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tempofertile

Se questa è la sinistra … 

Su una critica alle politiche di spesa in deficit

di Alessandro Visalli

Una rivista che recita il nome della sinistra, ma in inglese, nel titolo. Che afferma essere “l’unico giornale di sinistra”, ospita un breve intervento di un autore, rispettabile e di grande competenza specifica, come il professore ordinario di Scienza delle Finanze presso l’Università di Bari, Ernesto Longobardi. Il professore ha nel suo lungo curriculum esperienze come “membro per l’attuazione della riforma tributaria”, nel lontano 1982-3, e membro del “Gruppo di lavoro per lo studio degli effetti del mercato unico europeo sul sistema fiscale italiano”, nel 1989.

Lo stesso firma in Sinistrainrete, a marzo 2018, un interessante articolo, dal titolo “Il liberismo non è un dato di natura”, nel quale propone di superare sia il liberismo, sia il marxismo, per privilegiare “una prospettiva, lunga e paziente, di opposizione sul piano culturale, che muova da un totale rifiuto della visione antropologica alla base del neoliberismo [e del marxismo]”. Andando oltre anche alla visione della “socialità acquisita con la ragione” del marxismo, in favore della prospettiva di un mutamento fondato sull’antropologia di Massimo Fagioli, psichiatria italiano recentemente scomparso, propugnatore della “teoria della nascita”.

La sinistra “lunga e paziente”.

L’Italia.

Il paese europeo nel quale vivono più poveri, dove 7 milioni di persone vivono in grande deprivazione, milioni mangiano alle mense della Caritas, o rovistano tra i rifiuti, aspettando con angoscia la prossima bolletta del gas, quando sulla casa scenderà il freddo.

L’Italia.

Dove venti milioni di persone sono a rischio di povertà. Un bambino su tre vive in povertà, senza poter pensare al proprio futuro con serenità, senza il piacere di un giocattolo, di un bel vestito, di quel che hanno i suoi compagni di classe, di qualcosa, almeno, di quel che vede in televisione e per lui, ancora debole, è bello e desiderabile.

L’Italia.

Dove c’è una delle maggiori ricchezze private del mondo. Dove sei milioni di persone cumulano la metà della ricchezza del paese.

Il paese nel quale la sinistra, se vuole essere tale, e se vuole addirittura essere “rivoluzionaria”, deve principalmente essere paziente.

Infatti Longobardi ci dice che non dobbiamo essere sconcertati se questo governo, che certo non ci piace, si oppone all’austerità dell’Unione Europea e contrasta le regole ottuse degli equilibri finanziari. Non possiamo trovare strano che questo governo, che non è di sinistra, voglia mandare in soffitta il Fiscal Compact.

No, perché queste cose non sono di sinistra.

Lo dice chiaramente:

“Su questo voglio essere molto chiaro. Non c’è nulla di sinistra e di rivoluzionario nel fare politiche di spesa in deficit”

Non c’è nulla di sinistra, e di rivoluzionario.

Perché? Qui la competenza del nostro professore è indiscutibile, e quindi ci tocca credergli, la ragione è semplice ed è netta:

“oggi, in Europa, la creazione di debito a livello nazionale è, per forza di cose, una politica sovranista, una politica antieuropea”.

Ma qualcuno, io ad esempio, potrebbe rispondere: e allora? Perché una politica che mette al centro la sovranità democratica e costituzionale sarebbe una politica non di sinistra?

Ce lo dice lui:

“.. non c’è niente di sinistra nel volere sfasciare l’Unione europea per tornare a stati nazionali pienamente sovrani. Come dice bene Piero Bevilacqua su Il Manifesto (29 settembre)[1] «lo spazio politico dell’Unione europea è lo spazio minimo in cui pensare un’azione politica in grado di una qualche efficacia»”.

Si tratta del solito argomento, tenendo fermo che la piena libertà di movimento di merci e capitali è il nuovo stato di natura, l’unico modo di inseguire il potere che è sfuggito inesorabilmente dalle maglie che le lotte dei lavoratori e le favorevoli condizioni del dopoguerra avevano creato, è di disporre il potere di regolazione alla scala mondiale. Un’approssimazione iniziale è quella Europea. Se non riesce ad essere democratico in modo accettabile tanto peggio per la democrazia, non ci sono alternative.

Ma se anche così fosse, perché non possiamo proprio neppure spendere qualche spicciolo per i tanti poveri, per i bambini che vivono senza una casa al caldo, senza un pasto decente, un cambio di vestiti?

