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operaviva

Politica del limite e pensiero costituente

di Roberto Esposito e Toni Negri

9694763Pubblichiamo qui, in versione ridotta, uno scambio tra Roberto Esposito e Toni Negri. Il dibattito si è tenuto in occasione del primo Festival di DeriveApprodi (25-27 novembre 2016) e si trova oggi raccolto, in versione integrale, nel volume Effetto Italian Thought (a cura di Enrica Lisciani-Petrini e Giusi Strummiello, Quodlibet, 2017). Il libro inaugura, insieme ad altri, la collana Materiali IT diretta da Dario Gentili ed Elettra Stimilli.

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Politica del limite

In dialogo con Toni Negri

di Roberto Esposito

In questo intervento – pronunciato al festival di DeriveApprodi1 – provo a interloquire con la relazione di Toni Negri sulla fine della sovranità. Ne riassumo rapidamente la tesi di fondo.

Oggi siamo situati oltre il paradigma sovrano per una serie di motivi che ci riconducono all’orizzonte biopolitico. Essi sono: a) la trasformazione del diritto in macchina amministrativa di governance in cui il sistema delle norme subentra all’ordine della legge nella regolazione dei conflitti sociali; b) il trasferimento delle strutture giuridiche, articolate in sistemi autopoietici, dal terreno statale a una serie di dinamiche sociali provviste di un crescente grado di autonomia; c) l’interdipendenza globale tra Stati e mercati che destruttura il regime sovrano superando definitivamente il modello interstatuale a favore di nuove forme di coordinamento infrastatuali e ultrastatuali. Rispetto a tale scenario, descritto da Negri con indubbia capacità sintetica, cerco di concentrare le mie considerazioni intorno a due domande: 1) è in grado, la sua prospettiva, di rappresentare adeguatamente le attuali dinamiche politiche e socio-culturali? 2) ed è in grado, soprattutto, di fronteggiare i loro effetti in maniera efficace e realistica?

Prima di tentare una risposta problematica a tali questioni, vorrei partire da una osservazione che può apparire scontata, ma che ritengo giusto rendere esplicita. Negri è l’unico intellettuale italiano, e uno dei pochi in Europa, ad avere un ruolo direttamente politico nell’ambito della sinistra radicale, e dunque capace di incidere nella realtà attraverso le sue idee. Ciò non nasce solo dalla sua biografia, ma nasce da qualcosa di più, che è parte integrante del suo pensiero e del suo linguaggio concettuale. Si tratta di un’attitudine, o di una tonalità, che lo ha sempre tenuto lontano dal riflusso cui è andata incontro la cultura di sinistra, italiana e non solo, compresa larga parte della tradizione operaista. Negri ha tenuto duro su un principio affermativo e in questo senso è l’intellettuale italiano che più di ogni altro ha dato un segno positivo a ciò che si definisce Italian Thought. Se c’è qualcosa che ha sempre caratterizzato la sua prospettiva, è proprio questa opzione affermativa, costitutiva, vitale, alternativa alla piega negativa in cui l’intera teologia politica, non solo italiana, è tuttora presa in forma katechontica, escatologica o messianica. Pensare in modo affermativo e costituente vuol dire non desumere il significato delle proprie categorie dalla negazione del loro contrario, non cercare la libertà nel rovescio della necessità, la storia nel rovescio della natura, il comune nel rovescio del proprio. Non situare la vita nell’estremo della morte, come fa l’intera filiera heideggeriana.

