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Conflitto, crisi, incertezza

La teoria economica dominante e le teorie alternative

di Marco Palazzotto

Lo scorso 22 dicembre è scomparso l’economista Giorgio Lunghini. Per ricordarlo pubblichiamo una recensione del suo ultimo libro in italiano Conflitto crisi incertezza, 2012, apparso su Kom-pa alcuni anni fa

giorgio lunghini 1081x1200Nell’ultimo trentennio, dopo l’abbandono delle politiche economiche di stampo keynesiano soprattutto in Europa, le scuole accademiche che si rifanno alla teoria neoclassica hanno preso il sopravvento su tutte quelle cosiddette critiche fino ad assurgere a pensiero unico. Autori considerati eretici come Marx o Sraffa sono stati completamente dimenticati, mentre Keynes è stato relegato in quell’ibrido teorico rappresentato dalla sintesi neoclassica.

Giorgio Lunghini con il libretto Conflitto crisi incertezza (Bollati Boringhieri – 2012) mette in luce, in maniera sintetica ed efficace, le contraddizioni della teoria neoclassica attraverso l’analisi dei più importanti protagonisti del pensiero critico.

Conflitto, crisi e incertezza rappresentano tre elementi caratteristici del sistema capitalistico e tre termini che contraddistinguono la produzione teorica di pensatori come Ricardo, Marx, Keynes e Sraffa. Attraverso lo studio del pensiero di questi quattro autori Lunghini fornisce al lettore delle chiavi di lettura alternative e abbastanza complete del quadro delle dottrine “eretiche”. Queste sono state superate da un pensiero mainstream oggi palesemente inadeguato nel condurre il sistema economico fuori dalle crisi e dai conflitti sociali.

Lo sforzo dell’autore del libro è quello di comparare studiosi molto diversi tra loro, ma che hanno in comune l’aver interpretato, con il sostengo di teorie forse non molto inattuali, le falle della teoria economica classica (con Ricardo e Marx) e neoclassica (con Keynes e Sraffa).

Questi quattro intellettuali ci descrivono il sistema economico non come un sistema circolare, in cui la scarsità dei fattori di produzione e la loro produttività lasciata sviluppare secondo le regole della mano invisibile fanno tendere verso l’equilibrio, ma come un sistema storicamente determinato in cui la distribuzione del prodotto sociale è oggetto di conflitto tra le classi, la crisi è la normalità e non l’eccezione, gli operatori economici prendono le loro decisioni senza conoscere il futuro, nell’incertezza, e in presenza di aspettative poco razionali.

Il testo si può suddividere in due parti. Nella prima l’autore delinea brevemente i presupposi teorici della teoria neoclassica e il modello di economia politica predominante che viene oggi insegnato in tutte le università del mondo. Nella seconda parte Lunghini riassume efficacemente il pensiero di Ricardo (conflitto), Marx (crisi), Keynes (incertezza) e Sraffa (ritorno alla teoria classica).

 

La teoria neoclassica

Dopo la critica di Marx all’economia politica classica, che trova tra i suoi esponenti principali Smith e Ricardo, la scienza economica subisce una trasformazione con l’avvento del marginalismo. Il pensiero economico abbandona l’impostazione classica e marxiana e abbraccia un nuovo modo di pensare: ecco la rivoluzione neoclassica. La differenza principale sta nella formulazione della teoria del valore. Secondo la scuola classica e la critica marxista il valore delle merci corrisponde al valore del lavoro ovvero alla quantità di ore lavorate che sono state impiegate per produrre una determinata merce. La valutazione è di tipo oggettivo. Mentre la valutazione delle merci nella rivoluzione neoclassica è di tipo soggettivo e dipende dalle singole utilità che ogni individuo trae dall’utilizzo della merce. Questa diversa visione della valorizzazione dei beni influenza anche il diverso modo di pensare dello scopo della produzione. Secondo i marginalisti la produzione consiste nel creare valori d’uso atti a soddisfare bisogni dei consumatori. Scopo della produzione per i teorici del valore lavoro invece è quello della creazione di valori di scambio al fine di remunerare, attraverso il profitto, il capitale investito dai proprietari dei mezzi di produzione. Quindi nell’economia politica classica e nella critica marxista oggetto di studio sono le classi sociali, mentre per l’economia neoclassica sono gli individui. Quando i bisogni degli individui sono appagati con la massimizzazione dell’utilità marginale si raggiungerà l’equilibrio del mercato dove le esigenze dei produttori (offerta) e dei consumatori (domanda) saranno soddisfatte nell’equilibrio generale di tipo walrasiano.

