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sinistra

Norman Bethune

di Eros Barone

La fusione organica tra medicina e comunismo nel crogiuolo ardente della passione internazionalista

3101 180dpi1. Una vita breve e straordinariamente intensa

Norman Bethune: chi era costui? L’‘incipit’ di carattere interrogativo e di sapore manzoniano non è fuori luogo quando un nome ricompare dopo tanto tempo. La risposta è la seguente: Norman Bethune ha un posto nella storia per il contributo che ha dato, in qualità di medico, oltre che alla ricerca scientifica, alla causa dell’emancipazione dei popoli oppressi.Eppure, quando il Nostro nasce il 4 marzo 1890, figlio di un pastore protestante presbiteriano e nipote di un nonno medico, a Gravenhurst, tranquilla cittadina sulle rive di un bel lago a nord di Toronto, nulla fa presagire la sua futura carriera. Sennonché ciò che affascina il giovane Norman è la medicina come ricerca scientifica e impegno sociale: un binomio che è la chiave di lettura della sua personalità e di tutta la sua attività. Nel 1915 Bethune interrompe gli studi all’università di Toronto per partire volontario come portantino infermiere nella prima guerra mondiale. Nel 1917, a causa di una ferita, viene trasferito in Inghilterra; qui presterà servizio nella marina britannica come tenente medico sino al completamento degli studi e al conseguimento della laurea in medicina (1919).

Alla fine della guerra torna in Canada e si specializza in chirurgia toracica presso l’ospedale di Toronto, per poi andare ad esercitare la professione medica a Detroit. Nel 1926 gli viene diagnosticata la TBC, che riuscirà a curare e debellare sperimentando su se stesso tecniche di avanguardia (lo pneumatorace). Tornato a Montreal, ottiene un posto come chirurgo presso l’ospedale del Sacro Cuore, dove continua con un crescente successo la duplice attività di ricercatore e di medico. Scrivono i suoi biografi, «il lavoro di tutti i giorni, sebbene rilevantissimo, non lo distoglieva dal tentare sempre nuovi esperimenti nella diuturna lotta contro la TBC. Gli era tornata l’antica energia, aveva una insaziabile fame di lavoro. La sua esistenza aveva nuovamente assunto un ritmo infernale: passava una gran parte della notte con gli amici, il mattino lo dedicava agli interventi chirurgici, nel pomeriggio faceva nuovi esperimenti, e trovava anche il tempo di visitare i suoi ammalati. Forse non ci fu mai un medico che ebbe altrettanta resistenza fisica nel suo lavoro» 1 . Tra il 1929 e il 1936 inventa e perfeziona dodici strumenti medici e chirurgici, scrivendo importanti articoli e ottenendo prestigiosi riconoscimenti, che gli fruttano elevate parcelle per le sue visite specialistiche: Bethune può sperimentare in tal modo un’esistenza da ricco borghese, che però ben presto lo stancherà e lo disgusterà per la sua vacuità edonistica e il suo carattere parassitario.

 

2. Dalla presa di coscienza all’azione conseguente

Durante il periodo della “grande depressione” (1929-1935), quando la disoccupazione, la povertà di massa e l’emarginazione sociale divengono uno spettacolo quotidiano, l’idea guida che orienta l’attività di Norman Bethune (un’idea che da tempo germogliava nel suo animo) è quella della medicina popolare. Così il quotato medico canadese comincia a studiare gli aspetti socio-economici della TBC, notando che essa colpisce maggiormente gli strati popolari ed è strettamente correlata alle condizioni igienico-sanitarie. Decide allora di andare controcorrente e di concepire la medicina come impegno sociale. Egli diventa perciò un combattivo sostenitore del movimento per una medicina pubblica. All’inizio degli anni Trenta del secolo scorso – scrivono Gordon e Allan - “si costituì l’Unione di Montreal per la tutela della Salute Popolare […] l’Unione sarebbe dovuta servire per garantire il servizio sanitario a coloro che non potevano provvedervi per mancanza di denaro”. Nel 1936, organizzato dalla sezione di Montreal dell’Ordine dei Medici, si svolge un pubblico dibattito sulla funzione sociale della medicina, in cui Bethune ha modo di esporre la concezione rivoluzionaria della medicina che ha maturato attraverso i suoi studi e le sue esperienze. Bethune partecipa dunque attivamente al movimento per la riforma sanitaria, movimento incentrato sul principio dell’assistenza medica gratuita, e nel 1935 si reca in URSS per studiarne il sistema sanitario. L’anno dopo aderisce al partito comunista del Canada, partito allora illegale in quel Paese. In quello stesso anno, nel quadro del vasto movimento internazionale di solidarietà con la repubblica democratica contro cui è iniziata la sedizione franchista, il partito lo invia in Spagna. In Spagna Norman Bethune crea le famose unità mobili per la trasfusione del sangue ai soldati: unità di trasporto e distribuzione di sangue donato dai civili e da usare per i soldati feriti al fronte. L’esperienza della partecipazione alla resistenza antifascista nella guerra civile spagnola segna l’inizio di quella fusione organica tra medicina e comunismo nel crogiuolo ardente della passione internazionalista che, di lì a poco, troverà il suo compimento in Cina.

