorizzata: la costruzione di un percorso a ostacoli (viaggi rischiosi, campi di detenzione, vessazioni e violenze di ogni tipo, confini fortificati, fili spinati, impronte digitali, cancellazione della soggettività giuridica attraverso circolari e accordi bilaterali, pratiche discriminatorie e razziste, ecc), che disciplina e consuma i loro corpi e le loro menti, serve proprio a questo. Del resto, non si spiegherebbe diversamente il fatto che, da quando esiste la politica dell’“immigrazione zero”, il numero degli emigrati/immigrati, sia a livello globale che nazionale, si è moltiplicato.

Minniti prima e Salvini poi, con i loro accordi segreti con non meglio specificati “sindaci” libici (mafiosi e banditi, invece, secondo la stampa internazionale) o governi africani, con i loro decreti sicurezza, campi, impronte digitali, eliminazione del diritto alla difesa e della protezione umanitaria, con il lavoro gratuito imposto ai richiedenti asilo (simpaticamente definito “lavoro volontario”), con la precarizzazione della cittadinanza e altre infinite vessazioni, non fanno altro che riprodurre nel territorio italiano, e altrove (vedi la Libia per esempio), quella che Sartre definiva “situazione coloniale”, ovvero una situazione in cui si inferiorizzano dei soggetti, si creano gerarchie tra di loro, per meglio dividerli e sfruttarli.

 

A proposito di Sartre, che hai citato più volte. Da qualche giorno è in libreria il tuo ultimo libro (“Uccidete Sartre!”, Ombre Corte) in cui analizzi l’approccio del pensatore rispetto al colonialismo e al razzismo, un aspetto della sua produzione letteraria spesso poco noto e – come spieghi nel libro – rimosso dalla critica, anche in seguito alle posizione filo-sioniste che egli manifesta all’inizio degli anni 80. Oggi in cui a sinistra l’anti-imperialismo tende ad essere sostituito con la “geopolitica”, mentre invece di rivendicare l’unità tra gli sfruttati alcuni settori cedono alla retorica del controllo delle immigrazioni (magari vaneggiando che la crisi della sinistra sia legata al “troppo lassismo” sugli immigrati, e non alla partecipazione delle burocrazie CGIL ed ex-PCI-PRC etc. alle politiche di massacro sociale), in che modo può esserci utile la riflessione sartriana e quali sono i suoi limiti?

Non è mai facile sintetizzare il pensiero di Sartre, poiché è sempre stato in costante evoluzione. Tuttavia, è innegabile la sua importanza nelle lotte anti-coloniali e anti-razziste, in Europa come altrove. L’impegno politico di Sartre in queste lotte è esemplare. Non mi vengono in mente, infatti, nomi di altri intellettuali europei (e bianchi) che, come Sartre, abbiano messo a repentaglio la loro vita per aver difeso la causa dei colonizzati e degli immigrati: tre furono le bombe utilizzate dai funzionari e servi del colonialismo per eliminarlo fisicamente. Ciononostante, Losurdo, nel suo ultimo libro – senza sorpresa da parte mia – non solo ha definito il suo anticolonialismo “idealista e populista”, ma è giunto perfino a opporgli, come esempio luminoso di anticolonialismo e internazionalismo, niente meno che Togliatti, cioè colui che, dopo la liberazione dal nazi-fascismo, sostenne tutte le iniziative del governo italiano per conservare il potere di amministrare, quanto meno, la Somalia. Sul punto, per farsi un’idea, basterebbe leggere i testi di Del Boca.

Bisogna dire che Sartre, su questo terreno, non è mai stato amato dagli stalinisti e dai riformisti. La lucidità e la radicalità della sua analisi, insieme al peso della sua parola, lo rendevano inviso a molti. Il merito maggiore di Sartre è stato quello di individuare in Europa, nei governi e nel capitalismo occidentale, la causa principale delle sofferenze delle popolazioni del Sud del mondo. Inoltre, egli è stato capace di chiarire i nessi storici e strutturali tra le lotte anticoloniali nel Sud del mondo e quelle degli immigrati nel territorio europeo. Questa sua posizione lo ha reso detestabile anche agli occhi dei partiti stalinisti e delle forze riformiste, oltre che di diversi sindacati, i quali, nel mentre difendevano (con proclami astratti e vuoti) i movimenti indipendentisti in Africa e altrove, in patria assumevano un atteggiamento nazionalista, quindi razzista, nei confronti degli immigrati, quelli che Sartre definisce “colonizzati interni”. Il capitale ha ringraziato, naturalmente.

