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Soviet: dentro e oltre il “secolo breve”

di Toni Negri

E' stato pubblicato il nuovo fascicolo della South Atlantic Quarterly, vol. 116, n.4 – October! To commemorate the Future – numero curato da Michael Hardt e Sandro Mezzadra e dedicato a riflessioni sul tempo attuale alla luce della Rivoluzione. Dopo l’introduzione dei curatori [qui] e il testo di G. Amendola [qui], pubblichiamo, grazie alla cortese autorizzazione della rivista e dell’editore, il testo di T. Negri. Concluderemo infine le pubblicazioni con il testo di M. Hardt – EN

potemkin9 10301. Chiunque affronti il problema della democrazia in termini marxisti – alla ricerca cioè di un potere costituente a misura della classe lavoratrice – si trova di fronte al rapporto storico tra struttura oggettiva del processo economico e dinamica soggettiva della decisione. Quest’ultima non sarà qui interpretata alla maniera della scienza politica classica e cioè come elemento puntuale, drammatico, e evenemenziale di innovazione istituzionale bensì come processo, insieme, di destituzione del vecchio potere ed espressivo di un constituency da parte del soggetto rivoluzionario. Se vogliamo capire come questo processo non si risolve semplicemente in un “momento” – che esso cioè non è un’ “eccezione” ma piuttosto un’ “eccedenza” – possiamo assumere un punto di vista “genealogico”, alla Foucault, meglio un “punto di vista di classe”. Così lo chiamavano gli “operaisti” quando descrivevano, preparavano e costruivano un processo rivoluzionario nella prospettiva della realizzazione di una tendenza, gestita dalle lotte di classe operaia ed interpretata da un soggetto che ne pone in atto l’organizzazione. È d’altronde il metodo de Il Principe – ma il soggetto non è evidentemente lo stesso nell’indagine che sviluppiamo: qui il soggetto è la classe operaia russa nel periodo nel quale si forma nei soviet, si organizza nel partito e sviluppa la sua lotta tra il 1905 e il 1917 – e poi dissolve, nel “secolo breve”, le sue originali istituzioni nella gestione socialista del capitale. Quindi, la prima domanda da porsi è quale fosse la struttura della classe operaia russa, meglio, la composizione che ne ha permesso questo sviluppo.

Composizione della classe operaia, dunque. Cominciamo dalle nozioni più generali. Per composizione intendiamo due cose. In primo luogo, la composizione “tecnica” della classe operaia, e cioè la qualificazione materiale, tecnica del rapporto che la massa dei lavoratori, impiegati nel sistema produttivo, ha con questo. Ci chiediamo cioè quale sia la figura della “forza lavoro” riferita al “capitale fisso” (macchine, materie prime, etc…), quale sia la forma nella quale il modo di produzione configura il corpo collettivo dei lavoratori impegnati nella produzione e come il corpo collettivo dei lavoratori condizioni l’approccio ed il funzionamento macchinici del comando imprenditoriale. È evidente che la composizione di classe si modifica permanentemente in relazione alle trasformazioni del modo di produrre – e viceversa. Ne Il Capitale di Marx sono dati almeno due tipi di “modo di produrre”: un primo, quando sullo “spossessamento” delle condizioni comuni arcaiche di produzione, determinato dall’accumulazione primitiva di capitale, si impone la “manifattura”, dove gli operai si associano senza prefissato orario di lavoro, assumono dal capitale strutture formali di cooperazione e producono “plusvalore assoluto”. Un secondo, la “grande industria”, laddove è il “pluslavoro relativo” che viene estratto e trasformato in “plusvalore” – tutto ciò è ormai determinato dallo sviluppo tecnologico ed è estratto dall’elevata potenza produttiva di cooperazione operaia, fermamente organizzata nella fabbrica. Quando Lenin affronta alla fine del XIX secolo, nello scritto sullo Sviluppo del capitalismo in Russia, la tematica della composizione della classe operaia russa, egli applica la definizione marxiana di composizione tecnica, identificando la condizione dello sviluppo russo nel passaggio fra “manifattura” e “grande industria”.

Ma vi è una seconda figura, complementare alla prima, che va qui considerata ed è la composizione “politica” della classe operaia. Intendiamo con ciò le forme della “coscienza politica” del proletariato, le “condizioni riflessive” legate ai suoi comportamenti, la relazione che queste intrattengono con i suoi processi organizzativi. Si tenga inoltre presente che i comportamenti politici del proletariato sono profondamente diversi in ciascuno di questi momenti dello sviluppo (accumulazione primitiva, manifattura, grande industria) sia quando essi siano passivi sia quando operano attivamente. Quanto possano essere passivi, lo abbiamo già intuito accennando al modo in cui il proletariato è incluso nel modo di produzione capitalista attraverso l’accumulazione originaria. Qui lo sfruttamento è estrattivo e quindi relativamente indifferente alla vita stessa del lavoratore: la investe crudelmente ma non ne è modificato. Il rapporto diviene invece totalizzante e disciplinare, relazionale, nel caso della manifattura. Infine, introduce elementi biopolitici nell’organizzazione della grande industria, quando le condizioni sociali e culturali della produttività cominciano ad avere un ruolo centrale nella determinazione dei tassi produttivi. Ancora più rilevante è tuttavia quella diversità quando analizziamo la composizione politica del proletariato dal punto di vista della sua attività. Si tratta qui di cogliere, quando si esprimono forme di resistenza o di ribellione allo sfruttamento, le tonalità della produzione di soggettività che anima questo movimento. Evidentemente non voglio qui ricordare i Ciompi fiorentini o le rivolte nelle città riformate dell’Alta Renania, e neppure le rivolte dei contadini francesi nei secoli XVI e XVII – pure studiate largamente nella prospettiva del marxismo. Voglio semplicemente tornare sulle descrizioni marxiane delle rivolte e tipizzarle attorno a tre modelli nella fase più recente dell’accumulazione capitalista.