Nel gennaio 1938 il partito comunista del Canada organizza una raccolta di fondi da destinare all’acquisto di medicine e attrezzature mediche per l’esercito popolare diretto da Mao Tse-tung, in quel periodo impegnato nella guerra di liberazione contro l’imperialismo giapponese. Ancora una volta, Bethune si offre come volontario, partendo per Hong Kong, dove compra medicine e attrezzature per poi incaricarsi personalmente del loro trasporto fino al fronte. Compiuta la sua missione, Bethune, invece di tornare in patria, decide di restare in Cina per contribuire con la sua esperienza professionale nel campo medico-sanitario alla guerra popolare di liberazione, operando nelle file dell’Ottava Armata Comunista attestata sulle montagne di Wu Tai. Ivi Norman Bethune svolge una multiforme attività medica con i suoi interventi chirurgici di emergenza, con la creazione di unità sanitarie mobili, con la stesura di testi di medicina pratica per corsi di formazione sanitaria all’interno dell’esercito di liberazione e tra le masse rurali, corsi da cui scaturisce l’idea dei “medici scalzi” (contadini che curavano altri contadini). La stella polare che guida Pei Ciu En (così era chiamato Bethune dai cinesi) è l’idea secondo cui la solidarietà correttamente gestita può diventare una forza invincibile in ogni campo. Divenuto una figura leggendaria, celebrato da Mao nello scritto “In memoria di Norman Bethune”, scritto vergato il 21 dicembre 1939 a poche settimane di distanza dalla sua morte 2 , questo medico canadese che non sapeva una parola di cinese ascende così nel pantheon degli eroi della Repubblica Popolare Cinese. Dopo quasi due anni di intenso lavoro nei campi di battaglia, durante un’operazione si ferisce con uno strumento chirurgico e muore di setticemia a quarantanove anni il 12 novembre 1939. Sette anni dopo la sua morte, nel 1946 il governo liberale di Mackenzie King, grazie anche all’azione di massa promossa da Norman Bethune, introduce in Canada la sanità pubblica gratuita.

 

3. La presenza di Norman Bethune nella cultura contemporanea

Nel 1937, prima di partire per la Spagna, lo stesso Bethune, rivolgendosi ad un amico, scrive, un po’ per celia e un po’ sul serio, il proprio epitaffio: “Nato borghese, morto comunista” 3 . In effetti, Norman Bethune aveva molto da perdere, ma non ha esitato a mettere in pericolo la sua carriera medica con il suo impegno per la causa antifascista e per il comunismo. Non si dimentichi che egli lavorava, come si è ricordato, nell’ospedale del Sacro Cuore di Montreal, un ospedale creato e diretto dalla Chiesa cattolica nel Quebec. Se si considera il sostegno del Vaticano a Franco e alla rivolta nazionalista in Spagna, non è difficile comprendere che il rischio che correva Bethune era quello di perdere il suo lavoro in quell’ospedale.

Orbene, non vi è dubbio che la sua figura e la sua stessa eredità ideale nascano da un affascinante impasto di umanitarismo, radicalismo politico e internazionalismo: solo tenendo conto di queste condizioni antecedenti e concomitanti - condizioni di cui sono stati fattori decisivi l’irresistibile spinta della rivoluzione d’ottobre e la salda direzione staliniana del processo di costruzione del socialismo in Unione Sovietica -, è possibile spiegare come un uomo pienamente integrato nella classe borghese, un chirurgo esperto e uno scienziato geniale scelga di aderire al partito comunista e di porsi al servizio del proletariato mondiale, pur avendo la possibilità di guadagnare migliaia di dollari l’anno nel periodo della “grande depressione”. Dell’intatto fascino che emana dalla sua figura fanno fede, tra l’altro, due film a lui dedicati, entrambi interpretati dal prestigioso attore canadese Donald Sutherland: uno del 1977, intitolato “Bethune”, e un altro del 1990, intitolato nell’edizione originale “Bethune: The Making of a Hero” e in quella italiana “Il mitico eroe”.