Quanto Negri ci ha detto anche in questo ultimo testo sulla fine della sovranità va inquadrato in tale orizzonte affermativo. Da questo punto di vista, in ordine a questa opzione di fondo anti-teologico-politica, sono d’accordo con lui e da tempo mi muovo anch’io nella stessa direzione. Ciò che mi convince meno è la sua interpretazione della situazione attuale. Se già al momento della pubblicazione di Impero si profilava uno scarto tra l’analisi di Hardt e Negri e la realtà effettuale, a partire dal 2001 mi pare che tale scarto si sia sempre più allargato, a partire dalla questione della sovranità. Essa è davvero implosa, come Negri sostiene, ribadendo e approfondendo quanto scritto nella trilogia Impero, Moltitudine e Comune, o si va ristrutturando in quello che potremmo definire un Leviatano 2.0? Siamo di fronte al compimento della globalizzazione o a un suo drammatico ripiegamento? Ancora: la macchina della sovranità è davvero assorbita in una politica affermativa, così da incorporare ogni fuori nel dentro; o continua, sia pure differentemente, a produrre nuovi assetti di potere? E il processo di deterritorializzazione ha davvero travolto tutti i confini territoriali in un mondo senza più né centro né limiti? La mia impressione è che i processi innescati nei primi anni del nuovo secolo in America, Europa e Asia vadano in una direzione contraria, come tutti gli ultimi eventi confermano nella maniera più vistosa.

La globalizzazione, ancora forte sul piano economico e tecnologico, arretra e si spezza su quello politico. Quella che stiamo sperimentando è anzi la prima grande crisi politica della globalizzazione. Tutt’altro che semplici province imperiali, gli Stati sovrani rialzano la testa, elevando nuovi muri ai propri confini. Se gli Stati Uniti di Trump minacciano una chiusura sempre più ermetica delle proprie frontiere, gli Stati europei, a partire dal Regno Unito, rivendicano, accanto al debito, le altre prerogative sovrane. Tutt’altro che cancellarsi in una deterritorializzazione generalizzata, la linea di opposizione dentro/fuori si approfondisce, incidendosi profondamente nel cuore dell’Occidente. La vittoria, minacciata in tutta Europa, delle forze nazionaliste richiede di ristabilire il controllo sovrano perfino sull’economia. Ciò è ben difficile, ma non del tutto impossibile. E del resto chi ha salvato il sistema finanziario delle banche, se non gli Stati? Per non parlare della progressiva militarizzazione della questione migratoria. A globalizzarsi, oggi, è una forma di nazionalismo molto lontana dal paradigma aperto e inclusivo di Impero.

Il problema può essere guardato anche da un altro angolo di visuale. Certo gli Stati europei hanno perso diverse delle loro prerogative – a partire da quella, decisiva, di battere moneta indipendentemente dalle decisioni dell’Unione. Ciò fa sì che nessuno dei singoli Stati sia in grado da solo di produrre un vero cambiamento di sistema. Quando la Grecia ha provato ad alzare la testa, è stata costretta rapidamente a una resa umiliante. Ma è anche vero che è solo all’interno di alcuni Stati che sono nate le uniche forme di resistenza – subito squalificate come populiste – al modello neoliberale dominante. Cosa debba, o possa, intendersi oggi per populismo rimane largamente impregiudicato. Ma è difficile continuare a parlare di democrazia fuori dal riferimento a un popolo sovrano. Una volta che il modello liberal-democratico, da diversi decenni egemone in Europa, si è spaccato, se il neo-liberalismo si è generalizzato a livello globale, un residuo di democrazia appare possibile solo all’interno dei singoli Stati nazionali. È solo lì che al momento possono generarsi conflitti politici. Ma lo sgretolamento del paradigma imperiale elaborato da Hardt e Negri determina uno sfaldamento anche delle due categorie, che dialetticamente ne derivavano, di moltitudine e di comune. Esse erano pensate dentro e contro l’orizzonte dell’impero in concomitanza con il tramonto della sovranità politica e la mutazione biopolitica del lavoro. Tra queste due fenomenologie vi è uno stretto rapporto, nel senso che l’espansione del lavoro immateriale è strutturalmente connessa con le dinamiche di deterritorializzazione. L’ipotesi su cui Negri ha lavorato in questi anni è che il capitalismo cognitivo, basato sulla diffusione del general Intellect, generi da sé le condizioni del suo superamento, come il mondo feudale ha creato le condizioni per la genesi della società borghese. Il presupposto ottimistico di tale ipotesi è che il dispiegarsi della produzione immateriale, una volta liberata dalle catene del capitale e dai vincoli imperiali, produca le condizioni di una nuova socializzazione, incarnata dalla moltitudine.