Ecco allora in primo piano le forme di rivolta dell’operaio, per così dire, indifferenziato, privo di qualificazione, nella prima espansione industriale diffusa, ed ormai egemonica, nelle metropoli dell’Occidente, tra il 1848 e il 1870. Qui la rivolta è di folla, ha immediate dimensioni di scontro, si organizza in assemblee il cui ordine è dato da una rappresentanza – c’è bisogno di una direzione perché il tumulto si organizzi. La Comune di Parigi rappresenta il punto più alto di questo tipo di sviluppo rivoltoso. Fra il 1870 e il 1917 siamo invece dinnanzi ad un nuovo modello che si articola su forme diverse di organizzazione della forza lavoro. Quando la manifattura si sta trasformando in grande industria e la forza-lavoro non è più generica e indifferenziata ma si qualifica, allora è l’operaio professionale quello che porta all’interno della massa operaia, come corpo collettivo, un elemento di direzione, di comprensione dello sviluppo industriale e di critica dello sfruttamento – e soprattutto l’organizzazione della lotta. È sufficiente illustrare qui l’alto esempio di organizzazione del lavoro in rivolta, quello mostrato – in quel periodo appunto – dai Räte tedeschi e dai soviet russi – forme di organizzazione nelle quali il sapere dell’industria è strappato all’imprenditore e portato alla coscienza organizzata dei lavoratori skilled in lotta. Ecco da dove partire per avviare l’analisi del soviet dentro il “secolo breve”.

Ma poiché ci porremo anche il problema di definire l’importanza ideale del soviet dopo, fuori dal “secolo breve”, sarà utile qui ricordare altre due figure di composizione tecnica della forza lavoro che si affermano dopo la Rivoluzione e soffermarsi sulle conseguenze che queste possono eventualmente determinare sul terreno politico. Tra il 1917 e il 1968 è l’operaio-massa della grande industria taylorizzata che configura la parte vivente del capitale complessivo, attore di un rapporto disciplinato con il capitale fisso, che incarnerà la composizione “tecnica” della classe operaia. Ne verrà una composizione “politica” che proietta nel rapporto sindacato/partito la dinamica di rappresentanza e di direzione, trasformando la rivendicazione economica massificata in richiesta di potere. Il Partito, come definito tra la Seconda Internazionale socialista e la Terza Internazionale comunista, diviene la forma politica dell’operaio-massa. Dopo il ’68 si apre una nuova epoca, quella dell’operaio sociale, multinazionale, cognitivo. Torneremo più tardi sulla definizione di questo tipo di lavoratore e sulle figure politiche nelle quali si esprime.

Si può qui evidenziare un problema. Definendo il rapporto tra “composizione tecnica” e “composizione politica”, noi abbiamo, per così dire, operato in termini deterministi. Abbiamo posto una relazione (anche se solo tendenzialmente) necessaria, tra un modello di organizzazione del lavoro e un modello di organizzazione politica. Bisogna tuttavia correggere ogni immagine di necessità applicata a questo rapporto: la sua realtà e verità sono puramente tendenziali, il processo compositivo può essere in ogni momento casualmente interrotto, ovvero rotto volontariamente. Inoltre, quando si parla di specifiche forme organizzative (“consiglio” o Partito), da un lato esse sono tendenzialmente (quindi in maniera dinamica ma incompiuta) determinate dalla forma della produzione ma, dall’altro, sono profondamente influenzate dalle strutture sociali e culturali, e in genere dalle condizioni storiche e vitali proprie, specifiche ad ogni singolare figura di proletariato. Il rapporto ontologico fra composizione tecnica e composizione politica della classe lavoratrice non è statico – in nessun modo può essere interpretato in maniera determinista; è piuttosto qualificato dalle diverse forme nelle quali il soggetto produttivo dà vita al capitale, al lavoro morto. L’analogia temporale e spaziale, internazionale, fra queste forme di organizzazione aumenta nella misura nella quale si approfondisce l’integrazione del mercato mondiale e si affermano cicli globali di lotta.