Per quanto riguarda il ricordo che di lui si conserva in Cina, è sufficiente rammentare che Bethune e Cervantes sono gli unici occidentali a cui questo grande Paese ha riservato l’onore di monumenti e statue. Insomma, è fuor di dubbio che Norman Bethune sia una delle personalità comuniste più interessanti del XX secolo. Dal canto suo, Mao ha giustamente riconosciuto il contributo di Bethune alla causa della resistenza internazionale contro l’aggressione fascista sia in Spagna che in Cina. Pertanto, l’eredità di Bethune si riassume non solo nei suoi contributi materiali e ideali alla medicina intesa come pratica chirurgica, come ricerca tecnico-scientifica e come impegno sociale, ma anche, in modo del tutto consequenziale, alla causa antifascista e al comunismo. Ancora una volta, è stato Mao Tse-tung a riconoscere correttamente in Norman Bethune “il nostro internazionalismo, l’internazionalismo con il quale ci opponiamo sia al gretto nazionalismo che al gretto patriottismo” 4 .

Infine, per quanto riguarda l’Italia, è giusto ricordare, in questa rapida rassegna sulla presenza di Norman Bethune nella cultura contemporanea, l’importanza che ebbe il richiamo alla figura e all’opera del medico canadese da parte del Movimento Studentesco dell’Università Statale di Milano. Quando, verso la metà degli anni Settanta del secolo scorso, il Movimento Studentesco decise di riorganizzarsi costituendo sezioni nei quartieri, il nome di Bethune designò la sezione di Lambrate, la quale raggruppava anche i collettivi universitari della vicina Città Studi e tra questi il collettivo della facoltà di medicina. Questo collettivo, con la collaborazione di alcuni docenti, tra cui il professor Maccacaro, partecipava a inchieste sull’ambiente e sulla salute in fabbrica, allo sviluppo di una coscienza medico-sociale e alla diffusione della medicina preventiva. Chi, come il sottoscritto, ha vissuto politicamente e intellettualmente quel periodo, ricorda la teoria dell’“uso parziale alternativo” (UPA) dell’università: alternativo, appunto, ma sempre parziale perché, si diceva allora (e la parola d’ordine conserva anche ai nostri giorni tutta la sua validità), “la scuola borghese si abbatte e non si cambia”. Molti di quel collettivo hanno continuato quell’impegno dopo la laurea. E in quel collettivo c’era in quegli anni uno studente il cui nome è conosciuto da tutti: Gino Strada5 .

 

4. “Optimus medicus sit quoque philosophus”

Per concludere, giova riprendere una massima di Galeno, che viene citata da Giorgio Cosmacini nel volumetto Prima lezione di medicina: “optimus medicus sit quoque philosophus” 6 . Una massima che esprime l’esigenza per cui un medico, se vuole essere annoverato tra i migliori, dev’essere anche filosofo. Il medico deve, in altri termini – secondo la parafrasi fornita dall’illustre storico della medicina -, possedere la “philosophia”, cioè l’amore per la sapienza, che comprende l’amore per la tecnica (tecnofilia) e l’amore per l’uomo (filantropia), i quali insieme formano il trinomio di “scientia”, “ars” e “pietas” 7 . La conoscenza della sua vita e del quadro storico in cui essa si è situata dimostra che Norman Bethune ha incarnato come medico, come comunista e come internazionalista questo tipo ideale. Aveva dunque ragione Mao Tse-tung quando nella sua storica lode scriveva che “lo spirito del compagno Bethune, la sua assoluta devozione verso gli altri senza la minima ombra di egoismo, si rivelava nell’altissimo senso di responsabilità verso il lavoro e nell’infinita premura verso i compagni e il popolo” 8 .

* * * *

Appendice Iª

Nel 1935 si costituisce l’Unione di Montreal per la tutela della Salute Popolare e nel luglio del 1936 viene diffuso, firmato dallo stesso Bethune, un manifesto per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle pietose condizioni di migliaia e migliaia di persone nella provincia di Quebec. Quello che segue è il resoconto, fornito da Sidney Gordon e Ted Allan nella loro biografia di Bethune, del dibattito pubblico che l’Ordine dei Medici di Montreal organizzò su tale manifesto. L’attualità dell’analisi critica, dei concetti teorici e delle indicazioni pratiche, formulati da Bethune in tema di medicina preventiva e sociale, può apparire impressionante, ma riflette semplicemente le linee di un approccio marxista alle costanti materiali e ideologiche (valevoli quindi anche ai nostri giorni) dell’organizzazione capitalistica della medicina, che questo dibattito documenta con grande incisività ed evidenza.

