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La visione di Parag Khanna

di Pierluigi Fagan

http 2F2Fmedia.booksblog.it2Fd2Fdf12Fcittastato khannaL’ultima fatica di Parag Khanna è questo libricino leggero ma denso di argomenti . Khanna sostiene con innocente leggerezza un modello politico che chiama demo-tecnocrazia, richiamandosi alla Repubblica di Platone, dove i Guardiani sarebbero squadre di tecnocrati strategico-amministrativi, i quali consultano con una certa frequenza il popolo-cliente, per sapere se questo è contento dell’amministrazione e di cosa altro ha bisogno. Il modello è una fusione concettuale tra Singapore e Svizzera.

Ne parlo, sia perché Khanna “piace alla gente che piace” e leggendo quello che ha da dire si prende nota delle prossime tendenze e mode concettuali nel globalismo, sia perché il nostro è comunque indiano, è cresciuto nel Golfo, poi in America, risiede a Singapore oltre a partecipare a numerosi think tank americo-britannici mondialisti[1], sia per un altro motivo. Khanna infatti assume come scenario la complessità del mondo ed ha molte informazioni che sceglie ed elabora poi a modo suo ma comunque applica il ragionamento a cose e problemi che esistono nel mondo reale e non a cose che s’inventa alla tastiera raccontandoci un mondo che è solo nella sua testa. Khanna quindi, a suo modo, si occupa pragmaticamente di complessità del mondo il che è meritorio e propone soluzioni e queste soluzioni, che ovviamente sono in favore della prorogabilità, adattabilità, salute del Sistema, le trova in un originale miscuglio di una certa occidentalità con una certa orientalità.

Non già il dominio di un modo-mondo sull’altro ma un sincretismo e per certi versi, il sincretismo è forse l’unica via possibile per sintesi in un mondo multipolare, anche se bisogna poi vedere come lo si confeziona. Se c’è un autore che possiamo definire geneticamente globalista dal punto di vista culturale, questi è proprio il giovanotto di 40 anni che vive su gli aerei e rimbalza da un hot spot ad un altro, incontrando élite di vario tipo, collezionando fatti ed esperienze, idee e modi di fare le cose, restituendoci poi la sua sintesi.

 

Il libro si intitolava “Technocracy in America” ma l’editore italiano (Fazi) lo ha cambiato spostando l’asse sul “ritorno delle città-Stato” un “piccolo è meglio”, che nasce automatico dal generatore di dicotomie che alberga nelle nostre menti. Laddove il gigantismo americo-cinese-indiano, sembra imperare, in tempi di megafauna, nasce spontanea la lode per la microfauna che gli è complementare. Invero, Khanna si premura di non esser preso per l’ennesimo modellista di letti di Procuste, premettendo che non esiste un modello standard valido per tutti. Ma salvata l’eccezione, poi è in pratica quello che fa: cantare le lodi del nodo di una rete fortemente interconnessa, una applicazione della Teoria delle reti che oggi va molto forte. Ai tempi dei mulini e degli orologi i sistemi ideali erano meccanismi, al tempo del carbone e del vapore tutti i sistemi dovevano somigliare a fabbriche e locomotive, ai tempi di Internet il sistema è una rete di nodi interconnessi. Il nodo ideale è la città-Stato, piccola, agile, non soffocata dalla burocrazia, vibrante alle frequenze delle onde gravitazionali della dinamica complessa del mondo intero, ormai interconnesso in un unico sistema.

