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La faticosa scalata al governo della piccola borghesia

di Enzo Acerenza

Nel momento in cui scriviamo la Lega e i 5 Stelle stanno cercando in tutti i modi di comporre un governo, stanno contrattando sul programma e stanno cercando un presidente del consiglio. Se abbandonassimo il campo dai giudizi prettamente politici sui personaggi e andassimo oltre le apparenze, ci accorgeremmo che siamo di fronte ad un tentativo di accordo fra due grandi gruppi di piccola borghesia, l’una collocata a Nord e l’altra al Sud. La prima rappresentata dalla Lega, piccoli e medi padroncini, artigiani, impiegati con privilegi da salvaguardare, negozianti di paese, una piccola borghesia che nella crisi ha paura di perdere il benessere ed attribuisce le colpe allo Stato vessatorio, al sistema burocratico che lega le mani, all’emigrazione clandestina come serbatoio di gente capace di attentare alla sicurezza ed alla loro piccola proprietà privata. La seconda, che sta in massa dietro i 5 Stelle, collocata nel Sud dell’Italia, anche qui artigiani e piccoli imprenditori, bottegai, ma anche impiegati della pubblica amministrazione con bassi stipendi, disoccupati con titoli di studio che non valgono niente. La corruzione politica come sistema di funzionamento dello Stato produce un malcontento aperto. Il livello dei privilegi del ceto politico entra in contrasto evidente con la situazione di miseria che lambisce anche la piccola borghesia del Sud.

Ma l’Italia è il paese del grande capitale industriale e dei servizi, delle banche e di un’oligarchia finanziaria che controlla i finanziamenti, il credito. Vi è poi la macchina statale che col debito pubblico si alimenta, garantendo ai suoi funzionari di alto e medio livello privilegi di ogni tipo. Uno Stato che attraverso le clientele politiche assicura i profitti ai padroni, fornitori di servizi, per la pubblica amministrazione. Ora è chiaro che i due grandi raggruppamenti politici che rappresentavano questi interessi, Forza Italia e PD, dalla grande industria al capitale dei servizi,agli alti funzionari dello Stato, hanno perduto una consistente fetta della loro base sociale, la crisi ha prodotto una rottura fra loro e settori di piccola borghesia rovinata che li ha abbandonati. Gli interessi dei diversi settori del grande capitalismo non vengono meno se i partiti che li rappresentano perdono voti, o attraversano periodi di crisi, il problema diventa chi farà parte del loro comitato di affari, il governo e quali misure prenderà.

Sull’alleanza di governo della Lega con i 5 Stelle è fondamentale il lasciapassare di Berlusconi per ottenere da Salvini la salvaguardia dei suoi e degli altri interessi dei capitalisti operanti nei servizi e nella finanza. Berlusconi vuol vedere se il contratto di Salvini con Di Maio risponde e risponderà a questa caratteristica e chi sarà il nuovo capo del governo. Salvini nella trattativa, deve impedire che gli affari dei berlusconiani vengano messi sotto pressione. La piccola borghesia del Nord non ha la forza di andare avanti da sola, i suoi interessi locali sono integrati a quelli della media e grande borghesia e non possono essere tagliati. Chi si presenta come forza automa dal grande capitale sono i 5 Stelle, ma non riescono a formare una maggioranza di governo e devono scendere a patti, e scendere a patti con Salvini vuol dire scendere a patti con il grande capitale dei servizi e della finanza attraverso i legami fra Lega e Forza Italia. Così sul programma dovranno fare molte concessioni, se vogliono andare al governo devono accontentare le esigenze non solo della piccola borghesia del Nord che in alcuni punti potrebbero coincidere, ma anche quei settori di borghesi medi e grandi che sono rappresentati dal centro-destra nel suo insieme. Come sempre la piccola borghesia si agita, dichiara guerra al sistema, rivendica una nuova società ma poi risulta incapace di andare alle estreme conseguenze, la sua situazione economica dipende comunque dal grande capitale, dal bilancio dello Stato, dal sistema bancario e davanti a queste forze ammorbidisce i toni, ha chiesto il reddito di cittadinanza e si accontenterà di un sussidio di povertà, ha chiesto l’abolizione della Fornero e si accontenterà di una sua leggera modifica, al blocco delle grandi opere sostituirà un giudizio caso per caso, al posto di un proprio capo del governo accetterà un vecchio e ben pagato uomo di Stato come garante presso la macchina istituzionale. Non solo, la piccola borghesia, per reggere un governo ha bisogno di un lasciapassare dal grande capitale, dalla finanza ma deve anche fare i conti con la macchina statale vera e propria, il controllo del debito pubblico, con l’apparato burocratico, le sue regole di funzionamento e qui interviene il presidente della Repubblica che ha già dichiarato che darà una valutazione sulla formazione del governo. Le garanzie che niente venga toccato. I terribili esponenti della secessione del Nord e del movimento antisistema riconoscono senza colpo ferire a Mattarella questa funzione e si legano ulteriormente le mani.

Il quadro politico non è male, pensate a quante illusioni aveva sollevato almeno fra gli strati più poveri della piccola borghesia meridionale il movimento 5 Stelle, illusioni che in questi giorni crollano miseramente. Di Maio sta trattando il benevolo consenso del centrodestra al suo ingresso al governo, rimangiandosi ogni critica radicale al sistema politico, alla corruzione, spacciando per campione del cambiamento un reazionario come Salvini. La grande borghesia industriale sta a guardare, la gran parte delle banche aspetta, avrebbero preferito probabilmente un intervento più diretto del loro vecchio Partito Democratico per stringere in un abbraccio vincolante il movimento 5 Stelle. In fondo la voglia di cambiamento di tanta piccola borghesia impiegatizia ed intellettuale poteva essere utilizzata contro la corruzione, le spese insostenibili della politica, in fondo i 5 Stelle negli incontri col PD non hanno posto come precondizione l’abolizione del Jobs Act, la condizione degli operai nei luoghi di lavoro interessa poco a Di Maio. Il Movimento, e gli industriali lo sanno, non mette becco nel rapporto diretto fra operai e padroni, non lo riguarda. Renzi, l’uomo degli industriali più agguerriti, ha preferito puntare sul fallimento del governo della piccola borghesia per ricondurla sotto il controllo del grande capitale di riferimento. Non è detto che finisca così, se anche i più agguerriti esponenti della piccola borghesia arrabbiata, alla resa dei conti, accettano di governare sotto il controllo e la benevola considerazione di industriali e banchieri e dirigenti di Stato ci convinciamo sempre di più che nella società si deve costituire una classe che è disposta a rovesciare completamente questo sistema, una classe che non ha bisogno della benedizione dei ricchi per governare. Se cerchiamo fra chi lavora da schiavo, fra chi muore tutti i giorni sul lavoro, fra chi muore di fame perché non trova nemmeno un compratore per le sue braccia, troveremo gli individui che potranno costituire la classe che cerchiamo. Ma non cominceranno dai discorsi infuocati per finire tappeti, inizieranno da schiavi per diventare uomini liberi. La differenza fra la piccola borghesia e il proletariato è tutta qui.

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