Ma ciò presuppone, a sua volta, un’altra condizione, tutt’altro che pacifica. E cioè la neutralità degli strumenti di produzione, disponibili a passare dal regime capitalistico a un diverso regime ad alto tasso di socializzazione. Tale neutralità è lontana dall’esser tale. La tecnologia, anche quella informatica, incorpora codici e dispositivi di comando che ne predeterminano modalità ed effetti. Lo sviluppo tecnologico non è separabile dal comando capitalistico che lo dirige, orientandolo ai propri fini. Né le nuove forme di lavoro cognitivo liberano potenzialità capaci di immetterle in un diverso regime. Al contrario, il lavoro intellettuale, come quello materiale, è sempre più condizionato dai vincoli del mercato capitalistico e dall’economia finanziaria. È vero che anche attraverso quel canale si generano nuove forme di soggettivazione. Ma esse, tutt’altro che libere, sono forgiate dai dispositivi neo-liberali in termini di capitale umano. Dunque, c’è da chiedersi: il lavoro, la produzione immateriale libera veramente dai vincoli imperiali, dai vincoli del comando capitalistico e produce nuove forme di società e socializzazione, che dovrebbero essere incarnate dalla moltitudine? Ciò determina conseguenze assai problematiche sulla stessa categoria di moltitudine, aprendo una rilevante domanda politica. Innanzitutto quanto alla sua composizione da parte di segmenti troppo diversi per costituire una soggettività in qualche modo omogenea o almeno articolabile in un insieme unitario.

Come montare tra loro pezzi di lavoro cognitivo ad alta qualificazione specialistica con mano d’opera emarginata o lavoro immigrato clandestinamente? Fanno parte di una stessa soggettività plurale e singolare definibile come moltitudine? E si possono sommare, nella stessa categoria romantica di esodo, la migrazione dei laureati, che cambiano Paese alla ricerca di lavori più remunerativi, con quella di coloro che scappano dalla guerra e dalla fame? Ma, prima ancora, come può, simile moltitudine, acquisire una connotazione politica, passare appunto dall’ambito sociale e ontologico a quello politico? Cosa può spingere le singolarità da cui è fatta ad unirsi in un unico fronte? E contro chi? Dove passa, esattamente, la linea del conflitto, necessaria a ogni dinamica politica? Anche da questo lato torna il discorso del negativo, in qualche modo esclusa dal discorso di Negri talmente affermativo, talmente affidato alla potenza immanente delle cose, che a volte sembra restare senza confini, senza limite. Ma senza limite come si costruisce l’alleanza politica e contro chi? Chi sono gli amici – o almeno gli alleati – e qual è il nemico? Come Negri dice: occorre riprendere il lavoro politico. Ma riprendere il lavoro politico significa individuare alleanze possibili e il nemico comune.

La mia impressione è che, una volta assunta come centrale la categoria economica di produzione – come fa Negri – essa stenti ad acquisire un’effettiva caratterizzazione politica e dunque a trasformarsi in una categoria politica. Come hanno sostenuto Dardot e Laval, la categoria su cui bisognerebbe sforzarsi di lavorare è quella di istituzione, più interna al lessico giuridico-politico. È come se, nella prospettiva di Negri, si alternassero, o sovrapponessero, un paradigma iperpolitico ed uno impolitico, senza mai cogliere in pieno il piano del politico. La sua linea di discorso, che si vuole mobilitante, non rischia di produrre un esito quietistico? Se la trasformazione è oggettivamente già in atto nei processi di modificazione del lavoro – verrebbe da chiedersi – perché intervenire politicamente? In Negri la via per questa traslazione concettuale dall’economico al politico passa per l’ontologia. Qui si sente la presenza del modello spinoziano rielaborato attraverso un forte riferimento al piano di immanenza di Deleuze. Ma il passaggio dall’ontologia alla politica resta problematico, perché, mentre un’ontologia radicalmente affermativa è pensabile, per la politica il discorso è meno semplice. Non bisogna confondere il proprio punto di vista affermativo con una cancellazione della realtà del negativo. Il negativo esiste. E anzi, in molteplici modi, appare dominare lo scenario contemporaneo. Certo, esso va affrontato, gestito, ribaltato. Ma non rimosso. Su questo punto c’è una difficoltà – pratica e teorica – non solo di Negri, ma di tutti noi. Di tutta la biopolitica affermativa, di tutte le filosofie dell’immanenza. Il lavoro di Negri ha costituito per qualche decennio, e ancora costituisce, uno dei più potenti dispositivi filosofico-politici e teoretici con cui ciascuno di noi ha la necessità di confrontarsi. Misurando il suo, ma soprattutto il nostro, limite.


