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kelebek3

Pensieri sovversivi

di Miguel Martinez

Ieri, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, a Roma.

Leggo i titoli sul Fatto Quotidiano:

“Numerose le iniziative per celebrare la giornata mondiale del 25 novembre. Dalla campagna promossa dalla vicepresidente della Camera “Non è normale che sia normale” a circa 600 eventi voluti dall’Anci. Impegnata anche la Conferenza episcopale italiana: “Massacrare una donna è una specie di sacrilegio”. Il sottosegretario pentastellato Spadafora: “Fondi ad hoc”.

E’ un tema importante per me, perché ho avuto una cara amica ammazzata in modo terribile dal proprio compagno (lui poi si è suicidato davanti ai poliziotti).

E ho sentito da vicino di tanti casi di donne perseguitate, quasi sempre da compagni ossessivi da cui sono separate, storie che non arrivano alle cronache finché non succede qualcosa.

Ma qui voglio parlare delle risposte istituzionali, dove per “istituzioni” intendo anche chi magari si sente all’opposizione, ma chiede pur sempre qualcosa alle istituzioni.

Le frasi citate nel titolo del Fatto Quotidiano colpiscono: cosa vuol dire normale nella frase “non è normale che sia normale”? Cos’è un “sacrilegio” (e quindi cosa è “sacro“)? E a cosa dovrebbero servire i “fondi ad hoc“?

Caso vero: un giovane messicano va in vacanza in Tailandia, conosce una ragazza cinese, si “fidanzano” come dicono i media.

Vengono in visita a Firenze, la mattina lui scende nella reception dell’ostello e dice (presumo in inglese) “ho appena strangolato la mia ragazza” e si mette pazientemente ad aspettare la polizia.

Il nostro sindaco ha commentato come segue:

“Domani Palazzo Vecchio avrà le bandiere a mezz’asta per ricordare questa ragazza uccisa” […] ha annunciato il sindaco di Firenze, Dario Nardella. “E’ un fatto brutale – ha affermato Nardella – conferma che il femminicidio è una delle espressioni più degenerate della nostra società. Non dobbiamo abbassare affatto la guardia, ma anzi accendere i riflettori su centinaia di casi: muore una donna ogni 72 ore, e questo è un dato che riguarda tutte le regioni d’Italia, tutti i ceti sociali..”

Ora i sindaci devono pur dire qualcosa; ma ci si chiede esattamente cosa dovrebbero fare.

“Non abbassare la guardia”… siccome sono una persona pragmatica, mi chiedo subito quale assessorato dovrebbe installare telecamere in tutte le stanze di tutti gli ostelli di Firenze, con una squadra di voyeur a guardarle e chiamare il pronto intervento al primo segnale.

Oppure ogni turista messicano andrebbe intercettato all’arrivo e assoggettato a una mezz’oretta di educazione preventiva da parte di una psicologa?

So che il mio commento è ironico, però voi sapete che è anche veritiero. E insieme sappiamo che ironia e veridicità non ci devono far dimenticare il dato di fatto: esistono omicidi e persecuzioni di donne da parte di uomini.

Da una parte, le donne in questione hanno sicuramente bisogno di diverse forme di sostegno, e qui ci vogliono – ad esempio – fondi per cose concrete e utili come i centri antiviolenza. Però anche qui ci sarebbe da riflettere sul fatto che sottrarre le donne da situazioni di violenza non è in principio così diverso dalla logica del non uscite la sera.

O al massimo, di sera uscite soltanto là dove ci sono molte telecamere e molti poliziotti ben armati, che non è esattamente l’ideale di molte di quelle che ieri manifestavano.

Mentre sul versante “che facciamo con i protagonisti della violenza?”, abbiamo a quanto pare due metodi: le prediche, cioè inviti pressanti a cambiare comportamento (“campagna che ha come testimonial d’eccezione le pallavoliste azzurre, Paola Egonu e Cristina Chirichella”) e le punizioni.

Le prediche agiscono sui sistemi culturali, spesso con successo: un esempio è la raccolta differenziata dei rifiuti, sempre in aumento.

E ‘ c’è una differenza “culturale” oggi con i tempi in cui un uomo si sentiva costretto dall’”occhio sociale” a riscattare il proprio Onore di fronte agli altri uomini, uccidendo la “fedifraga”. Anzi, sono comportamenti in cui già secoli fa c’erano profonde differenze ad esempio tra l’Inghilterra e la Sicilia.

