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senso comune

I gilet gialli e la fine del ceto medio

di Tommaso Nencioni

Il sistema mondo capitalistico funziona, ormai da qualche secolo, in base ad un sistema a spirali in cui fasi di crisi e fasi di espansione si alternano e allo stesso tempo nascono l’una dall’altra. Nel campo sociale, l’alternanza tra crisi ed espansione ha molti riflessi, tra cui la consolidazione e la successiva erosione dei ceti intermedi della società. L’attuale ciclo economico,imperniato sulla liberalizzazione dei mercati globali e la rivoluzione informatica, sorto all’inizio degli anni Ottanta e giunto al suo acme nel corso della belle époque degli anni ’90, si è schiantato fragorosamente sulla crisi del 2008. Dal punto di vista dell’impatto sulle classi medie, ascesa e caduta del ciclo neoliberale non hanno seguito uno schema diverso rispetto al passato.

Tutto questo non poteva non avere risvolti politici. Per capire la “crisi di autorità” che l’occidente sta attraversando è bene dunque comprendere il ruolo giocato dall’erosione di questa classe media. Il caso francese dei Gilet gialli costituisce in questo senso un paradigma interessante, la cui valenza travalica i confini delle Alpi. È infatti la classe media impoverita – o meglio: che percepisce la propria posizione “media” come a rischio di scivolamento verso il basso – a scendere in piazza contro il governo Macron. Contro cioè quello che potremmo definire l’ultimo governo della belle époque neoliberale.

Per Gramsci si parla di “crisi di autorità” o di “crisi di egemonia della classe dirigente”, quando quest’ultima “ha fallito in qualche sua grande impresa politica per cui ha domandato o imposto con la forza il consenso delle grandi masse (come la guerra) o perché vaste masse (specialmente di contadini e di piccoli borghesi intellettuali) sono passati di colpo dalla passività politica a una certa attività e pongono rivendicazioni che nel loro complesso disorganico costituiscono una rivoluzione. Si parla di “crisi di autorità” e ciò appunto è la crisi di egemonia, o crisi dello Stato nel suo complesso”. Nell’attuale frangente, con risvolti meno drammatici rispetto al primo dopoguerra, e con attori sociali mutati, assistiamo comunque all’impossibilità di mantenere fede alle premesse sulle quali si era fondata la svolta neoliberale da parte delle classi dirigenti e dei suoi “partiti” (da intendersi in senso lato, proprio come in Gramsci, e non nel senso ristretto delle organizzazioni politiche che concorrono alle elezioni).

Il regime nuovo sorto ad inizio anni Novanta sulle macerie del muro di Berlino e del paradigma socialdemocratico, dalla caduta o trasformazione dei partiti storici e sull’onda dell’entusiasmo della Costruzione europea culminata nel trattato di Maastricht, prometteva agli occidentali che la “globalizzazione reale” avrebbe rappresentato un fattore di progresso per l’intera società, e soprattutto per una classe media, espressione dei settori creativi della finanza e della cultura, destinati a divenire perno della vita nazionale, in quanto strutturalmente capaci di trarre profitto dalle opportunità di un mercato mondiale sempre più aperto. “Siamo tutti classe media” era l’insegna che sovrastava la porta d’ingresso della belle époque. L’europeismo era considerato non tanto un progetto volto alla creazione di un’entità politica continentale con una forte identità sociale (e autonoma dal punto di vista geopolitico), ma come una via privilegiata per inserire gli Stati nella rete delle interdipendenze globali, rompendo le rigidità che rendevano difficile questa operazione. D’altra parte, il boom economico degli anni ’90 pareva lasciare ampi margini di manovra al mantenimento di un welfare sì riformato rispetto alle presunte invadenze clientelistiche che ne avevano accompagnato l’impiantazione nel continente, ma comunque generoso nei confronti dei pochi esclusi dalla grande ondata modernizzatrice.

Un futuro di opportunità, benessere e ricchezza diffusa era pronosticato, per questo occidente di classi medie in ascesa, dal mondo politico, mediatico e imprenditoriale. Mentre anche a ciò che rimaneva della classe operaia fordista era concesso il sogno di arricchirsi con una casa di proprietà, ma anche giocando in borsa, piccoli imprenditori accumulavano fortune a costo di un pazzesco auto-sfruttamento che rendeva parte del ceto medio tanto orgoglioso quanto guardingo nei confronti di chi attentasse alla propria roba (Stato compreso). Destra e sinistra si dividevano attorno a quali dei nuovi valori egemoni privilegiare (l’amazzonia o la pecunia, nelle parole di Fabrizio De André). In Ferie d’agosto (1996) Paolo Virzì racchiudeva nello spazio ridotto della piccola Ventotene l’intero dramma politico della II Repubblica italiana. Ma c’erano pochi dubbi attorno alla funzione di classe progressiva di questo nuovo ceto medio, ora cosmopolita e consumatore attento, ora localista ed esibizionista, a seconda delle narrazioni, ma comunque finalmente in grado, liberato da lacci e lacciuoli, partiti e chiese, di trainare l’intera società all’appuntamento con la modernità.