«Per quale re dobbiamo vivere o morire?»

Tre sanitari molto in vista presero parte al dibattito: il dr. A. H. Gordon, il dr. B. Cuddihy, il dr. Bethune.

Il dottor Gordon sostenne la libera iniziativa: auspicare l’intervento dello Stato, disse, significa minare le fondamenta stesse della professione sanitaria.

Il dottor Cuddihy sostenne una tesi intermedia: ammise che la crisi economica imponeva soluzioni nuove, e che i medici si trovavano di fronte a problemi ignorati in passato; però il sistema di previdenza, in se stesso buono, non doveva dipendere direttamente dallo Stato.

La tesi radicale fu sostenuta da Bethune, che auspicò la socializzazione della medicina. Gordon e Cuddihy si erano pronunciati decisamente contro la socializzazione della medicina. Bethune aprì il discorso con queste parole:

“Questa sera vi è stato presentato il più interessante caso che mai sia stato portato davanti all’Ordine: il caso che mette l’un contro l’altro il medico e l’uomo della strada. Noi dobbiamo dimostrare che siamo coscienti di questo stato di cose, e che abbiamo l’obiettività necessaria per essere nello stesso tempo parte in causa e giudici. Ci conviene dunque esaminare il problema col massimo disinteresse.

“Il dottor Gordon, nel suo intervento, ha sottolineato l’aspetto contingente del problema: il destino del libero professionista in un sistema di medicina socializzata.

“Il problema però deve essere impostato diversamente, tenendo presente che la salute della collettività è ben più importante del destino del libero professionista. Qui abbiamo un problema che interessa la morale, la politica, l’economia, un problema dunque che non si può risolvere nell’ambito dell’interesse privato. La medicina è parte della struttura sociale, è il prodotto di un dato ambiente. Ora è noto che ogni struttura sociale ha una determinata base economica. Nel Canada questa base è il capitalismo, come dire il sistema dell’individualismo, della concorrenza, dell’interesse privato. Il sistema però, come tutti abbiamo avuto modo di constatare, è stato colpito da una crisi tremenda, una malattia mortale, che richiede rimedi adeguati soprattutto nel Canada, dove la situazione appare veramente grave. È vero che alcuni sostengono che la malattia è passeggera: penso che si sbaglino.

“I palliativi di cui cianciano i politicanti sono come l’aspirina per un sifilitico, che può dare un momentaneo sollievo, senza però combattere il male.”

Bethune parlava con calma, vincendo qualsiasi tentazione retorica, cercando esclusivamente le vie dell’intelligenza. Continuò: “La medicina attualmente è organizzata su base capitalistica, obbedisce al principio del massimo profitto. Così stando le cose, è inevitabile che la medicina soffra della stessa malattia che ha colpito il mondo capitalista, presenti gli stessi interessanti e disagevoli fenomeni. Sinteticamente la situazione potrebbe essere così indicata: insufficiente stato di salute in un Paese scientificamente ricco, patologicamente in crisi. Migliaia di persone hanno fame, e si potrebbe produrre di più di quanto richiesto dal fabbisogno (non abbiamo visto, nel Canada, bruciare il caffè, buttar via la carne di maiale, pagare gli agricoltori perché non producano grano e cotone?); migliaia di persone vanno vestite miseramente, e le fabbriche tessili sono ferme; analogamente milioni di persone sono ammalate, soffrono atroci dolori, e molte se ne vanno prima del tempo per mancanza di quelle cure, che noi possiamo fornir loro, ma che esse non sono in grado di pagare. E questo perché? Perché la ricchezza non è equamente distribuita. Ecco dunque che appare evidente che il problema sanitario è strettamente collegato con quello economico. Ola medicina oggi è un lusso. Noi medici vendiamo un prodotto, che dovrebbe essere come il pane, alla portata di tutti, e che invece costa più caro dei gioielli. I poveri, il 50 per cento della popolazione, non possono acquistare del nostro pane, più caro dei gioielli, e muoiono di fame; e noi, che non possiamo smerciare il nostro pane, siamo in crisi. Se la salute dei ceti popolari non viene tutelata, le conseguenze si fanno sentire non soltanto in danno dei poveri, ma anche a nostro danno. Ciò stabilito, tutto diventa più chiaro.