Fatte queste dovute premesse Lunghini continua la sezione dedicata alle scuole dominanti trattando le teorie in relazione a ciascun mercato.

Nello schema neoclassico il mercato del lavoro è in equilibrio quando esiste un solo livello di salari reali in corrispondenza dell’incrocio tra curva di domanda e di offerta di lavoro (ricordiamo che nell’economia neoclassica il mercato del lavoro è importante perché determina la curva di offerta aggregata “AS” come nel modello di Blanchard AS-AD). In corrispondenza di questo equilibrio ci sarà piena occupazione grazie alla flessibilità nel mercato del lavoro.

Per quanto riguarda il mercato dei beni e servizi vale la regola generale di J.B. Say: tutto ciò che viene prodotto trova sbocco nella domanda, perché la produzione dei beni crea anche i redditi per acquistarli. I redditi saranno quindi interamente spesi, mentre la parte di reddito che i consumatori eventualmente risparmieranno sarà immessa nel circuito finanziario che, attraverso un tasso d’interesse di equilibrio, assicurerà l’investimento produttivo. Quindi esisterà sempre un livello di tassi di interesse tali da far eguagliare i risparmi delle famiglie con gli investimenti delle imprese. Qui il tasso d’interesse non riguarda il mercato della moneta, che per i neoclassici è neutro, ma rappresenta una variabile che influenza il mercato delle merci. Infatti nel mercato della moneta le autorità monetarie potranno variare il tasso di interesse e la quantità di moneta in circolazione, senza influire sui redditi delle famiglie che invece sono dati perché di pieno impiego, mentre influiranno solo sul livello generale dei prezzi. Ecco perché, rifacendosi ancora alla teoria quantitativa della moneta di memoria fischeriana, le autorità monetarie moderne credono di possedere le leve per influenzare il livello generale dei prezzi. Le analisi empiriche, critiche verso quest’ultima ipotesi, dimostrano invece l’inefficacia delle politiche monetarie sul livello dei prezzi che, in una visione keynesiana, è influenzato invece dalla domanda aggregata e quindi dal livello dei redditi.

La teoria della distribuzione neoclassica, per concludere questa prima parte, esclude la conflittualità tra le classi sociali, ma parte dal presupposto dell’esistenza di una legge naturale secondo la quale ciascun agente economico è remunerato in base alla sua produttività marginale , ovvero in base all’ammontare di ricchezza che riesce a creare.

La teoria neoclassica ci descrive dunque il mondo in cui tutti noi vorremmo vivere, un mondo in cui l’homo oeconomicus dispone di razionalità perfetta, conoscenza illimitata e in cui non ci sono né crisi né conflitti distributivi”. A tutto ciò penserebbe il mercato tramite la mano invisibile. Nella realtà la matematica non può spiegare la dimensione politica dell’economia, pervasa da crisi del capitalismo, incertezza del futuro da parte degli operatori economici, conflitto distributivo tra classi sociali antagoniste.

 

David Ricardo. Il conflitto

Anche se molti ricordano Adam Smith, David Ricardo può essere considerato l’economista classico che in maniera più convincente ha saputo interpretare i processi economici del suo tempo. Mentre per Adam Smith il problema principale dell’economia politica era quello di trovare le cause degli elementi che determinassero la ricchezza delle nazioni, per David Ricardo lo scopo dell’economia politica era quello di capire le leggi che regolano la distribuzione del prodotto sociale al netto della rendita. In pratica il conflitto distributivo tra capitalisti e lavoratori. La teoria ricardiana, introducendo la componente politica nel dibattito economico, s’incentra sul rapporto di forza interclassista che determina il saggio del profitto e il saggio del salario. Il prodotto sociale che viene fuori dalla produzione è un prodotto che deve essere ripartito tra lavoratori e capitalisti, dopo aver detratto la rendita dei proprietari terrieri.

Il rapporto tra capitale e lavoro non è istituito però soltanto dalla divisione delle quote distributive tra saggio di profitto e di salario, ma anche dall’introduzione della tecnologia che non rappresenta un fenomeno naturale, come quello conflittuale, ma il risultato di decisioni dei capitalisti.