Il pensiero di Sartre, tuttavia, come giustamente osservi, non è privo di ambiguità e ombre nere, e non solo con riferimento alla sua posizione pro-sionista, a partire dalla Guerra dei sei giorni in poi. Ciò che Sartre non coglie pienamente è la dimensione dell’imperialismo come totalità concreta, per uscire dal quale non è sufficiente la ‘semplice’ lotta anticoloniale, quale che essa sia (ovvero anche quella guidata dalle borghesie nazionali e con obiettivi nazionalistici), come poi la storia ha dimostrato. È proprio dentro questa mancanza che si inscrive anche la sua concezione dello stato, non poche volte inteso come luogo di sintesi dei valori e degli universi simbolici di tutte le classi sociali. Sartre, infatti, nel mentre sputa fuoco contro il razzismo dello stato francese nelle colonie, conserva una certa fede nella sua espansione democratica in territorio nazionale.

In ogni caso, e tenendo a mente i suoi importanti limiti, Sartre resta, a mio avviso, un riferimento importante per le lotte antirazziste oggi.

Sartre, inoltre, può essere considerato anche uno specchio in grado di rivelare il degrado e il pauroso arretramento delle forze politiche di sinistra oggi, soprattutto sul terreno dell’imperialismo e del razzismo. Avendo completamente espunto l’economia politica dall’orizzonte analitico, sono finite per ragionare in termini esclusivamente campistici o, ancora peggio, complottistici. Non a caso, infatti, il soggetto di riferimento, anche per quelle forze che si dichiarano anticapitaliste, non è più il proletariato (che non ha nazione) ma il popolo (in qualche modo l’essenza della nazione). L’internazionalismo è pensato come internazionalismo dei popoli; basta leggere i comunicati o i documenti politici degli ultimi 5 anni per rendersi conto. È desolante. Il nazionalismo è, però, una malattia che pervade la sinistra italiana da sempre. Sarebbe troppo lungo ripercorrere ora tutte le tappe del suo sviluppo, ciononostante mi pare una questione da affrontare con urgenza da parte di ogni collettivo comunista e internazionalista.

Per quanto riguarda i sindacati confederali, il loro nazionalismo è, a mio avviso, lampante: in decenni di politiche razziste ne confronti dei lavoratori immigrati non hanno mai indetto uno sciopero o realizzato iniziative autonome (al di là cioè delle adesioni, più o meno formali, a manifestazioni antirazziste organizzate da altri) come risposta al razzismo di stato. Del resto, basterebbe guardare la sproporzione esistente tra lavoratori immigrati iscritti e delegati stranieri per cogliere l’aria che si respira dentro i confederali. Non cambia di molto la musica negli altri sindacati, pur non trascurando le differenze che comunque esistono. L’unica realtà che fa eccezione in questo senso mi sembra quella dei Si-Cobas, al momento l’unico sindacato davvero conflittuale in Italia, il quale, in maniera esplicita, ha fatto della lotta contro il razzismo un suo obiettivo prioritario. Del resto, la maggioranza dei suoi iscritti è composta da lavoratori stranieri, i quali sentono ogni giorno abbattersi contro di loro la violenza razzista. La bella e compatta manifestazione del 27 ottobre scorso, organizzata a Roma dal Si-Cobas, è stata una dimostrazione.

 