“Vi sono nel Canada tre categorie di persone: coloro che stanno bene, coloro che vivono in condizioni di disagio, coloro che non hanno nulla. Se nel mezzo c’è gente che più o meno se la cava, in fondo invece troviamo la massa dei diseredati, degli schiavi, coloro che dispongono soltanto del minimo indispensabile per non morire. Questi hanno, complessivamente, un terzo di ciò che dovrebbero avere in un Paese civile: un terzo del numero di abitazioni necessarie, un terzo del lavoro che potrebbero eseguire, un terzo dei servizi sanitari di cui hanno bisogno. Esattamente: negli osp’edali vengono ricoverati il 55 per cento di ammalati per i quali si prescrive il ricovero, e la degenza è in media del 54 per cento dei giorni richiesti per la cura.

“Si direbbe, in base alle statistiche, che è un lusso per pochi privilegiati disporre del servizio sanitario. Impressionanti in proposito i dati forniti dall’Ordine Americano dei Medici. Il 46,6 per cento dei cittadini con redditi inferiori ai 1200 dollari l’anno non ricorrono mai al medico. Fra coloro che guadagnano annualmente diecimila dollari e anche più, il 13,8 per cento non hanno bisogno di cure sanitarie. È stato accertato che in sostanza il 38,2 per cento della popolazione non va mai da medici, dentisti, oculisti. Questo per le seguenti ragioni: mancanza di denaro (ed è la causa principale), ignoranza, apatia, inadeguatezza del servizio sanitario.

“Come sapete, le nozioni scientifiche in questi anni sono enormemente aumentate. Di qui la necessità della specializzazione. Ma la specializzazione è possibile solo nei grandi centri urbani. Lo stesso medico tuttofare, guardato dall’alto dagli specialisti, ha coscienza di non poter dare ai pazienti ciò che dovrebbe, ma d’altra parte non può conseguire la specializzazione per difficoltà di natura economica. Spesso si son dovuti fare notevoli sacrifici per ottenere la laurea, lavorare e guadagnare, anche se il neodottore ambirebbe approfondire le proprie nozioni, specializzarsi. E questa è la situazione di novecentonovantanove giovani su mille, costretti dal bisogno a procurarsi una remunerazione appena conseguita la laurea. Non sempre, del resto, il lavoro del medico ha il giusto riconoscimento. Pierrot e Collins, nel ’33, fecero una inchiesta, interrogando 9130 famiglie americane. Constatarono che la crisi economica aveva portato malattie soprattutto ai poveri. Comunque, la situazione per i medici era questa: il 61 per cento delle famiglie indigenti non avevano pagato per il servizio sanitario, mentre nel ceto medio i non-paganti erano stati il 33 per cento, e nelle classi superiori il 26 per cento.

“A questo punto, si devono trarre delle conclusioni.

“Il mezzo più efficace per tutelare la salute consiste nell’abolizione dell’attuale sistema economico, fonte inesauribile di malattia: verrebbero così liquidate ignoranza, povertà, disoccupazione. Non è ammissibile che si possa acquistar la salute come un’altra merce qualsiasi. È ingiusto, improduttivo, antieconomico, antiquato. Se tale sistema sussiste tuttora, ne hanno colpa medici e filantropi. Senza il loro concorso, sarebbe morto di morte naturale da almeno un secolo, da quando ebbe inizio la rivoluzione industriale. Nella società attuale, che riteniamo così civile, non ha senso parlare della salute come di un bene privato. La salute interessa tutti, è un bene che deve essere tutelato dal governo, che ha in tal senso un preciso dovere verso tutti i cittadini.

“La soluzione del problema è dunque una sola: la socializzazione della medicina. Liberiamo la medicina dal profitto privato, liberiamo la professione dall’individualismo rapace. Proclamiamo che è disonorevole far quattrini sulla sofferenza dei nostri simili. Uniamo le nostre forze, per non essere più alla mercé dei politicanti.

“Facciamo un nuovo codice della medicina, dove non siano contenute soltanto norme professionali, ma anche le norme morali che regolano i rapporti fra il medico e la società.

“Nelle nostre riunioni, oltre che dei casi clinicamente interessanti, dobbiamo parlare anche dei problemi del nostro tempo, dei rapporti fra la medicina e lo Stato, dei doveri del medico verso la società, del nesso fra professione ed economia generale. È ora che riconosciamo che i nostri problemi non sono soltanto di natura tecnica e scientifica, ma anche economica e sociale.

“Nell’organizzazione sanitaria, così come in tutte le altre, compresa la Chiesa e la magistratura, il valore dei dirigenti si commisura sulla loro capacità di fronteggiare i problemi di ordine generale. Ben più che di medici insigni e di illustri chirurghi oggi abbiamo bisogno di uomini socialmente preparati, che sappiano veder lontano.