Per quanto riguarda il pensiero di Ricardo sulle sorti del capitalismo, e quindi come gioca il saggio di profitto sull’accumulazione del capitale, occorre evidenziare che l’economista inglese aderisce alla legge di Say secondo la quale anche il profitto, come qualunque altro reddito, sarebbe investito nella produzione. La moneta rappresenta solo un mezzo per facilitare gli scambi e non una riserva di valore, come invece rileveranno più tardi Marx e Keynes spiegando il fenomeno della tendenza alla tesaurizzazione. Partendo da questa legge Ricardo spiega lo sviluppo dell’economia capitalista che arriverà a uno stato stazionario nel seguente modo. I profitti saranno sempre reinvestiti e i salari, al livello di sussistenza, saranno interamente consumati. Giacché si presuppone la piena occupazione nel mercato del lavoro allora la competizione dei lavoratori farà innalzare i salari al di sopra del livello di sussistenza. Nel conflitto distributivo quindi la quota della rendita e dei profitti si sposta verso la quota dei salari. A questo punto interviene la teoria malthussiana della crescita della popolazione che farà aumentare l’offerta di lavoro e riporterà i salari al livello di sussistenza; ciò farà crescere la richiesta di grano che obbligherà i capitalisti alla ricerca di nuove terre la cui produttività marginale andrà a diminuire e pertanto alla fine “il monte salari esaurirà il prodotto netto di rendita, in corrispondenza del punto in cui il prodotto marginale è pari al salario di sussistenza, e dunque profitti e saggio di profitti si annullano”. Si raggiunge in questo modo lo stato stazionario in cui si ferma lo sviluppo capitalistico. La caduta del saggio dei profitti secondo Ricardo è un fatto naturale e certo, perché certo è lo stato stazionario dell’economia.

 

Marx. La crisi

Lunghini introduce il pensiero di Marx citando un poscritto alla seconda edizione del Capitale uscita a Londra nel 1873, in cui si definisce l’economia politica come borghese e concependo il capitalismo non come forma assoluta e definitiva della produzione sociale, ma come un sistema storicamente transitorio. Quindi l’economia politica nasce con l’avvento del capitalismo e diventa scienza solo finché la lotta di classe rimane latente o isolata a pochi fenomeni.

Marx vive la fine del periodo classico, in cui gli economisti non forniscono una spiegazione dell’origine del profitto. Il filoso tedesco, rispetto a Ricardo, aggiunge questa analisi attraverso la formulazione della teoria dell’accumulazione e dello sfruttamento della forza lavoro. Marx invece prende in prestito da Ricardo la teoria del valore lavoro, ma differentemente dal suo predecessore, il lavoro non viene scambiato contro capitale in maniera diretta, ma viene considerata come “merce forza lavoro”. Per Marx il capitalismo rappresenta un processo di produzione con una forma storicamente determinata del processo di produzione sociale in generale. Quest’ultimo “è al tempo stesso il processo di produzione delle condizioni della vita umana e un processo che si sviluppa entro specifici rapporti di produzione storico-economici. (…) Il complesso di questi rapporti, in cui i rappresentanti di questa produzione stanno con la natura e tra di loro, costituisce per Marx la società, considerata nella sua struttura economica” (pag. 56).

Dal punto di vista della circolazione, il processo capitalistico è del tipo Denaro-Merce-Denaro e non Merce-Denaro-Merce. Ovvero lo scopo del capitalismo è quello dell’accumulazione attraverso la creazione del denaro, sotto forma di profitto, che sarà in buona parte reinvestito nella produzione per continuare il processo di accumulazione. Nel ciclo M-D-M invece lo scopo è lo scambio (accezione classica), ovvero la trasformazione delle merci per ottenere altre merci atte a soddisfare bisogni individuali.