La faccenda del titolo però dobbiamo indagarla meglio perché in effetti il libricino è spaccato in due. La prima parte dà conto del titolo italiano e concettualmente presenta e promuove un nuovo modello politico basato sull’asse tecnocrazia – democrazia (l’ordine gerarchico dei due concetti è esattamente questo, quindi è un modello top-down) ovvero Singapore – Svizzera dove la Svizzera non è una città-Stato ma una cosa a metà tra la confederazione e la federazione di entità locali assimilabili alle città-Stato. La seconda parte del libro però, è dichiaratamente rivolta a gli americani di cui Khanna critica con una certa puntigliosità il sistema politico-amministrativo, invitandoli a guardare al modello singaporiano ma anche cinese (con espliciti riferimenti a gli aspetti di governance del Partito comunista cinese), per trarne nuovi insegnamenti. A questo, aggiunge l’interconnettività tanto da qualificare il suo modello tecno-democratico come un “info-State”, un “Google-Sate powered by Big data”. Poiché gira voce che Zuckerberg potrebbe avere intenzione di scendere in politica, si potrebbe ipotizzare che il libricino di un Autore che normalmente viaggia sulle 500 pagine (mentre qui si contiene a livello di pamphlet), sia un possibile pre-manifesto di una ipotesi politica che vorrebbe scalare il potere americano la cui crisi ontologica è manifesta e chiara a tutti. Vediamo meglio di cosa si tratta.

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Racconteremo e commenteremo il libro al contrario, partendo dalla fine e risalendo i capitoli, una ingegneria inversa del discorso. Il succo è questo “Una tecnocrazia diretta è il modello migliore per la governante del XXI secolo, laddove combina un esecutivo a presidenza collettiva e un parlamento multipartitico di tipo svizzero con l’amministrazione pubblica di Singapore, guidata dall’utilitarismo e dall’analisi dei dati. Un blend di democrazia e tecnocrazia, in altre parole, assistito dalla tecnologia”. Mi scuso con i lettori e lettrici ma non citerò le pagine, lavoro su una edizione e-book e preferisco seguire il flusso del discorso che merita un approccio olistico. Questo succo è premesso da una constatazione brutale: “Nei prossimi decenni la competizione globale punirà i sentimentali”.

Attenzione perché questa premessa è fondamentale e condivisa da chi scrive. Poiché ci occupiamo anche noi di complessità sebbene in modo diverso e diversissimo esito normativo, la constatazione del fatto che siamo capitati in una epoca storica eccezionale e assolutamente discontinua è comune. Tale eccezionalità, chiama ad un approccio realista e quindi la mia critica a Khanna non sarà sul terreno tanto facile quanto inutile dell’ideologia ma della pragmatica, condivido l’appello forte alla pragmatica (che tanto include l’ideologia in background) di Khanna anche se abbiamo due pragmatiche diverse. Altresì, opporre a Khanna l’iperglicemica sequenza di buone intenzioni, sentimenti, etiche perfette che ci fanno sentire buoni e giusti, lascia il tempo che trova. Il gioco sarà duro e per giocare occorrerà concretezza, le chiacchiere stanno a zero. Il “successo” secondo Khanna, io direi piuttosto il raggiunto adattamento, si misurerà in termini di “capacità di gestire la complessità”[2]. Nei prossimi trenta anni, avremo forse 250 Stati, per 10 miliardi persone con tutti che producono, commerciano, estraggono materie, vivono più a lungo, mangiano, bevono ed usano acqua per vari scopi, usano energie fossili, sognano una vita migliore in un pianeta i cui limiti oggettivi non sappiamo se coincideranno con le nostre aspettative o forse lo sappiamo ma facciamo finta di non saperlo. Sarà un mondo con economie capitaliste o semi-socialiste, globalizzate o inter-nazionalizzate, laico o religioso, democratico o oligarchico, competitivo e cooperativo, questo lo vedremo, ma in ogni caso, sarà un mondo complesso e né noi, né le forme di nostra vita associata ,siamo culturalmente idonei a vivere in questo contesto, quindi è il caso di darci tutti una bella svegliata e di capire bene in che epoca siamo capitati.