Ma ritorniamo alle determinazioni singolari dei movimenti. C’è uno slogan che Gramsci ha proposto: “pessimismo della ragione e ottimismo della volontà”, come modello del pensiero comunista nella resistenza contro il fascismo. Esso significa una forte intelligenza del negativo ed un’ingiunzione contraddittoria alla militanza sviluppata dentro la “rivoluzione passiva”, quando si resiste e si lotta per il rovesciamento di quella negatività che si giudica possente. In epoca insurrezionale, tuttavia, lo slogan può essere rovesciato: “ottimismo della ragione e pessimismo della volontà” – laddove la potenza della tendenza è sentita come prioritaria rispetto alle difficoltà della sua attuazione concreta. È quanto avviene su quel passaggio insurrezionale che dà inizio al “secolo breve”, quando ai soviet non è solo richiesto di compiere la rivoluzione ma è attribuito il conseguente compito di “elettrificare la Russia” – quando cioè all’organizzazione degli operai skilled si chiede l’impegno di industrializzare, di costruire lo sviluppo della grande industria su tutta la Russia. La rivoluzione organizza questo ottimismo della ragione ed affida all’organizzazione dei “consigli operai” il compito – che riconosce difficile, quasi sovraumano – di guidare con attenzione tattica e cautela politica la costruzione di una nuova società – e prima, e fondamentalmente, di formare le volontà per organizzare questo salto in avanti. Con l’ottimismo della ragione, con un grande sforzo della volontà, non si riuscirà, comunque, dai soviet, dalla base, a raggiungere lo scopo. Subentra allora un altro strumento, alle insufficienze supplirà il Partito.

Poiché l’uomo solo ha due occhi/il Partito ne ha mille.
Il Partito conosce i sette Stati,
l’uomo solo conosce una città.
L’uomo solo ha la sua ora
ma il Partito ne ha molte.
L’uomo solo può essere annientato
ma il Partito non può essere annientato
perché è l’avanguardia delle masse
e conduce il loro combattimento
con i metodi dei classici, tratti
dalla conoscenza della realtà.

 

2. Siamo così entrati, con questa apologia brechtiana dell’eminenza del Partito, nella storia del “secolo breve”. Una larga letteratura ci ha raccontato come siano nati i soviet in Russia. Essi sono inventati dalla classe operaia in lotta nel corso della rivoluzione del 1905. Inutile qui sottolineare come nel ciclo globale di lotte che contornò il 1905, analoghe forme di organizzazione operaia di fabbrica si diedero in tutto il mondo industrializzato, dagli Stati Uniti alla Germania e alla Russia. Inutile ricordare inoltre qui quale formidabile dibattito la nascita dei soviet determinò a partire dal 1905 fra Lenin, Rosa Luxemburg, Karl Bernstein, Kausky etc… . Vale la pena piuttosto di ricordare come già nella prima ondata di industrializzazione russa negli anni ’70 del XIX secolo, prime importanti forme di casse operaie di resistenza e di “consigli” per l’organizzazione della spontaneità operaia in lotta si erano formati. Nel 1885 è segnalata infine la prima apparizione di un “consiglio” operaio a Ivanovo–Voznesensk nella zona tessile gravitante su Mosca. Da quel momento in poi l’azione insurrezionale operaia si caratterizza, fino al 1917 e oltre, attraverso l’organizzazione dei soviet. I soviet sono dunque una figura originaria di “democrazia operaia” , essi si presentano immediatamente come espressione dell’emancipazione economica e della liberazione politica dei lavoratori in lotta. Sono portatori di una democrazia “di base” capace di generalizzarsi all’intera struttura industriale della Russia. Nel corso del processo rivoluzionario russo, la figura e il compito del soviet si trasformano. Innanzitutto esso si generalizza come strumento democratico di base e si diffonde dalla fabbrica ai soviet dei soldati, a quelli contadini e degli artisti etc… . In secondo luogo, esso si esprime come contropotere politico e nello stesso momento indica una via costituzionale specifica: quella del federalismo delle istanze di base, dell’organizzazione di una democrazia fondata su consigli dei lavoratori, ben organizzati e diffusi nella produzione. Si badi bene: questa era già stata l’organizzazione che la Comune di Parigi aveva adottato, quando un Comitato centrale aveva cercato di organizzare i vari consigli operai e cittadini della metropoli parigina in lotta. Ma quella struttura era stata sconfitta: già Marx critica l’insufficienza dei Comunardi a procedere verso un modello di organizzazione efficace. È la stessa cosa che fa Lenin. Egli critica i soviet in quanto semplice organizzazione democratica di base e denuncia come illusoria la loro promessa costituente di un governo democratico dal basso. Assume invece come realizzabile la loro pretesa di costituire organismi di emancipazione economica e di liberazione sociale dei lavoratori, proponendogli la figura istituzionale di gestori dello sviluppo.