“Dobbiamo considerarci i più qualificati tutori della salute dei nostri simili, e pertanto tocca a noi presentare al governo un programma organico, per far sì che la medicina sia la servizio della collettività. Qualunque sia la conseguenza, nell’ambito particolaristico, non ha grande importanza. . Si tratta, a pensarci bene, di un sacrificio apparente. Ci immoleremo sull’altare della pubblica sanità: ma accadrà a noi come alla favolosa Fenice, che rinasceva dalle proprie ceneri.

“La medicina deve essere riorganizzata, unificata. Bisogna creare un esercito di dottori, dentisti, infermieri, tecnici, assistenti sociali. Bisogna portare un attacco a fondo, unitariamente, contro la malattia, utilizzando a questo scopo tutte le nozioni scientifiche di cui disponiamo. Non dobbiamo più chiedere: ‘Come state?’ ma bensì: ‘Come posso aiutarvi?’.

“Con la socializzazione della medicina:

“Primo: la salute diventa una faccenda di interesse generale come il servizio postale, l’esercito, la marina, la giustizia, la scuola.

“Secondo: chi paga è lo Stato.

“Terzo: il servizio sanitario è alla portata di tutti, a seconda del bisogno, e non del reddito; niente più carità, ma giustizia; la carità umilia chi la fa, corrompe chi la riceve.

“Quarto: i medici-lavoratori diventano dei funzionari statali, con stipendi e pensioni.

“Quinto: l’organizzazione dei medici-lavoratori sarà autonoma, e i dirigenti verranno eletti democraticamente.

“Venticinque anni fa poteva essere preso come un insulto l’appellativo di socialista. Oggi è ridicolo non essere socialista.

“Le riforma sanitarie come quelle proposte dal dottor Cuddihy non significano nulla. Non sono neppure un avvio alla socializzazione della medicina: sono semplicemente il prodotto di un umanitarismo inadeguato alla situazione attuale.

“Tre sono le obiezioni principali degli avversari della socializzazione della medicina:

“Si dice: verrà a mancare l’iniziativa. Si può ammettere che in questa fase della storia, l’animale-uomo abbia bisogno, per andare avanti, di una carota davanti al naso; non è però necessario che sia una carota d’oro; il prestigio personale può aver maggior pregio dell’interesse materiale.

“Altra obiezione: la burocrazia. Si tratta però di un pericolo che viene sventato dal controllo democratico dell’organizzazione.

“Si dice inoltre: è necessario che il paziente possa scegliere il medico che vuole. Questo è un mito creato dai dottori. Quando il paziente ha la scelta fra due o tre medici, è soddisfatto. Se non lo è, bisogna mandarlo da uno psichiatra. Se noi dicessimo che il medico deve scegliere i propri ammalati, faremmo ridere: e tuttavia sosteniamo con la massima serietà una tesi analoga, affermando che il paziente deve avere illimitata libertà di scelta. La realtà è che il novantanove per cento degli ammalati badano ai risultati, e non alla persona del medico.

“La medicina, per poter realizzare i progressi che si attendono da lei, deve essere liberata da preoccupazioni di ordine materiale: a questo fine è necessario che i medici abbiano coscienza del nesso fra medicina ed economia.

“Basta col nostro splendido isolamento, e rendiamoci conto della realtà, al centro della quale sta oggi la grande crisi economica. Il mondo cambia sotto i nostri occhi, anche la barca di Esculapio è presa nel vortice della corrente storica, che porta avanti l’umanità, tutto rivoluzionando. Te4ntando di resistere, saremmo travolti.

“Il popolo è maturo per la socializzazione della medicina. Gli oppositori della socializzazione hanno lo stesso volto, sia fra noi sia fuori della nostra organizzazione. Se ci sfugge questa identità, non si capisce nulla della situazione. Sono, questi oppositori, gli assertori del privilegio, che diventa per l’occasione ‘la difesa della libertà di scelta’, ‘la difesa della libertà individuale’, ‘la difesa dal socialismo’, ‘la difesa dell’interesse generale minacciato dall’antieconomica socializzazione’. Questi paladini della libertà e dell’economia sono in realtà nemici del popolo nonché della medicina.

“Il conflitto che oggi lacera il mondo ha riscontro anche nella medicina. Da una parte vi sono coloro che sostengono che bisogna conservare i privilegi, la proprietà privata, il monopolio di venditori di salute fisica. Dall’altra parte sono coloro che affermano che la medicina è più importante dell’interesse privato dei medici, che è ora di finirla con i privilegi, che il nostro dovere è di tutelare la salute di tutti. Ancora una volta risuona così nel mondo l’interrogativo di quel personaggio di Shakespeare, che nell’Enrico IV, chiede: ‘Per quale re dobbiamo vivere o morire?’” 9.