Rispetto all’appunto sui confederali credo non sia corretto associare una bassa presenza degli immigrati in CGIL a una politica apertamente nazionalista, o razzista. Mi sembra invece che la questione sia legata alla concentrazione della forza lavoro immigrata in settori sviluppatisi di recente, come ad esempio la logistica, e dove – anche grazie alla complicità dei confederali nell’approvazione dei pacchetti Treu, Biagi, Job Act etc. – vigono forme di super-sfruttamento incompatibili con una pratica sindacale concertativa. E’ chiaro, insomma, che se in generale – e a maggior ragione in una situazione di crisi economica – è estremamente difficile riuscire a difendere le condizioni dei lavoratori limitandosi a fare appello allo Stato e alla contrattazione, in settori quali la logistica è praticamente impossibile ribaltare i rapporti di forza senza una prospettiva di intransigenza conflittuale, quella che ha permesso al Sicobas di organizzare settori di classe a forte composizione immigrata, nei quali invece la CGIL (e in particolare la FILT) è entrata in crisi, cercando riparo nel crumiraggio e nelle peggiori pratiche sindacali. Tuttavia, non tutti i settori sono la logistica e la CGIL, per quanto sempre più passiva di fronte ai diktat padronali, nonché in calo di iscritti, organizza ancora la maggior-parte dei lavoratori – tra cui sei volte gli immigrati organizzati complessivamente dal Sicobas. Con questi lavoratori le minoranze combattive devono assolutamente trovare un ponte se vogliono resistere, ad esempio, a misure repressive come il decreto Salvini (questo chiaramente sfidando i burocrati proponendo coordinamenti intersindacali, o piattaforme di lotta che senza cedere di un millimetro da posizioni di indipendenza di classe, pongano il tema dell’unità politica dei lavoratori a prescindere dalla sigla sindacale). In tal senso mi sembra contro-producente suggerire che la maggior parte dei lavoratori della CGIL sia razzista, oltre a non essere vero. l’ideologia ufficiale della confederazione, del resto, è anti-razzista, anche se si tratta di un anti-razzismo “umanitario” e astratto, strutturalmente incapace di impedire che, dopo anni in cui i burocrati hanno fatto di tutto per convincere i lavoratori dell’inutilità della lotta, settori della classe cerchino una “soluzione” nel politico razzista di turno; è perciò sulla critica all’anti-razzismo astratto, quindi sulla sottolineatura del fatto che è nell‘interesse materiale di tutti i lavoratori lottare per i diritti degli immigrati, che bisogna mettere a mio avviso l’enfasi maggiore…

In realtà, non ho detto che vi sia una bassa presenza di lavoratori immigrati iscritti alla CGIL, al contrario: di iscritti ce ne sono tanti (stando ai dati più recenti il 18,6% degli iscritti sarebbe composto da lavoratori stranieri), infatti, ma al loro numero non corrisponde una proporzionata rappresentanza, sia in termini di delegati che di quadri. Il che mi sembra un elemento che mette in evidenza quanto siano davvero considerati i lavoratori stranieri da parte della struttura burocratica della CGIL.

Sul punto, inoltre, vorrei sottolineare un fatto secondo me emblematico, rivelatore: la CGIL non solo non si opposta alla diffusione del lavoro gratuito (spacciato come volontariato!) dei richiedenti asilo e rifugiati – del resto, come avrebbe potuto farlo dopo aver promosso il lavoro gratuito all’Expo di Milano? – ma è giunta al paradosso di volerlo frenare, soltanto in alcuni settori dell’economia, per motivi espressamente razziali. Mi riferisco al progetto di alcuni comuni e scuole del nordest, il quale, nel 2016, prevedeva l’utilizzo (gratuito) dei richiedenti asilo come bidelli nelle scuole. I vertici della CGIL, in tale occasione, si sono opposti con argomentazioni violentemente razziste: “La scuola è un ambiente delicato, con dei minorenni. Saranno inserite persone che si conoscono poco e questo potrebbe far nascere dei problemi”. In pratica, stavano dicendo, proprio come ha fatto esplicitamente Snals [il principale sindacato giallo della scuola ndr] (“Quanto è opportuno fare questa operazione dopo i fatti di Colonia e di Mestre? Quali garanzie ci sono sulle persone che si vanno ad inserire nella scuola?”), che i richiedenti asilo sono persone sospette, potenziali pedofili e terroristi, non adatti a stare vicino a dei bambini italiani. Le ordinanze di numerosi sindaci e prefetti, che cercano di impedire la sosta o la passeggiata dei richiedenti asilo nei parchi o nelle piazze (se non accompagnati da italiani), non mi sembra si collochino lontano dal ragionamento fatto dalla CGIL in questo caso, o sbaglio? E non mi sembra che dopo queste vergognose affermazioni qualcuno dei vertici nazionali della struttura abbia preso le distanze o le abbia addirittura denunciate come razziste.