È quanto avverrà. Lenin, l’ “occidentale” riesce nell’operazione di chiudere il potere costituente delle masse, dei soviet, nelle maglie dell’organizzazione dell’insurrezione da parte del Partito e dell’organizzazione della produzione da parte dello Stato. L’aporia del rapporto fra composizione tecnica e composizione politica della classe operaia in questa fase – un’aporia accentuata dal dislivello di una classe operaia ancora largamente “orientale” rispetto al modello “occidentale” di costruzione del socialismo qui imposto – è moltiplicata sullo schermo della grande politica e proiettata fra un processo di costituzione attiva del socialismo e la sua fissazione istituzionale, fra produttività del lavoro vivo ed organizzazione di impresa. Lenin affida questo compito al partito bolscevico, alla sua capacità di centralizzazione illuminista e di avanguardia tecnocratica. Entriamo così nel “compromesso sovietico”, un compromesso fra lavoro vivo e impresa economica, fra potere costituente della classe operaia e regola di impresa. Questa volta non vi è determinismo tecnologico nella costituzione “politica” della classe lavoratrice, al contrario c’è la decisione politica di costituire una nuova composizione “tecnica”. L’emancipazione economica sarà la conseguenza della liberazione politica – e il soviet si pone a cavallo tra queste due istanze. Per Lenin il potere costituente non è semplicemente la capacità di legittimare l’appropriazione dei mezzi di produzione da parte di coloro che ne erano stati espropriati ma è la sua mise en forme nell’industria. La spontaneità democratica del soviet va organizzata nella razionalità strumentale dell’impresa. C’è un certo prometeismo in questa operazione: essa simula, rovesciandolo, il senso capitalistico della costituzione del sociale, della sua sussunzione nel capitale, imponendo al contrario la riappropriazione del capitale non semplicemente come istituto ma come attività. Un nuovo concetto di potere costituente, ed al tempo stesso, la più alta verifica della potenza, della modernità del soviet, consistono in questa radicalità di un atto creativo del sociale – economico e politico insieme. Il soviet diviene l’elemento fondamentale della costituzione rivoluzionaria. Dopo esser stato rifiutato da Lenin in quanto strumento della spontaneità, inadeguato ad organizzare la società intera, viene assunto come forza che può garantire questa impresa totalitaria (ed è chiaro che qui la totalità non è, nel disegno rivoluzionario, oppressiva o alienante ma creativa e liberatoria).

Si sa in che spaventosa misura questo progetto sia alla fine fallito. Il “secolo breve” tuttavia è caratterizzato dal continuo riemergere dell’ “istanza sovietica” in ogni esperienza rivoluzionaria successiva, a partire da quella cinese e poi nel corso delle guerre di indipendenza coloniali e nel corso delle molteplici esperienze di lotta di classe resistente al fascismo. E di nuovo è sempre il soviet che rinasce e si organizza: basti pensare alla rivoluzione tedesca nel primo dopoguerra, alle ripetute esperienze italiane di costruzione di consigli nel ’19 e nel ’45, alle esperienze ungheresi alla fine della prima guerra mondiale e nel ’56, alle varie fasi della rivoluzione cinese etc… . Sono sempre i soviet che emergono come prima istanza rivoluzionaria. Ad osservare questo fenomeno troppo spesso autori occidentali anticomunisti hanno preso una sbornia – pensando i soviet come un’esperienza antibolscevica. Di fatto talora lo sono stati – ma è altrettanto vero che il bolscevismo è stata l’unica esperienza statuale che ha tentato un compromesso radicale con i soviet. Perché dunque questa esperienza si è rotta? Max Weber insistette fin da principio nel sottolineare che le condizioni previste da quel modello non esistevano in Russia. Esisteva la rivolta delle masse, esisteva la scarsa dimensione dello sviluppo capitalistico e l’istanza di superare gli ostacoli che lo bloccavano, ma non esistevano la possibilità della mediazione sociale, i ceti sociali capaci di questa operazione – dunque i presupposti della democrazia. Il partito leninista era un misero sostituto a questo vuoto; in ogni caso avrebbe avuto bisogno, per governare, di una società civile con la quale muoversi in fervido interscambio. La sola conclusione – prevedeva allora Weber – sarebbe stato un “socialismo di Stato”. Nella soluzione leninista, la mancanza di una società civile degna di questo nome avrebbe presto trasformato la dittatura democratica del proletariato in dittatura burocratica del partito. La povertà delle condizioni nelle quali l’esperimento sovietico si esercitava ne avrebbero determinato una misera fine. Non si può pensare che la violenza ideologica della critica weberiana sia priva di verità. Effettivamente quelle condizioni materiali condizionarono lo sviluppo democratico della rivoluzione sovietica ed impedirono un esercizio democratico del potere. Si aggiungano poi l’isolamento internazionale della rivoluzione, il foraggiamento capitalista di armate controrivoluzionarie che tentarono il rovesciamento del nuovo regime – e poi altri problemi come la questione della pace, la ridefinizione dei confini, il riconoscimento dei nazionalismi, la difficile questione agraria etc… che non si pongono semplicemente come ostacoli da oltrepassare ma come limiti spesso insuperabili del processo costituente.

