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ospite ingrato

Consiglio di lettura ai naviganti: Kraus 1914

di Luca Lenzini

Karl Kraus, In questa grande epoca, a cura di I. Fantappiè, Venezia, Marsilio, 2018

Altro che tragedia che si muta in farsa. Gli eventi sono sempre e per natura diversi ma gli schemi con cui sono interpretati, quelli sì che ritornano e ogni volta producono quel tanto di accecamento che basta a produrre lesioni sempre più profonde nella coscienza, a calcificare e infine occludere i canali in cui scorrono le linfe vitali del pensiero e della cultura. Succede quasi sempre quando una generazione e in essa un intero ceto intellettuale non ha più gli strumenti per affrontare lo stress che i mutamenti impongono a ritmo incalzante e su più fronti, da quello politico e sociale fin giù a quello psicologico ed esistenziale. Anzi, non di rado proprio quest’ultimo, nel barcollante incedere e recedere della Storia, è lo scenario intimo e predestinato di conversioni spericolate e sfacciatissime mistificazioni: mascherate da brillante avanguardismo o da intrepida coerenza, le banalità più triviali e le più sorprendenti mascalzonate nutrono allora il cinismo collettivo e concimano l’indifferenza indispensabile per decretare, ancora e sempre, il “così va il mondo”.

Gli esempi abbondano in ogni dove e il nostro paese è noto per essere in pole position, per queste faccende di massa e di demagogia, sin dal primo Novecento.

Ma in materia di schemi mentali e di pensiero mummificato, per stare ai nostri anni basta pensare a quando il Cav. Caimano scese in campo e fece il suo trionfale ingresso a Palazzo Chigi: ci fu allora chi scorse in ciò una eccellente occasione per la Sinistra, disvelandosi finalmente la vera natura del Capitalismo – i padroni che governano direttamente la nazione – e pertanto accelerando il corso della Storia e con esso l’inevitabile resa dei conti, con ogni evidenza ormai alle porte. Non andò precisamente così, ma intanto la plateale «anomalia», con il corredo di proteste e indignazioni che attraversò il paese senza intaccare minimamente le solidissime fondamenta del cambiamento (i media, ovviamente, lo strumento decisivo), aveva stabilito il nuovo orizzonte del Progresso, i termini essenziali della mutazione in corso; ed è dentro a questo orizzonte che si mossero anche gli avversari del Cav., incautamente e non senza euforia liberista (il Muro era venuto giù da poco) aprendo le porte a tutto il peggio elaborato dalle teste pensanti dell’epoca gloriosa di Thatcher e Reagan (e poi Blair). La Democrazia si trasformava, certo, ma (spiegava la paternale) non cambiava nella sua struttura di base e, del resto, non è sempre stata piuttosto un ideale e una meta più che un esercizio attuale e di tutti? Lo strepito degli insigni costituzionalisti a poco a poco sarebbe sfumato in un rumore di fondo e persino quando fu Mario Monti, nominato ex abrupto Senatore a vita, a subentrare al Caimano sull’onda dello Spread, non mancò chi ebbe a salutare l’avvicendamento con un certo favore, dato che la conclamata appartenenza del nuovo Premier alle élites finanziarie europee e globali non poteva non provocare una presa di coscienza in coloro che da codeste non avevano subìto che danni. Lo stesso dicasi – stavo per dimenticarlo – nella Nuova India per l’altro mirabolante accadimento o «anomalia» del millennio, l’avvento di Donald Trump alla Casa Bianca, che finalmente, secondo alcuni chiaroveggenti, avrebbe fatto piazza pulita delle lobbies dei progressisti fasulli e posto le premesse di una nuova Era, compiutamente postmoderna: figuriamoci, dunque, se un governo autoproclamatosi “del Cambiamento”, come quello insediatosi di recente in Italia dopo sbalorditivi sbarellamenti dell’asse istituzionale del Paese (tali da confondere anche i più lucidi e scafati commentatori), non avrebbe trovato – sempre a sinistra, s’intende – qualcuno pronto a congratularsi per la nuova situazione (o «fase», meglio): per esempio, alcuni pensatori putiniani subito emersi en plein air dopo anni di esilio interno, o stalinisti di ritorno dotati di sano sciovinismo sovranista o ancora, e più mestamente, i rintronati coristi del “Tanto Peggio, Tanto Meglio” e infine, manco a dirlo,i disarmanti nuovisti che di soprassalto in soprassalto, con un fondo di disperazione tradotto nell’ebbrezza blandamente tossica del “Nonostante Tutto”, si son messi d’un tratto a impartire lezioni di realismo a giro per il web, con l’aria dei fools che dicono la verità agli ignari e ai potenti.