Non ho neanche detto – ma è evidente, a questo punto, che sono stata poco chiara – che la colpa del razzismo espresso dai vertici e dalla struttura burocratica della CGIL sia colpa della base dei suoi iscritti. Resta però il fatto che, come organizzazione, la CGIL nulla fa per combattere il razzismo, anche tra lavoratori, al di là dell’ideologia ufficiale. Anche il PD ufficialmente si dichiara antirazzista, – e non dubito, vorrei precisare, che tra i suoi iscritti ce ne siano di antirazzisti –, ma questo non ha impedito loro di votare e accettare come provvedimenti giusti e buoni tutti i provvedimenti razzisti targati PD, dal 1990 a oggi.

Non credo che il ponte tra lavoratori, che giustamente auspichi, si costruisca non denunciando o, al limite, edulcorando il razzismo delle organizzazioni di cui fanno parte, in nome di chissà quale (utile) tattica politica; l’unica possibilità concreta, su questo terreno, a me sembra quella di dire la verità, di indicare nel modo più chiaro possibile le vere fonti del razzismo contemporaneo e di costruire, di conseguenza, un unico fronte antirazzista e anticapitalista (condicio sine qua non per essere antirazzisti), che includa tendenzialmente tutti i lavoratori, immigrati e autoctoni.

Questa denuncia, purtroppo, non potrà che arrivare dai lavoratori stessi, dalle loro lotte e dalla solidarietà che saranno capaci di costruire, perché nella sinistra accademica o intellettuale il panorama è, se possibile, ancor più deludente di quella della burocrazia dei confederali: i post-negristi o post-colonialisti imperversano in ogni dove con le loro parole d’ordine suggestive e, naturalmente, vuote: “diritto di fuga”, “liberare le migrazioni”, e l’infinita serie di espressioni senza alcun senso logico, come “lavoro migrante”, “luoghi migranti” (questa è la più divertente), “affetto migrante”, “corpo migrante”. Confesso che mi viene un giramento di testa ogni volta che sento tali espressioni, motivo per cui vorrei qui dire due parole su questa oscena parola: “migrante”. Secondo me, è una parola che veicola concetti e pratiche politiche pericolose.

In questi giorni ho letto un testo in cui l’autore di un libro da poco pubblicato, spiegava come Abdelmalek Sayad (uno dei più validi e interessanti studiosi delle migrazioni) [11], avrebbe coniato il termine “migrante”. Chi ha letto Sayad, e lo ha compreso, non può che gridare alla mistificazione. Mi piacerebbe sfidare, questo autore, così come tutti gli altri che la pensano come lui (e, purtroppo, non sono pochi), a trovare una pagina, una qualsiasi, in cui Sayad avrebbe usato la parola “migrante”.

Alla base di questa mistificazione c’è, a mio avviso, tanta superficialità, laddove si scambia l’attenzione di Sayad per la bidimensionalità dell’esistenza del soggetto che è costretto a lasciare la propria casa (il quale è colto e compreso nella sua doppia condizione: cioè di emigrato e di immigrato) con la totale assenza di questi da ogni luogo, da un qualsiasi luogo; così, secondo questo curioso ragionamento, da emigrato e immigrato si diventa migrante. Cancellando la prima vocale della parola il soggetto diventa di colpo un soggetto senza luogo e, ovviamente, senza storia: non ha un luogo di partenza da cui emigrare (e, di conseguenza, neanche una storia e delle ragioni di partenza) e neanche un luogo di arrivo in cui immigrare (e storia e legami da costruire). Dal punto di vista del diritto, il quale ha sempre bisogno dello spazio per essere esercitato e riconosciuto, al migrante non può essere riconosciuta una soggettività giuridica (e qui trova legittimazione, in qualche modo, anche il fatto che a determinare la condizione degli emigrati/immigrati siano le circolari e non le leggi); dal punto di vista politico invece, il messaggio, per essere brevi, è più o meno questo: non sono nostri compagni, né di lavoro e né di lotta, sono qui di passaggio, diamo loro quanto serve cristianamente, ma, per carità, non possiamo fare cose insieme.

