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Quando la guerra è di classe

di Tania Rispoli

Uno dei più bei film di questa stagione è in questi giorni in sala in Italia: “In guerra” di Stéphane Brizé metta in scena una durissima lotta operaia contro la dismissione di una fabbrica nella Francia di oggi. E riflette con grande profondità sui modi di rappresentare i conflitti sul lavoro nel cinema di oggi

Quando lo scorso maggio In guerra di Stéphane Brizé venne presentato in prima mondiale al Festival del Cinema di Cannes, fu davvero stupefacente vedere la reazione commossa ed emozionata delle centinaia di persone che erano in sala di fronte a un film che mette in scena un evento così particolare e così poco “cinematografico” come una lotta sindacale. Un sentimento di empatia che questo film riesce a trasmettere nonostante la secchezza dello stile registico e la crudezza della messa in scena, o forse proprio a causa loro. Non può non fare impressione vedere questa completa e radicalissima identificazione tra chi vede il film e quello che viene raccontato, vale a dire lo stato del lavoro in Europa e una condizione operaia che ormai si estende, in modo non molto dissimile, anche a molte altre tipologie di lavoro. L’empatia, allora, deriva dal fatto che il film coglie una situazione “normale”, ordinaria, per nulla eccezionale, e riesce a parlare a tantissime esperienze individuali sul terreno del lavoro.

La guerra che dà il titolo al film è quella brutale del capitale contro il lavoro, riluttante a qualsivoglia mediazione e compromesso proprio perché risponde a delle richieste di competitività, – quella “legge del mercato” che dà il titolo a un altro spendido film di Brizé – con cui si organizza la messa al lavoro della vita che da sola è fonte e ragione dello sfruttamento. Ma la guerra che vediamo nelle due ore di film è anche quella che 1100 operai degli stabilimenti della Perrin (nome di fantasia di un’industria automobilistica della regione della Nuova Aquitania dietro a cui, dice il regista, si nascondono le esperienze di lotte operaie di Goodyear, Continental, Allia, Ecopla, Whirlpool, Seb, Seita ecc.) decidono di muovere alla dirigenza della fabbrica e ai politici locali e nazionali. Al progetto di dismissione viene risposto con un durissimo sciopero di quasi tre mesi, che blocca produzione e stoccaggio, tra tentativi di negoziati e scontri con la polizia girati al ritmo della potente musica elettronica di Bertrand Blessing.

Diceva Bertold Brecht che «chi combatte rischia di perdere, chi non combatte ha già perso». Brizé ce lo ricorda in un’epigrafe all’inizio del film, che non è per nulla un semplice omaggio ma una precisa scelta di messa in scena, radicalmente brechtiana: narrare la realtà attraverso i suoi rapporti antagonistici.

Come si mette in scena, allora, una lotta operaia? Con una finzione che, secondo le parole del regista, non “traveste” il reale ma ne distilla i contorni per farlo trasparire nel modo più chiaro. E poi attraverso la sovrapposizione di tre punti di vista, tre modi di guardare e riprendere: innanzitutto la costruzione di una lotta, tra disomogeneità, tensioni, antagonismi interni (alcuni sindacalisti sono più radicali di altri, alcuni sono pronti a resistere più di altri); poi il reportage giornalistico (che, ci dice sempre Brizé, ha il potere di mostrarci immagini di inaudita violenza lasciandoci però per lo più assuefatti); e infine la trattativa tra dirigenti e lavoratori, tra la proprietà tedesca della Perrin e i suoi operai. Il punto decisivo è che questa trattativa non riesce mai a compiersi, perché risponde a due logiche, due discorsi, due visioni del mondo che non solo non riescono ma non possono (strutturalmente!) trovare il minimo accordo.

La dirigenza della fabbrica e gli operai, nel corso di tutto il film, parlano due linguaggi sostanzialmente diversi, antitetici. La lotta di classe è un’incomprensione assoluta (e un antagonismo radicale). È così che Brizé e con lui Vincent Lindon – l’attore strepitoso che interpreta il protagonista della vicenda, il sindacalista della CGT Laurent Amédéo – e tutti gli altri operai e sindacalisti – per i quali il regista ha usato quasi esclusivamente attori non professionisti – riescono a svelare la “menzogna” della supposta neutralità del mercato. La potenza del film sta proprio nella capacità di dare un nome proprio a questi meccanismi: la fabbrica secondo la dirigenza deve essere dismessa perché non è abbastanza redditizia, ma i sindacalisti mostrano che l’aggregato dei profitti del gruppo è aumentato del 38%. Si svela così l’inganno tra “produzione reale” e logica finanziaria, tra redditività complessiva e rendimenti azionari, nonostante fosse appena stato sottoscritto un accordo solo due anni prima che prevedeva già pesantissime rinunce (l’aumento a 40 ore della settimana lavorativa a parità di salario) in cambio della salvaguardia della produzione dello stabilimento.

Perché allora la fabbrica viene chiusa? Nel film si accenna appena al tema della delocalizzazione, ma è quello il passaggio cruciale nella dismissione industriale a livello europeo: occorre spostare l’impianto in paesi (tendenzialmente verso Est) in cui i costi del lavoro sono nettamente inferiori, per ricominciare il ciclo produttivo da tutt’altra parte con profitti più alti. Come risponde, invece, la dirigenza a questa lotta? Intanto non si presenta alle trattative. E qui Brizé è eccellente nel mostrare come oggi il “padrone”, il proprietario – quello che chiamiamo il capitale – sia sempre introvabile, invisibile, costantemente dislocato in un altro luogo, tendenzialmente sempre più lontano. E, in secondo luogo, la proprietà rivendica la propria “libertà di impresa”, cioè la libertà di dismettere a piacimento, che indipendentemente dai costi sociali viene difesa da un sistema privato che ha progressivamente sempre più divorato il diritto nella sua interezza.

Brizé e i suoi attori sono stati capaci di raccontare la guerra all’ordine giorno tra capitalismo e lavoratori, tra produzione e riproduzione della vita individuale – sempre più assorbita all’interno dei processi produttivi e allo stesso tempo messa costantemente a rischio. Nella descrizione durissima – che riesce a suscitare empatia nel punto di massima respingenza – di questa guerra, il film non cede mai alla tentazione di narrare la vita privata e la biografia individuale dei protagonisti (che invece infarciscono tutte le narrazioni vittimistiche del lavoro), perché tutto è riportato alla dimensione collettiva, alla potenza comune nella determinazione di una lotta e delle sue strategie.

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