Lunghini continua spiegando il pluslavoro, il plusvalore, il profitto. Secondo Marx il processo di produzione e riproduzione ha la caratteristica principale della vendita non di lavoro contro capitale, ma di merce lavoro contro un salario. Il lavoratore, che non possiede i mezzi di produzione ma solo la sua forza lavoro, vende questa al capitalista per un salario di sussistenza. Ma in realtà quella che viene estratta dal lavoro non è solo la parte della giornata che serve a riprodurre i beni di sussistenza dell’intero sistema, ma una parte della giornata sarà dedicata a produrre quei beni la cui vendita servirà a generare il profitto del capitalista. Il lavoro aggiuntivo (o pluslavoro) del lavoratore che supera il lavoro necessario, serve a creare il profitto del capitalista. Così il valore della merce si scinde in capitale costante (il denaro che il capitalista utilizza per comprare le macchine e organizzare la produzione), capitale variabile (i salari dei lavoratori) e plusvalore (lavoro aggiuntivo rispetto al lavoro necessario a produrre i beni di sussistenza). Attraverso la ricerca dell’origine del profitto Marx influenza la storia dell’economia con la famosa formula del saggio del profitto, calcolato come rapporto tra plusvalore e la somma di capitale variabile e capitale costante.

Ora Lunghini introduce il concetto di crisi, cardine della teoria marxiana e che ritroveremo anche con l’analisi di Keynes. La crisi rappresenta una situazione che rende insostenibile il sistema capitalistico e che per gli economisti eterodossi esprime la normalità del sistema, anziché un caso limite come invece sostenuto dagli economisti precedenti a Marx e poi dai neoclassici. È l’equilibrio del sistema invece a rappresentare un caso. Per Marx il sistema è in equilibrio solo se si verificano le condizioni in cui le quote distributive di reddito vengono interamente spese (come nella legge di Say), ossia un sistema di riproduzione allargata (se l’intero profitto viene reinvestito nel processo produttivo) o riproduzione semplice (se i capitalisti si limitano a spendere l’intero profitto in beni di lusso). Quando s’interrompe questo processo di riproduzione, si entra in crisi di sproporzione. Inoltre Marx distingue le crisi da realizzazione e crisi da tesaurizzazione. L’elemento comune a tutte le crisi è la relazione tra scelta produttiva e previsione dei profitti: il prodotto è frutto, secondo l’ottica del capitalista, di scelte legate all’esistenza e alla misura del profitto. Si ha crisi da tesaurizzazione quando il saggio di profitto che il capitalista prevede di ottenere si trova ad un livello minimo al di sotto del quale non si vuole scendere. Allora si preferirà trattenere (tesaurizzare) in forma liquida il capitale accumulato, interrompendo il processo di accumulazione e riproduzione (ciò analogamente succede nella teoria keynesiana per la moneta speculativa). La crisi da realizzazione invece guarda al profitto massimo. Il plusvalore estorto al lavoratore si trasforma in profitto solo se le merci che incorporano tali valori lavoro sono vendute, cioè se esiste sufficiente potere di acquisto (domanda aggregata). Tuttavia succede che il capitalista tende sempre ad aumentare i profitti e quindi a sostituire i lavoratori con le macchine per far crescere la produttività. L’effetto della sostituzione aumenta la disoccupazione e di conseguenza diminuisce il potere di acquisto dell’intera società. Pertanto le merci rimarranno invendute. La soluzione ideale sarebbe quella che all’aumentare della disoccupazione il potere di acquisto rimanesse invariato. La produzione capitalistica è quindi costretta entro questi limiti dei profitti minimi e massimi. Il progresso tecnico, inevitabile ed esogeno per Marx, influisce sulla caduta tendenziale del saggio dei profitti costringendo il saggio massimo ad avvicinarsi a quello minimo. Quando il saggio di profitto scende al di sotto del minimo si entra in crisi sistemica, irreversibile a meno di cambiamenti strutturali.

La caduta tendenziale del saggio di profitto rappresenta la contraddizione interna del sistema capitalistico ed ha per Marx, contrariamente a Ricardo, natura endogena. La contraddizione sta nel fatto che per il singolo capitalista è conveniente pagare meno i propri lavoratori per ottenere un saggio di plusvalore maggiore e quindi un più alto saggio di profitto. Tale comportamento individuale, però, non è conveniente a livello aggregato come abbiamo visto sopra. Il capitalismo trova comunque il modo di superare le crisi sistemiche provocate dalla tendenziale caduta del saggio di profitto con le cause che Marx chiama antagonistiche. La caduta costituisce allora una semplice tendenza quando le cause antagonistiche entrano in azione: aumento del grado di sfruttamento del lavoro, riduzione del salario al di sotto del suo valore lavoro, diminuzione di prezzo degli elementi del capitale costante, sovrappopolazione relativa, apertura di nuovi mercati esteri, accrescimento del capitale azionario.