Note
1. Cfr.: http://www.deriveapprodi.org/2016/10/il-primo-festival-di-deriveapprodi/

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Pensiero costituente

In risposta a Roberto Esposito

di Toni Negri

Che cosa significa pensare in modo affermativo e costituente? Non avendo mai oltremodo amato quella che chiamano «filosofia eterna» ed essendomi più spesso affidato alle scienze storiche e sociali, per accertare la verità, e all’azione politica di classe, per costruire le mie azioni, ho appreso che i processi sociali sono sempre contingenti e che la storia è discontinua e solo eventualmente attraversata da stabili tendenze. Dunque, che ragionare in maniera affermativa e costituente, vuol dire mettersi «lì dentro» e disporre il proprio pensare ad agire – nella contingenza – in relazione a quelle eventualità e a quelle tendenze. Per dirlo sinteticamente: «ragionare per dispositivi» (pensiero affermativo) cercando di identificare tendenze favorevoli alla liberazione dallo sfruttamento (pensiero costituente). Detto questo, a me sembra assai caricaturale dichiarare che il pensiero affermativo non possa assumere problematicamente il negativo. Il negativo è sempre tanto presente alla nostra considerazione quanto lo è il positivo. Altrettanto caricaturale sarebbe dire che il costitutivo si affermi linearmente senza conoscere il negativo. Esser dentro il reale significa piuttosto esser sempre a fronte di alternative, scegliere fra il positivo e il negativo, fra essere e non essere. Far politica è questo scegliere – collettivamente – ed è in questa lotta per la conoscenza che si esprime una pratica del vero. Perché il vero non è fissità o nuda corrispondenza al reale ma costruzione del comune. Assumiamo ora le tre categorie delle quali tu osservi il declino: impero, moltitudine, comune.

 

1. Impero. Quando parlo di crisi della sovranità, parlo della crisi della sovranità moderna – e cioè della crisi della sovranità dello Stato-nazione. Ora, a me sembra che la globalizzazione abbia tolto di mezzo la sovranità nazionale, nel senso che ne ha attenuato in maniera radicale la capacità di decidere in materia monetaria, militare e culturale. A questo punto ci si deve chiedere se questa crisi costituisca una tendenza irreversibile, se sia auspicabile o meno e se si debba disporre la nostra capacità costituente a facilitarla o no. Riguardo al primo punto, credo che questa crisi sia irreversibile. Lo è perché irreversibile è la globalizzazione capitalista. Il rinvio alla lettura del terzo volume di Das Kapital è qui necessario per coloro che non abbiano avuto il tempo di studiarlo. È ben vero d’altronde che «globalizzazione» non significa «impero», cioè ordinamento politico globale e conseguente trasferimento delle sovranità nazionali a un’autorità sovranazionale. Ma è anche vero che la globalizzazione dei mercati chiede un ordine. E nel sistema capitalista ordine significa comando – quindi, la globalizzazione capitalista richiede l’impero. Questa logica non è segnata da una volontà trascendentale ma imposta dalla concretezza delle lotte. Quella lotta è stata poi qualificata dal fallito «colpo di Stato» degli Usa sulla globalizzazione negli anni che seguirono la fine della guerra fredda e, negli anni Novanta, la prima guerra irachena, prolungandosi fino alla crisi di Wall Street nel 2007.