Khanna racconta che nel suo essere impollinatore di idee global-competitive, non c’è élite A dire che fuori del mondo occidentale, il tema del giorno è “il futuro”[3]. Futuro su cui si cerca di fare piani e strategie poiché il futuro tutto è tranne che garantito. Gente giovane, con aspettative, che vuole crescere (in tanti sensi), vuole costruire. Questo è un atteggiamento comune a tutto l’asse afro-asiatico che nel 2050 sarà l’80% della popolazione mondiale. A parte gente “strana” come Attali, i vari Bilderberg o quelli di Davos, conoscete qualcuno in Occidente che si spreme le meningi per capire come rispondere al “che fare?” per i prossimi trenta anni in senso ampio e strutturale? Se la risposta è no, allora dovete cominciare a preoccuparvi seriamente perché non è affatto detto che le idee del singaporiano Lee Hsien Loong o del giovane principe saudita Muhammad bin Salman, vi piaceranno di più di quelle di Zuckerberg o Macron.

Il programma di Khanna rivolto a gli States (ma molte cose valgono in senso Occidente allargato) è dunque quello di saltare a piè pari l’intermediazione politica divenuta disfunzionale, sottraendo l’amministrazione ai mestieranti corrotti ed incapaci secondo uno schema che ha sia la sua versione populista (tipo Trump) sia la sua versione di una tecnocrazia orientata da continui sondaggi d’opinione e quasi partecipazione dal basso. Il futuro “casaleggiano” di Khanna vede il trasferimento integrale della consultazione basso-alto su Internet, con la California primo info-Stato in USA. E vede la devoluzione progressiva da un centro immobile, ostaggio di interessi di minoranze egoiste ad un locale in cui ci sono solo domande problematiche (democrazia) e risposte adeguate (tecnocrazia). Vabbe’ “adeguate” a cosa non si sa bene ma ne riparliamo più avanti. La tecnocrazia è in grado di misurare gli obiettivi e dar conto della loro raggiungibilità, un recupero del codice che fondò il moderno nell’Inghilterra del XVII secolo, il -numero-peso-misura- o come dice Bloomberg “Quello che non sai misurare non sai governare”. “Conoscere” quindi è diventato manipolare Big data. Di contro, dallo spirito della comunità di Rousseau al municipalismo di Tocqueville, dall’Atene di Clistene e Pericle al demo-anarchismo di Murray Bookchin, che la vera democrazia richieda relazioni di prossimità e che sulle distanze della rappresentanza dalle lunghe deleghe il contenuto perda progressivamente senso e significato, è un fatto. La dimensione locale potrà poi ben coordinarsi con una supertecnocrazia centrale com’è nel modello cinese, dice il nostro.

Il pragmatismo di Khanna fa vittime illustri. Il nostro sembra sorridere divertito ed ironico davanti alla nozione-dogma del lassaiz-faire. Ma quale lassaiz-faire, idea del XVIII secolo da rottamare in fretta scrollandosi dal torpore ideologico! Il futuro sarà in un ibrido tra privato, cooperativo e statale, sussidi e protezione pubblica per aziende di “interesse nazionale”, fondi sovrani, manipolazione intenzionale della valuta (qui alla Merkel -che pare abbia incontrato più volte l’indiano- sarà venuto uno stranguglione), agenzie nazionali di credito all’export, attiva diplomazia politica commerciale, aperture e chiusure selettive e sempre revocabili secondo il bene del proprio sistema. Piani deca-ventennali gestiti con flessibilità e decisione, con misurazione dei risultati ed anche brusche correzioni di rotta, attivando tutte le leve possibili ed immaginabili. Siamo nel pieno della cultura giapponese, coreana, cinese di cui Singapore è solo il crocevia frattale. L’unico parametro sarà rispondere alla domanda: funziona? Ed il funziona, sarà sia misurabile oggettivamente, sia rilevabile soggettivamente dai like che la popolazione darà come giudice sovrano. Certo Khanna, mischia il modello Repubblica di Venezia ed Hansa baltica con la Repubblica popolare cinese che è una cosina un po’ differente ma teniamoci olisti e seguiamo con beneficio del “all’in circa”, lo spirito del suo argomentare, non stiamo commentando il “nuovo Hobbes” ma un giovane consulente-sforna-best seller che salta un po’ di qua ed un po’ di là con però molte informazioni ed una certa fresca propensione visionaria.