 

Keynes. L'incertezza

La teoria neoclassica agli inizi del 900 si presenta come teoria completa e cerca di superare alcuni elementi difficilmente spiegabili dalla teoria classica. Vengono introdotte: la condizione di conoscenza perfetta, la scarsità delle risorse, il soddisfacimento dei bisogni individuali in base alle utilità marginali. L’applicabilità di queste leggi assicura l’equilibrio generale walrasiano (o equilibrio parziale di Marshall, secondo a quale scuola marginalista ci si riferisce).

John Maynard Keynes, la cui opera principale è la Teoria Generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta pubblicata per la prima volta nel 1936, indaga sui punti cruciali della teoria neoclassica ovvero sulla determinazione dei livelli d occupazione e del tasso d’interesse. Lunghini ricorda che nella teoria neoclassica il livello di occupazione è fornito dall’incontro tra domanda e offerta di lavoro, il cui punto di equilibrio è determinato dal salario reale e la disoccupazione diventa involontaria. Il tasso d’interesse è quel tasso che determina l’equilibrio tra i risparmi e gli investimenti. L’intero livello dei risparmi sarà investito nella produzione, secondo i neoclassici, grazie al tasso d’interesse di equilibrio.

Per quanto attiene il mercato del lavoro Keynes critica la teoria neoclassica dell’occupazione, affermando che questa sia influenzata non da forze endogene al mercato (domanda e offerta di lavoro), ma da forze esterne come i mercati della moneta, dei capitali e dei beni. Per il tasso d’interesse Keynes afferma che questo non sia il prezzo che equilibra, nel mercato dei beni, risparmi e investimenti, ma che sia influenzato dalla preferenza per la liquidità di soggetti che operano in condizioni d’incertezza e conoscenza limitata.

Quindi Keynes si basa sulla psicologia della gente e sulla storia per giustificare certi comportamenti economici. Non esiste, al contrario di come succede per la scuola neoclassica, alcuna base scientifica su cui fondare le proprie scelte secondo il calcolo probabilistico o <<su una corretta ponderazione delle prospettive future>> (aspettative razionali). Semplicemente per Keynes noi non sappiamo. Di conseguenza le ipotesi sul futuro, secondo l’economista britannico, dipendono dalla psicologia di una società di individui, in cui ciascuno cerca di emulare gli altri contribuendo a costituire il giudizio convenzionale.

Nella critica dell’equilibrio neoclassico Keynes afferma che l’analisi capitalistica risulta difettosa perché non riesce a isolare le variabili indipendenti. Risparmio e investimenti non sono le determinanti del sistema, bensì i risultati di altre determinanti che sono la propensione marginale al consumo, l’efficienza marginale del capitale e il tasso d’interesse. Tuttavia l’equilibrio esiste, e in molti casi si può avere, ma solo in condizioni di sottoccupazione. Infatti la flessibilità dei salari non conduce alla piena occupazione perché i capitalisti basano le loro decisioni d’investimento sulle aspettative future, dalle quali dipende appunto l’occupazione, e non sul livello dei salari reali. In questo contesto assume importanza l’opinione keynesiana secondo la quale il capitalismo rappresenta un’economia monetaria di produzione. Lunghini in questo senso trova delle assonanze con Marx. Il comune denominatore sta nel considerare il capitalismo come un “processo inteso a ottenere più denaro per chi lo muove anziché al soddisfacimento dei bisogni dei consumatori”. L’importanza della moneta scaturisce “dal fatto che essa costituisce un legame tra presente e futuro. A causa di questa proprietà della moneta, gli effetti di aspettative mutevoli circa il futuro di attività correnti non possono essere discussi che in termini monetari” (pag. 91).