Questa lotta per l’egemonia imperiale si è oggi completamente aperta e sembra configurarsi in una prospettiva non multipolare ma oligo-plurale del tutto incerta e pericolosa. Ci troviamo infatti esposti, nella lotta per la leadership imperiale, alla presenza attuale e all’eventualità futura di guerre. Il problema non è quindi se la tendenza alla globalizzazione sia irreversibile: incerto è solo chi comanderà su di essa. La lotta per l’egemonia sulla globalizzazione modificherà certamente alcune determinazioni di questa, ma non ne modificherà la natura. In ogni caso, queste modificazioni non riguardano gli Stati-nazione odierni, che saranno, nel caso, soggetti all’una o all’altra potenza globale, divenendo forse unità amministrative in quel dominio, più probabilmente semplici espressioni geografiche, ridefinite dalla logistica globale dei mercati. Quello che vediamo riemergere ora in Europa e altrove, è l’ultimo colpo di coda di una concezione dello Stato che ci tiriamo dietro dalla modernità e che, di volta in volta, viene ripresa come se il processo storico fosse reversibile. Non solo non lo è, ma sarebbe ingenuo pensare che la sua irreversibilità possa essere pensata come semplice successione di forme paradigmatiche (dopo la sovranità l’impero, dopo l’impero il ritorno alla sovranità). Anche qui Foucault insegna: le forme non si succedono ma si sovrappongono e si riformulano, e i residui sovranisti sono essi stessi prodotti e qualificati dalla forma impero. È auspicabile questa diminuzione sovrana dello Stato- nazione? Ne sono più che convinto. Penso infatti che le nazioni, i popoli, le patrie rappresentino il negativo, sempre capace di trasformarsi in fascismo.

 

2. Ciò dato, come disporre la nostra capacità costituente? Essa non può disporsi se non costruendo una moltitudine capace di autogoverno. Per te la moltitudine è una «categoria dialetticamente legata ad Impero». Sarà! Per me è una categoria legata allo sviluppo dell’«operaio-sociale», alla successiva definizione dell’egemonia tendenziale del lavoro immateriale nei nuovi modi di produzione, alla scoperta della singolarizzazione dell’attività lavorativa, all’approfondimento dell’analisi del lavoro cognitivo – insomma, all’uso e all’articolazione dell’indicazione marxiana del «General Intellect» attraverso l’analisi empirica delle mutazioni tecnologiche e all’analisi sociologica della trasformazione delle «forme di vita». Detto nel jargon operaista: analisi della «composizione tecnica» e della «composizione politica» della classe lavoratrice. Ora, dall’analisi di questa nuova forza-lavoro risulta fortificata la «duplicità» che Marx aveva attribuito alla forza-lavoro operaia: forza-lavoro soggetta al capitale e lavoro vivo produttore di capitale, forza-lavoro dentro il capitale e classe operaia contro il capitale. Si tratta di una duplicità del tutto elementare nella definizione di forza-lavoro e di lotta di classe. Ma ora tu mi ricordi che «lo sviluppo tecnologico non è separabile dal comando capitalistico che lo dirige orientandolo ai propri fini» e che «attraverso quel canale si generano sì nuove forme di soggettivazione ma tutt’altro che libere». Dovrai ammettere che è abbastanza rozzo (e forse è un’opzione del tutto ideologica) ricorrere al determinismo tecnologico per eliminare la potenza produttiva del lavoro vivo e la sua capacità di determinare resistenza (costituente). Il fatto è che, come ho provato a dimostrare in tutti questi anni, il presente modo di produzione, lungi dal totalizzare la produzione di soggettività, ne racconta «un’implicazione paradossale»: quanto più sfrutta la forza-lavoro tanto più ne mette all’opera la soggettività, quanto più normalizza questa forma di sfruttamento tanto più richiede prestazioni singolarizzate.