Se questa è la soluzione, qual è il problema americano e per esteso occidentale? La percentuale di voto democratico in Occidente è crollata dall’85% del 1970 ad una media del 60% del 2014, perché? Per gli USA (e non solo) il problema è che c’è stata una degenerazione verso una politica senza democrazia, verso il “liberismo non democratico”, una oligarchia governata da una élite corrotta, avida, autoriferita, egoista ed anche un po’ stupida[4]. Una finanzocrazia (wow! echi di Gallino dove non ti saresti mai aspettato!). Un Congresso fatto di businessmen miliardari, che prima e dopo l’incarico erano e tornano ad essere lobbisti, ostaggio di un Deep state[5] in mano ai ciechi egoismi della finanza e del complesso militar-industriale. Un continuo gerrymandering ovvero l’arte di manipolare i distretti elettorali (eredità antica dei rotten borroughs inglesi) che portano alla dittatura della minoranza. Perché allora non ripristinare l’obbligatorietà del voto? Magari ci facciamo una app e così colleghiamo strutturalmente governanti e governati. Una tecnocrazia diretta a base di Big data questi errori non li farebbe, i dati diranno qual è la politica migliore (?), la democrazia info-connessa-istantanea dirà se va bene o no, se e come modificarla alla bisogna, popolo ed esecutori preparati, chi altro serve? Quello che ci vuole è una “tavola rotonda” di sette-otto tecnocrati multidisciplinari, una presidenza collettiva, ma pur sempre dotati di specifiche competenze che lavorano per fare strategie complesse, cioè integrate. Accanto, gruppi di esperti tematici che però non incarnano una sola visione ma tutte le possibili visioni ovvero “team di rivali” sul modello svizzero, incontri frequenti con la “gente”, audit del popolo e tanta connessione permanente anche qui sul modello del referendum continuo à la Svizzera. E perché cambiare sempre tutto e tutti e non affidarsi anche all’expertise almeno consultivo di chi ha già governato, consigli dei saggi sul modello singaporiano? E’ questa anche “circa” la struttura del Partito comunista cinese, sette membri al vertice, Politburo di 25, Comitato centrale di 350, scuola confuciana di partito di un anno ogni cinque di governo per ogni funzionario pubblico e continui re-invii al “lavoro di provincia” per i più tardi. Altro che fine della storia che avrebbe distrutto con democrazia liberale ed Internet l’autoritarismo cinese, è avvenuto l’esatto contrario, la Cina ha oggi ben più legittimità e successo del triste spettacolo della Sodoma e Gomorra di Washington! La Conferenza consultiva del popolo e la piattaforma intranet interna al Partito comunista cinese, funzionano ben meglio della medio-crazia finanziarizzata americana a senso unico. Khanna sarà anche un confezionatore di best seller ma nell’invitare gli americani ad invidiare il modello del PCC, ci mette anche un po’ di coraggio, riconosciamoglielo. Infine, altro che mandati brevi, una strategia a meno di dieci anni non potrà mai esser tale e certe volte meglio una non perfetta strategia che una non strategia. Alla fine, il vertice assoluto, il Xin Jinping o il singaporiano Lee Hsien Loong[6] della situazione, sarebbe non un grande semplificatore come Trump o il temuto “cattivo imperatore” ma un direttore di grande orchestra, un gestore di complessità delegata.

