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lacausadellecose

Elezioni e referendum in Europa: s’avanza il caos!

di Michele Castaldo

Poche note sugli ultimi avvenimenti in Europa: elezioni in Francia, in Germania, richiesta referendaria per la secessione in Spagna, l’approssimarsi delle elezioni regionali e politiche in Italia e così via.

Nel commentare i fatti di questo periodo mi sono posto questa domanda: a chi parlare? Mi sono dato questa risposta: al vento, si, al vento che nonostante le apparenze si presenta come una novità storica dagli esiti sconvolgenti. Un vento nuovo, complicato, scoraggiante e incoraggiante al tempo stesso, da leggere con metodo materialistico, duro da digerire per i palati ideologici e per chi è appiattito sul presente senza capire la messa in discussione di un intero equilibrio sin qui consolidato da quello che Marx definì modo di produzione capitalistico. Si tratta di scossoni che destabilizzano il cuore di questo modo di produzione, cioè l’Occidente e tutte le classi sociali che si erano sin qui consolidate vanno perdendo il loro equilibrio e perciò sono messe in discussione.

In Germania e in tutta Europa s’alzano i muri e avanzano le destre forcaiole, xenofobe e razziste! Il populismo sembra essere diventato il pericolo numero uno. C’è un allarme generalizzato per la presenza sempre più massiccia degli immigrati nel vecchio continente e tanti imbecilli – che i personaggi alla Salvini ben rappresentano – sbraitano addirittura all’invasione da parte di alcune migliaia di immigrati come di orde barbariche pronte a sgozzarci nelle nostre case. Povero uomo, povera e sciocca umanità, incapace di affrontare con logica razionale un vivere armonioso come specie in equilibrio con le altre specie della natura, schiava com’è di un modo di produzione cui essa stessa gradualmente è arrivata attraverso lo sviluppo del suo rapporto con i mezzi di produzione.

Ciò detto in premessa, cerchiamo di fissare alcuni punti di lucida, fredda e distaccata analisi per meglio capire le cause e le prospettive.

a) L’accresciuta concorrenza tra merci e mercati sviluppa una accresciuta concorrenza fra nazioni che spinge al nazionalismo. Negli Usa esso produce l’effetto del protezionismo idiota alla Trump, in Europa con la messa in discussione dell’unione del vecchio continente e di riflesso l’anti-europeismo. Si tratta di un processo oggettivo e obbligato, destinato ad accentuarsi piuttosto che ad attenuarsi. Di conseguenza tutto l'asse sociale e politico si sposta a destra.

b) L’erezione di muri veri e propri e di barriere ideologiche e xenofobe rappresentano la necessità di mantenere un ordine capitalistico-borghese, sempre più difficile, con l’aumento della povertà e della miseria nelle nostre metropoli.

c) Le spinte centripete nazionali e regionali sono l’altra faccia della stessa medaglia: abbandonare le aree più deboli o presunte tali al loro destino per tentare di vincere nella guerra della concorrenza sempre più forte. Ucraina per un verso e la Catalogna per l’altro verso sono gli esempi più chiari al riguardo.

d) Il proletariato di tutte le nazioni, europee e non solo, è imbrigliato nella rete della complementarietà del modo di produzione capitalistico e lo sarà sempre di più per l'accresciuta concorrenza dei mercati e delle merci. Da questa legge gli immigrati finiscono per essere ammassati sotto lo stesso peso della complementarietà del proletariato indigeno.

e) Detta complementarietà porta gli operai a votare a destra, anche alla estrema destra, anche personaggi dello squallore di Trump, non c’è da meravigliarsi. Chi, a sinistra, si scandalizza non ragiona materialisticamente, si illude di poter elevare il livello di coscienza dei lavoratori con l’ideologia e non si rende conto che le tenaglie del mercato e della concorrenza sono ben più potenti delle idee.

f) Tutto l'arco politico di sinistra del precedente ciclo - quello affluente dell'accumulazione capitalistica, per intenderci – a tutte le latitudini è impotente perché è impotente il proletariato come soggetto sociale. Con il proletariato così polarizzato l’alternativa ai Trump e alle Merkel non potevano essere le Clinton o gli Schulz.

g) In Italia è perfettamente inutile ricorrere a nuove sigle e siglette sgomitando per agguantare un posticino nei paraggi del trogolo istituzionale, quando le generazioni del precedente ciclo degli operai sono smarriti e impauriti, mentre le nuove generazioni di lavoratori con un clic e una croce su una scheda si illudono di modificare la politica, di ripulire lo stato e avere così una prospettiva per il proprio futuro.