Il mercato della moneta in Keynes è fondamentale per spigare gli equilibri macroeconomici e non è neutrale come invece pensato dai neoclassici. La domanda di moneta dipende quindi dal movente precauzionale e transattivo (reddito) e per una seconda parte dall’elemento speculativo dipendente, a sua volta, dal tasso d’interesse. Perciò una parte della moneta è autonoma rispetto al tasso d’interesse. L’offerta di moneta è invece decisa dall’autorità monetaria indipendentemente dal tasso d’interesse, che può essere fissato in corrispondenza dell’equilibrio tra domanda e offerta di moneta. Il tasso d’interesse è quindi non influenzato da variabili reali come risparmio e investimento, ma da variabili monetarie. Un operatore potrebbe preferire la tesaurizzazione in attesa di poter speculare sulle variazioni future dei tassi. In condizioni d’incertezza il saggio d’interesse non è allora la ricompensa per il risparmio o per l’astinenza dall’investimento, ma è la ricompensa per dell’abbandono della liquidità.

Gli investimenti pertanto non dipenderanno dal tasso d’interesse, che equilibra il mercato finanziario e che influisce sul mercato dei beni, ma saranno influenzati dalle aspettative future del rendimento del capitale: efficienza marginale del capitale. La decisione sull’investimento corrente dipenderà dal saggio di profitto atteso comparato con il tasso d’interesse. Se il saggio di profitto atteso è superiore al tasso d’intereesse corrente allora ci sarà una convenienza, secondo gli “animal spirits” degli imprenditori, ad investire.

L’investimento, fissato in base all’efficienza marginale del capitale, determinerà l’occupazione e la produzione. Per transitività quindi la produzione e l’occupazione dipenderanno dalla propensione al tesoreggiamento, da come la politica monetaria influenza la quantità di moneta, dalla fiducia sui rendimenti del capitale, dalla propensione al consumo, da fattori sociali che influenzano il salario monetario. Le variabili indipendenti che compaiono nello schema keynesiano, meglio riassunte nella sua Teoria Generale, sono la propensione al consumo, l’efficienza marginale del capitale, il saggio d’interesse. Variabili dipendenti sono invece volume di occupazione e reddito nazionale.

Abbiamo detto che in Keynes il mercato della moneta precede in un certo senso quello dei beni. Tale ordine viene rappresentato da Lunghini nel modo seguente. L’equilibrio del mercato della moneta dipende dalle aspettative che dipendono dalla domanda per motivi speculativi e dalla quantità di moneta in circolazione. Queste circostanze influenzano il tasso d’interesse. Il tasso d’interesse e le aspettative dipendenti dall’efficienza marginale del capitale influenzano gli investimenti. Il volume degli investimenti, insieme ai consumi che dipendono dalla propensione al consumo, determina il livello di reddito. Il livello di reddito determina il livello dell’occupazione. Equilibrio tra mercato della moneta e mercato dei beni determina un equilibrio che può essere anche di sottoccupazione (quest’analisi di equilibrio sarà sviluppata, negli anni successivi, con il modello IS-LM) .

L’autore del libro conclude il pensiero di Keynes riportando la sua teoria ai giorni nostri. I difetti del capitalismo secondo Keynes stanno principalmente nell’incapacità di provvedere a una piena occupazione e alla distribuzione equa della ricchezza e del reddito. Keynes nega che possa essere il capitano d’industria a risolvere queste imperfezioni, ma lo Stato che dovrà intervenire, senza sostituirsi all’impresa privata, attivando quelle funzioni sociali che il privato non può attuare.

Lunghini considera improbabile oggi un ritorno al Keynes del New Deal perché la teoria generale andava bene per un modo di produzione fordista, dove l’orizzonte temporale era di lungo periodo, in cui erano necessari grandi investimenti con effetti moltiplicativi consistenti sul reddito. Oggi in un mondo in cui prevale la finanza non potrebbero applicarsi neanche quegli interventi indiretti tendenti a diminuire i tassi di interesse che, in situazione di deflazione, causerebbero una trappola della liquidità e non stimolerebbero gli investimenti privati. Lunghini finisce col ripensare al Keynes del capitolo XXIV della Teoria Generale, ovvero quello della filosofia sociale, secondo il quale si dovrebbero attuare politiche di redistribuzione della ricchezza e del reddito, si dovrebbe realizzare l’eutanasia del rentier e la socializzazione degli investimenti.

 

Sraffa. Il ritorno ai classici

Lunghini nell’introdurre Sraffa, considerato uno studioso schivo e brillante, lo paragona per importanza intellettuale a tre grandi uomini del 900 come Gramsci, Keynes e Wittgenstein. Sraffa, dimenticato dagli studiosi convenzionali, viene ricordato in ambito eterodosso per la sua opera teorica principale: Produzione di merci a mezzo di merci. Premesse a una critica della teoria economica. Nell’opera principale sraffiana viene fuori l’intenzione di dimostrare che l’economia politica non è una scienza che progredisce come le altre discipline, e che è possibile tornare a teorie che parevano superate in seguito all’avvento delle teorie moderne.