Perché gli americani si ostinano ad avere due soli partiti? Come possono rappresentare l’articolata dialettica della società riducendo la complessità a due polarità che mediando mediazioni alla fine non sanno di niente e per altro tendono a coincidere? Nella classifica a multi-indicatori della salute democratica occidentale, tutti i ventiquattro paesi che sopravanzano gli USA hanno sistemi multipartitici con esecutivi espressi dal parlamento e sono pure demograficamente e socialmente più piccoli e meno complessi. Oltretutto gli altri occiddentali si fermano a far campagna per le elezioni solo per due-tre mesi e non per due anni come negli USA. Oltretutto hanno partiti grandi ma anche piccoli, che possono finanziariamente esistere anche senza le tonnellate di miliardi che obbligano i due contenitori americani ad essere ostaggio della finanzocrazia. Vengono in mente tutti gli esperti nostrani che hanno provato ad ammannirci le magnifiche progressive sorti del bipolarismo in nome della governabilità che però non tenevano conto del fatto che i tempi che chiamano cambiamento, richiedono altresì articolazione. Perché poi avere senatori se ci sono già i governatori, cos’altro serve oltre a rappresentanti locali a contatto con l’elettorato che hanno esperienza amministrativa e di governo pragmatico e concreto invece che essere avvocati o manager o dentisti e commercialisti dalle dubbie competenze pubbliche? E poi, ancora col Secondo emendamento (possesso privato di armi) che è del 1791, suvvia! Meglio la Wiki-Costituzione tipo Islanda, la Carta va scritta da tutti e deve essere flessibile al cambio dei tempi. La verità, dice il nostro, è che l’impianto legislativo americano è vecchio, polveroso, desueto, più simile ai fasti della burocrazia sovietica che della modernità complessa, agile e flessibile. Assimilarli all’URSS e consigliarli le virtù confuciane dei comunisti cinesi, l’indiano va giù duro. La classe politica americana non segue le procedure di selezione dal basso con continui esami confuciani come nella burocrazia cinese, salta subito al posto di comando (comprandosi il seggio) non sapendo di nulla di ciò di cui si dovrà occupare. Meglio allora pagare a dovere chi esercita la funzione pubblica (la “casta” non è nel costo ma nell’inefficienza), pretendendo però pari prestazione professionale. Competenza, meritocrrazia, utilità, le tre coordinate del difficile compito politico sono sistematicamente evase, come le tasse. Insomma una chiara accusa di inefficienza complessiva, assenza di merito, etica pubblica del tutto assente, interesse personale strabordante, un disastro.

La formula finale è “meritocrazia democratica verticale”[7], info-Stato e tecnocrazia, etica dell’utilitarismo benthamiano originario (il maggior benessere per il maggior numero, non per il minor numero com’è poi degenerato). Basta con gli obbrobri come le politiche d’austerità ed il bail-out di Wall Street, se i sistemi collassano vuol dire che sono male impostati e vanno lasciati fallire (Hayek), che nascano mille piani di finanziamento diretto alla classe media sul modello CFPB della ultra-democratica Elisabeth Warren. Khanna ne ha per tutti!

Il tutto si fonda sul triplice modello empirico di Svizzera – Singapore – ed in parte Cina (ma anche balto-scandinavi), prime due in cima a tutte le classifiche su gli indicatori delle istituzioni global-capitaliste, salute, ricchezza, bassa corruzione, alto tasso di occupazione, istruzione, Pil, alti investimenti statali nella formula magica: ricerca, sviluppo ed innovazione. Città-Stato o distretti interconnessi, federalismo spinto per i più grossi, protezione verso i moderni virus degli attacchi migratori, contagi finanziari, hacker e terroristi, società aperte ma pragmaticamente non spalancate, dedite al mercato ma non passive rispetto alle del tutto presunte qualità mistiche della mano invisibile,welfare e previsione delle future difficoltà, casa, lavoro stabile (magari con applicazioni che cambiano ma senza vuoti paurosi di inoccupazione), protezione della prossima vecchiaia di massa. Tecnologia per tutti, pragmatici tecnocrati elettivi e problem solver su obiettivi dichiarati e monitorati, decision making attraverso processi consultivi allargati, educazione civica di massa, referendum continui, sanità pubblica ma efficiente (se costa meno ed è parimenti sociale perché non anche privata?), piani di risparmio obbligatori per la vecchiaia sempre più lunga, scenaristi, pianificatori, capacità di autocorrezione, politiche della “felicità” (?), formazione continua, multi allineamento multipolare (!), governance d’impresa miste sul modello tedesco, controllo del short-termismo finanziario che uccide innovazione e sviluppo strategico (e quindi potenziamento di finanza pubblica che fornisca i cosiddetti “capitali pazienti”[8]), infrastrutture, lotta alla burocrazia e naturalmente tanta e tanta attenzione ecologica e piena sostenibilità.