Però la cosa non è così semplice: esistono sicuramente motivi profondi, pre-culturali per cui gli esseri umani cercano il rispetto dei propri simili, anche a costo di sacrifici molto pesanti. L’oggetto dell’Onore magari cambia, ma non cambia questo bisogno istintivo.

Oggi comunque nella maggior parte del cosiddetto Occidente, la cultura su questi temi è cambiata radicalmente. Sono cambiate innanzitutto le circostanze dell’Onore, visto che siamo tutti atomi che schizzano di qua e di là in un mare di abbondanza e ci preoccupiamo più che altro dei like su Facebook; ed è cambiato e si è moltiplicato l’oggetto dell’Onore (basta pensare alle giustificazioni dietro i periodici linciaggi sempre sui social media).

Eppure una minoranza, piccola ma non trascurabile, di maschi, in “tutte le regioni d’Italia, in tutti i ceti sociali” come giustamente nota Nardella, continua a usare violenza fisica contro le donne.

E qui si pone un problema ideologico: se si ammette che questa violenza sia naturale e non culturale, si rischia di far saltare per aria la base stesso del consenso.

Innanzitutto, tutti i maschi sono potenziali “femminicidi” come si dice? Dalle statistiche del profondo Pakistan, è possibile. Il cambiamento culturale frenerebbe forse solo quelli che hanno paura delle conseguenze (o magari della perdita di Onore, visto che oggi massacrare una donna di botte fa fare anche brutta figura).

Ovviamente una simile tesi è inconciliabile con la finzione fondante della democrazia rappresentativa come consesso di cittadini/consumatori tutti ragionevoli purché ben informati.

Oppure, solo una parte dei maschi è per incontrollabile istinto violenta?

Anche questo è possibile: nell’Antica Grecia l’attività omosessuale tra maschi era norma culturale. Con il cambiamento culturale indotto dal cristianesimo, diventa fenomeno minoritario. Ma sappiamo che è inestirpabile, infatti oggi si accetta che sia anche naturale almeno per una minoranza.

Però questa ipotesi crea nuovi problemi, analoghi a quelli posti dalle vecchie tematiche sulla “razza”.

Una parte di cittadini, spesso ben inserita socialmente, sarebbe da tenere sotto continua sorveglianza, o da rinchiudere, o forse da eliminare fisicamente, prima ancora che abbia commesso qualcosa di grave? In base a indicazioni di psichiatri, oppure alla prima denuncia di uno schiaffo da parte di una partner magari interessata a scippargli la casa?

E poi perché i maschi?

E qui entra in corto circuito tutto ciò che circola attorno ai termini come genere e sesso. Perché se esiste un fondo comportamentale irriducibile legato a un “sesso”, quali altri comportamenti potrebbe essere legati al sesso?

E’ una domanda che ha analogie con quella, apparentemente così diversa, posta dai teorici transessuali, che affermano – in conflitto con le femministe – che mascolinità e femminilità esistono eccome, sono inestirpabili, semplicemente non coincidono sempre con i corpi in cui nasciamo.

Se esiste un fondo irriducibile nell’umanità che non è “curabile”, la cura non è istituzionalizzabile.

Ma senza la finzione che tutto sia istituzionalizzabile, crolla la sacralità dello Stato che dovrebbe essere l’unico arbitro in mezzo al caotico flusso di atomi-individui portatori di diritti e obblighi tutti rigorosamente segnati in immensi libri di regole che gli atomi stessi non hanno mai letto.

Per quanti soldi ci investa il governo, il fondo non cambia, perché non si può “educare”.

E non si può nemmeno sanzionare.

Oggi lo strangolatore medio è perfettamente informato del fatto che se si lascia andare, passerà gran parte di ciò che gli resta da vivere in galera. Ma informato non è sinonimo di cosciente.

Infine, se lo Stato non può affrontare questo fondo, chi si trova provvisoriamente a governarlo non può vantare successi; e chi è contro il governo, non può onestamente lanciargli il solito lagnoso grido, “piove governo ladro!”

Sono tanti pensieri sovversivi, che come tutto ciò che sovverte senza costruire, non cambiano certo il mondo.

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