Questo il quadro, è inutile illudersi. Di conseguenza sono sbagliate tutte quelle proposte di parte “comunista” che non siano l'appello alla mobilitazione delle masse. Semplice il ragionamento: finché è in vita il modo di produzione capitalistico i comunisti non devono mai candidarsi a dirigere, cioè a governare l'economia di qualsiasi Stato nazionale, specie in una fase di crisi generale come quella attuale. I paragoni con esperienze sin qui seguite si inquadravano in una fase completamente diversa e tutte all’interno dell’anticolonialismo e dell’antimperialismo per lo sviluppo autoctono di natura capitalistica di paesi e popoli che chiedevano di partecipare a pieno titolo al modo di produzione capitalistico piuttosto che essere da esso mortificati.

Oggi che è in crisi il modo di produzione capitalistico, da parte comunista – cioè di una visione totalmente alternativa - esso deve essere aiutato verso il caos generale e la sua implosione. Il modo di rivolgersi ai lavoratori deve consistere nello spiegare le cause di quello che sta accadendo e nell’appello alla mobilitazione per costituire la forza dalla quale far emergere elementi di programma sociale e politico. Lasciamo agli odierni filosofi da strapazzo le fantasie su nuovi coordinamenti della distribuzione, la decrescita felice, l’altro consumo, un nuovo associazionismo e similari che aggiungono confusione a confusione.

Uno degli aspetti cruciali prodotto dalla crisi è la questione degli immigrati. Essi servono come l’aria per respirare ai paesi capitalistici occidentali indeboliti dall’accresciuta concorrenza asiatica per il basso costo della mano d’opera. Gli immigrati arrivano sulle nostre coste soprattutto perché servono alle nostre industrie. Più ne vengono e meno costano per il loro impiego in agricoltura, nelle industrie e nei servizi. Ma c’è l’altra faccia di questa medaglia: una parte di essi non possono essere occupati e diventano un problema sociale per una società che si vuole illudere di costruire una civile convivenza affamando milioni di esseri umani.

Dunque c’è una questione immigrati, certo che c’è, innanzitutto per il proletariato anche perché aumenta la concorrenza al suo interno a tutti i livelli: il lavoro, la casa, i servizi e così via. Il dramma consiste nel fatto che all’immediato (in Occidente per quel che all’immediato ci riguarda) le classi proletarie indigene non intravedono nessuna possibilità oltre il modo di produzione capitalistico e si arenano verso i lidi del nazionalismo e del razzismo secondo la legge dei coppi: quello più in alto scarica su quello più in basso e questo su quello più in basso ancora e così via. Così facendo si estinguono come classe per sé per divenire merce in sé in conto capitale. Altro che soggetto storico autonomo capace di costruire chissà quali scenari rivoluzionari.

Diciamola allora tutta: si presentano sul tappeto due sole ipotesi: a) aiutare gli immigrati nei loro paesi di provenienza, come dice la destra a cui un po’ tutti in vario modo si accodano; b) sobillare gli immigrati unitamente ai lavoratori indigeni per una lotta comune per lavoro, case e servizi. Nel primo caso borghesi e reazionari mentono a sé stessi perché sanno benissimo che una nuova epoca coloniale non è all’ordine del giorno, che il ‘900 si è chiuso da un bel po’. Un conto è bombardare dall’alto, tutt’altra cosa è l’occupazione di territori. Nel qual caso i lavoratori indigeni sarebbero chiamati a fare i gendarmi contro i paesi da dove provengono gli immigrati. Nel secondo caso si tratta di unire le forze sociali oppresse e sfruttate per una modifica radicale dei rapporti di forza e per un percorso comune contro il modo di produzione capitalistico. Tertium non datur!

E la sinistra storica, riformista e keynesiana? Chi oggi spara ad alzo zero contro la sinistra non ha capito in che mondo viviamo. Il ‘900 ha prodotto una straordinaria accelerazione dell’accumulazione mondiale del modo di produzione capitalistico. Nei paesi occidentali quell’accumulazione ha generato le rivendicazioni della classe operaia e dei settori limitrofi che ne chiedevano quota parte. Questo ha significato miglioramento delle condizioni di lavoro normativo e salariale e conquista di potere politico, per un verso, ma anche – o forse soprattutto - l’illusione di una ulteriore conquista seppur graduale di potere politico, per l’altro verso (lo stesso Engels si illuse al riguardo a seguito della straordinaria accumulazione in Germania negli ultimi decenni del diciannovesimo secolo addirittura attraverso le elezioni). Dunque il proletariato (in modo particolare in Europa) appariva come un soggetto capace di competere – per la conquista del potere – con la borghesia. La storia ha emesso una sentenza inappellabile: si è trattato di un errore teorico: è il moto-modo di produzione capitalistico ad esprimere e produrre le classi sociali e non l’inverso. Esse sono tutte legate a doppio filo alla forza delle sue leggi che non sono eterne.

Oggi – non nel ‘900 – è possibile intravedere l’ipotesi del comunismo sulla disfatta del moto-modo di produzione capitalistico per l’esaurirsi della sua forza propulsiva dovuta proprio alle sue stesse leggi. Chi si appella a capitalismi alternativi dal volto umano cerca di rianimare un malato allo stato comatoso. La materia si muove, i fessi sono fermi e sgomenti non capiscono.

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