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Che dire? Be’ la critica puntuale e precisa di ogni singolo punto non la farò. Sarebbe inutile data l’intelligenza dei miei lettori e lettrici che saranno ben in grado di notare incongruenze, contraddizioni, imprecisioni, aporie, financo distorsioni dei famosi “dati” che dimostrano una volta di più che questi non sono neutri. Diamo per fatta la tiritera su questo nuovo sogno dispotico e distopico che sono i due giudizi critici che vanno per la maggiore nelle critiche che ho letto. Mi dedicherò invece ad un critica positiva, diciamo “costruttiva” anche perché ultimamente sto diventando idiosincratico alla retorica del criticismo radicale del capitalismo e delle sue multiforme pezze ideologiche di accompagno. Non perché non le condivida -in linea di massima- ma perché ne avverto con dolore l’assoluta inutilità visto che lavorano incessantemente da centocinquant’anni senza aver portato il benché minimo risultato di reazione ed anzi costruendo la percezione di un Leviatano invincibile, un iper-sistema (ultimamente gli aggettivi superlativi stanno finendo e dopo “ultra”, “assoluto”, “mega” non si sa più cosa inventare) troppo forte, troppo intelligente e cinico, pervasivo e governamentale, panoptico e subliminale, ortopedico e biopoliticamente decerebrante che è così perfetto che ti credo che non si riesca poi a fare nulla per modificarne le traiettorie. Mi sa che troppa critica ci deprime e l’attenzione microfisica alle giunture fini del sistema non porta altro alla sua percezione critica che passività da impotenza. Rifugiarsi in questo affollato“luogo comune” (ormai quando leggo “neo-liberismo” nel titolo di un articolo o saggio, salto a piè pari) invece che prendere di petto il “che fare?” mi porta a quella XIa Tesi su Feuerbach che ci stiamo dimenticando di onorare, ormai da decenni.

Come detto, anch’io, nel mio piccolo, mi occupo di complessità ma per me, la complessità è ciò che risulta da sistemi in interrelazione tra loro dentro un certo contesto-ambiente. La mia è quindi un’ottica (o a volerla fare colta, una ontologia) sistemica. Il punto alla base del discorso di Khanna è che i sistemi istituzionali di cui pure apprezzo l’importanza nell’analisi, non spiegano tutto il successo di A o B[9]. Voglio dire che se Singapore fosse posizionata nei Caraibi, a dispetto delle convinzioni di Khanna che ritiene superata la geografia e la sua versione dinamica che è la storia, forse produrrebbe musica e cocktail ma non sarebbe il successo che Khanna esalta. Per altro, linko questo articolo di un connazionale che lì insegna filosofia in una di queste famose scuole d’eccellenza per dare luce da una altro punto di vista visto che quella di Khanna è un po’ troppo monodimensionale[10]. Quindi, se tutta l’Asia si mette in moto nel dopoguerra e Singapore funge da porto franco e centro avanzato degli affari oltretutto extraterritoriale e quindi “neutro” rispetto a gli egoismi e le gelosie tra le nazioni dell’area, non è che tutto il presunto successo di Singapore possa esser ricondotto alla sua cultura nepotista illuminata, tecnocratica, affaristica, statalista, simil-socialista, che però ogni-tanto-ascolta-il-popolo. Così per la Svizzera dove l’ indiano dice che si insegna “cultura finanziaria” addirittura alle medie, non si può evitare di richiamare il suo territorio, la sua collocazione centrale europea (non è incastonata tra Congo, Ruanda e Burundi per dire) ed ha una densità di istituzioni bancarie e finanziarie figlia di precise scelte del porsi come centro banco-finanziario (oltretutto a lungo nella lista nera dei paradisi fiscali), non alla portata di tutti. Inoltre, va detto che Singapore e la Svizzera, esistono e prosperano sul loro vantaggio comparato proprio perché è unico, ossia non possono essere un “modello” perché se tutti facessero come loro, il loro modo non sarebbe più un vantaggio ma uno standard. Di base, la crisi del Politico e della democrazia in Occidente è figlia di molti genitori, inclusa la sostanziale mancanza di definizione, conoscenza precisa, ambizione teorica rispetto al concetto. Né Internet, né i like ai tecnici, né la capacità gestionale pragmatica (che comunque è utile e da non sottovalutare), ci daranno quello di cui abbiamo bisogno. Parafrasando Latour “noi non siamo mai stati democratici”. Non è democrazia il sistema rappresentativo, non è democratico l’impianto teorico del marxismo, non sono democratiche le élite intellettuali critiche (basta vedere come si esprimono). Guardiamo sempre in alto, alle forme istituzionali, alla presa del potere, alle procedure quando invece dovremmo guardare in basso, alla presenza di informazione, conoscenza, capacità di analisi, capacità discorsive, logiche ben salde, tempo per discutere ed apprendere presso gli individui che dovrebbero auto-governarsi.