* * * *

APPENDICE IIª

La lode di Norman Bethune, scritta da Mao Tse-tung poche settimane dopo la morte del medico nord-americano che aveva dedicato tutte le sue energie alla causa della liberazione del popolo cinese, è uno dei più celebri esempi di letteratura epidittica che conosca non solo la cultura comunista ma anche, probabilmente, la cultura universale. Mao si domanda – e ci domanda – quale spirito possa aver spinto uno straniero a considerare, al di sopra di qualunque motivo egoistico, la causa della liberazione del popolo cinese come propria, e risponde con estrema semplicità che il motivo ispiratore della scelta di Norman Bethune è stato lo spirito dell’internazionalismo e del comunismo, la cui giustificazione razionale consiste nella consapevolezza, che costituisce il nocciolo del leninismo, secondo cui “la rivoluzione mondiale può avere successo solo se il proletariato dei paesi capitalisti appoggia la lotta di liberazione dei popoli delle colonie e semicolonie, e se il proletariato delle colonie e semicolonie appoggia la lotta di liberazione del proletariato dei paesi capitalisti”. È questa consapevolezza che dà senso e valore ai prerequisiti etici e antropologici che caratterizzano “lo spirito del compagno Bethune” e che Mao sottolinea con forza: “la sua assoluta dedizione verso gli altri senza la minima ombra di egoismo”, da cui scaturivano “l'altissimo senso di responsabilità verso il lavoro e l'infinita premura verso i compagni e il popolo”. La lezione che emerge dallo scritto di Mao si riassume dunque in questa tesi: i militanti della sinistra comunista, a differenza dei politicanti della sinistra borghese e di quella opportunista, hanno bisogno, nell'affrontare i loro antagonisti, di saldi fondamenti etici e antropologici, poiché soltanto da essi possono attingere le risorse politiche e morali che oggi occorrono nella pratica della lotta di classe a qualsiasi livello.

In memoria di Norman Bethune

Il compagno Norman Bethune, membro del Partito Comunista Canadese, aveva più di cinquant’anni quando, inviato dal Partito Comunista Canadese e il Partito Comunista degli Stati Uniti ad aiutare la Cina nella Guerra di resistenza contro il Giappone, arrivò nel nostro paese dopo un viaggio di migliaia di chilometri. Giunse a Yenan nella primavera dell'anno scorso, e poi andò a lavorare sui Monti Wutai dove, con nostro grande dolore, è morto come un martire al suo posto di lavoro. Quale spirito può aver spinto uno straniero a considerare, al di sopra di qualunque motivo egoistico, la causa della liberazione del popolo cinese come propria? È lo spirito dell'internazionalismo, lo spirito del comunismo, dal quale ogni comunista cinese deve imparare. Il leninismo insegna che la rivoluzione mondiale può avere successo solo se il proletariato dei paesi capitalisti appoggia la lotta di liberazione dei popoli delle colonie e semicolonie, e se il proletariato delle colonie e semicolonie appoggia la lotta di liberazione del proletariato dei paesi capitalisti. Il compagno Bethune ha messo in pratica questa linea leninista. Anche noi comunisti cinesi dobbiamo mettere in pratica questa linea. Dobbiamo unirci al proletariato di tutti i paesi capitalisti, al proletariato del Giappone, dell’Inghilterra, degli Stati Uniti, della Germania, dell’Italia e di tutti gli altri paesi capitalisti, perché sia possibile abbattere l’imperialismo, liberare la nostra nazione e il nostro popolo, e liberare le altre nazioni e gli altri popoli del mondo. Questo è il nostro internazionalismo, l'internazionalismo con il quale ci opponiamo sia al gretto nazionalismo che al gretto patriottismo.