Si può concludere che queste difficoltà abbiano determinato un mutamento di natura del soggetto costituente sovietico? Non ci sembra che tutto ciò – che è pur grave – sia decisivo per giustificare questo destino. Decisivo è piuttosto il fatto che il partito, quel partito abbia preso il potere. Lo sostiene Rosa Luxemburg, secondo la quale le condizioni per uno sviluppo autentico del potere costituente comunista erano date. Il potere costituente comunista è per lei formato da quattro elementi: innanzitutto l’iniziativa delle masse, la loro organizzazione democratica, il sovietismo; in secondo luogo una progressione temporale ininterrotta dell’iniziativa rivoluzionaria, la capacità di articolare la trasformazione e di stabilire l’illimitatezza del suo progetto; in terzo luogo il radicamento economico del potere costituente, la capacità di imporre l’innovazione democratica non solo sul terreno politico ma anche e soprattutto su quello industriale – la democrazia può essere spinta fin dove la collettivizzazione è possibile; e infine la dimensione spaziale, ovvero una dialettica certa fra centralizzazione internazionale e autodeterminazione nazionale, tale che la potenza dell’unione internazionale dei lavoratori potesse confrontarsi vittoriosamente con la disgregazione e la separazione delle forze proletarie, determinate dal nemico. È solo dunque una democrazia di massa, rivoluzionaria, internazionalista, sovietica, che può organizzare funzionalmente l’intero asset delle componenti rivoluzionarie del potere costituente. Rosa Luxemburg non ha dubbi sulla compatibilità di dittatura proletaria e di suffragio universale: “ la dittatura consiste nel sistema di applicazione della democrazia, non nella sua abolizione… la dittatura di classe attiva la partecipazione delle masse”; “l’idealismo e l’attivismo sociale delle masse sono sollecitati dall’illimitata libertà politica”. Insomma, secondo Rosa non vi sono condizioni oggettive che possano bloccare la realizzazione del principio costituente sovietico. Ciò che determina il cortocircuito del compromesso leninista appare piuttosto sul lato delle condizioni soggettive del processo, perché la partecipazione democratica non è sincrona con gli altri elementi del sovvertimento rivoluzionario. Insiste Rosa: è solo nella radicalità del progetto democratico che il comunismo può coniugare la liberazione del proletariato ed un progetto di ricostruzione produttiva della ricchezza sociale. Il soviet dissolve invece la sua potenza quando viene istituzionalizzato come organo di controllo della partecipazione proletaria all’organizzazione della produzione, come strumento di pianificazione. Il soviet assume allora la forma di un’istituzionalità subordinata della variabile operaia dentro l’organizzazione del lavoro e al servizio delle finalità dell’accumulazione, ormai semplicemente dirette alla riproduzione del capitale complessivo. C’è a questo punto una sorta di mostruoso riflesso capitalista che si rispecchia sul compromesso sovietico.

 

3. Siamo sempre nel “secolo breve” e qui dobbiamo tuttavia registrare un fatto: comunque fossero andate le cose in Russia, quel contraddittorio rapporto fra il soviet e l’impresa, fra il potere costituente e la regola di impresa non può più essere tolto dal centro della considerazione costituzionale. Nello sviluppo dell’organizzazione costituzionale della forza-lavoro, in Occidente, il soviet ha finito per avere un luogo centrale sulla scena politica e si è posto come segno di un buon equilibrio di mercato nel progetto del riformismo capitalista. L’orizzonte era rovesciato. Se all’immaginazione proletaria, in Occidente come in Oriente, appariva vitale non tanto la forma del compromesso sovietico quanto la forza del soviet, qui avveniva il contrario. Il bieco economismo che aveva bloccato il processo costituente (sovietico) in URSS divenne paradossalmente un terreno che si doveva analizzare, una forma che non si poteva escludere dalla considerazione politica, ogni volta che si ponesse un progetto di ricomposizione costituzionale della forza-lavoro. L’esperienza costituente sovietica, subito dopo il 1917, lungi dall’essere limitata allo Stato socialista, divenne problema dello Stato capitalista. È infatti, a partire dal blocco dell’esperienza rivoluzionaria dei soviet in Russia, dal loro recupero dentro le strutture di una pianificazione rigida, che la pratica riformista del capitale fa i suoi conti con il soviet. Dalla forma dell’istituzionalizzazione del soviet, il capitale trae preziosi insegnamenti. Le prime avvisaglie ed indicazioni le abbiamo ad un livello ancora frammentario, nelle teorie dell’impresa degli anni ’20 ma soprattutto nella forma aperta e socializzante degli istituti di regolazione della forza lavoro associata, che offrì il costituzionalismo di Weimar. Era il sogno di chiudere il lavoro vivo massificato, quello tipico della grande produzione industriale – quindi bene al di là di ogni esperienza artigianale o skilled – dentro una figura di “merce democratica”. Alcuni ideologi borghesi, fra i quali Hans Kelsen, consideravano effettivamente il sovietismo come un modello di parlamentarismo allargato, includendo il lavoro nella definizione della cittadinanza.

Ma è in una seconda fase, in maniera molto meno ideologica, che il sovietismo ricompare nel mondo democratico: avviene dopo la grande crisi del ’29 con le politiche di pianificazione ispirate al keynesismo. Qui la partecipazione operaia viene compresa come elemento attivo nella distribuzione della ricchezza sociale. Lo Stato pianificato capitalista si china, in tal modo, alla necessità di confrontarsi con le dimensioni assunte dai rapporti di forza tra le classi (dentro il “secolo breve”, nella permanente incombenza dell’Unione Sovietica sui rapporti internazionali), sempre per immobilizzarli, per irrigidirli dentro le sue finalità di sfruttamento. Il fascismo ed il nazismo non ragioneranno in termini molto diversi. Il fatto è che ormai la vita produttiva era divenuta altro: era divenuta biopolitica, perché la produzione era fatta attraverso la società ed implicava non più solamente le competenze operaie sfruttate dentro spazi e tempi determinati, ma la vita dei cittadini, la circolazione dei linguaggi e dei saperi. Questo era il nuovo tessuto della produzione ed esso presto mette in crisi quest’ultima figura – fordista e keynesiana – del controllo della classe lavoratrice.