Tuttavia, come abbiamo detto in precedenza, in ottica olistica, il manifesto tecno-democratico di Khanna se non nelle soluzioni, almeno forse nell’elencazione dei problemi, qualche spunto utile lo dà. Che la democrazia occidentale sia in profonda crisi e che questa non dipenda tutta e solo dalla globalizzazione neoliberista mi pare da considerare. Tutti quanti abbiamo una classe dirigente, per lo più, disastrosa che per altro riflette con precisione la disastrosità mediamente intesa e diffusa del nostro stato medio culturale[11]. Vale per la politica ma non è che l’industria, l’informazione e la cultura vadano poi molto meglio. Altresì, non è che i nostri sistemi economici scoppino di salute, neanche quelli che la moneta sovrana se la sono tenuta e non si sono auto-flagellati con il delirio dell’austerità. Ed ancora, tra afflati unionisti privi di senso, ritorni alla nazione la cui sovranità è ridotta alla moneta in pieno riduzionismo monetarista ed addirittura sciame sismico delle secessioni, non è che le idee sulle nostre forme di vita associata siano limpide e chiare. Così il deserto ideologico tra un neo-liberismo che Khanna ha gioco facile di prendere in giro, lui che parla a nome del capitalismo pragmatico del futuro che se ne sbatte delle coerenze liturgiche ed il non si sa cosa di frammenti di keynesismo con slanci di egalitarismo e difficile ripristino di una democrazia stancata da populismi grezzi ed ignoranza popolare assai diffusa, con qualche soprassalto nel leggere o far finta di leggere Slavoj Zizek che ti dà la sensazione del fremito ribellista che però poi non porta da nessuna parte. Così per gli incipienti drammi della disoccupazione tecnologica, del collasso ambientale, la degradazione dell’intelletto, la dittatura di specialismi e tecnicismi, la china demografica con invecchiamento di massa, il problema africano che non è tutto contenibile in un gommone in cui discutiamo di razzismo ed accoglienza, l’islam e l’infuriante battaglia per l’Ordine Mondiale Multipolare. Problemi tanti e forze ed idee per affrontali pochine, energia sociale ancora meno per affrontare non come ha notato di recente la Klein[12] una serie di crisi interconnesse ma una unica, ontologica crisi: il modo occidentale di stare la mondo.

