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Storia, prudenza ed urgenza

di Ottone Ovidi

studiare storiaLa storia con le sue vicende, le sue guerre, le sue rivoluzioni e controrivoluzioni, con le sue sconfitte e vittorie nazionali nonché con la lotta di classe affascina e ispira i cittadini tutti, ed è non solo un faro che illumina l’esistenza umana ma un riflettore intorno a cui ruota l’esistenza umana tutta e rende visibile anche quelle cose che possono sembrare nascoste o invisibili. Comprendere il carattere dialettico della storia significa leggerla come processo. La dialettica come processo storico ci permette di conoscere nel corso della storia stessa nuovi contenuti, nuovi oggetti. Nel momento in cui leggiamo la storia come processo dialettico ci appropriamo di questa come parte del processo dello sviluppo sociale e perciò questa stessa ci permette di capire che il cosa, il come e il fino a che punto della nostra conoscenza è determinato dagli stadi di sviluppo del processo della società.

La legge dell’identità mediata di soggetto e oggetto, forma e contenuto, essere e divenire è la forma razionale, per altri versi l’unica forma possibile, di realizzazione della storia.

Il metodo storico non è qualche cosa di formale e preliminare, ma si identifica con l’unità tra teoria e prassi, e richiede di schierarsi dalla parte del soggetto che non rinuncia a fare coscientemente la propria storia. L’interazione dialettica di soggetto e oggetto nel processo storico si manifesta nel fatto che il momento soggettivo, che pure è un momento del processo oggettivo, impone una direzione al processo stesso.

Il metodo dialettico applicato alla storia non significa leggerla con indifferenziata unità. Raccontare la storia è comprendere, ma non cadere nella visione della stessa come un progresso infinito o finito, non è un approssimarsi permanente verso una meta posta una volta per tutte, bensì un processo dialettico e pertanto non segue una traiettoria univoca e progressiva.

La comprensione delle forme di mediazione reali attraverso cui si producono le forme fenomeniche della storia presuppone da parte dello storico una posizione dialettico-critica. Gli storici borghesi sono costretti o scelgono di rimanere all’immediatezza e non sono in grado di conoscere dialetticamente la storia e la società nella sua totalità e nel suo divenire. Da qui il motivo degli attacchi portati contro la dialettica. Se per conoscere la storia c’è bisogno di comprenderla come processo, allo stesso tempo non si può pensare che i processi siano tutti equivalenti e intercambiabili, come per lo storicismo, né che lo sviluppo degli avvenimenti debba procedere in senso ascendente secondo una linea retta, come racconta un certo tipo di evoluzionismo. La storia come materialismo storico pensa e legge i fatti storici sì come un processo, ma non lo racconta come assoluto. Ma questa chiarezza di intenti non cade nel relativismo, nient’altro che una forma di sociologia borghese.

Vale sempre nella ricerca storica ricordarsi che non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza.

La ricerca storica così intesa richiede agli storici, come primo passo, di abbandonare l’attuale adattamento/adeguamento, per ricominciare, invece, ad anticipare e a prendere posizione.

Finora gli storici erano responsabili soltanto della lettura delle azioni passate, ma, oggi, la responsabilità degli storici investe anche un futuro non lontano.

La storia, intesa come patrimonio ed eredità del passato, raccoglie oggi al limite tutta la cultura e tutta la natura del presente e del futuro. Non si tratta più solo di decifrare mute pietre, ma tutto il patrimonio materiale in tutte le sue articolazioni.

La storia cambia nella penna di chi la racconta e lo storico si deve confrontare con questo principio, per essere la voce più attendibile e meritevole di ascolto. Gli storici sono oggi alla prova del presente e del futuro mai come in passato e devono esprimere le difficoltà del loro lavoro con spirito gramsciano: pessimismo della ragione, ottimismo della volontà.

Rigettare il paradigma del teatro che esige che gli sguardi convergano tutti in un dato istante in un dato luogo. Ognuno nasce libero, ma libero di lavorare alla propria liberazione che non ha bisogno di altre autorizzazioni oltre alle proprie, che rifiuti la legge del più forte, ora come non mai la legge del mercato.