Quando Hobsbawm definì il ventesimo secolo come “secolo breve”, scadenzato tra il ’17 e l’ ’89 (il tempo della rivoluzione russa), aveva senz’altro colto un punto centrale di periodizzazione. Ma è fuori dubbio che il riflesso della rivoluzione russa non si conclude nel “secolo breve” ma si distende storicamente ed assume altre figure. Si noti in particolare quanto, dopo l’epoca dei soviet, sia vano ogni tentativo di ridurre la classe operaia a pura forza-lavoro – ed ogni volta che questo tipo di tentativo politico viene messo in atto, esso è reso inoperante dalle nuove dimensioni del rapporto di sfruttamento. Infatti, il lavoro vivo, ossia la capacità di produrre, si presenta sempre oggi come se fosse paradossalmente passato attraverso l’esperienza sovietica, tanto che esso è valorizzante solo sulla base di una cooperazione che vuole liberarsi dal comando. Nell’epoca dell’egemonia del lavoro cognitivo, la produttività più alta è quella che sgorga dall’insieme di linguaggi e saperi cooperanti, che non hanno bisogno di essere comandati pur dentro la struttura della valorizzazione capitalista. Si direbbe che dopo aver tentato con la rivoluzione di raggiungere questo risultato, il lavoro vivo estende quell’esperienza all’interno del modo di produrre nel secolo che segue. Da questo punto di vista il “secolo breve” è divenuto un secolo lunghissimo. Viviamo oggi in un periodo in cui ancora comanda una durissima reazione che sembra non voler dimenticare quanto avvenuto nell’epoca dei soviet, nel “secolo breve”. E ciò dipende dalla profondità dell’innesto della cooperazione e della potenza del lavoro cognitivo nel meccanismo produttivo – dalla prefigurazione cioè che il soviet rivoluzionario ha depositato – un vero uovo di serpente nel futuro del capitalismo e nell’a-venire della lotta di classe. Nel neoliberalismo il lavoro morto pretende di controllare pienamente il lavoro vivo, ma il lavoro vivo è oggi un animale ribelle. Da quando la produzione è divenuta biopolitica, da quando l’attività produttiva ha invaso la società, da quando ha costretto il modo di produrre dentro la riproduzione sociale. La resistenza e la rottura che questa trasformazione della figura del lavoratore ha determinato si danno oggi sulle piazze dove si svolgono nuove esperienze di lotta.

Possiamo chiamarle “sovietiche”? La dittatura dei burocrati russi si è conclusa nel 1989. Sono passati solo dieci anni prima che a Seattle e in tutto l’Occidente, nei Paesi da poco usciti dal ricatto che la “guerra fredda” aveva imposto sulla scelta tra modelli opposti di civiltà (quando di un’unica dittatura, quella del capitale, si trattava) – erano dunque passati solo dieci anni quando i primi grandi movimenti contro la globalizzazione capitalista si sono sviluppati. Ed un decennio dopo, a partire dal 2011, le piazze hanno di nuovo cominciato ad affollarsi, esprimendo ansia di libertà e richiesta di istituzioni del comune, opposte alle nuove forme dello sfruttamento finanziario. Da New York a Istanbul, da Madrid a Il Cairo, e in molti altri luoghi, sulle piazze si è espresso, tra i nuovi lavoratori del sapere, quella stessa volontà di sovversione che avevano conosciuto gli operai dei Räte e dei soviet. Ogni nuovo ciclo di lotte ripete la nostalgia del soviet nelle diverse forme nelle quali il modo di produzione e la forma dello sfruttamento si sono modificati. Certo, manca il partito. Ma come reinventarlo se non si passa attraverso quelle piazze, se non le si considera luogo di potere costituente, soviet di un nuovo modo, sociale e cognitivo, di produzione? Il partito va reinventato e confrontato, come già fu per Lenin, come già fu per tutti coloro che hanno riflettuto sul soviet, sulle nuove condizioni del lavoro. E dov’è l’avanguardia oggi? È nella fabbrica o dentro la piazza? È su quel punto nel quale le forze produttive si incrociano nello sfruttamento con i rapporti capitalisti di produzione – per romperne il nesso. Oggi il rapporto capitalista attraversa la società ed è dunque dentro la piazza, è lì dentro che bisogna riannodare il rifiuto dello sfruttamento e la lotta del soviet contro il potere. Il partito non è più piantato nel fuori di un’avanguardia che comanda la moltitudine ed ordina la realtà. Potrà solo essere piantato dentro la moltitudine in rivolta, quella moltitudine che, sola, può prendere il potere. Il partito è immanenza materialista nelle lotte.