A farla semplice, c’è un mondo che si è affacciato al capitalismo, alla crescita e sviluppo ed al progresso materiale da pochi decenni ed ha quindi molto spazio davanti a sé e c’è un mondo che quella strada l’ha percorsa già da un secolo e mezzo ed incontra progressivi limiti di ulteriore spazio per procedere. Non si tratta di modelli ma di condizioni di possibilità. Viepiù ora che gli “altri” usati in precedenza come periferia da cui attingere energie, materia prime, mano d’opera e mercati su cui scaricare gli eccessi produttivi, hanno deciso di mettersi in proprio e competono. Chi ha molto da perdere e poco da guadagnare vs chi ha molto da guadagnare e poco da perdere. Il favore di scenario dei secondi verso i primi non giustifica alcuna proposta di ricetta salvifica da imitare. Così come non era vero che fosse la democrazia liberale a dar conto del successo occidentale, non è vero che il dispotismo benevolo tecnicizzato dà conto delle performance dei nuovi arrivati. Purtroppo però, sarà inevitabile che qualcuno qui da noi prenderà qualche parte della ricetta di Khanna (non magari l’obbligatorietà del voto, il ruolo del pubblico nell’economia, il finanziamento diretto delle classi medio-basse) per dirci che effettivamente le élite debbono poter governare per decenni senza essere votate, che i tecnici sono meglio dei politici, che la democrazia la trasferiamo armi e bagagli su facebook, che occorrono scuole più tecniche a quiz e punteggi e che con i Big data a cui dobbiamo tutti cedere la nostra privacy, il mondo sarà migliore. Si prenderà il modello e per altro senza l’etica confuciana che l’accompagna e così il frittatone sarà servito.

Chiuderei riprendendo l’avviso iniziale: “Nei prossimi decenni la competizione globale punirà i sentimentali”. Forse ci converrebbe far delle nostra intelligenza collettiva un think tank informale che cominci a redigere una nostra Vision 2050. Il futuro per noi è stretto, senza una strategia che medi i nostri valori con la realtà delle condizioni di possibilità, sarà tragico.


Note
[1] https://en.wikipedia.org/wiki/Parag_Khanna
[2] Il “collasso da complessità” è un classico per la spiegazione dei crolli di civiltà da Tainter a Diamond.
[3] Tra l’altro, non tutti gli asiatici pensano al futuro come Khanna, ma comunque si pongono il problema: http://www.lintellettualedissidente.it/economia/chandran-nair-geopolitica-stati-disagiati/
[4] Esiste un avviato dibattito in America sulla questione. Da Yascha Mounk che si occupa di Political Theory a Lawrence Lessing che si occupa di Legge, entrambi ad Harvard, al classico e pluricitato studio di M. Gilens di Princeton e B. Page della Northwestern University (https://www.cambridge.org/core/journals/perspectives-on-politics/article/testing-theories-of-american-politics-elites-interest-groups-and-average-citizens/62327F513959D0A304D4893B382B992B) di cui qui parla il New Yorker https://www.newyorker.com/news/john-cassidy/is-america-an-oligarchy
[5] Mike Lofgren, The Deep State,Penguin Books, 2016
[6] https://www.internazionale.it/notizie/gabriele-battaglia/2017/08/10/viaggio-singapore-cartacce-sfruttamento-lavoro
[7] La definizione è di Daniel Bell, The China Model. Political Meritocracy and the Limits of Democracy, Princeton University Press 2016
[8] M. Mazzucato, Lo Stato innovatore, Laterza, 2014
[9] E’ d’obbligo il riferimento al recente classico di D. Acemoglu – J.A.Robinson, Perché le nazioni falliscono?, il Saggiatore, Milano, 2013
[10] http://megachip.globalist.it/cervelli-in-fuga/articolo/2012613/il-futuro-della-nostra-scuola-come-a-singapore-un-momento-parliamone.html
[11]http://www.repubblica.it/venerdi/interviste/2017/01/25/news/il_trionfo_della_mediocrazia_spiegato_dal_filosofo_canadese_alain_deneault-156837500/
[12] https://ilmanifesto.it/la-sinistra-deve-fare-una-vera-rivoluzione-morale/
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