Gli emigrati/immigrati non sono oiseaux de passage, in costante e permanente peregrinaggio; sono stati costretti, invece, a lasciare il loro paese, a causa delle violenze economiche, politiche e fisiche determinate, prevalentemente, dall’imperialismo; sono costretti a spostarsi per cercare un posto in cui ricominciare l’esistenza, non vogliono girare in tondo come delle trottole, non si sono messi in cammino per darsi un tono romantico, per recitare Baudelaire o per diventare protagonisti di libri suggestivi (ma vuoti di senso). Del resto, se si spulciassero meglio i documenti della Banca Mondiale, prima, e del Fondo Monetario Internazionale, poi, si scoprirebbe che a usare per primi questo termine, all’inizio degli anni ‘90, furono proprio queste due istituzioni. È da quel preciso momento che la parola “migrante”, prima di allora del tutto sconosciuta nei testi e nei vocabolari di studiosi, giornalisti, politici e movimenti, inizia a diffondersi. Del resto, il capitale li vuole esattamente così, migranti, cioè soggetti in costante mobilità, che mai si fermano in un posto, che mai fraternizzano con gli altri lavoratori. E questa è la paura più grande del capitale: l’unione di tutti i lavoratori e lavoratrici, a prescindere dal colore della pelle, dalla nazionalità, dal genere, dall’età.

 

La tua riflessione sulla retorica dei mi sembra interessante anche perché mostra che non esiste solo una critica da destra alla retorica dei “migranti”. Penso ad esempio a Fusaro – il quale proprio per i motivi che elenchi tu ovvero il fatto che i “migranti” – si teorizza – non abbiano radici e altre amenità, sarebbero essenzialmente qui per rubare il lavoro agli Italiani, esercito industriale di riserva… Quest’ultimo un fenomeno che in realtà è legato a processi ben più profondi e immanenti alla società capitalistica rispetto alle emigrazioni, come ad esempio la centralizzazione del capitale, la crisi e lo sviluppo tecnologico. Sappiamo a tal proposito che ultimamente ti stai occupando del rapporto tra razzismo e tecnologia, puoi dirci qualcosa in proposito?

Gli studi economici sull’impatto della tecnologia digitale, della robotica, nel mercato del lavoro internazionale sono ormai numerosi, per quanto molte delle loro terrificanti previsioni (per alcuni settori del mercato e per alcuni luoghi geografici, infatti, certi studi prevedono un aumento vertiginoso del numero dei disoccupati, fino al 90%) andrebbero discusse maggiormente e testate scientificamente. Cresce il sospetto, infatti, che alcuni di questi studi – diffondendo previsioni di un certo tipo e presentandole come ineludibili, in quanto risultato del progresso tecnologico (spesso inteso come fenomeno quasi sovrannaturale) – abbiano tra i loro obiettivi anche quello di rendere, in qualche modo, accettabile l’attuale elevato livello di disoccupazione, l’abbassamento dei salari e la progressiva cancellazione dei diritti. Resta indiscutibile però il fatto che buona parte della disoccupazione strutturale degli ultimi 30 anni, sia a livello locale che internazionale, sia ormai da attribuire all’impatto della tecnologia digitale e della robotica. Su questo punto vi è una certa convergenza dei dati e nel dibattito scientifico.

Gli studi sociologici, però, su questo impatto, sembrano alquanto scarsi. Le ragioni di tale minore interesse possono essere varie, tra le quali possiamo senz’altro menzionare anche una certa distanza degli studiosi delle scienze sociali, in generale, dai luoghi di lavoro (dalle fabbriche e dagli uffici). Ormai, le uniche inchieste attendibili in tal senso sono quelle giornalistiche (con tutti i loro limiti nell’analisi e nell’esposizione dei dati), condotte da giornalisti che si fanno assumere in anonimato e per un breve periodo dalle aziende, e che poi raccontano l’esperienza vissuta.

Il mio interesse sulla tecnologia e sulla robotica, in particolare, riguarda dunque l’impatto che essa ha sul mercato del lavoro, in senso generale, e come tale impatto si traduce poi, dai singoli governi e stati, in politiche nazionaliste, razziste e sessiste. Il Giappone rappresenta in questo senso un caso di studio (ma non è l’unico). L’ingente investimento fatto dal governo di Shinzo Abe nel settore dei cosiddetti “robot sociali”, ovvero dei robot destinati a creare un esercito di infermieri, colf e badanti per prendersi cura degli anziani giapponesi, che ormai rappresentano quasi il 40% dell’intera popolazione, esprime bene la politica nazionalista e razzistica dello stato giapponese. Investire massicciamente in “robot-badanti” ha come obiettivo specifico (e dichiarato) quello di impedire l’ingresso (legale) dei lavoratori stranieri in Giappone. Inoltre, sotto un profilo giuridico, politico, simbolico e culturale, appare di particolare interesse il fatto che ad alcuni di questi robot sia stata concessa la cittadinanza formale, status praticamente irraggiungibile per i lavoratori stranieri. I piani di analisi coinvolti in questi fatti sociali sono molteplici, a partire dall’analisi delle sembianze fisiche dei robot, passando dall’esame delle funzioni sociali a loro assegnate, per arrivare a comprendere il modello di cittadino rappresentato dai robot-con-cittadinanza (bisognerebbe, infatti, iniziare a immaginare anche dei robot clandestini, cioè non desiderati e pensati come cittadini-modello, visto che soltanto ad alcuni è stata concessa la cittadinanza).