 

4. Poniamoci nel presente. Che cos’è diventata oggi la classe operaia? Essa è essenzialmente costituita da lavoratori che si muovono dentro un modo di produzione socializzato, nel quale operano lavoratori d’ambo i generi, che lavorano secondo orari e contratti diversi, precari e a tempo pieno utilizzando mezzi di lavoro materiali ed immateriali/cognitivi etc… . Sulla classe dei lavoratori si concentra oggi il massimo delle differenze nelle pratiche lavorative e delle gerarchie nel comando sul lavoro. Da quando la fabbrica è stata automatizzata, robotizzata, la classe operaia classica è stata ridotta massicciamente. La società è stata informatizzata, la produzione si svolge attraverso reti informatiche e si organizza nelle gerarchie sociali che stanno tra il lavoro cognitivo più raffinato e il lavoro manuale, il facchinaggio più duro. Dentro questi rapporti estremi è caduta ogni possibilità di rapportare decentemente il lavoro alla “legge del valore” (nella sua formulazione classica), e si è dissolta ogni ipotesi di “democrazia di impresa” che introduca ad un modello di “democrazia sociale”. È sulla socializzazione della produzione che oggi si impiantano i cicli di accumulazione capitalista: all’interno di questa ciclicità le crisi operano come strumenti di governance dello sviluppo. Il rapporto tra composizione tecnica e composizione politica si è in qualche modo appiattito, il modello leninista di trasformare i soviet da struttura tecnica del lavoro in fabbrica a progetto politico di dominio proletario, è impraticabile. La centralizzazione politica non può più esser data come un fuori perché la produzione sociale non ha fuori, è solo un dentro. Il plusvalore, l’eccedenza non possono che venire da dentro, dal punto più interno del lavoro sociale. Ma qui si potrebbe obiettare che se le cose sono giunte a questo punto, ogni associazione indipendente che stia tra il produrre merci ed il produrre soggettività politica (e tanto più un eventuale soviet), non può più emergere. Sembra infatti che il rapporto tra capitale costante e forza lavoro, fra padrone e capitale variabile sia in qualche modo non identificabile e comunque intrattabile. E che il comando si diffonda tanto largamente che ogni punto di rottura, ogni intersezione critica o polemica dell’una di queste potenze sull’altra sia introvabile. Senonché lì dentro, nel crogiuolo della produzione, la vita e le merci, il lavoro e le macchine, tutto si intreccia in maniera dialettica. Dentro c’è l’inferno. E dunque lì dentro la forza lavoro, il lavoro vivo – cioè l’unica potenza che determina valore, che crea valore – si confronta oggi al capitale, non disarmata e solitaria ma sempre in maniera cooperativa ed esprimendo una potenza comune a fronte del capitale complessivo. La forza-lavoro – in quanto cooperativa e cognitiva – è oggi più potente di quanto mai essa sia stata ponendosi nel rapporto di capitale. Ed intrattiene con le macchine, con i tempi e gli spazi del processo produttivo, un rapporto aggressivo di appropriazione di capitale fisso e di produzione di soggettività. Ciò significa che – in primo luogo – quando la produzione diviene essenzialmente biopolitica, socializzata e intellettualizzata, la potenza della cooperazione si esprime direttamente nell’organizzazione del lavoro. In secondo luogo che, attraverso la cooperazione, e la diretta incidenza del lavoro cognitivo, assistiamo qui ad un riconfigurarsi delle varie forze e dei vari elementi che costituiscono il capitale fisso. Gli spazi che le macchine occupano divengono reti, piattaforme logistiche ed algoritmiche, i tempi che le macchine consumano divengono fluidi e continui, la mobilità e la flessibilità che su questi spazi e su questi tempi il lavoro cooperativo predispone divengono macchinici. Il “capitale fisso” è così mobilizzato, penetrato e riprodotto, in forma macchinica, dal lavoro vivo. La produzione di soggettività è nella condizione di attraversare e prendere il sopravvento dentro/contro gli elementi del capitale fisso che ancora il padrone controlla. È questa la condizione generale che la dimensione sociale della produzione determina. Quando la cooperazione diviene centrale in questo processo, la vita del lavoratore determina, con le sue espressioni molteplici – intelligenza e affettività, potenze materiali e immateriali del lavoro – la qualità del prodotto. La cooperazione si dà in forme biopolitche, la vita si produce e si riproduce nel desiderare e nel consumare, nel produrre cooperando e nel cercare ricchezza, benessere, sicurezza nella cooperazione. Ecco dunque come si determina il rapporto tra composizione tecnica e composizione politica della nuova forza-lavoro e delle nuove potenze biopolitiche della produzione si determina – nel nuovo soviet.