Questa la storia dei regimi bipartitici occidentali, a prescindere dai protagonisti che hanno egemonizzato il bipolarismo apparente (i Clinton contro i Bush, i Prodi contro i Berlusconi, gli Zapatero contro gli Aznar ecc. ecc.).

La crisi è giunta a ribaltare, in maniera quasi chirurgica, l’intero impianto della costruzione miracolistica su cui un’intera classe dirigente ha per un quarto di secolo basato la propria legittimazione. Nella progressiva periferia della nuova divisione continentale del lavoro in cui ceti sociali e paesi interi sono scivolati, ci si è accorti che piccolo non era poi tanto bello. Il sogno di un’Europa rivitalizzata dal protagonismo di ceti medi progressisti e pronti a sfruttare il vento in poppa della “società dell’opportunità” si è frantumato, dal momento che sono proprio i giovani delle nuove professioni i più colpiti dalla chiusura di quelle opportunità e dalla distruzione delle tutele sociali che avevano accompagnato la rincorsa al benessere dei loro genitori. Si tratta di una generazione, è il caso di notare, in generale molto più formata di quelle precedenti, e che pure trova solo nell’emigrazione (per quelli che se la possono permettere) soddisfazione per le proprie aspirazioni. Specialmente per quei paesi come l’Italia, che sta in fondo a tutte le statistiche continentali per numero di studenti altamente formati, mentre il ruolo periferico in cui è scivolata (assieme al resto dell’Europa mediterranea) nella produzione di valore aggiunto ne rende impossibile l’assorbimento. Il Paese produce poco ceto medio, ma troppo rispetto alle possibilità riservategli dalla costruzione dello spazio europeo come spazio tedesco. Ma anche in paesi come gli Stati Uniti o la Germania i giovani stentano a sfuggire alle trappole dell’indebitamento (spesso l’unico modo per pagarsi gli studi) e della precarietà.

I partiti, ridotti a cartelli elettorali, vengono sempre più percepiti come centri di potere fini a se stessi, fornitori di manodopera politica al servizio di decisioni strategiche prese in un altrove post-democratico che rende all’atto pratico impossibile la traduzione in misure di governo delle promesse incautamente fatte in campagna elettorale. Proprio per questo, l’europeismo, da ideologia guida di tutti gli schieramenti egemoni, mostra ora la corda, e le istituzioni continentali sono da ogni parte fatte bersaglio di critiche e diffidenza. Affiora ovunque quel “bisogno di protezione” che Karl Polanyi aveva individuato come cifra degli anni ’30, e che aveva prodotto il fascismo come risposta gerarchica alla crisi di un’impossibile “società di mercato”.

E’ in questa risoluzione delle premesse del regime al tramonto nel loro esatto rovescio che vanno ricercate le ragioni della ribellione dei ceti medi contro le istituzioni, e contro quelle novità che sono percepite, oggi, non più come opportunità ma come minacce. Ancora una volta il caso francese è illuminante: una riconversione ecologica costituirebbe una grande opportunità di rilancio economico (come il programma della France Insoumise ha messo in luce), ma Macron la traduce in nuovi balzelli per chi è già tartassato. Non è la ribellione in sé che dovrebbe preoccupare, quanto piuttosto la direzione verso la quale si indirizza, che prende il volto inquietante della nuova destra – un po’ ovunque in occidente, è evidente, tanto per relativizzare in ogni contesto l’idea della perenne anomalia italiana.

Tuttavia ancora Gramsci, nelle sue noterelle sulla “crisi di autorità” dalle quali si è partiti, ci viene incontro. Se l’effetto principale ed immediato della crisi è per il pensatore sardo la diffusione di uno “scetticismo diffuso”, frutto inevitabile della caduta delle passioni vecchie, in un secondo momento risulterà possibile l’apertura di una finestra per la ridefinizione dei caratteri e dei valori egemonici nella società, per la ridefinizione di una nuova speranza. Si tratta di un campo aperto tanto a prospettive democratiche che reazionarie. Di sicuro ne sarebbe tagliato fuori chi si attardasse, mentre i vecchi schemi traballano, a rimanervi attaccato, rischiando di finire travolto dal loro stesso tracollo.

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