Ovvero:

“perché politiche di spesa finanziate ricorrendo al debito avrebbero necessariamente questo segno antieuropeo? La spiegazione è semplice. Creando in Europa una moneta unica, gestita a livello sovranazionale, ma lasciando al contempo agli Stati nazionali la politica fiscale, si è, di fatto, sottratta loro la possibilità di ricorrere al debito. In uno Stato nazionale pienamente sovrano il debito e la moneta sono un tutt’uno, e lo sapevano bene i governi dell’Italia democristiana che sapientemente usavano la moneta per rendere sostenibile il debito. Ora non si può più fare. È come se ogni Stato dell’Unione emettesse debito in una valuta straniera, perché si tratta di una valuta di cui non ha il controllo”.

Calma e pazienza.

“L’unica via di uscita politicamente percorribile “da sinistra” è quella della creazione di un’unione fiscale europea con un proprio debito, al quale, allora sì, si potrebbe fare legittimamente ricorso, quando necessario. È una prospettiva che implicherebbe condivisione dei rischi, accettazione della redistribuzione di risorse tra gli Stati, solidarietà sovranazionale: tutto quanto, oggi, i trattati europei rigorosamente escludono. Vorrebbe, dire, di fatto, unione politica”.

Insomma, il solito sogno nel quale le élite di ogni segno ci intrattengono da decenni.

Mentre la povertà cresce.

Del resto, si è detto, bisogna avere pazienza. Bisogna stare calmi (per fare la rivoluzione antropologica).

Lo dice molto chiaramente.

“Si dirà che tutto questo è ben di là da venire. D’accordo, ma non ci sono scorciatoie. Una strategia politica di sinistra, oggi, può solo avere una dimensione sovranazionale: europea e mondiale”.

Non ci sono proprio alternative, i poveri dovranno avere pazienza, dovranno proprio stare calmi, infatti:

“Politiche di ricorso al debito sono obiettivamente politiche di rottura dell’Unione, ripiegamento verso lo Stato nazionale sovrano: il debito nazionale non può che riportare, prima o poi, alla moneta nazionale, cioè alla fine dell’euro e, di fatto, dell’Unione”.

Segue una stringata e scolastica contestazione del meccanismo keynesiano immaginato dal governo per ottenere una crescita che riassorba il deficit, ma lo risparmiamo[2].

E una conclusione netta.

“Compagni, possiamo stare tranquilli, questo governo è tutto di destra, anche nella politica economica.”

Non vorrei deludere il gentile professore, non sono suo compagno.


Note
[1] - L’articolo di Piero Bevilacqua (nel link) si articola su un argumentum ab auctoritate che rinvia ad altri due articoli di Castellina e di Bascetta, ma per la parte disponibile si articola in due momenti: una iniziale antropomorfizzazione del ‘capitalismo’ che avrebbe il piano di rilanciare la concorrenza tramite la ripresa del ferro vecchio storico degli Stati Nazionali, che altrimenti ognuno sarebbe libero di “perseguire per sé l’obiettivo che è comune, il benessere di tutti”. Dunque la denuncia di una “razionalità segreta” nella corsa l’un contro l’altro degli Stati che, essa, condanna la natura alla distruzione e l’umanità alla disoccupazione ed alla precarietà. Proseguendo con un abissale rovesciamento di logica che merita un altro prossimo approfondimento Bevilacqua aggiunge il secondo argomento: il conflitto di classe non è impedito dalla destrutturazione post-fordista, ma dalla limitatezza della lotta operaia di fronte al movimento mondiale del capitale. Ovviamente l’esito è di aderire al movimento di Varoufakis.
[2] - “Si deve dire che la posizione ufficiale del governo, come viene presentata dal ministro Tria, è che, nel loro programma, ci sarebbe sì un maggior deficit nel breve periodo (il famoso 2,4%), ma questo porterebbe a una riduzione del rapporto debito/Pil, non ad un aumento. Il miracolo è atteso dalla crescita, che sarebbe indotta dalla politica fiscale espansiva: il tasso di aumento del Pil, che al momento tende allo zero, compierebbe un balzo all’1,6% l’anno prossimo e all’1,7% l’anno successivo. La bacchetta magica sarebbero i maggiori investimenti sia pubblici sia privati. Ma, dal lato del pubblico, non si vede perché dovremmo imparare in pochi mesi quanto non abbiamo saputo fare per anni, cioè spendere in tempi ragionevoli i soldi destinati agli investimenti. Dal lato del settore privato, è molto dubbio che le imprese potranno aumentare significativamente gli investimenti in presenza degli aumenti del costo del denaro e della restrizione di credito che sono già ora in atto, come effetto annuncio delle politiche governative.”
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