Inoltre, la produttività di questa forza-lavoro non nasce solo dall’implicazione nel modo di produrre ma anche dalle «forme di vita» nelle quali essa produce se stessa. Che nel biopolitico si incarni vieppiù quello che tu chiami il negativo, che la sofferenza del lavoro possa essere più grande in un lavoratore IBM di quanto lo sia stato per un minatore, può anche darsi, malgrado sia poco credibile: in ogni caso, tuttavia, questo negativo non può essere infilato nell’ontologia della soggettivazione. La soggettivazione è data dalla potenza produttiva che il lavoro vivo porta in sé e dal rapporto sociale cooperativo nel quale si esprime – se fosse annullata nel produrre, non ci sarebbe produttività né aumento di valore – e neppure capitalismo! È mai possibile che, lamentando la colonizzazione del lavoro, la sofferenza e la fatica che ne seguono, non si voglia intendere la potenza produttiva di quello stesso lavoro? Il negativo è un ostacolo e non un destino, negativo è il comando ma esso non può darsi senza resistenza. Non è d’altronde a te che devo ricordare che il capitale è un rapporto. Laddove c’è comando c’è resistenza. Nietzsche, lettore di Spinoza, lo intende bene. Ed è la resistenza che costruisce l’essere. Anche messe tra parentesi queste affermazioni metafisiche, mi sembra che si possa qui concludere che è solo nella globalizzazione che le lotte del lavoro, che le lotte sul welfare e la riproduzione sociale possano darsi con efficacia perché è a questo livello che esse possono conoscere la negatività intera del comando capitalista organizzato. Si organizzerà la moltitudine per vincere contro il capitale? Riuscirà a costruire istituzioni, «imprese» capaci di lottare contro lo sfruttamento sociale, globale e di governare una società liberata (dallo sfruttamento e quindi dal lavoro)?

 

3. È solo quando analizziamo il comune come cemento della cooperazione nella quale le singolarità si organizzano per la produzione sociale e, dunque, non solo munus della communitas, come tu peraltro vedi, ma prodotto di un agire comune – è solo allora che possiamo cominciare a rispondere alla questione di come muoversi per organizzare la lotta contro il comando capitalista sulla globalizzazione. Costruire istituzioni capaci di muoversi a questo scopo lo si può solo quando la moltitudine si distende nel comune e, cioè, riesce a tessere flussi organizzativi capaci di rompere le catene del potere. Mille sono gli esempi che in proposito possono darsi: solo per tenersi alle ultime notizie, i movimenti che si sono sviluppati a partire dal 2011 in Spagna, negli USA, nel Nord Africa e in Medio Oriente, in Brasile ecc. – e poi tutti quelli che, aiutando i migranti negli anni e nei mesi scorsi, hanno provato a costruire spazi di vita comune, le grandi lotte operaie contro le riforme liberali delle leggi sul lavoro, gli assemblaggi democratici attorno a Sanders e Corbyn, i flussi di domanda politica che premono per il reddito di cittadinanza… Nessuno vincente? Se si assumono parametri giuridici e/o politicisti (ad esempio alla Dardot-Laval) certamente no – la richiesta istituente che insiste sulla mediazione (come istanza esterna al comune) toglie ogni possibilità di qualificare la diretta «costituenza» di questi eventi. Nessuno vincente, dunque? Sì e no. Perché una singola lotta può non vincere sul terreno locale ma accumula difficoltà per la gestione del comando globale. Significa questo che non si debba lottare sul terreno locale? Che le lotte locali siano inutili, destinate alla sconfitta? Al contrario: ogni singola lotta è immediatamente rilevante sul terreno globale. Fra l’altro, questo è un insegnamento assai importante del leninismo – di quel leninismo oggi troppo spesso usato, in maniera disastrosa, per rivendicare sovranismo e nazionalismi. Un insegnamento, tuttavia, che ci riconduce all’ontologia affermativa e costituente, a Machiavelli se si vuole, ma anche a tutti quei militanti per l’insurrezione del comune quando agiscono su eventi che si adeguano alla tendenza. Nessuno vincente, dunque? Stiamo attenti: ancora una volta sarebbe ingenuo pensare che l’assetto storico dei poteri registri solo la presa dei «Palazzi d’Inverno»: di nuovo ogni resistenza – anche se apparentemente sconfitta – riqualifica costitutivamente l’interezza dello sviluppo storico.

