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sinistra

NO(nostante la) GRONDA

di Piotr Zygulski

Attendevo la fine di questa settimana di lutto per dire qualche parola. Da genovese, non mi scandalizzano troppo i mugugni, che anzi ravvivano la nostra identità. Ad ogni modo, cessato il lutto, un po’ di dibattito serio sulle infrastrutture e gli atti politici concreti assunti possono dare un sapore diverso alle passerelle e agli emotivismi che rischiano di imprigionarci a vita.

Con la Gronda alta (che, a differenza dell’ipotesi di variante “gronda bassa”, forse più invasiva, non avrebbe sostituito il ponte Morandi) avremmo avuto solo più ponti a cui fare manutenzione, Morandi incluso. Un ponte che secondo praticamente tutti (favorevoli e contrari alla Gronda) sarebbe rimasto in piedi «altri 100 anni», stando ad un parere dei “competenti” tecnici della società Autostrade SpA, confermato a più riprese dall’Amministratore delegato contro chi avesse avuto dubbi. L’errore dei no gronda è stato quello di fidarsi di ciò per mantenere lo status quo: e invece qualcosa andava fatto; non necessariamente la gronda, comunque. Salvo qualche cassandra che istintivamente lo vedeva come pericolante, nessuno intendeva abbattere il ponte Morandi, perché avrebbe comportato problemi di viabilità. Al contempo si pensava ad un modo per alleggerire il traffico; il progetto del 2006 (poi abbandonato) dell’archistar Calatrava era quello di costruire un ponte in acciaio – idea già degli anni ‘90 – sopra il vecchio viadotto da demolire progressivamente.

Dopo aver preferito perdere tempo a fantasticare di tunnel sottomarini, oggi, la nuova strada a mare, non ancora terminata del tutto, sembra perlomeno aver alleggerito il traffico a Cornigliano.

Ma la causa del crollo del ponte Morandi pare il fatto che era stato proprio progettato in modo fallimentare, non tanto il traffico crescente dei veicoli. Anche il professor Brencich, che segnalava le criticità del ponte, si fidava però dei pareri tecnici che ne assicuravano la stabilità grazie ai continui tamponamenti e monitoraggi effettuati. A fine estate sarebbero partiti nuovi lavori, ma sarebbe stato troppo tardi. Al contempo, i lavori della Gronda (contestati per l’impatto ambientale su un territorio già troppo cementificato, trafficato, inondabile e ricco di amianto) ad ogni modo non sono stati bloccati: sarebbero dovuti partire il prossimo anno.

Ma la questione fondamentale è che se non si vuol sistemare seriamente o – come in questo caso era necessario – ricostruire quel che già c’è di pericolante, e se soprattutto non adottiamo stili di vita ecosostenibili, puntare tutte le risorse su nuove infrastrutture risulta oltremodo folle. Così com’è altrettanto folle, anche se umanamente inevitabile, cercare un singolo capro espiatorio in vita: ma se proprio si insiste per trovarlo, si vada sulla tomba dell’architetto Morandi e lo si incolpi di non aver previsto cosa sarebbe accaduto 50 anni dopo. Gli si dia pure la pena di morte; tanto già è stata eseguita. Scaricare tutta la colpa su un singolo movimento o partito, visto che nessuno seriamente ha mai studiato di abbattere il ponte Morandi nel breve termine, è malafede; mentre l’austerità e il profitto sono anonimi e impersonali, anche se assecondati dai precedenti governi e dalle amministrazioni locali che hanno lasciato costruire troppo. I capri espiatori, insegna René Girard, sono inevitabili; il punto sta nel come uscire da questo meccanismo. Mi pare che questa volta però gli istinti di vendetta siano comprensibilmente inferiori al solito, quindi è pericoloso cavalcarli. Anziché paventare galere, se si coglie l’occasione per revocare la concessione delle Autostrade ai Benetton – evidentemente mal sbilanciata, a prescindere dalle effettive responsabilità penali nel crollo del ponte (le stabilirà la magistratura), dall’indifferenza morale per le vittime (ma non per i risarcimenti delle clausole vessatorie) e dalla odiosa deportazione del popolo Mapuche – nonostante i tempismi propagandistici dell’annuncio governativo, questa decisione legittimamente politica ha tutto il mio plauso e doveroso sostegno. Così come lo ha di ogni persona autenticamente socialdemocratica, o persino fanfaniana; così come il PCI incalzò la DC a fare serie nazionalizzazioni.

Mentre quella sinistrella che, reggendo la coda alla destra liberale, continua a invocare privatizzazioni, penali per l’Italia e tutele per gli accordi secretati che garantiscono extraprofitti ai grandi capitalisti, per giunta monopolisti, non so dir se mi faccia più «rabbia, schifo, pena o malinconia», per dirla con l’appena mancato Lolli; per favore, abbia almeno il coraggio di sciogliersi in Forza Italia; l’elettorato di centrosinistra si è riscoperto “sanfedista”, dice oggi Barbacetto; il progressismo della monarca illuminata Maria Teresa d’Austria è metri avanti rispetto ai “competenti” che reggono la coda ai Calenda e ai Burioni vari.

L’unica forza socialdemocratica (un po’ democristiana, meglio che niente) che oggi abbiamo si chiama M5S, facciamocene una ragione; e ha pure la decenza di non proclamarsi sinistra, anche se, uscito dalla stantia dicotomia destra VS sinistra, rischia di intrappolarsi in quella competenti VS onesti, forse ancor più formale e sterile. Possiamo confidare che questo governo non vorrà deludere le istanze popolari, comprese quelle dei “no gronda” senza le quali il M5S non sarebbe mai sorto a Genova. Magari trovando una mediazione più umana tra sostenibilità ambientale e infrastrutture; al servizio innanzitutto del popolo, e non del dio denaro. Nessuno deve rimanere indietro; a partire dal territorio, che è la casa comune che abitiamo. Don Andrea Gallo, amico dei “no gronda”, prega per Genova, continua a lottare per l’ambiente e per tutti noi. Anche per il disastro in Kerala, che tu non avresti dimenticato.

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