Di nuovo si obietta. Tutto ciò non è ancora politico, non esprime potere. È ancora sottoposto al comando del capitale complessivo nella sua forma finanziaria. È ancora dominato con sistemi di comando che si perfezionano e si moltiplicano inseguendo la flessibilità e la mobilità delle reti produttive fino al punto di determinare produzioni di soggettività del tutto adeguate allo sviluppo capitalistico e al suo comando. Che fantasie sono dunque queste – di vedere la virtualità di una potenza in atto quando la sua possibilità è nulla, schiacciata dal biopotere capitalista? Certo, oggi quella figura di soviet, che virtualmente riappariva in forme nuove, non è qui. Pretenderlo sarebbe ipocrisia e stupidità. Ma attenzione: la lotta di classe si costruisce su quel rapporto fra virtualità (ontologia, tendenza) e possibilità (forma e potenza della lotta, evento). Quando il Partito ha funzionato in maniera rivoluzionaria, lo ha fatto portando il virtuale al possibile. Una domanda realistica è dunque: quanto sono prossimi oggi il virtuale ed il possibile?

Se ci guardiamo intorno è bizzarro notare come, ad esempio, nelle espressioni più sofisticate del diritto internazionale – ma analogamente nelle teorie più avanzate del diritto civile e commerciale – appaia un pensiero che sempre più è attento alla spontanea emersione di istanze di dominio e di resistenza, e le considera come potenze autonome di costruzione giuridica – un pensiero che distingue e coniuga ogni concetto per due. Poteri e contropoteri emergono definendo pretese costituenti e diritti talora contraddittori, sempre autonomi. E ancora è curioso notare come la scienza politica segnali oggi la costanza di elementi che dissolvono la sovranità e ne diffondono le potenze su linee di governance di differente efficacia. Il vecchio istituzionalismo ottocentesco è di nuovo tornato alla moda. Giuristi e politici si affannano nel definire nuove traiettorie istituenti, sempre nel tentativo – ovvio da parte capitalista – di ricomporre contraddizioni e antagonismi. Eppure questi antagonismi sempre risorgono e segnano un quadro complessivo definitivamente rotto. Le dinamiche istituenti non convergono più verso l’Istituzione. L’Aufhebung della dialettica “servo-padrone” non ha più luogo come sintesi ma si diffonde come problema. Virtualità e possibilità sembrano dunque giacere accanto e quel che sembra impossibile è indeciso. Che un passaggio rivoluzionario sia prossimo o lontanissimo, questa alternativa è equivalente: entrambe le cose sono lì. A questo punto è necessario dividersi e militare da un lato o dall’altro. Per noi il compito è quello di militare dentro il 99%, di immergerci nella condizione attuale della forza-lavoro, nella sua miseria fatta di precarietà, disoccupazione, insicurezza, nella fatica fisica e psichica del produrre – ma anche nella potenza produttiva ed etica dei lavoratori del cervello. Di costruire con loro un programma che rompendo con le condizioni che li tengono sottomessi, con l’affanno della competizione e dell’efficienza, con la prescrizione automatica delle finalità cognitive, apra spazi di libertà e di unità fra tutti i lavoratori. Qui ci sta il soviet.

 

5. Cent’anni sono lunghi. Quando ero giovane, “cent’anni” era per me il 1848, la Rivoluzione nazionale borghese in Europa. La vedevo lontanissima, i suoi protagonisti eran vestiti in maniera strana, le sue guerre erano fatte a cavallo e con cannoni antichi, le sue Costituzioni erano ancora octroyées da un monarca sottoposto al comando dei borghesi. Quella lontananza temporale si era poi accentuata nell’esperienza delle guerre successive, della prima e della seconda guerra mondiale, e delle altre orrende vicende, Auschwitz e Hiroshima… Dopo cento anni, l’evento-rivoluzione russa lo si sente invece ancora oggi presente. In effetti, come Gramsci sosteneva, da allora, da quell’ottobre del ’17 si è aperto un “interregno”: la rivoluzione vincente aveva suscitato reazioni potenti e la controrivoluzione si era generalizzata, ma l’“interregno” sarebbe durato come confusione, caos e instabilità finché quella rottura non si fosse nuovamente riaperta, finché il soviet non fosse di nuovo venuto riemerso dal passato. Ed ora, dopo le lotte del 2011, possiamo dargli il bentornato: non più solo come strumento di lotta contro la borghesia ma come istituzione e forza organizzativa di un potere democratico. Perché solo nel comunismo è possibile democrazia, come la dottrina marxiana della dittatura proletaria prescriveva. Non si può infatti dar democrazia senza che le diseguaglianze sociali siano tolte, senza che l’organizzazione per produrre ricchezza sia affidata alla cooperazione dei lavoratori, senza che a questa cooperazione sia tolto un comando che viene da fuori. Oggi il soviet si presenta come assemblea di lavoratori intellettuali, materiali e immateriali, che già producono valore in maniera eminente e che cercano lì dentro, a questa costruzione di valore, di ricchezza, la via della conquista del potere. Quando Lenin scrive, all’inizio della rivoluzione, “comunismo = soviet + elettrificazione” , non poteva immaginare che oggi – un secolo dopo – avremmo ripreso quella formula, combinando la forza di organizzazione politica moltitudinaria (la piazza-soviet) con un programma di sviluppo economico piantato sull’autonomia produttiva della forza-lavoro cognitiva. Da Lenin giunse la prescrizione della coppia “organizzazione politica rivoluzionaria e progetto sociale di trasformazione”. Ed il partito? Rispondiamo: sta lì dentro, nasce dal soviet.

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