L’analisi sraffiana di produzione di merci è incentrata sulle teorie del valore e della distribuzione, attraverso le quali si sostiene, in maniera articolata e analiticamente convincente, la validità della teoria classica. Sraffa supera il problema irrisolto dagli economisti classici e da Marx, ossia quello di non riuscire a fornire una misurazione precisa delle grandezze che vengono poste in relazione.

Marx scriveva che il tentativo di trovare una merce di valore invariabile, che serva da misuratore costante delle altre, equivale alla quadratura del circolo” (pag. 114). La quadratura che Marx cercava è trovata da Sraffa con la costruzione del <<sistema tipo>> e della <<merce tipo>>. La merce tipo permette di misurare i prezzi delle merci con esattezza e consiste in una merce composita che è realizzata dalle stesse merci. In pratica il prodotto e i mezzi di produzione sono quantità della stessa merce composita. Il problema ricardiano del nesso tra valori e prezzi è risolto con l’adozione di un saggio di profitto composto come rapporto tra quantità di merci evitando il ricorso ai loro prezzi. Questo stratagemma teorico permette a Sraffa di superare i limiti della teoria di Ricardo, ma allo stesso tempo relega la questione del valore ad un problema di tipo matematico. Si abbandona così il discorso che sta dietro alla teoria del valore, cioè l’origine, la sostanza, le categorie di sfruttamento che Marx invece aveva posto al centro della propria analisi.

Altro elemento centrale della ricerca sraffiana è il conflitto distributivo. Con Produzione di merci l’economista torinese dimostra che il saggio di profitto rappresenta una variabile esogena e quindi determinata da influenze estranee al sistema produttivo. Se ne deduce che il salario viene sempre considerato come variabile dipendente dopo che è stato deciso il saggio di profitto da parte del capitalista.

Produzione di merci risulta considerato anche un lavoro di critica alla teoria dominante. A questo proposito Lunghini, per riassumere la controversia tra critici e ortodossi cita, tra l’altro, un passo di J. Robinson del 1971: “sembra quindi che la controversia sia chiusa. Bisogna convenire (…) che è stato dimostrato che la produttività marginale del capitale, a livello macroeconomico, è una espressione priva di significato. Dobbiamo cercare altrove per determinare le leggi che regolano la distribuzione del prodotto sociale tra le classi della comunità”.

 

Cconclusione

Lunghini conclude il suo volume con un breve capitolo intitolato Le prospettive economiche per i nostri nipoti. Il titolo è tratto da un testo della conferenza tenuta da J.M. Keynes nel giugno del 1930 a Madrid, inserito in “La fine del laissez fare ed altri scritti” – Bollati Boringhieri – 1991. Utilizzando le parole di Keynes, Lunghini sembra accostare il pensiero dell’economista britannico a Marx, citando un passo in cui Keynes divide i bisogni umani in assoluti e relativi. Sono i bisogni relativi che elevano l’umanità e fanno sentire gli uomini migliori degli altri, ma rappresentano anche bisogni indotti che esistono per i motivi di riproduzione del sistema capitalistico. Una soluzione dei mali della nostra società potrebbe essere quella di ripartire il poco lavoro che rimane tra quante più persone possibili. “Turni di tre ore e settimana lavorativa di quindici ore possono tenere a bada il problema per un buon periodo di tempo. Tre ore di lavoro al giorno, infatti, sono più che sufficienti per soddisfare il vecchio Adamo che è in ciascuno di noi”.

Il libretto di Lunghini rappresenta un’ottima sintesi del meglio del pensiero critico degli ultimi due secoli. L’autore ha estromesso volutamente l’analisi matematica proprio per facilitare il lettore nel districarsi tra teorie complesse ed eterogenee.

Una riflessione nasce spontanea dopo la lettura del testo trattato. Come ricordato dallo stesso autore nelle pagine conclusive, occorre un ritorno al pensiero critico degli autori sopra affrontati per superare i paradigmi convenzionali oggi palesemente fallimentari nell’interpretare la realtà del sistema economico capitalistico.

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