Lo schema funziona egregiamente e senza fallo e bisogna dire che assolve un duplice servizio: occulta ogni volta la continuità che sta dietro all’apparenza e nobilita le più efferate manovre reazionarie con il giusto disincanto. Ci saranno sempre crisi con relativo “sbocco” ed emergenze più o meno sistemiche e dirompenti, qualche anomalia nuova di zecca a cui reagire in bello stile pavloviano; e la sclerosi del pensiero potrà così estendersi e allargare ancora di più i varchi in cui immondi personaggi ed il più gretto egoismo alzeranno l’asticella, a furor di popolo, del patto inumano e incivile che amministra il mondo. Ma esistono anticorpi a questo genere di chiacchiera pervasiva ed insistente, ogni volta riproposta dai media? E dove trovare antidoti per il malsano processo virale, in perenne aggiornamento via “social”, nel cui kit è già previsto (come le risate registrate di una sit-com) il senso d’impotenza che afferra anche i più resistenti? No, certo non nell’ambito della cultura-intrattenimento e là dove si esplica la filiera della Opinione; ma capita a volte che l’industria culturale sia provvidenzialmente e inopinatamente tempestiva, gettando nel Mare Magnum del Mercato classici dimenticati, voci in controcanto. Forse c’è ancora chi, come ipotizzava Italo Calvino nelle Città invisibili, si sforza con ostinazione di «saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio»: è appunto questo il caso di Irene Fantappiè, che per Marsilio ha curato in edizione bilingue In questa grande epoca di Karl Kraus, un saggio-conferenza scritto nel 1914 che si batteva splendidamente e a viso aperto contro lo scatenarsi della guerra e, soprattutto, contro la manipolazione operata dai media di allora sui sudditi dell’Impero, con la complicità di illustri protagonisti della scena culturale: da Gerard Hauptmann a Thomas Mann, come ricorda la curatrice nell’ampio e puntuale saggio introduttivo fino a Hugo von Hofmannstahl, Rainer Maria Rilke, Robert Musil (p. 11). Quella operata da Kraus è una decostruzione del linguaggio mediatico che però non si esaurisce nella denuncia di questa o quella menzogna, bensì non esita a indicare i meccanismi con cui la stampa condiziona il piano della politica e determina il clima propizio all’entrata in guerra, essendo il catastrofico evento costruito con un lavoro svolto lungo i decenni, fomentando i «conflitti di nazionalità» e presentando «la condotta degli abitanti delle altre nazioni come quella di “un gruppo di pantere e lupi evasi da un giardino zoologico su cui si fosse abbattuto un incidente ferroviario”» (p. 23): «giorno dopo giorno», scrive Kraus, «insegnano la paura ai popoli finché essi, ben a ragione, non la sentono davvero» (ibidem). La stampa, quindi, non solo «profana parola e fatto», ma «incoraggia i fatti con le parole» (p. 14).

Ne sappiamo qualcosa. Rileggere il «grande accusatore» è perciò necessario, anzi urgente, perché cogliendo lo spirito della Grande Epoca («großen Zeit») Karl Kraus ha annunciato, dalla soglia inaugurale dei massacri del Novecento, la nostra. Ha saputo farlo, tenendo a portata di mano Shakespeare e la Bibbia, sapendo che «a essere rivelatore non è l’evento bensì l’anestesia che lo rende possibile e lo sorregge» (p. 81); e da questa scuola solitaria d’intelligenza critica è ancora possibile attingere quanto serve a non farsi sospingere ogni giorno di più verso un destino abietto.

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