Mi rimproveri un impianto ontologico che impedisce il passaggio al politico. Non vedo perché. L’ontologia non anticipa nulla – il reale va costruito. Fra il febbraio e l’ottobre del 1917 non c’è una continuità ontologica – essa viene creata dal rischio e dalla decisione politica. È un attraversamento di quello che tu chiami il negativo e che non gli concede nulla. Di contro, a me sembra che ammettere che vi sia un «fuori» dal campo nel quale sviluppiamo la lotta, tolga la possibilità di far politica. Una figura trascendentale del comando oppure un negativo ineliminabile, un blocco essenziale, un male radicale: tutto ciò può solo esigere un kathecon. Un pensiero dell’immanenza, affermativo e costituente, che si impianta su un’ontologia del comune è immediatamente politico. Costruire il Principe della moltitudine è dare voce al comune e forza alla cooperazione: abbiamo ricominciato a farlo nelle piazze da qualche decennio ad opera di un proletariato ad egemonia cognitiva, dopo aver assistito alla crisi del movimento operaio nelle fabbriche. Trasformare l’egemonia tendenziale del lavoratore cognitivo in potenza attuale, trasversale di tutta la classe dei lavoratori, costituisce senza dubbio l’impresa politica di oggi. Due osservazioni in proposito. La prima: checché ne dicano i populisti odierni, questo compito non riguarda segmenti ridotti della società ma l’intera società messa al lavoro, l’intera produzione sociale (in particolare organizzata su piattaforme) dove l’estrazione di valore comprende e riqualifica anche lo sfruttamento (quello vecchio taylorista industriale e quello nuovo taylorista informatico). Seconda osservazione: la difficoltà che tu sembri avere a pensare la possibilità di tale nuova composizione dei diversi nella moltitudine (in quanto nuova composizione di classe) mi sembra dovuta al fatto che continui a pensare l’unità in termini hobbesiani (laddove il principio di organizzazione deve dare l’unità al diverso – e qui davvero mi sento deleuziano nel sottolinearne la critica). Come si fa a farlo – tu chiedi. Solo la militanza organizzata può dircelo, solo il programma del reddito universale garantito può forse aiutarci a procedere in questo senso. Tenendo sempre presente che le difficoltà non rappresentano impossibilità: il negativo non ha consistenza dialettica ma semplicemente negativa. Il negativo ci sarà sempre perché è il nulla, cioè quello che non è costruito dall’uomo.

Concludendo. Tu dici: «oggi c’è un ritorno in grande del negativo», «la guerra tende a diventare il nuovo principio costituente», «il nomos della terra torna a farsi spartizione» e concludi che «lo Stato-nazione resta l’unico soggetto di costituzionalizzazione dei rapporti privati che regolano il mercato finanziario mondiale». A me sembra che tu possa dire questo solo dimenticando il punto di vista costituente e dando voce al negativo. La sequenza che indichi è, infatti, quella che il principio costituente aborrisce. Se infatti assumiamo che si va verso la guerra per difendere la proprietà privata e che questa tendenza privilegia la nazione rispetto alla globalizzazione, non ne viene che il negativo sia di ritorno in grande, ma semplicemente si spiega l’urgenza che quello che tu chiami negativo, e che io chiamo la proprietà privata e lo Stato-nazione che conducono alla guerra, vada con più forza combattuto. La constatazione non è mai neutrale – la verità è sempre di parte e qui la parte è il comune. Si tratta dunque di lottare contro il ritorno dello Stato-nazione. E ciò non solo perché la globalizzazione va riconosciuta come il terreno sul quale l’equivoco della libertà dei mercati ha comunque permesso l’esercizio del «diritto di fuga» dalla miseria per milioni di uomini ed il riscatto dalla miseria in molti Paesi del Terzo mondo per altri milioni di uomini; non solo perché ha permesso alle nuove tecnologie di mettere in comunicazione l’umanità; non solo perché ha sconvolto i rapporti di dominazione globali mettendone in luce l’eguale corruzione e l’omogenea crisi, ma perché in questa maturazione dei tempi è finalmente pensabile la rivoluzione mondiale. Meglio, è possibile leggere i singoli nomi della liberazione nella lingua del comune. E probabilmente su questo siamo d’accordo.

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