Lo spirito del compagno Bethune, la sua assoluta devozione verso gli altri senza la minima ombra di egoismo, si rivelava nell’altissimo senso di responsabilità verso il lavoro e nell’infinita premura verso i compagni e il popolo. Ogni comunista deve imparare da lui. Non sono pochi coloro che mancano di senso di responsabilità nel lavoro, preferiscono i fardelli leggeri a quelli pesanti, lasciano quelli pesanti agli altri e scelgono per sé quelli leggeri. In ogni cosa pensano prima a se stessi e poi agli altri. Appena compiono un piccolo sforzo, si gonfiano di orgoglio e si vantano per paura che gli altri non se ne accorgano. Invece di essere pieni di affetto per i compagni e il popolo, sono freddi, indifferenti e apatici. In realtà, questi individui non sono comunisti, o almeno non possono essere considerati veri comunisti. Tutti coloro che tornavano dal fronte esprimevano la loro ammirazione per Bethune ogni volta che veniva fatto il suo nome, e tutti erano colpiti dallo spirito che l’animava. Quanti tra i soldati e i civili della Regione di confine Shansi-Chahar-Hopei erano stati curati dal dottor Bethune o lo avevano visto al lavoro con i propri occhi, erano entusiasti di lui. Ogni comunista deve prendere a esempio lo spirito del compagno Bethune che era lo spirito di un vero comunista.

Il compagno Bethune era medico, aveva fatto della medicina la sua professione e migliorava di continuo le sue capacità; tra tutto il personale medico dell’Ottava armata, egli si distingueva per la sua competenza. Il suo esempio rappresenta una buona lezione per coloro che vogliono cambiare lavoro non appena vedono qualcosa di nuovo, e per chi disprezza il lavoro tecnico giudicandolo poco importante e senza prospettive.
Ho visto il compagno Bethune una sola volta. In seguito mi ha scritto molte lettere. Ero molto occupato, e perciò gli ho risposto solo una volta e non so neanche se abbia mai ricevuto la mia lettera. La sua morte mi addolora profondamente. Ora tutti noi lo commemoriamo, e ciò dimostra quanto il suo spirito abbia profondamente toccato ognuno di noi. Noi tutti dobbiamo prendere a esempio il suo spirito di assoluta abnegazione. Con questo spirito ognuno può essere molto utile al popolo. L'abilità di un uomo può essere grande o piccola, ma se egli avrà questo spirito sarà un uomo nobile, puro, un uomo moralmente integro, superiore ai meschini interessi, un uomo prezioso per il popolo10.


Note
1 S. Gordon e T. Allan, Il bisturi e la spada – La storia di Norman Bethune, Feltrinelli, Milano 1969, p. 72.
2 Cfr. Appendice IIª.
3 Cfr. < http://spanishcivilwar.ca/born-a-bourgeois > .
4 Cfr. sempre Appendice IIª.
5 Il riferimento a questo medico ha carattere meramente oggettivo e non implica né adesione né rifiuto verso iniziative, movimenti o progetti legati alla sua azione. Il tempo passa per tutti e gli uomini possono cambiare.
6 G. Cosmacini, Prima lezione di medicina, Laterza, Roma-Bari 2009, p. 93.
7 Merita di essere riportato quanto scrive l’autore a proposito del mito di Asclepio (op. cit., pp. 99-100): «Ripensiamo il valore simbolico del mito di Asclepio (Esculapio), il semidio della medicina rappresentato dai greci, a futura memoria, come un medico impugnante nella mano destra un bastone con attorcigliato un serpente: il bastone simboleggia l’“arte dietetica” (‘díaita’, in greco, significa “regola di vita”) e il serpente è l’emblema dell’“arte farmaceutica” (‘phármakon’, in greco, significa “veleno”). I due simboli indicano la duplice valenza della medicina clinica, regolativi e terapeutica. Mentre la mano destra del semidio tiene la verga con la serpe, la amno sinistra tiene un anello che la vulgata corrente considera emblematico dell’“arte chirurgica”… Invece, ad avviso di chi scrive, l’anello simboleggia un’altra cosa, diversa dall’“arte”, dalla ‘téchne’, pur se a questa integrata… L’anello indica la sapienza o ‘sophía’ di cui il medico dev’essere ‘phílos’, “amico”. Impugnato dalla mano mancina, che non è quella della “dritta” ragione, bensì quella della “sinistra” follia matrice del genio, l’anello è il simbolo della ‘philosophía’, “amicizia per la sapienza” che include quella per l’uomo in difficoltà (‘philanthropía’) e quella per la tecnica al servizio dell’uomo (‘technophilía’).
8 Cfr. l’Appendice IIª.
9 S. Gordon e T. Allan, Op. cit., pp. 101-106.
10 Mao Tse-tung, Opere scelte, vol. II, Casa editrice in lingue estere, Pechino 1971, pp. 351-353.
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Comments   

#1 Luigi Cadelli 2017-10-04 18:22
Nel 1973 a Dudelange (Lussemburgo) fu creato il circolo culturale "Norman Béthune" per svolgere iniziative animate dallo spirito della collaborazioe e della solidarietà internazionale.
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