Tutto questo è tanto più impellente in una situazione in cui si è affermato vittoriosamente l’involucro culturale borghese, che dimostra ogni giorno di più la sua attitudine ad assorbire e a disinnescare tutto ciò che vorrebbe opporsi al suo meccanismo, sia istituzionale o mediatico o altro ancora, e che sfocia nella promozione del prodotto, dei suoi produttori storici e dei suoi operatori culturali, in linea con questo progetto.

L’affermazione di una narrazione storica non è dovuta esclusivamente ad una realtà economica potente, ma anche ad una serie di connessioni e interconnessioni che generano consenso. E, quindi, diffusione. Il vincente metodo storico borghese, ottimamente incarnato dalla scuola anglosassone, è riuscito a neutralizzare l’utopia, quella sovversione del reale che pure ogni opera storica segretamente nasconde. Perciò, nel momento in cui paradossalmente si invoca il pluralismo culturale e ci si fregia di questo come di un distintivo, proprio questo modello elevato a paradigma cerca e riesce ad imporsi come modello dominante. Tutto questo ricorda la retorica sul rifiuto di tutte le ideologie, veicolo di diffusione dell’unica ideologia dominante, vale a dire quella neoliberista. Si tratta ormai di raccontare la storia e di vivere la cultura come una forma che si presenta in maniera totale, totalizzante e onnicomprensiva. L’unico spazio che viene lasciato allo storico è quello di trovare una propria chiave di lettura, un suo metodo di ricerca, ma evitando accuratamente di mettere in discussione e, meno che mai in crisi, il racconto storico così come si è affermato. La scuola anglosassone respinge e rifiuta l’idea che al centro dell’opera storica vi sia ancora un potenziale critico che sia portatore di un racconto diverso e altro.

Optare e collocarsi per una storia neutralizzata, dimostrare il perfetto adattamento al liberalismo democratico e, in questa stagione, al neoliberismo, è una collocazione politicamente corretta che sarà premiata.

Invece, l’ingresso nel nuovo secolo e il passaggio ad un altro millennio ci dovrebbero sollecitare e spingere a prendere le distanze anche e soprattutto nei confronti delle vulgate vincenti sul passato più recente, a cominciare del nostro paese.

Una di esse dovrebbe essere fin da oggi la stessa espressione anni di piombo che, coniata dal movimento negli anni settanta a seguito della promulgazione della Legge Reale e riferita ai provvedimenti eccezionali, frequenti e aberranti che hanno caratterizzato quegli anni, è stata invece volutamente, capziosamente e falsamente attribuita alle pratiche del movimento stesso. I movimenti rivoluzionari nelle società a capitalismo avanzato sono stati letti come organizzazioni terroristiche mentre sono stati tutt’altro, un puro atto di amore, uno spezzone forse anomalo ma importante nella storia sociale del mondo occidentale. Non sono apparsi all’improvviso, ma sono stati la riedizione aggiornata delle lotte di classe che hanno innervato tutto il XX secolo. Questa lettura è tanto più importante oggi, all’inizio di questo millennio, nel momento in cui verifichiamo l’aggravarsi di una ineguaglianza sociale profonda, sempre più devastante, sempre più diffusa.

Pertanto la ricerca storica, se fatta con onestà intellettuale, scava prima di tutto nell’animo dello storico, perché fare ricerca e interrogarsi è un valore necessario più che mai in questi tempi di pensiero unico e di consenso generalizzato. Per questi motivi è opportuno combattere l’esclusione e l’esilio di cui continua a soffrire la stragrande maggioranza della popolazione con cui è necessario stringersi, ma per poter far questo occorre avere qualche cosa da scambiare e da condividere, poiché la storia è anzitutto un atto di alterità.

E’ importante, anche in questo senso, studiare lotte e conflitti sociali perché possono essere all’origine di profondi e ricchi sodalizi culturali. C’è tanto da condividere, tanto rifiuto, sdegno, solidarietà, valori di cui sono portatrici le classi subalterne. Le loro carenze non devono essere l’alibi per prenderne le distanze, ma per individuare e capire come e dove queste sono state loro imposte, coltivate, accresciute. La storia potrebbe agire da strumento in tal senso.

Le classi subalterne già svantaggiate sul piano economico e sociale si vedono contestare, manipolare, rovesciare perfino la propria cultura e la propria storia. E tanti, troppi, scienziati e politici, storici e giornalisti, fanno a gara per negare loro a tal punto tutto ciò, che a questa confisca intellettuale si aggiunge una vera e propria rapina, quella che contesta agli oppressi lo status culturale e storico. Da una parte continuano a definire determinate categorie sociali unicamente in base a quello che non sono e a quel che non fanno, ai luoghi che non frequentano e che magari ignorano, e dall’altra si riservano di demonizzarle là dove tentano di colmare questo ritardo.