Naturalmente, accanto ai robot e agli umanoidi vi sono anche l’intelligenza artificiale e gli algoritmi. È di qualche giorno fa l’annuncio del governo tedesco di un aumento sostanziale dei fondi (di circa 3 miliardi di euro) nel settore della ricerca e del lavoro nel settore dell’intelligenza artificiale con l’obiettivo specifico e dichiarato di “raggiungere i livelli di Cina e Usa”, in quanto considerato settore strategico dell’economia. Sul razzismo e il sessismo degli algoritmi e dell’IA gli scandali che coinvolgono le più importanti multinazionali si sprecano: dall’algoritmo di Amazon che scarta i curricula delle donne dal reclutamento al profilo Twitter dell’IA costruita da Google che dopo essere stato attivato, nel giro di pochissime ore, ha iniziato ad inneggiare a Hitler e a inveire contro neri e donne.

Insomma, la domanda principale che mi pongo è: che cos’è un robot, un umanoide, un algoritmo, ecc. da un punto di vista sociale e politico? Questa domanda si fonda sulla premessa che il carattere specifico della tecnologia è quello di essere una forza strutturata e strutturante nei confronti dei rapporti di produzione.


NOTE
1 H. Jaffe, Davanti al colonialismo. Engels, Marx e il marxismo, Jaca Book, Milano 2007.
2 “Ciò che intendiamo per razzismo ha poco a che fare con la xenofobia che esisteva in vari sistemi storici precedenti. La xenofobia era, letteralmente, paura dello ‘straniero’. Il razzismo interno al capitalismo storico non ha niente a che fare con gli ‘stranieri’. Tutto al contrario. Il razzismo è stato il modo con cui vari segmenti di forza-lavoro interni alla stessa struttura economica sono stati costretti a porsi in relazione gli uni agli altri” (I. Wallerstein, Il capitalismo storico. Economia, politica e cultura di un sistema mondo, Einaudi, Torino 1985).
3 J.-P. Sartre, Colonialisme et néocolonialisme. Situation V, Gallimard, Paris 1964.
4 Per un’analisi del Capitale di Marx, a partire dal legame tra colonialismo e capitalismo, consiglio la lettura dei testi di Pietro Basso (Razzismo di stato, Franco Angeli, Milano 2010; Razze schiave e razze signore, Franco Angeli, Milano 2000; oltre al recente testo dal titolo “Se il Capitale fosse stato scritto oggi”: https://pungolorosso.wordpress.com/2017/06/28/se-il-capitale-fosse-stato-scritto-oggi/) e Lucia Pradella (L’attualità del Capitale, Il Poligrafo, Verona 2010).
5 Il testo della lettera si trova in H. Jaffe, Davanti al colonialismo: Engels, Marx e il marxismo, Jacabook, Milano, 2007, p. 69.
6 P. Clastres, La società contro lo Stato, ombre corte, Padova 2003.
7 J.-P. Sartre, Critique de la raison dialectique.Tome I. Théories des ensembles pratiques, Gallimard, Paris 1960.
8 Brunialti A., “Assab. La prima colonia italiana”, Nuova Antologia, Seconda Serie, XXXIV, fasc. 13 (1° luglio 1882).
9 Sul punto si possono leggere i testi di David Harvey.
10 Goffredo Buccini, “L’utopia per l’Africa, il ‘colonialismo solidale’”, Corriere della Sera, 6 settembre 2017. Consultabile online al seguente indirizzo: http://www.corriere.it/opinioni/17_settembre_07/utopia-l-africa-colonialismo-solidale-c3745e08-9317-11e7-a8ea-58c09844946a.shtml
[11] Si veda: A. Sayad, La Doppia Assenza, Raffaello Cortina, Milano, 2002
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