Già Durkheim nell’Éducation et sociologie nel primo quarto del novecento riconosce esplicitamente che è il potere della società politica che determina i fini dell’educazione. Ma si può, senza forzature, estendere questa lettura anche alla storia, perché anche questa svolge il ruolo per certi versi fondamentale nella direzione del consenso (e dell’educazione), difendendo e diffondendo contenuti di classe e al tempo stesso mascherando il significato di questo rapporto. La storia oggi, comprensiva anche di varie discipline ed in primo luogo della sociologia, racconta con maggiore o minore mistificazione e falsa coscienza i fatti storici staccati dalla matrice socio-politica. La neutralità della storia è ancora il maggior meccanismo che condiziona gli storici di professione. Questa situazione ha portato alla crescita ed all’affermazione di uno storico dalla natura essenzialmente corporativa, schiacciato in un rapporto gerarchico di prestazioni teso a dividere funzionalmente la categoria al suo interno, e che caratterizza molti precari dell’università.

La logica di tutto ciò discende dalla necessità di controllo a tutto campo, ottenuto grazie ad una permanente situazione di instabilità, in cui gli interessi dei singoli vengono esasperati al massimo grado. Lo storico ha fatto proprio l’autoinganno sulla sua figura sociale di trasmettitore di contenuti sempre decisi ed elaborati da altri. Non si tratta di disconoscere la validità della storia, ma la funzione a cui sono delegati gli storici, quella di non far acquisire alle nuove generazioni una visione critica dei reali meccanismi funzionanti nella società. È proprio questa esigenza di celare la realtà con i suoi conflitti, con i suoi interessi contrapposti, che fa muovere tali meccanismi creati per oscurare tutto ciò che possa svelare le contraddizioni e per dare una visione imparziale e naturale dello stato di cose presenti.

Quei pochi storici che hanno smascherato il presunto candore dell’istituzione e in particolare di quella universitaria ne hanno pagato lo scotto. Le accuse maggiori sono state quelle di avere politicizzato l’insegnamento, di averne violato la neutralità, quella stessa neutralità che impone di trasmettere modelli precisi di accettazione, conformismo, allergia ad ogni tipo di formazione critica dell’individuo.

La storia, e troppi storici si sono prestati, è stata sempre usata per realizzare i fini di riproduzione e di controllo della classe dominante. Un’azione corretta nell’ambito storico è quella che ha presente i reali limiti della ricerca e dell’intervento dello storico e svela i rapporti sociali dello sfruttamento nascosti dietro la sacralità della materia.

Lo storico dovrebbe essere guidato dalla consapevolezza che le forze produttive che si manifestano in particolari modi di produzione comportano la nascita di determinati rapporti di produzione che saranno altrettanto vari quanti i modi di produzione che danno loro origine e che per un processo di generalizzazione si possono ridurre ad alcuni tipi fondamentali. I rapporti di produzione sono rapporti fra esseri umani che possono essere compresi e valutati solo quando si sia chiarita la natura dei modi di produzione che ad essi hanno dato origine. Va chiarito che i rapporti umani e sociali dopo essere nati nel modo che si è detto esercitano a loro volta un’importante azione di ritorno sullo stesso sviluppo delle forze produttive, così che ciò che originariamente era una conseguenza diventa a sua volta una causa. Questo vale per tutti gli aspetti della sovrastruttura come la religione, il diritto, l’arte e, naturalmente, la storia. Pertanto si può rispondere alla domanda che uno storico dovrebbe sempre farsi: chi è che fa la storia? La fa l’essere umano sociale.

La storia stessa ha natura storica, ed è limitata temporaneamente alla vita sociale della società o delle società in cui essa ha corso. Pertanto bisogna abbandonare il sogno idealistico delle costruzioni preconfezionate per respirare l’aria fresca e feconda della realtà sociale ed esplicitare la comprensione dello stretto legame che intercorre tra rapporti sociali e storia, comprensione accompagnata da una chiara visione della natura classista della società e del carattere antagonista del rapporto che lega fra di loro le varie classi.

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